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giopep in Japan – Ziburi & party

Già che in questo momento mi è tornata la voglia, mi faccio trascinare dall’entusiasmo e proseguo coi raccontini. Questo è il primo post della serie scritto interamente a grande distanza di tempo. Ma proprio grande, eh, l’ho partorito interamente in queste ultime due settimane. Probabilmente ci saranno meno dettagli che nei primi appuntamenti, ma vabbé, è inevitabile. In ogni caso, ho il supporto delle foto, delle guide e di altre piccole cosette accumulate durante il viaggio. E poi chissà, magari mi faccio davvero prendere dalla fregola e arrivo fino in fondo…

Tokyo, 26 dicembre 2006.
Si prospetta un’altra giornata impegnativa, ma parecchio interessante. In mattinata abbiamo la visita al museo dello Studio Ghibli, mentre nel pomeriggio dobbiamo incontrarci con Kazuhisa per una gitarella dalle parti del Monte Fuji. In serata, infine, c’è la cena di fine anno con lui e i suoi amici. Ci svegliamo quindi presto e ci dirigiamo verso la stazione, pronti a partire. Purtroppo il cielo è nuvoloso e la pioggia abbastanza insistente. Il nostro ombrellino cade a pezzi e stupidamente non abbiamo pensato di prenderne uno in albergo. Ci infiliamo così in un negozietto e in qualche modo, più che altro a gesti, riesco a fare capire a un simpatico vecchietto che cosa voglio comprare.

Il signore estrae l’ombrello standard bianco da giapponese medio, lo apre per farmi vedere che è tutto a posto e me lo consegna. Già che ci sono, preso da un impeto comunicativo, riprendo a gesticolare e riesco a fargli comprendere che, se possibile, gli lascerei il nostro scassatissimo ombrello da buttare. In qualche modo ci si capisce e il signore, gentilissimo, prende in consegna il catorcio e ci saluta. Si parte, quindi, in mezzo a una marea di ombrellini tutti uguali, diretti verso la stazione di Tokyo, pronti a zompare sul trenino.

Mitaka, sede del museo, è una prefettura poco fuori città e il viaggio è breve e, come al solito, confortevolissimo. Una volta balzati fuori dal treno, ci infiliamo al volo nello Starbucks della stazione per la solita, inevitabile e abbondante razione di zuccheri. Gestita la pratica, si esce dalla stazione seguendo le indicazioni per il museo che la tappezzano e, dopo esser rimasti a bocca aperta davanti a questo simpatico gattone, si impatta con il muro di pioggia che sta venendo giù. Le indicazioni per raggiungere il museo Ghibli cominciano fin dagli scalini dentro la stazione e conducono verso la fermata dell’autobus, ovviamente decorata a dovere (così come l’autobus, che però non ho fotografato). Un po’ per la scoraggiante coda, un po’ per curiosità, un po’ perché sappiamo che comunque la strada è breve, decidiamo di andare a piedi.

La via verso il paradiso costeggia questa specie di fossato e ci vede percorrerla stretti stretti sotto un unico ombrello (ma comprarne due pareva brutto?), che ci copre a malapena. Eppure, nonostante la pioggia, nonostante i pantaloni zuppi, nonostante, insomma, la giornata potesse essere migliore, è tutto bellissimo e meravigliosissimo. E poi, quando stai passeggiando su un marciapiede come questo, come fai a non sorridere? A un certo punto ci facciamo incuriosire da un parchettino sulla destra e ci gironzoliamo dentro un minutino. Non siamo ancora arrivati al museo, eppure l’atmosfera già comincia a sembrare fumosa e sognante. Vien da chiedersi se la zona si sia ghiblizzata per la presenza del museo, o se il museo sia stato costruito qui perché non c’era luogo più adatto. Ma d’altra parte, ancora non abbiamo visto nulla.

Ebbene sì: svoltato l’angolo in fondo alla via che collega la stazione col museo, si attraversa la strada, si supera un cancello e ci si ritrova davanti questa roba che vedete in foto. Una bella insegna tutta arzigogolata, una costruzione che sembra davvero uscita da un episodio di Conan e un Totorone a far da bigliettaro. E si comincia a sorridere come deficenti, magari facendo caso ai batuffolosissimi Makkuro Kurosuke che ci osservano incuriositi attraverso quell’oblò in basso. Procediamo ridendo come due ebeti, ci mettiamo diligentemente in fila e veniamo accolti dai soliti, servizievoli e adorabili nippoinservienti. Ci viene spiegato che all’interno dell’edificio non è possibile scattare fotografie (e certo, devi comprare il catalogo) e ci vengono consegnati biglietti e bigliettini assortiti. Dopodiché ci si inoltra (e qui smetto un attimo di scrivere ed estraggo il catalogo, che ovviamente abbiamo comprato e mi sarà utile per far tornare alla memoria qualche ricordo in più).

Il primo impatto con gli interni del museo non rende neanche minimamente l’idea di cosa si troverà due passi più avanti. Certo, c’è qualche decorazione a tema, ci sono i bambini giapponesi che ti camminano attorno tutti contenti, c’è la sensazione di stare per entrarci, ma ancora non ti rendi conto. Scendi le scale, svolti a destra e approfitti dei portaombrelli e degli armadietti per appoggiare quel che non ti serve. Leggi gli avvisi e le indicazioni, su cui ne svetta una particolarmente piacevole secondo la quale non esiste, per questo museo, un percorso suggerito. L’idea è di farti entrare in un altro mondo, nel quale puoi divertirti a vagare e gironzolare seguendo il naso, l’istinto, la magia.

Ci siamo, sarebbe il momento di buttarsi, ma alla mia destra noto che le vetrate danno sul cortile interno e mi ci avventuro per gettare un occhio e scattare la manciata di foto che infilo qui sotto. A questo punto già si fa evidente la spettacolare cura con cui ogni cosa, anche la minima stronzata in cortile, è rifinita. Tutto serve a creare un’atmosfera da mondo magico e fiabesco. Ma in realtà, ancora non mi rendo bene conto.



Si entra nel museo vero e proprio e… mamma mia! Cercherò di non entrare troppo nei dettagli, perché è davvero una cosa che va visitata, per capirla, ma qualche cazzatiella la voglio raccontare e per farlo, beh, sfrutto il supporto del catalogo. Appena entrati, ci si trova in una sorta di grossa hall, con aperture, passaggi angusti, porte e porticine, scalinate di vario tipo, ascensori e mille altre cose, tutte minuziosamente decorate e rifinite. Perfino i bagni sono da sogno a occhi aperti.

Accarezzati da una tenue melodia di sottofondo, ci infiliamo in una stanza sulla destra, dove si trova una serie di oggetti, macchinari e diavolerie da esposizione, che illustrano in maniera poetica e affascinante la storia del mondo dell’animazione. Francamente, comincio ad essere quasi commosso per quello che sto vedendo e posso solo immaginare come debba essere l’esperienza per un bimbo lasciato a piede libero qua dentro. Dopo aver vagato a bocca spalancata per quest’area, giocherellando, toccando e pastrugnando tutto quanto, torniamo nella hall e decidiamo di salire, ovviamente non con l’ascensore o le scale normali, ma sfruttando una specie di scala a chiocciola angusta e piccolina, rinchiusa dentro una gabbia.

Al primo piano, fra vetrate splendidamente decorate, maniglie rifinite con gioielli e animalini strani, porte messe lì solo per curiosare, trovano spazio l’area dedicata alle mostre temporanee (a dicembre ce n’era una deliziosa sul lavoro della Aardman Animations) e il negozio. Esploriamo per bene l’esposizione, giocherellando con tutto quel che c’è da toccare, e decidiamo per il momento di schivare il negozio, ben sapendo che prima o poi ci toccherà entrare in quel luogo di perdizione. Al terzo piano, lo shock: un enorme gattobus, peloso e morbidissimo, pieno di bambini che ci si tuffano dentro come disperati. La tentazione di saltarci sopra è fortissima, ma sono costretto a trattenermi.

Mentre vago con lo sguardo perso nel vuoto, noto una porta. La apro, dietro c’è uno specchio. Ridacchiando, vado ad aprire un’altra porta: dà semplicemente sull’altro lato, dove c’è un tizio con il figlio in braccio. Ci guardiamo per un attimo e ci mettiamo a ridere. Sopprimendo il desiderio di saltare in testa ai bambini che giocano col gattobus, usciamo sulla balconata, dove giocherello con degli strani affari e osservo i passanti. Ci inerpichiamo lungo una scala a chiocciola per raggiungere il tetto della costruzione, dove una simpatica inserviente ci fotografa assieme al robot di Laputa. Ma se il robot è l’attrazione principale del tetto, inoltrandosi lungo un sentiero e passando di fianco al cupolone si raggiunge anche questo coso.

Dopo aver scattato una foto dall’alto, decidiamo di tornare giù per la scaletta, ovviamente facendo attenzione alla testa. Torniamo dentro e continuiamo a esplorare l’ultimo piano, scovando una biblioteca che contiene libri per bambini da tutto il mondo e infilandoci poi nella spettacolare riproduzione dello studio di Hayao Miyazaki. Qui dentro si trova di tutto, i libri che usa per documentarsi, statue e oggetti vari, bauli talmente pieni di roba da far paura, disegni, delizie e curiosità. Ci son perfino libroni di storyboard, da Porco Rosso a Nausicaa, abbandonati lì per la consultazione. E ovviamente non manca l’angolino per il piccolo cineasta, in cui giocherellare con obiettivi, pellicole e cineprese.

Siamo tutti a bocca aperta, io, la Rumi, i bambini e i genitori. Una favola, questo posto è una favola, e io non sono davvero in grado di raccontarlo come si deve. Oltretutto il tempo passa, poco oltre ora di pranzo abbiamo appuntamento con Kazuhisa e c’è ancora tanta roba da fare. Torniamo giù al piano terra e ci mettiamo in coda per la proiezione. Nel cinemino interno, infatti, vengono proiettati cortometraggi realizzati appositamente e con un ricambio penso abbastanza frequente (tant’è che il cortometraggio che andremo a vedere non è segnalato nel catalogo). Ovviamente la sala di proiezione è arredata da star male, come bello da star male è il cortometraggio, ambientato su un mondo fuori di testa tanto quanto il posto in cui ci troviamo.

Dopo il film, ci vuole la pappa. Torniamo su, usciamo, passiamo davanti a una finestra da cui due gatti ci osservano, e decidiamo di non fare la coda per entrare nella pasticceria. Ci limitiamo a scrutare i cuochi che preparano torte spettacolari mentre attendiamo il nostro hot dog. Dopo aver consumato, esserci rilassati e aver esplorato ulteriormente gli esterni, è il momento di tuffarsi nel negozio. Ed è il delirio, sia di gente che si accalca sugli scaffali, sia di oggetti e oggettini che escono dalle fottute pareti e ti urlano “comprami, comprami”. A colpi di regali per amici e stronzate da portare a casa per noi, ovviamente, ci riempiamo di sacchetti. Fra gli acquisti effettuati, segnalo un pelosissimo Makkuro Kurosuke, il calendario di Kiki, la deliziosa tazza di Totoro, il già citato catalogo del museo e chissà quali altre cose che adesso mi sfuggono.

E, a proposito di sfuggire, è il momento di farlo, abbandonando questo luogo di perdizione: subito fuori, sotto il diluvio universale, coperti da un tendone, in attesa di Kazuhisa. Kazuhisa che non arriva, probabilmente perché bloccato dal traffico. Decidiamo di provare a chiamarlo da un telefono pubblico (che ovviamente trovo solo dopo essermi spiegato a gestacci con un simpatico vecchietto) ma, proprio mentre tiro su la cornetta, Elena lo avvista. Zompiamo in macchina e si parte, diretti verso la città: come ovvio, il tempaccio sconsiglia la gita al Monte Fuji. In compenso, il traffico sconsiglia la vita. Mi sento a casa, non ci si muove neanche per sbaglio e così decidiamo di fermarci a una specie di fast food, un posto che Kazuhisa sostiene essere molto popolare e in cui fanno cucina asiatica sui generis, con curry sparso un po’ dovunque.

La pappa non è affatto male, la chiacchiera è piacevolissima e Elena si concede anche il lusso del dolce, generando un commento di Kazuhisa, una cosa tipo: “Noi giapponesi mangiamo di fretta e poi fuggiamo, voi italiani ve la prendete comoda, restate al tavolo, vi rilassate, il dolce, il caffé…” Oddio, io in questo sono in realtà molto giapponese, ma vabbé, lasciamo stare. Mentre mi affretto a pagare il conto, compio la tragedia e faccio cadere per terra, sfondandola, la meno peggio delle due macchinette fotografiche a disposizione. E infatti, da adesso in poi, la qualità delle foto (soprattutto in notturna) e dei filmati peggiorerà sensibilmente. Le foto venute meglio, per capirci, sono quelle scattate con la macchina di Kazuhisa.

Una volta usciti dal ristorante, decidiamo di separarci: io ed Elena pigliamo la metro per andare a visitare il Tokyo National Museum e l’appuntamento con Kazuhisa rimane fissato per la prima serata, dalle parti di Ueno. In realtà, una volta giunti a Ueno, decidiamo di fregarcene del museo e infilarci da Yamashiroya, pronti a spendere un’altra svagonata di quattrini in gadget e fesserie. Ne usciamo carichi come muli, pronti a raggiungere Kazuhisa sul luogo dell’appuntamento. Ovviamente fra pioggia, buio e totale perdita dell’orientamento, impieghiamo mezz’ora a fare cinquanta metri, ma alla fine ci becchiamo, e si parte in macchina verso casa Akutagawa, zona Ikebukuro.

Kazuhisa, gentilissimo, ci accoglie in casa sua, la tipica villettina in cui ti aspetti di veder spuntare fuori all’improvviso un bambino pallido e dallo sguardo vitreo o un fantasma di donna coi capelli lunghi e nerissimi. Ci leviamo (non senza qualche impaccio) le scarpe ed entriamo. La temperatura è bassina, e infatti sul tavolino è appoggiata una meravigliosa termocoperta, sotto la quale infiliamo tutti le gambe. Si chiacchiera del più e del meno, un po’ a fatica, ma è normale, con Kazuhisa e la sua simpatica moglie. Kazu si dispiace perché ha un solo pad e non può sfidarmi a Winning Eleven, ma vabbé, sopravviviamo al dolore. Mentre sorseggiamo un the, attendiamo l’ora di uscire e poi, finalmente, si parte, lasciando a casa la donna e dirigendoci verso il luogo del misfatto.

Ci si sposta coi mezzi, quindi recuperiamo tutti i vari sacchetti, che poi depositiamo nei soliti armadietti della metropolitana (grazie mille a chi li ha inventati). E quindi via verso il locale, un ristorante nel quale ci è stata riservata un’intera sala, con due tavolate. Qui ritroviamo buona parte della gente con cui ho giocato a calcetto il 23 dicembre, le rispettive fidanzate e una simpatica figliola (la foto non le rende giustizia), chiaramente più giovane di chiunque altro sia presente, che non si capisce bene da dove sia giunta. Io comunque la stimo, perché a un certo punto esprime in italiano stentato il suo apprezzamento per la mia bellezza (ma probabilmente l’avrebbe detto a qualsiasi occidentale si fosse seduto a quel tavolo).

Ricordandomi di aver letto che a tavola fra giapponesi non bisogna versarsi da bere, ma bisogna farlo per gli altri, mi calo subito nel personaggio e comincio a versare birra a chiunque mi passi davanti, venendo ricompensato di conseguenza. Il metodo funziona: praticamente il bicchiere è sempre pieno e non hai modo di svuotarlo, perché appena lo appoggi sul tavolo c’è qualcuno pronto a riempirtelo. Le bottiglie di birra arrivano a getto continuo e la serata promette malissimo, anche se per fortuna i danni vengono limitati dal cibo. Inizialmente ci si limita a qualche delizioso stuzzichino, ma poi, appena i ragazzi si rendono conto di avere a che fare con delle ottime forchette, si spalancano i cancelli delle vivande. Il ragazzo seduto di fianco a me mi tempesta di domande stile “hai mangiato questo?”, “hai provato quello?” e per ogni risposta negativa arriva un’ordinazione di conseguenza. Burp.

A proposito di ragazzo di fianco a me, trattasi di una specie di Cobra (chi deve sapere sa) giapponese, che tanti anni fa ha vissuto in Germania e per questo parla un buon inglese. Trascorro quasi tutta la serata chiacchierando con lui, mentre Elena fa altrettanto con la ragazza che mi aveva fatto da interprete il giorno del calcetto (non ricordo i nomi, uffa). Oltre a questo, ovviamente, l’alcool favorisce il delirio e in qualche modo si riesce a “conversare” – magari citando nomi di sportivi, o commentando l’arrivo in tavola di una bottiglia di vino italiano gelido (non ricordo quale, Elena potrà sicuramente integrare l’informazione con un commento) – anche con chi non spiccica una parola in inglese. Soprattutto con lo scemo del gruppo, un ragazzo simpaticissimo e stracazzaro. Oltretutto Kazuhisa, l’organizzatore, si è preoccupato di far avere a tutti (ovviamente sul telefonino) un email con un minidizionario italiano-giapponese. Non servirà a molto, se non a generare scene da sit-com con gente che mi dice cose senza senso lasciandomi perplesso, ma il pensiero è delizioso (e comunque trovarsi assieme a una quindicina di giapponesi che ogni trenta secondi alza il calice e urla “ALLA SALUTE!!!” è fantastico).

La splendida serata si conclude con una difficoltosa quest per il recupero dei sacchetti (varie sezioni della stazione della metropolitana, dopo un certo orario, vengono chiuse, e per tornare agli armadietti abbiamo dovuto fare un giro allucinante, non reso più semplice dallo stato alcolico), con gli un po’ tristi saluti a gente che chissà quando rivedremo e con una fuga verso casa, pronti a morire. E la morte viene accolta a braccia aperte, anche perché il 27 sarà l’ultimo giorno pieno trascorso a Tokyo e di cose che vogliamo vedere ce ne sono non poche.







Altre cose
Mitaka
Da quel poco che abbiamo visto (la giornata non si prestava particolarmente alle passeggiate), Mitaka ci è parsa una cittadina deliziosa. Al punto che, in caso di tempo un po’ più clemente, potrebbe valere la pena di dedicare un’intera giornata alla gitarella, così da poter visitare con calma il museo e ciò che gli sta attorno (per esempio il promettente parco Inokashira). Per arrivare, comunque, è sufficiente zompare sulla JR Chuo Line, che si incrocia con la Yamanote in più di una fermata (per esempio Shinjuku e Tokyo). Il viaggio dura una mezzoretta e la linea è coperta dal Japan Rail Pass. Questo, comunque, è il sito ufficiale di Mitaka.

Museo d’Arte Ghibli
Ho seri dubbi che chi segue questo blog non sappia cosa sia lo Studio Ghibli, ma giusto per andare sul sicuro lo dico: è, più o meno, la casa di produzione cui fanno capo Hayao Miyazaki e Isao Takahata, vale a dire due fra i registi giapponesi di film d’animazione più amati e riveriti in assoluto. I giapponesi, perlomeno quelli con cui abbiamo avuto a che fare, “Ghibli” lo pronunciano (e scrivono, se devono usare caratteri occidentali) “Ziburi”. Qui trovate il sito ufficiale (in giapponese). Il Museo d’Arte Ghibli (scritto proprio così, eh, in italiano) è un posto delizioso, che davvero non saprei come altro descrivere. Se passate da Tokyo, una visita se la merita senza dubbio. Occhio, però, perché bisogna prenotare! Per evitare che si crei troppa ressa, infatti, c’è un limite al numero di visitatori ammessi nell’arco di una giornata. Sappiate, quindi, che se avete la sfiga di presentarvi senza biglietto in un giorno molto affollato potrebbe finire male. Comunque, il biglietto si può comprare in più modi, su cui non mi dilungo perché sono ottimamente spiegati qui, con tanto di mappette. Per la cronaca, noi l’abbiamo prenotato in anticipo tramite JTB Italia e ci siamo trovati molto bene.
Il sito ufficiale del museo.
La pagina con le indicazioni per l’acquisto dei biglietti.
La pagina del sito di JTB Italia con le indicazioni per l’acquisto dei voucher.

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giopep in Japan – Natale fra videogiochi, anguille, alberi e templi

DISCLAIMER: A quasi sei mesi dall’ultimo appuntamento, pubblico un altro pezzetto di diario di viaggio dal Giappone. Questo post in realtà è stato scritto per metà parecchio tempo fa, ma poi lasciato lì a marcire. Siccome ho voglia di pubblicare qualcosa, ma non ho la fregola della recensione, oggi vi beccate questo. Per la gioia di chi non ci sperava più e la disperazione di chi non è interessato. Pur sapendo che, dopo tutto questo tempo, i ricordi si sono per forza affievoliti e qualche dettaglio me lo sarò perso per strada. E con la consapevolezza che questo potrebbe tranquillamente essere l’ultimo appuntamento col diario di viaggio sul Giappone.

Tokyo, 25 dicembre 2006.
La giornata di Natale si propone come super impegnativa, con una tabella di marcia abbastanza massacrante. Vogliamo visitare tanti posti e vogliamo farlo per benino. Sveglia presto, quindi, e colazione abbondante, con la solita dose di nippocaffé e succo di frutta accompagnata dai dolcetti comprati la mattina del 23 dicembre. La prima destinazione di giornata è Akihabara, zona nota anche come Electric Town. In pratica, è il quartiere dell’elettronica, dei negozi di hi-fi, computer, videogiochi ecc. Zompiamo sulla Yamanote e scendiamo all’omonima stazione, scoprendo che in Giappone il mondo apre non prima delle dieci (e in buona parte alle dieci e mezza). Facciamo quindi un primo giretto di perlustrazione, addentrandoci in un’edicola (dove avvisto un numero di Famitsu, che però comprerò un altro giorno). Mentre gironzoliamo, comincio a fare foto a raffica, per esempio a questa pubblicità blobbosa, a palazzi vari e ad altre amenità. Durante questo primo giretto a porte chiuse, avvistiamo un paio di negozi in cui decidiamo di passare dopo l’apertura e, finalmente, incontriamo un Doutor, nel quale ci infiliamo per passare il tempo con una seconda colazione.

Dopo aver consumato il pasto, ci mettiamo in marcia e ci infiliamo in una serie di megastore specializzati in informatica, videogiochi, DVD, hi-fi, CD e via dicendo. Impressionanti i negozi dedicati quasi per intero ai PC: piani e piani di roba, interminabili scaffalate solo per le schede grafiche, modelli su modelli come se piovessero, corridoi di adattatori USB e altre follie del genere. Roba da passarci giornate intere. In mezzo al caos noto la conferma del fatto (riferitomi in precedenza da altri) che a Tokyo l’iPod da 80 giga costa meno di quanto facciano pagare in Europa quello da 60. Meraviglie del cambio favorevole, immagino. Dopo esserci districati nei super negozi da ottomila piani, torniamo in strada e imbocchiamo una via enorme, passando di fianco a una fila interminabile di persone, in coda per non so cosa. Dopo averli scavalcati, ci infiliamo in una sala giochi Taito (ovviamente organizzata su più piani).

Inforchiamo le scale mobili e cominciamo a visitare i vari piani, dove troviamo ampie collezioni di giochi musicali (con tanto di tracklist) completa appesa al muro e tante altre belle sciccherie. Di scala mobile in scala mobile saliamo sempre più, scoprendo una roba che vabbé, probabilmente può incuriosire così tanto solo dei nerd occidentali: il cabinato di Half-Life 2. Non posso fare a meno di provarlo e Elena si mette pure a filmarmi. Una cloche per lo sguardo, un altro joysticckino per gli spostamenti, un pedale per saltare e uno per accucciarsi. Il gioco in singolo è sostanzialmente lo stesso della versione PC, a parte il fatto che richiede l’inserimento di un nuovo gettone dopo ogni livello. E c’è pure il multiplayer, con tanto di supporto per l’online. La cosa più impressionante sono i caricamenti: Half-Life 2 in sala giochi carica, ma più che altro carica tanto. I controlli sono un po’ scomodi, ma alla fin fine si riesce a giocare. Gestita la questione Half-Life 2, proseguiamo la visita, gustandoci il piano dei picchiaduro, dove fra l’altro vedo in azione Virtua Fighter 5, e uscendo poi dalla sala giochi. Fra una foto alla pubblicità di Lost Planet (il cui bundle con Xbox 360 vedo fra l’altro esaurito in più di un negozio) e uno scatto a qualsiasi altra cosa mi capiti davanti, torniamo verso la zona esplorata inizialmente, facendo tappa da Sofmap (altro megastore dell’elettronica), dove mi compro un paio di auricolari.

Si sta avvicinando l’ora di pranzo e abbiamo già deciso di cibarci in un ristorante specializzato in anguilla dalle parti di Ueno. Decidiamo quindi di visitare i due negozi che avevamo avvistato quando era ancora tutto chiuso, per poi fuggire. La prima tappa la vedete nella foto qui sopra: tre piani di negozio interamente dedicato al retrogaming! Game & Watch come se piovessero, scaffali strabordanti di macchine del passato e postazioni di prova, gadget e statue giganti, un ultimo piano interamente dedicato ai cabinati. E ancora, scaffali interi pieni di Famicom, Super Famicom, Mega CD, Atari 2600 e qualsiasi altra cosa, un Virtual Boy bello in mostra da provare al volo e soprattutto giochi. Tanti, tantissimi, a perdita d’occhio, per qualsiasi formato e a qualsiasi prezzo. I pezzi rari (che so, Radiant Silvergun) stanno in vetrina e io mi beo di possedere alcuni fra i più costosi (che so, Radiant Silvergun). Ovviamente non posso uscire a mani vuote e mi accaparro un Famicom d’annata (il primissimo modello, quello con solo l’uscita RF, senza neanche la possibilità di collegarlo in composito). E già che ci sono unisco al tutto un Super Mario Bros. e un Maniac Mansion. Son soddisfazioni!

Una volta fuggiti da qui, ci tuffiamo nel negozietto di bambole che Elena aveva avvistato durante il giro preliminare. Mentre io realizzo un vero e proprio servizio fotografico del posto, Elena tira su un cestello e fa la spesa, comprando una quantità esorbitante di roba.





Dopodiché ci mettiamo in marcia verso la metropolitana, percorrendo un paio di viuzze a caso, passando davanti a un kebabbaro, facendoci regalare gadgettini da belle figliole compiacenti, notando un giganegozio di videogiochi usati (“no, devo starne fuori, e poi tanto non ho console modificate e non capisco il giapponese, no no, via via!”), fotografando di qua e di e deviando verso Kotobukiya, un iper negozio di giocattoli, puttanate e simili. Una roba immensa, articolata su sette piani, dove veniamo assaliti dal vortice del consumismo e ci riempiamo i sacchetti di puttanate e puttanatine (quasi tutte acquistate allo scopo di regalarle, va detto a nostra discolpa). Impressionante, soprattutto, l’ultimo piano, una sorta di mega-negozio dedicato interamente alle action figure e con ampi spazi da showroom. Qui viene scattata la fotografia che apre il post e qui viene realizzato un altro servizio fotografico, che vi propongo per intero.





Dopodiché zompiamo sulla Yamanote e ci dirigiamo verso Ueno, scendendo però alla fermata precedente, Okachimachi. Qui si trova infatti il ristorante dove abbiamo scelto di cibarci: Unagi Ben-kei, specializzato in anguilla (Unagi, per l’appunto). Elena si prende un bel menu, che unisce all’anguilla varie sciccherie che potete ammirare in foto. Io, invece, ripiego sul classico scatolotto con il fondo di riso e l’anguilla spaparanzata sopra. Il tutto è delizioso e servito in un locale molto carino, tranquillo, e gestito da un gruppetto di sciure simpatiche e strapettegolose.

Terminato il pasto, ci rimettiamo in marcia e ci dirigiamo verso il parco di Ueno, vera e propria casa all’aperto per tantissimi senza tetto. All’ingresso meridionale si trovano un sacco di cosette curiose, da questa bocciona alla fontana del ranocchio, fino alla sfilata di rocce firmate da star nipponiche (la prima è marchiata Akira Kurosawa). Ci inoltriamo nel parco, imbattendoci nella statua di Saigo Takamori, il samurai interpretato da Ken Watanabe nel suo filmetto com Tom Cruise e in questa serie di cose delle quali non ricordo nulla. 😀



Proseguiamo inoltrandoci verso il centro del parco, dove ci imbattiamo in questo tempietto, nei pressi del quale cazzeggiamo un po’ in preda al relax e ci gustiamo le bellezze del luogo.

Da qui, imbocchiamo una discesa che ci porta fino a una scalinata diretta verso il laghettone Shinobazu, che occupa la fetta sudoccidentale del parco. Ma subito prima di scendere, veniamo fermati da questo simpatico senzatetto, che parla un ottimo inglese e si vanta di essere uno scrittore di haiku (e mi ferma dicendomi che odia gli americani perché l’hanno rimbalzato all’immigrazione e non indossa niente di americano – io ho addosso un giaccone della Nike :D). Il tizio è davvero simpatico, ci racconta un sacco di aneddoti sui suoi viaggi (probabilmente si è sognato tutto in preda ai fumi dell’alcol) e ci trattiene a chiacchierare per quasi un’ora. Ovviamente, quando lo salutiamo, riesce a vendermi un libretto di Haiku, ma che ci vogliamo fare, quei pochi soldi, tutto sommato, se li è pure guadagnati.

Il sole sta cominciando a calare e le foto con la luce sbagliata vengono un po’ una merda, ma in riva al lago mi concedo di filmare i pennuti di passaggio. Decidiamo comunque di attraversare il lago sul ponte che lo taglia in due, passando di fianco a ‘sto roccione, osservando in lontananza un palazzo orrendo e costeggiando poi l’estremità nord del lago stesso. Qui incappiamo in una di quelle robe proprio da cartone animato giapponese, con la folla di ragazzine e ragazzini che stanno facendo una gara di corsa probabilmente organizzata da uno dei loro ottanta milioni di club scolastici. Urlano e schiamazzano tutti, fra scatti brucianti ed esercizi di riscaldamento. Uno spettacolo delirante.

Dopo esserci fatti due risatine osservando ‘sti scellerati, decidiamo di proseguire costeggiando il parco sul lato settentrionale, trovando la triste conferma del fatto che lo zoo di Ueno è chiuso e rientrando verso il centro del parco tramite una strada che lo taglia all’interno. Qui ci imbattiamo in questo gruppetto di ragazzi, che si allenano salendo e scendendo dalla scalinata di accesso a un tempio, saltellando su un piede solo. E mentre scorrono le note della sigla di Rocky Joe, ci dirigiamo su per la scalinata, decisi a visitarlo, ‘sto tempio.

Trattasi del Tosho-gu, altare di Tokugawa Ieasu (non che me lo ricordi, leggo sulla guida). Il bello di questo posto è che è possibile accedere alla parte interna dell’edificio, solitamente proibita ai visistatori. Lungo il vialetto d’ingresso, si trova una dedica ai noti eventi di Hiroshima e un cartellozzo spiega che quella fiammella che si vede sullo sfondo della foto è stata “prelevata” sul luogo del disastro e portata fino a Tokyo. In pratica, sarebbe accesa fin da quei tempi, alimentata artificialmente.

Proseguiamo ed entriamo nel cortile interno, non prima di aver costeggiato il recinto lungo questo viale ed esserci imbattuti in un altarino con campanaccio. Come dicevo, questo è uno dei pochi tempi che permettono l’ingresso “in profondità”. E così, per la prima volta dopo tre giorni in Giappone, ci troviamo nella situazione di dover togliere le scarpe per poter entrare in un posto.

All’interno si respira una strana atmosfera. Il pavimento è freddo e umido, ma bello morbidino. Le stanze sono piene di cimeli e oggetti affascinanti e gustosissimi da osservare. Purtroppo non è possibile scattare fotografie, quindi dovrete andarvelo a vedere per i fatti vostri. Dopo il giretto, ci avviamo verso l’uscita (notare la Rumi carica di sacchetti: per tutta la durata della vacanza non c’è stato un solo giorno in cui siamo tornati a casa senza neanche un sacchetto :-|). Una foto alla facciata del tempio, una all’uscita del cortile, ed è tempo di dirigersi verso il Tokyo National Museum.

Per arrivarci, passiamo da questo piazzone, in cui ci sono suonatori ambulanti e ragazzine che saltano con la corda. Il museo, però, è chiuso (ma che cazzo, tutto chiuso), quindi decidiamo di avviarci un po’ a caso, seguendo un po’ il naso e un po’ le indicazioni della guida. Vagando più o meno senza meta, passiamo davanti alla biblioteca nazionale della letteratura per ragazzi (o qualcosa del genere, lo dicevo che i ricordi si stanno affievolendo) e finiamo in una bella zona residenziale. C’è una quiete incredibile, le strade sono quasi deserte e si vede passare ogni tanto solo qualche studente, un bambino, un vecchietto in bicicletta.

Proseguendo a spanne, finiamo per imbatterci in questo tempio, dominato da una serie allucinante di buddhi e buddhini dedicati ai giovani virgulti (notare quanto si distinguano quelli di recente “nascita”).




Dopo la visita al tempietto, decidiamo di proseguire verso nord, in direzione Yanaka, dove si trova un cimitero particolarmente famoso per le dimensioni e per il fatto che “ospita” qualche celebrità. Gli spostamenti, però, procedono completamente a caso, all’insegna del “ma sì, da quella parte”. Dopo aver attraversato un ponte che passa sopra ai binari dei treni, ci ritroviamo sostanzialmente nel nulla cosmico. Un dedalo di vie e viuzze, piacevolissimo da gironzolare a caso, ma capace di generare una consistente sensazione di “ok, qui ritroviamo la strada di casa alle due di notte”. E così, dopo un po’ di camminare spensierato, fermo un passante, indicandogli sulla mappetta la stazione della metropolitana a cui vorrei arrivare.

Fatichiamo a capirci (ovviamente il tipo non spiccica una parola di inglese), ma fra gesti e cenni sulla mappa arriviamo a triangolare la nostra posizione e a indicare la destinazione voluta. Il tizio, gentilissimo, dopo aver ansimato un po’ decide di accompagnarci e ci fa strada (con una certa fretta, poverino, chissà dove doveva andare) fino alla stazione della metro. Dopodiché ci saluta, inchini vari, arigato e via verso nuove avventure. Attaccato alla fermata della metropolitana c’è questo benedetto (e davvero enorme) cimitero, che però decidiamo di osservare solo di sfuggita, per poi infilarci nell’ennesimo tempio (notare la statua di Buddha in rame risalente al 1690).

Dopodiché giunge l’ora di prendere il treno e dirigerci verso Asakusa. L’idea sarebbe di girare il posto e poi prendere il traghetto fino alla baia di Odaiba, ma ci arriva subito una tegola in testa: l’ultimo viaggio del traghetto parte alle 17:30 (ovvero dopo mezz’ora). Basta una veloce riflessione per decidere che no, vogliamo girare per Asakusa. Quindi tanti saluti al traghetto: piazziamo dentro gli armadietti a pagamento della metropolitana gli ingombranti e insopportabilmente pesanti sacchetti pieni di cazzate e poi via, verso nuove e incredibili avventure a piedi.

Beh, Asakusa, di sera, è uno spettacolo. Oltre ad essere una zona di negozi e ristoranti, ospita il Senso-jin, noto anche come Asakusa Kannon, una visione spettacolare e affascinantissima. Nello spazio che va dal cancellone al complesso di templi c’è questa interminabile via di bancarelle illuminate quasi a giorno e piene di cazzatielle e leccornie. Ci incamminiamo e, ancora una volta, sembra di essere in un cartone animato, in uno di quei momenti in cui i ragazzini vanno alla fiera, con le bimbe vestite in kimono e le bancarelle coi dolci. Le bancarelle sono tante, i dolci pure, e quando arriveremo in fondo saremo belli pieni di schifezzuole, da quelle specie di pallottine a spiedino prese all’inizio a quelle enormi palle di non so cosa impanate e fritte nella melma. Messa così pare una schifezza, ma ricordate: anche la merda, fritta, diventa buonissima.

Proseguendo notiamo alla nostra sinistra questa via di negozi coperta e quest’altra via decorata di lanterne luminose. Ma si tira dritto, assieme alla folla, verso i templi. Verso questa bella pagoda illuminata, per esempio, piuttosto che verso i buddhini o la statua dedicata ai piccioni. Perdiamo anche un po’ di tempo gironzolando presso un altare un po’ fuori rispetto alla parte “popolosa” e illuminata del complesso di templi. Qui incappiamo in una scena affascinante, con una donna in ginocchio a pregare per chissà che cosa e l’uomo che aspetta in piedi osservandola. Il tutto avvolto in una mezza oscurità.



Mi faccio prendere dal trip e lascio pure io un obolo in offerta, prima di rimetterci in cammino per fare un giro fra i negozi, le luci e i colori della zona. Finiamo così dalle parti di un batting stadium e ci andentriamo in una sala giochi, dove – è inevitabile – ci infiliamo in uno di quei cassoni allucinanti per realizzare fotografie stupide. Questo è il risultato. Da qui tiriamo su verso Kaminarimon Dori, dove spuntiamo davanti a uno Starbucks. Decisamente è il momento di fare una pausa e rilassarsi davanti a una cioccolata calda.

Dopodiché si riparte, via verso la metropolitana, per recuperare i sacchetti, e poi alla ricerca di Sometaro, un ristorante di okonomiyaki consigliato dalla Rough Guide, che però troviamo chiuso. Decidiamo allora di buttarci sul Maguro Bito un kaitenzushi incrociato prima passeggiando, e che secondo la Rough Guide è stato votato dal pubblico come il migliore del Giappone! Entriamo e, dopo un po’ di attesa, ci sediamo, pronti a scofanarci tonnellate di pesce senza il minimo ritegno.

Il locale è frequentatissimo e non siamo certo gli unici turisti occidentali. Al centro ci sono i cuochi, che preparano il sushi afferrando al volo pesci e crostacei vari (e vivi) direttamente da un paio di vasconi che stanno loro a fianco. Vederli che afferrano, squartano, addobbano e piazzano sul piattino nel giro di qualche secondo è un po’ straniante, ma il risultato è davvero ottimo, quindi chi se ne frega?

Dopo esserci riempiti come dei disperati, ci rimettiamo in marcia e torniamo alla metropolitana (dove la Rumi fotografa il manifesto del film di Animal Crossing): l’obiettivo è di passare dall’albergo, depositare i sacchetti e poi prendere la monorotaia Yurikamome, che da Shimbashi porta alla baia di Odaiba, per trascorrere lì la serata. Il viaggio in monorotaia lo accompagno con un’altra ritemprante cioccolata calda, gustandomi il passaggio sopra al Rainbow Bridge e l’avvistamento delle tante luci in lontananza. Elena si diverte a girare qualche filmato, per esempio delle macchine che ci passano sotto mentre siamo in attesa di partire, del viaggio dal finestrino, del ponte che stiamo per attraversare (notare la voce della speaker che annuncia la fermata). Si vede poco per il buio, ma fanno colore.

Una volta arrivati a destinazione, ci troviamo davanti a una specie di mega complesso di centri commerciali. Siamo circondati da coppiette di adolescenti dagli occhi a mandorla, metà dei quali sono in coda per farsi un giro sulla ruota panoramica. Decidiamo che non ne vale la pena e ci dirigiamo a fare un giro nel centro commerciale più vicino, il Decks Tokyo Beach, dove troviamo ai piani alti un posto allucinante, che riproduce una cittadina italiana con tanto di cielo nuvoloso che varia fra giorno e notte (cambiando l’illuminazione di conseguenza). Chiaramente tutto ciò non può che ospitare negozi di moda.

Una volta usciti da lì, ci infiliamo nel Sega Joypolis, una sorta di parco d’attrazione al chiuso, dove si accede a qualsiasi cosa sfruttando schede prepagate da caricare agli appositi distributori. Un mix di giochi da sala iperpompati (tipo Ridge Racer inserito in una macchina da corsa con le immagini proiettate su schermo cinematografico) e attrazioni più modello Gardaland, come la Room of Living Dolls in cui Elena ovviamente decide che dobbiamo tuffarci.

Una volta fatta la coda d’ordinanza, passando davanti a questo bambolotto entriamo (assieme a un gruppo di giovani autoctoni) in una specie di casetta, nella quale ci conduce un tipo che parla giapponese raccontando chissà che marea di cazzate. Poi veniamo condotti in una stanza addobbata da film horror e piena di bambole inquietanti, con al centro un tavolo da otto posti. Ci si siede, si ascoltano un altro po’ di scemenze incomprensibili, si indossano delle cuffie ultra-mega-stereofoniche e inizia lo spettacolo.

Luci spente, buio totale, voce di una (bambola, suppongo) giapponese in là con gli anni che parla in maniera sinistra e minacciosa. Rumori ambientali, raffiche di vento, terremoti simulati e urla. L’effetto multicanale è strepitoso, sembra davvero che la tizia ti stia girando attorno, venga a sussurrarti nell’orecchio, poi ti urli all’improvviso dall’altra parte, isterica e incazzata. Sento un rumore di forbici vicino all’orecchio mentre questa continua a berciare, si accende all’improvviso una luce che si spegne subito e la “sceneggiatura” sembra raccontare di una bambola giovane che si ribella e fa il culo alla vecchia. Ma non ci vuole salvare, dato che poi anche lei comincia a fare la sadica.

Una roba divertentissima, forse resa più efficace dal fatto che non capivo una parola delle (probabili) fesserie raccontate dalle voci, ma davvero “piacevole” come esperienza generale. Esperienza che, una volta conclusa, sancisce sostanzialmente il termine della serata. Il Joypolis sta chiudendo ed è ormai quasi deserto. Usciamo, facciamo un giretto notando una Statua della libertà (la foto è venuta di merda, pazienza) e ci dirigiamo con calma a una fermata della monorotaia, schivando qualche goccia di una gentile pioggerellina.

Una volta arrivati a Shimbashi, ci dirigiamo verso casa, facendo tappa a un combini a caso per recuperare del detersivo. Appena entrati nell’appartamento, io collasso senza dare segni di vita, mentre Elena trova la forza di mettere a lavare un po’ di panni, e riprende anche il tutto con qualche filmato. Del resto, la lavatrice che funziona anche con lo sportello aperto è affascinante, no?

Altre cose
Armadietti
In praticamente tutte le stazioni della metropolitana di Tokyo, in molti altri posti e nella piazza centrale di Yakuza si trovano queste maree di armadietti a tempo/soldi. Ci piazzi dentro la roba, metti i soldi che ci devi mettere, chiudi e ti porti via la chiave. Comodi e funzionali, rappresentano una risorsa preziosissima per il turista dalle mani bucate che non vuole trascinarsi dietro sacchetti e sacchettoni tutto il giorno.

Batting stadium
Li avrete sicuramente visti in un sacco di film o di cartoni animati: degli stadietti al chiuso in cui ci si mette in postazione, armati di mazza da baseball, e si tenta di respingere le palle lanciate da una macchina automatizzata. Pure questi stanno in Yakuza, che non si fa mancare uno stereotipo che sia uno.

Famitsu
A occhio penso che buona parte di quelli che frequentano questo blog sappiano perfettamente di cosa si tratta. Comunque, è la rivista giapponese di videogiochi più famosa e rinomata (o perlomeno come tale la si percepisce al di fuori del Giappone). Nelle recensioni, il punteggio viene assegnato su una scala “teorica” da 4 a 40, e nasce dalla somma dei voti in decimi assegnati da quattro persone diverse. Il sito ufficiale.

Kaitenzushi (o Kaiten Sushi)
Un luogo di perdizione. In mezzo ci stanno i cuochi, con tutto il materiale per preparare sushi e sashimi. Attorno a loro un nastro trasportatore su cui appoggiano i piattini con le pietanze. A seconda del ristorante, o dell’orario, i piattini possono essere tutti uguali o di prezzi diversi (identificati dal colore). Attorno al nastro trasportatore ci si siede e ci si gestisce. Ai camerieri si può chiedere dell’acqua, delle bibite, o magari una zuppetta di miso, ma per il resto è tutto “self”. C’è il distributorino di the “da postazione”, ci sono gli scatolozzi con rafano e zenzero, ci sono i diversi tipi di salsa di soia. Quelli che abbiamo frequentato noi sono anche abbastanza “occidentalizzati”, con foglietti di istruzioni e spiegazioni anglofone su quale salsa di soia usare con che tipo di sushi (io, prima di andare in Giappone, manco sapevo che ci fossero tipi diversi di salsa di soia). Ah, non si spende molto, ma comunque si spende, ovviamente, in relazione a quel che si mangia. Comunque, per capirci, io e la Rumi, che siamo dei noti scofanatori selvaggi, la volta che abbiamo speso di più abbiam tirato fuori 25 euro. Totali, eh! Scheda su wikipedia.

giopep in Japan – Bambole di Natale


DISCLAIMER: Ma facciamo anche senza.

Tokyo, 24 dicembre 2006.
La giornata si apre con un’abbondante colazione, fatta di caffé (o quasi: una specie di Nescafé giapponese), onigiri e succo di pompelmo. Dopo esserci riempiti a dovere, decidiamo di avviarci, diretti verso la zona di Harajuku. La domenica mattina non è proprio il momento più vitale della settimana anche in Giappone, ma piano piano la città si animerà. Zompiamo sulla Yamanote e scendiamo ad Harajuku, dove decidiamo di aprire le danze visitando lo Yoyogi Koen, il parco più grande di Tokyo. Mentre ci dirigiamo all’ingresso più vicino, notiamo sulla sinistra lo Yoyogi National Stadium, un palazzetto olimpico progettato da Kenzo Tange e costruito in occasione delle Olimpiadi del 1964. Il parco è letteralmente invaso dai corvi, che gracchiano ininterrottamente e contribuiscono a dare vita a un’atmosfera davvero particolare. Ce lo gironzoliamo placidamente, seguendo un po’ a caso le indicazioni delle mappe sparse in giro e abbandonandoci alla piacevole giornata.

Dopo essere spuntati fuori dal lato occidentale, costeggiamo il parco verso nord, passando davanti all’Olympic Youth Center e raggiungendo l’ingresso settentrionale della zona di Meiji-Jingu, che racchiude un grosso tempio shintoista e un notevole parco. Subito prima di entrare, ci attardiamo a sbirciare dentro una piccola scuola di equitazione, dove una bimba sta imparando a cavalcare. Proprio qui acquisto per la prima volta una cioccolata calda da uno dei cento milioni di distributori automatici che popolano il Giappone. Mentre sorseggio la mia sorprendentemente gustosa bibita calda, attraversiamo l’ingresso e ci inoltriamo nella foresta, passando davanti a varie costruzioni e raggiungendo questo bello spazio aperto, dove mi svacco e mi metto a scattare foto inutili mentre Elena ne scatta a me. Si rimane un po’ lì a rilassarci, osservando i palazzi in lontananza e sbirciando nel laghetto in basso. La giornata è complessa, perché sono tormentato da un piede e un ginocchio doloranti per le fatiche del giorno precedente, ma trovo la forza incosciente di proseguire.


La marcia riprende placida e, fra alberi e ponticelli, ci dirigiamo verso la costruzione principale. Qui gironzoliamo sbirciando in giro, fra gente in preghiera e negozietti di ammenicoli votivi, e scattando foto a cancelli, torri, decorazioni, monaci, porte e altre cosette sfiziose. Per esempio la sfilza di tavolette votive, 500 yen l’una, nientemeno, su cui bisogna scrivere i propri desideri. Poi ci pensano i monaci e le divinità. Già che ci sono, colgo l’occasione per eseguire, per la prima volta, la procedura di lavaggio “purificatorio” che fino a quel momento avevo trascurato (e che bisognerebbe eseguire sempre, prima di entrare in un tempio). Dopo una bella visita, decidiamo di allontanarci, non prima di aver fotografato furtivamente una ragazza in “uniforme” e un’altra costruzione a caso. Proseguiamo fino all’ingresso principale e decidiamo di trascurare il Jingu Naien, un giardino tradizionale (ovviamente a pagamento) che, probabilmente, in inverno non offre proprio il meglio di sé. E allora, dopo aver dato un’occhiata ai bariloni di sake, ci avviamo verso l’uscita del parco (non prima di aver fatto tappa al negozio di souvenir, dove tiriamo su qualche cagata).

Uscendo dal parco, passiamo sul ponte che collega l’area del santuario con la stazione, famoso per le ragazze che vi si ritrovano addobbate con costumi e vestiti a dir poco variopinti. Siamo ancora in tarda mattinata, quindi ce ne sono pochine, ma ci fermiamo comunque a sbirciare un po’. Dopodiché attraversiamo la strada e ci facciamo un giretto all’interno di Snoopy Town, un negozio interamente dedicato ai personaggi di Charles Schulz. Dopo aver eroicamente resistito alla tentazione di spendere lì dentro tutti i soldi rimasti, ci infiliamo in Takeshita Dori, la via che vedete in foto qua sopra. Takeshita Dori è, in sostanza, una via pedonale estremamente gggiovane, straripante di fast food e negozi di vestiti e altro (che so, moda per cani, giocattoli… Porta Portese…). Ce la giriamo con calma, arrivando fino all’incrocio con la più grande (e trafficata) Meiji Dori, che seguiamo verso nord per raggiungere l’area del santuario Togo Jinja.

Attraversato il solito tori d’accesso, gironzoliamo su questa specie di pontile, che offre una bella vista su un laghetto strapieno di carpe, ci arrampichiamo lungo una scala che fa molto Forbidden Siren e raggiungiamo il tempio vero e proprio (dedicato all’ammiraglio Togo Heihachiro, che guidò la flotta giapponese alla vittoria contro i russi nella guerra di inizio ventesimo secolo). Mentre esploriamo il posto, ci rendiamo conto di essere capitati nel bel mezzo di un matrimonio e ci ritroviamo ad osservare la cerimonia a bocca spalancata. Purtroppo la batteria della fotocamera ci abbandona (la stanchezza della sera prima mi ha fatto dimenticare di metterla in carica) e da qui in poi dovremo ripiegare su quella, pezzentissima, di riserva (con cui peraltro Elena gira al volo un filmatino della cerimonia. La qualità è quella che è, ma perlomeno si sente la musica).

Dopo esserci fatti una sana dose di cazzi altrui scendiamo un’altra scalinata e ci ritroviamo in un affascinante mercatino d’antiquariato, che – leggo sulla guida – si tiene ogni prima e quarta domenica del mese. Facciamo un veloce giro fra le bancarelle e Elena si diletta a fotografare un paio di bambole. Dopodiché, dato che il tempo inizia a farsi tiranno, decidiamo di allontanarci e fuggire verso il ristorante. Il luogo scelto è Maisen, uno fra i ristoranti di Tonkatsu più famosi e amati di Tokyo. L’avevo individuato giorni prima sulla guida e avevo subito deciso che, il giorno in cui saremmo passati da Harajuku, avremmo mangiato lì, nella zona di Aoyama, circa cinquecento metro a sudest del Togo Jinja. Lungo il cammino, ci soffermiamo a osservare un’area un po’ più “residenziale” del quartiere, incappando anche, in un vicoletto, in un simpatico murales. Da notare che, ancora una volta, la mappetta della Rough Guide si rivela mostruosamente precisa: il ristorante è esattamente all’angolo di strada indicato.

Ci infiliamo nel posto e veniamo fatti accomodare sulle panche d’attesa. La maggior parte dei ristoranti giapponesi, infatti, è dotata di una lunga fila di panche dove la gente che deve attendere può accomodarsi. Ogni volta che qualcuno viene fatto accomodare al tavolo (e libera quindi dello spazio in testa alle panche), tutta la coda si alza e “trasla” con ordine. In genere, perlomeno nei posti in cui siamo stati, l’attesa non è molto lunga. I giapponesi, infatti, tendono a gestire il pasto abbastanza in fretta, senza soffermarsi più di tanto nella fase “relax” del dopo mangiato. Durante l’attesa sbirciamo il menu che ci viene consegnato e iniziamo a decidere cosa dovremo mangiare. Una volta fatti accomodare, optiamo per due menu diversi, ovviamente entrambi a base di tonkatsu. E già al primo assaggio ci rendiamo conto di essere capitati in una sorta di Eden. Avevo già delirato al riguardo qui, ma tocca ribadire: una cotoletta di maiale così buona non l’avevo davvero mai mangiata. Ma al di là dei paragoni, si parla di qualcosa di incredibile proprio di suo. Ogni morso è un’esplosione di gioia. Mentre mangiavo avevo letteralmente le lacrime agli occhi, per quanto mi stava piacendo.

Ah, il menu comprende, oltre alla cotoletta e all’inevitabile contorno di riso bianco, una serie di cazzetti e cazzettini da mangiare. Ovviamente i cazzetti e i cazzettini dipendono dal menu che si è scelto, ma la sostanza non cambia di molto. Sul tavolo c’è tutta una serie di barattolini da cui pescare le varie salse da spargere sopra alla cotoletta. Inoltre, con alcuni tipi di tonkatsu viene servita una salsa speciale apposita (è capitato ad Elena). Una volta finito di godere, ci alziamo e fuggiamo, ricevendo peraltro alla cassa un gentile omaggio natalizio fatto di panini contenenti, sigh, altro delizioso tonkatsu. Da notare che all’interno del risorante c’è proprio una specie di mini negozietto, in cui è possibile comprare questo genere di cose.


Una volta usciti, ci dirigiamo verso sud, scendendo dalla collina su cui si trova il quartierino del ristorante e dirigendoci verso Omotesando. Lungo il tragitto ci imbattiamo in una roba che non so cosa sia ma che Elena vuole fotografare. Spuntiamo in Omotesando e la percorriamo verso la stazione. Per la cronaca, trattasi di una via parecchio ampia, satura di macchine e persone, in cui si trovano uno sproposito di negozi (fra cui il Kiddyland visitato il giorno prima). Arrivati in fondo alla via ci ritroviamo nella zona della stazione, che nel frattempo si è decisamente popolata: sul ponte è ormai pieno di ragazzine vestite in modo allucinante e davanti alla stazione c’è un gruppo di tamarretti giapponesi che cantano una qualche canzone rockeggiante. Ma non c’è tempo, dobbiamo fuggire. Zompiamo sulla Yamanote e, dopo un paio di cambi, ci ritroviamo sul treno della metropolitana che ci deve portare a Odaiba.

Odaiba è il quartierino che si affaccia sulla baia, meta di coppiette amoreggianti e turisti curiosi. Ma ne parlerò più avanti, quando racconterò della sera in cui siamo andati a gironzolarvi senza particolare meta. In quest’occasione, infatti, la meta è ben precisa: una fiera di bambole quasi interamente dedicata alle Super Dollfie che si tiene a Tokyo quattro volte l’anno. Il tutto si svolge all’interno del Tokyo Big Sight (sito ufficiale), un complesso fieristico enorme e, ovviamente, modernissimo. Arrivati alla stazione di Kokusai Tenjijo, scendiamo dal treno e ci dirigiamo verso il luogo del delitto. Mano a mano che ci si avvicina al posto, cominciamo a incrociare persone cariche di sacchetti e sacchettoni, presumibilmente gravidi di bambole. Elena prevede di fare spese e andiamo quindi alla ricerca di uno sportello ATM per prelevare. Infilandoci in un supermercatino abbiamo la conferma definitiva del fatto che gli ATM che si trovano al loro interno non supportano le carte internazionali. Ma d’altra parte ci troviamo in un importante complesso fieristico e, come è solo logico che sia, al suo interno troviamo uno sportello internazionale da cui ci approvvigioniamo.

La fiera, dimensioni spropositate a parte, non è particolarmente diversa dalla classica fiera specializzata italiana, con una lunga serie di tavoli e tavolini addobbati dai vari espositori e un paio di sezioni “big” gestite in prima persona dalla Volks (fra cui un’esposizione dedicata alle fiabe). Si gironzola, si osserva, si basisce e si compra, in un vero tripudio di bambole. Elena, ovviamente, scatta una marea di fotografie, delle quali infilo qui qualche esempio.


Elena investe un po’ di soldi in vestiti e controvestitini, fra cui un kimono comprato a questo banchetto, gestito da una signora molto simpatica e che si rivelerà poi essere una specie di star dell’ambiente, rispettata e riverita dalle appassionate (ma che Elena sul momento non aveva riconosciuto). Una volta concluso l’epico tour, usciamo, ci rilassiamo un’attimo sulle panche e ci avviamo verso l’uscita, pronti a inforcare la monorotaia Yurikamome, che praticamente collega per direttissima Shimbashi e Odaiba. Nel giro di mezzoretta siamo in albergo, dove ci fermiamo un po’ a rilassarci. Dopodiché si esce di nuovo, diretti verso Roppongi Hills, dove si arriva abbastanza comodamente con la metropolitana.

Roppongi Hills (qui il sito ufficiale) è una roba impressionante: praticamente un centro commerciale grosso come un piccolo quartiere. Ci sono due enormi palazzi, il più grosso dei quali, oltre a negozi e ristoranti, contiene anche svariati uffici (la foto purtroppo è venuta mossa). Oltre a questi, ci sono altre costruzioni, un cinema e svariate aree all’aperto. Una cosa incredibile, abnorme, in cui è davvero impossibile orientarsi senza fare casino e andare anche un po’ a caso. Fra mappe, volantini e indicazioni strane, vaghiamo alla disperata, visitiamo il posto e raggiungiamo anche un ristorante di sushi, ma il posto straborda di gente (la vigilia di Natale, a quanto pare, è una sera in cui tutte le coppiette se ne vanno a cena fuori) e allora decidiamo di gironzolare ancora un po’ e andarcene poi a mangiare in albergo, all’insegna del relax. Ci strafoghiamo con l’Akebono Crab di Kazuhisa, dei Ritz comprati per l’occasione e i panini del Maisen e, dopo un po’ di relax, sveniamo alla disperata.

Altre cose
Tonkatsu
Molto semplicemente, cotoletta di maiale. La panatura è abbastanza simile a quella italiana, anche se, a quanto ho capito, si utilizza una mollica di pane tipicamente giapponese. La consistenza e il sapore, quando è di qualità, hanno del paradisiaco. Si mangia “impreziosita” da una salsa apposita. Scheda su wikipedia.

Distributori automatici
Il Giappone è pieno di distributori automatici di bibite, calde e fredde. Se ne trovano veramente ad ogni angolo di strada e sono comodi non solo per recuperare da bere, ma anche perché sono quasi sempre accompagnati da un cestino della spazzatura (oggetto invero abbastanza raro, nella terra del Sol Levante). I distributori accettano monete e banconote, danno il resto e sono tenuti in perfetto stato. Insomma, niente a che vedere con i distributori di malattie infettive che si trovano nella metropolitana milanese. Nella stragrande maggioranza di questi distributori si trovano solo acqua, bibite gasate e bevande calde (caffé, the, cioccolata), mentre gli alcolici sono stati più o meno banditi. Di scenette alla Maison Ikkoku con Godai e amici che si sbronzano al distributore, insomma, è difficile vederne.

giopep in Japan – Emperor Tsubasa


DISCLAIMER: Questi racconti si basano sulla mia esperienza diretta e sulle mie conoscenze personali. Posso quindi finire per scrivere inesattezze, magari anche scemenze colossali. Eventuali correzioni saranno più che gradite.

Tokyo, 23 dicembre 2006.
Il risveglio, come ovvio, è abbastanza anticipato. Del resto, fra fuso orario e stanchezza, ci siamo addormentati molto presto. Io mi desto intorno alle 6:30, ma Elena è anima in pena vagante già da almeno un’ora. Dopo esserci serviti un the con l’apposita attrezzatura presente in camera, ci prepariamo a uscire. Il programma della mattinata prevede un giro al palazzo imperiale, che di norma apre le sue porte solo su prenotazione, a chi segue una visita guidata di quelle gestite dalla Imperial Household Agency. Oltretutto la cosa non si può fare durante il fine settimana. Epperò, il 23 dicembre è il compleanno dell’imperatore, e questo cambia tutto, dato che si tratta di uno degli unici due giorni (l’altro è il 2 gennaio) in cui l’accesso è aperto a tutti, seppur regolato nell’afflusso: si entra dalle 9:30 alle 11:20 e si viene fatti avanzare a scaglioni, per assistere a una delle tre apparizioni (10:20, 11:05, 11:40). Il popolino può così entrare in zone normalmente ad esso precluse e salutare la famiglia imperiale, che si affaccia da una balconata (protetta da vetri antiproiettile). Insomma, un evento sfizioso, curioso e impossibile da schivare, considerando che capitiamo in zona proprio in quei giorni. Oltretutto, rappresenta anche l’unico modo per visitare in giornata il parco orientale del palazzo (altrimenti noto come Higashi Gyoen), normalmente aperto al pubblico, ma momentaneamente chiuso.

Visto che è tutto sommato presto, decidiamo di andare fino al palazzo a piedi, seguendo la ferrovia e cazzeggiando attorno alla zona della Yamanote. La prima tappa, però, è rappresentata da un posto in cui fare colazione. Ci infiliamo così in un Doutor che si trova subito fuori dalla stazione di Shimbashi. Doutor è sostanzialmente un clone giapponese di Starbucks, specializzato però nel solo caffé. In pratica, niente cioccolata calda. Si va quindi di cappuccino e dolciume vario. Il tutto è gestito in maniera molto occidentale, comunque. Una volta consumata la colazione, il vassoio va schiaffato su una specie di mensola, da cui chi si occupa di pulire lo recupera senza passare dal via. Lì di fianco c’è sempre una postazione da cui pescare un bicchiere d’acqua: può essere una brocca o un rubinettino, in ogni caso ci sono svagonate di bicchieri per servirsi tranquillamente.

Una volta gestita la colazione, decidiamo di passare dall’ufficio biglietti della JR per prenotare il viaggio sullo Shinkansen: ci muoveremo nel periodo di capodanno e, da quanto abbiamo letto, se c’è un momento dell’anno in cui l’intero Giappone si mette in viaggio, è proprio quello. La gestione della cosa è tranquilla e semplice, perché la tipa dietro al bancone si esprime molto bene in inglese. Fra l’altro, osservare gli impiegati JR al lavoro è davvero affascinante, perché gestiscono il tutto agendo su un enorme touch screen e, contemporaneamente, una specie di mega tastiera stranissima. Vederli muovere abilmente le mani sui due sistemi di controllo è ipnotico.

Prenotiamo insomma il biglietto per l’andata verso Kyoto (prevista per il 28 dicembre) e decidiamo improvvidamente di non portarci avanti e prenotare anche il ritorno (“Ma sì, dai, riflettiamo un attimo sull’orario e prenotiamo più avanti, tanto non sembra problematico”). Riparte quindi la marcia verso il palazzo imperiale, effettuata sostanzialmente costeggiando il fronte occidentale della ferrovia, passando di fianco a spettacolari alberghi, affascinanti ristorantini e una sede di Bic Camera (ne parlerò in futuro). Dopo una piacevole camminata arriviamo nella zona della Tokyo Station e, prima di dirigerci verso il palazzo, diamo una veloce esploratina, per individuare meglio il punto (davanti al Marunouchi Building) in cui dovremo incontrarci con Kazuhisa. Orientarsi si conferma abbastanza semplice, sicuramente anche grazie alle mappette della Rough Guide, ma soprattutto perché davvero ovunque ci si giri si trovano per strada mappe più o meno dettagliate pronte per essere consultate dai turisti. E finalmente giungiamo nell’area del palazzo imperiale. E c’è una marea di gente.


Una volta passato il ponticello per superare il fossato esterno, ci si incammina per il vialone, che porta all’area dei controlli. Lungo la strada incappiamo in un gruppo di tizi e ragazzini che distribuiscono bandierine del Giappone fatte in carta di riso, pronte per essere sventolate quando sarà il momento topico. Poi ci sono una serie di tappe in cui vengono controllate velocemente le borse, le tasche eccetera… un po’ tipo ingresso allo stadio. Passati i controlli, ci si intruppa in fila e si sale verso il ponte che conduce all’ingresso dell’area interna, quella in cui normalmente non si può entrare. Mentre in alto comincia ad apparire il palazzo, facciamo caso a parecchie facce occidentali sparse fra la folla. Di gaijin ce n’è davvero tanti e tanti ne noterò nei giorni a venire (un sacco di italiani, fra l’altro). La cosa interessante è che si vede una marea di uomini occidentali accompagnati da pulzelle autoctone. Evidentemente il maschio d’occidente fa tendenza.

Una volta attraversato l’ultimo fossato, si arriva a destinazione e ci si piazza – in maniera ovviamente molto ordinata – davanti alla balconata su cui si affaccerà la famiglia imperiale. Alle nostre spalle c’è uno stuolo di fotografi, mentre di fronte si trova quello che sarà il luogo del delitto. Durante l’attesa il sole comincia ad alzarsi sopra agli alberi e il caldo aumenta, rendendo di fatto la giornata sempre più piacevole, oltre che perfetta per il calcetto che seguirà nel pomeriggio. Dopo una ventina di minuti, ovviamente in totale puntualità, l’imperatore si mostra (zoom e filmato), sommerso da un coro di “Banzai”. Terminato il caos, l’imperatore si esibisce in un breve discorso, al termine del quale ricomincia il delirio di bandierine e saluti urlati (filmato due e filmato tre). Dopodiché ci si incammina verso il basso e verso l’uscita, per far posto a chi arriverà dopo di noi. Da qui decidiamo di cogliere l’occasione per farci un giro nel parco orientale.


Ci dirigiamo verso nord, raggiungendo questo enorme spiazzo, che in primavera, quando tutto è fiorito e le folle si svaccano a fare pic-nic, dev’essere davvero uno spettacolo. Fra foto ad alberelli, a mappe scolpite su pietrone e alle turche giapponesi, proseguiamo il nostro giro, inerpicandoci su questa piccola rocca, scrutando la Imperial Music Hall e notando in lontananza il tetto del Budokan (mitico palazzetto dello sport famoso per le competizioni di arti marziali e per i tanti concerti). Il parco è molto bello e passeggiare è un piacere. Non manca, ovviamente, il negozietto di souvenir, cui altrettanto ovviamente lasciamo giù un corposo obolo. Visto che c’è ancora un po’ di tempo prima dell’appuntamento con Kazuhisa, decidiamo di uscire dalle mura e procedere verso nord, andando a dare un’occhiata da vicino al Budokan e proseguendo poi verso lo Yasukuni Jinja.

Mentre ci avviciniamo, spunta fra gli alberi un Torii (sorta di “porte” enormi) in acciaio grigio, abbaiato come il più alto del Giappone. Dopo esserci passati sotto, proseguiamo, raggiungendo il tempio, famigerato per il suo aver promosso nel tempo un forte sentimento nazionalista. Interessante, sulla sinistra, l’esposizione di ikebana (in poche parole, l’arte di disporre i fiori). Probabilmente altrettanto interessante, sulla destra, il museo militare, ma ormai è tardi e tocca fuggire: prendiamo al volo la metropolitana (Elena fotografa il simpatico adesivo che ho usato in apertura qui) e, una volta raggiunta la Tokyo Station, ci separiamo, perché io devo correre, ovviamente in ritardo, all’appuntamento. Kazuhisa mi aspetta al Marunouchi Building, che per fortuna trovo abbastanza velocemente, grazie alle mai troppo lodate mappe per turisti piazzate, lo ribadisco, praticamente ad ogni angolo di strada.

Una volta zompati in macchina, ci dirigiamo verso l’autostrada. Nell’autoradio c’è un CD dei Led Zeppelin, che Kazuhisa mi spiega essere tuttora molto popolari in Giappone. Al casello vedo spuntare una mano dal gabbiotto: Kazu ferma la macchina e un tipo si affaccia per esigere l’obolo. Dopodiché si parte e ci si dirige verso la prefettura di Saitama (una mezzoretta circa a nord di Tokyo). Una volta arrivati in zona, facciamo una tappa a una specie di autogrill, dove recupero un paio di tramezzini (non sia mai che affronti il calcetto a stomaco vuoto) e dove incontriamo alcuni degli amici di Kazuhisa. Ci si dirige quindi alla zona dove si giocherà: una specie di enorme parco, con strutture di un po’ tutti i tipi. Ci sono prati enormi, campi da calcio e via dicendo, tutto pubblico e pronto all’uso.

Kazuhisa, gentilissimo, mi ha procurato maglietta (del Milan), pantaloncini e scarpe. Queste ultime, però, nonostante gli avessi comunicato la taglia e mi fossi sentito dire che ho dei piedi molto grossi, si rivelano troppo piccole, anche se di poco. Per fortuna mi ero portato le mie! Fra l’altro spunta uno dei suoi amici, tale Shunsuke, che mi regala un paio di calzettoni nuovi (scoprirò poi che lavora in un negozio di articoli sportivi). Il gruppetto di amici, comunque, è splendido. C’è gente di tutti i tipi e, quando poi giocheremo, si rivelerà sostanzialmente il classico gruppo di disperati che si beccano per giocare a calcetto a tempo perso, come ce ne sono in tutto il mondo, temo. C’è quello forte, lo scarsone, quello bravo che gioca nella squadra di sarcazzo categoria, il ragazzino talentuoso e via di questo passo.

Anzi, dai, commentiamo al volo quelli che mi ricordo meglio della foto lì in cima. Ma già che ci siamo la rimetto qua sotto, la foto. Foto che, peraltro, è incredibile: sembra un fotomontaggio. Voglio dire, guardatemi: praticamente sono il doppio di chiunque altro! E il bello è che mentre ero lì non me ne rendevo conto. Che fossero quasi tutti più bassi di me, beh, era evidente, ma mentre ero lì a giocare non mi rendevo assolutamente conto di essere largo il doppio di chiunque. La cosa è probabilmente dovuta al fatto di non avere sott’occhio un altro occidentale come termine di paragone visivo, ma resta il fatto che, quando ho visto per la prima volta quest’immagine, ci sono rimasto di stucco.


Comunque, fra quelli in piedi, partendo da sinistra, il secondo è Masakazu, un tizio che mi ha ricordato parecchio il Cobra (e chi lo conosce avrà già un’idea precisa). Travolgente parlantina, buon inglese (ha vissuto qualche anno in Germania), si rivelerà un gran compagnone alla cena del 26 dicembre. Di fianco a lui, terzo da sinistra, c’è il campione giapponese di Winning Eleven, quello che, per chi se lo ricorda, mi aveva devastato un paio di anni fa all’evento organizzato in Sardegna per PES5. Subito di fianco a lui, con la maglia del Milan, si trova “quello forte che gioca in una squadra pro”. E in effetti forte lo è per davvero. Poi, in maglietta rossa, potete ammirare un tipo simpatico, con una faccia che più giapponese non si può, veloce e pure bravino. L’ultimo sulla destra è un grandissimo, vocione, serioso ma simpaticissimo, padre del ragazzino con la maglia del Barcelona che gli sta davanti. Il figlio, pure, bello talentuoso, il classico ragazzetto forte che in ‘ste situazioni da calcetto qualcuno si porta sempre dietro. Fra quelli chinati, segnalo in particolare il faccia da pirla che si trova dietro di me. Praticamente è il giullare del gruppo, e dovreste averlo ammirato qui. Simpaticissimo, anche se non spiccica mezza parola d’inglese. Degno suo compare, sempre fra i chinati, quello con la maglia scura, simpatico e disponibile, anche se un po’ timido. Quello più a sinistra, invece, è il già citato Shunsuke. Infine, accucciati assieme a me, si trovano un simpaticone con la maglia del Milan e la sua promessa sposa, personaggio fondamentale perché dotata di una buona conoscenza dell’inglese e quindi ottima per la chiacchiera spicciola. Purtroppo sono una merda e non mi ricordo i nomi, ma vabbé, ho pure la scusante di essermi sentito dire tutti assieme una sfilza di nomi esotici. Ah, Kazuhisa non si vede perché sta scattando la foto.

A proposito di Kazuhisa: è il capetto, l’organizzatore. Praticamente come il sottoscritto. Gestisce tutto, spiega cosa si farà, organizza e crea. Dopo un breve riscaldamento, che io trascorro per lo più ingozzandomi coi tramezzini, ci si mette tutti in cerchio e c’è una serie di presentazioni incrociate, ovviamente condite da veloci inchini. La gentile ragazza mi fa da interprete (e io sto cominciando a vergognarmi di non ricordare il suo nome) e bene o male capisco cosa sta succedendo. Dato che il campo è occupato, in attesa che si liberi ci lanciamo in una partitella di riscaldamento… a quattro porte (fatte coi coni). Una su ogni lato, due per squadra, un delirio. Non si contano le volte in cui sono tranquillo perché sto difendendo la porta alle mie spalle e mi vedo scappare via l’uomo che va a fare gol nell’altra. Momenti di vera angoscia. Per di più questi corrono come treni e io sono fermo da oltre un mese. Insomma, finché dura va bene, ma le prospettive sul lungo termine sono di collasso imminente.

Ad ogni modo, una volta finita la partitella ci si sposta nella zona dell’ormai liberato campo, che è molto grosso, almeno per i miei standard. Voglio dire, io sono abituato a giocare in 5 contro 5, mentre qua si giocherà con due squadre da nove uomini. E il campo è grande di conseguenza. Si vota se giocare sul campo intero o a metà campo (ma sì, dai, campo intero, facciamoci del male) e ci si butta nella mischia. Quelli che saranno i miei compagni mi chiedono in che ruolo gioco, “Defence”, in che posizione, “Center”, e commentano il tutto con un “Ooooh!” dei loro, di quelli che davvero adoro. In realtà la mia totale confusione tattica sarà palese nel giro di pochi minuti, ma è pur vero che – come in ogni situazione da calcetto scazzo che si rispetti – di gente in grado di tenere la posizione si rivelerà essercene pochina. La mia scarsa condizione fisica, comunque, piano piano emerge sempre più, nonostante io cerchi di risparmiarmi. Ad ogni modo, fra gli highlight della prima partitella emergono il primo di una lunga serie di infortuni (rubo palla a Kazuhisa e lui, nello slancio, mi premia devastandomi i nervi della gamba con una ginocchiata) e i miei compagni che, vedendomi “bestio e grosso”, mi invitano a salire su ogni calcio d’angolo.

La partitella, come detto, è solo la prima. Anzi, per essere più precisi, è il primo di quattro tempi, da non so quanti minuti, che a me sembreranno tutti lunghissimi. Grazie al cielo i successivi tre si decide di giocarli su metà campo (tirando su delle porte arrugginite abbandonate ai lati), ma questo non mi impedirà di ritrovarmi letteralmente moribondo durante l’ultima frazione. All’inizio di ogni “tempo” si rimescolano le squadre, estraendole a sorte pescando carte da gioco. Nel complesso, prima di stramazzare al suolo, trovo qualche vago momento di gloria, per esempio quando, subito dopo aver rubato una palla a metà campo, sento qualcuno alle mie spalle esclamare “Gattuso!”, e quando riesco addirittura a tirare in porta e centrare un incrocio dei pali. Il gioco è comunque molto “isi” ed evito di buttarla troppo sul fisico, un po’ perché la mia condizione limita l’agonismo, un po’ perché se provo ad alzare un braccio finisco per piantare le mani in faccia alla gente. Fa davvero impressione, non avere minimamente il senso delle proporzioni per la gente contro cui stai giocando!

In ogni caso, il pomeriggio scorre divertentissimo, immerso in gente che urla continuamente “Shuto”, “Heado” e “Andresan”, che si diverte e mi fa divertire un mondo, che è sempre adorabile in quella loro fantastica, allucinante ed esagerata teatralità. Non ho idea di come siano finite le varie partitelle, non è che si tenesse proprio il punteggio, anche perché si rimescolavano le squadre a ogni intervallo. Peraltro si è chiuso con la classica “chi segna vince”, e ha segnato la mia squadra. Ah, fra l’altro, sempre parlando di intervalli, sottolineo come ci fosse un gruppetto di accaniti fumatori, che coglieva ogni momento di pausa per farsi una dose. Da notare che erano dotati di una specie di posacenere portatile. Un cilindretto con sportellino, da usare per non seminare cenere in giro. Sul momento rimango di sasso, ma nei giorni successivi ne vedrò anche altri, in giro per Tokyo.

Una volta giunti al termine del pomeriggio mortale, ci si riunisce tutti in preda all’agonia e si scatta qualche foto celebrativa. Kazuhisa, poi, tira fuori il sacco di Babbo Natale, carico di regali e regalini per tutti, da pescare a caso. Io mi ritrovo con una scatolazza di Akebono Crab. Granchio, insomma. Uno dei tanti regali che vedo scartare è una pistola che produce bolle di sapone a raffica. Meraviglioso il coro di “Ooooooh!” – detto, ancora, con quell’intonazione tipicamente giapponese – sparato da tutti quando vedono svolazzare le bolle. Giunge quindi il momento dei saluti e io, dopo essermi velocemente cambiato, zompo nella macchina di Kazuhisa, dove veniamo raggiunti anche dalla felice coppietta anglofona/fidanzato.


Ci si dirige quindi verso Ikebukuro, il quartiere di Tokyo in cui vive Kazuhisa e dove abbiamo appuntamento con Elena, davanti a uno showroom di Superdollfie (un genere di bambole che tornerà d’attualità a Kyoto). La mia donzella ha passato il pomeriggio gironzolando per Shibuya, visitando negozietti e facendo qualche piccolo acquisto. Mi racconterà fra l’altro del posto in cui ha mangiato, nel quale tutti mangiano usando la forchetta per arrotolare gli spaghetti in un cucchiaio. Elena sostiene di aver dato spettacolo e generato ammirazione col suo inforcare e arrotolare spaghetti usando una sola mano. Durante il viaggio per raggiungerla, chiacchiero parecchio con l’anglofona, che mi svela di avere una sorella appassionata di Italia e italianerie. La chiacchiera piano piano si sposta su vari argomenti tipo il cibo e i nostri programmi dei giorni successivi. Le illustro per esempio svariati piatti della cucina italiana, spiegando da quali regioni provengono e arrivando addirittura a raccontarle di Cass@la e polenta, oltre che dei motivi per cui la pizza migliore non è che si mangi proprio a Milano. Salta fra l’altro fuori che il suo uomo è fanatico delle produzioni Studio Ghibli.

Comunque, si arriva all’incontro e, dopo aver raccattato Elena, Kazuhisa decide di farci un po’ da tassista, mostrandoci Omotesando, Shibuya, Shinjuku e qualche altra zonetta. Tre le tappe: un minimarket, un negozio di articoli sportivi in cui lavora Shunsuke, e Kiddy Land. Nel primo posto ci fermiamo perché sto letteralmente morendo e ho bisogno di liquidi. Il negozio di articoli sportivi, invece, “serve” per trovare la maglietta ufficiale della nazionale giapponese di calcio. Alberto di Supergulp mi ha chiesto di comprargliela e io eseguo. Kazuhisa parcheggia, ci accompagna e “gestisce” perché la maglietta mi venga pure data con ingente sconto. Infine, senza che gli venga chiesto nulla, Kazuhisa deposita noi e la gentile coppietta davanti a Kiddy Land e si piazza ad aspettare da solo in macchina per una mezz’ora buona. Questi giapponesi davvero non scherzano un cazzo, quando si tratta di far gentilezze!

Kiddy Land è un negozio di giocattoli. Un negozio di giocattoli che, come tutti i negozi giapponesi “di un certo peso”, si estende su più piani. Nel caso specifico si parla addirittura di sette piani. Sì, sette piani di giocattoli, ognuno col suo “argomento” specifico. C’è veramente da perdersi, tanto che la mezz’ora che ci siamo dati per l’esplorazione finisce per andarci tremendamente stretta (ma è comunque sufficiente per comprare una marea di cazzate e cazzatine). Una volta riuniti in macchina, Kazuhisa ci porta fino alla più vicina stazione dei treni e ci si saluta tutti, con la promessa di ribeccarci il 26. Già che ci siamo, colgo l’occasione per smollargli un regalino che gli abbiamo portato dall’Italia. Una volta a bordo del treno, mi accascio un po’ e finisco per collassare, proprio alla maniera dei giapponesi.

Già, i giapponesi che si addormentano in metropolitana/treno col collo a penzoloni. Adesso sì che li capisco: al di là del fatto che sono sicuramente sempre stanchi per le tirate lavorative, il punto è che in metropolitana, se si è seduti, in Giappone si sta da Dio. Sedili comodi, morbidi e strariscaldati, roba da friggersi le palle. L’abbiocco sale in men che non si dica e la testa crolla in avanti, anche perché il movimento è fluido, costante, cullante. Qui fra l’altro capisco finalmente da dove derivino le femmine coi capelli davanti agli occhi che infestano gli horror giapponesi: sono palesemente morte mentre erano addormentate in metropolitana!

Mentre collassiamo, il treno si ferma e una voce annuncia in giapponese che è fuori servizio. Sollevo una palpebra, guardo fuori e vedo un tizio che, gentilmente, mi fa il gesto delle braccia incrociate a formare una X (che sostanzialmente significa “chiuso”). Ringrazio con un cenno del capo e segnalo il dramma ad Elena. Tocca scendere e aspettare il treno successivo. Ad ogni modo, arriviamo all’albergo e io decido di lavarmi alla giapponese: prima una doccia con cui mi tolgo di dosso ogni minimo rimasuglio di schifo e poi un bel bagno caldo, rilassante e rigenerante. Dopodiché si esce per andare alla ricerca di cibo.

Decidiamo di restare nelle vicinanze e ci dirigiamo alla zona “di confine” fra Shimbashi e Ginza. Qui si trova infatti Little Okinawa, un ristorante specializzato in cucina tipica di Okinawa, la cui descrizione sulla guida mi aveva incuriosito (questo il sito ufficiale, smanettando un po’ a caso dovreste trovare anche una mappetta). Senza dimenticare il non indifferente pregio di essere aperto fino a mezzanotte: la maggior parte dei ristorantini chiude infatti ben prima, fra le nove e le dieci. Lungo la strada Elena scatta una foto al bambolone in vetrina nel negozio di giocattoli della sera prima e un’altra a una deliziosa insegna. Ci mettiamo un po’ a trovare il posto, perché non c’è un’insegna in caratteri occidentali e le due guide (Lonely Planet e Rough Guide) non sembrano concordi nell’indicarlo sulla mappa. Scopriremo poi che la Rough Guide era precisa al millimetro e decideremo per questo di fidarci in futuro solo di lei. Dopo essere passati davanti al posto almeno un paio di volte senza rendercene conto, stiamo per buttarci in un ristorante a caso, ma io ho l’illuminazione: mi dirigo a quel ristorante che sembrava sfizioso e che guardacaso si trovava proprio nella via indicata dalla Rough Guide. Osservo il menu piazzato davanti all’uscita: è tutto scritto in giapponese, ma c’è il numero di telefono, che confronto con quello riportato sulla guida. Ed è lui, signore e signori!

Ci infiliamo quindi nel posto e ci sediamo al bancone. I cuochi/camerieri non spiccicano una parola d’inglese, a parte il tipo che sta alla cassa e che ha l’aria del caporeparto. Ci sono comunque due menu, uno tutto in giapponese, ma con le foto, e uno in inglese. Una cliente seduta a fianco a noi e dotata di ottimo inglese attacca bottone e ci invita a rivolgerci a lei in caso di necessità. Si interroga inoltre su come abbiamo scoperto il posto e rimane parecchio stupita di sapere che era indicato su un paio di guide (genero fra l’altro ammirazione spiegando come ho capito che era il ristorante giusto). Ci dice oltretutto che siamo stati fortunati, perché in genere è difficile trovare subito posto a sedere (ma d’altra parte siamo anche arrivati abbastanza tardi). Comunque, esploro il menu, decido di andare a naso e seleziono un paio di cose dalle foto, in base a ciò che più mi ispira. Scoprirò poi di aver beccato la specialità della casa. Faccio invece una mezza figura di merda nell’ordinare da bere, quando chiedo del Sake e vedo il tipo dietro al bancone (peraltro simpaticissimo) guardarmi storto. La tizia anglofona mi spiega che in pratica il Sake non ha nulla a che vedere con Okinawa e lo tengono nel menu solo per far contenti i clienti di Tokyo, che generalmente vogliono berlo. Quindi ordino – abbastanza a testa bassa – un alcolico tradizionale di Okinawa (praticamente una grappa non troppo alcolica).


I ricordi sono abbastanza confusi, ma la foto dei resti aiuta. In primo piano potete ammirare gli avanzi dello stinco di maiale rosicchiato da Elena. In alto, accompagnato dallo spicchio di limone, c’è l’ultimo dei deliziosi pescetti fritti. Il piatto più lontano, quello vuoto, era mio, e conteneva una serie di fagottini fatti di non so cosa, dalle origini marittime. Cosparsi di limone e pucciati nel mucchietto di sale, erano una vera delizia (ed erano, per l’appunto, la specialità della casa). C’era anche qualcos’altro, ma ahimé, non ricordo. Mentre ci deliziamo con le varie portate, il più vispo dei cuochi (che cucinano veramente a un metro di distanza) ci intrattiene mostrandoci le foto della sua isoletta natale, che poi sarebbe appunto Okinawa.

Fra un sorso di grappazza, un morso al pescetto e una chiacchiera veloce con l’anglofona, la cena procede placida e si decide di ordinare un piatto bonus. Io mi butto su una zuppona di seppie, bella nera come la morte. Ovviamente a fine pasto mi ritroverò coi denti incatramati e una lunga serie di schizzi neri sparsi sulla felpa. Comunque la cena è deliziosa e il posto è consigliatissimo. Una volta concluso ci alziamo, paghiamo, intratteniamo un po’ il cassiere anglofono che chiede informazioni su “come si dice questo” e “come si dice quello” in italiano e ci defiliamo.

Sotto il cavalcavia della Shuto Expressway (un’autostrada, più o meno) che si trova praticamente davanti al ristorante c’è una lunga fila di negozi e ristoranti chiamata G-Zone. Elena si diletta a fotografare le “bomboniere“, dopodiché ci avviamo verso casa, facendo tappa a un combini di quelli “all night long” per recuperare qualche provvista. Una specie di Nescafé giapponese, del detersivo, un paio di onigiri e poco altro. Dopodiché, non prima di aver fatto una foto ai polpazzi e una alla maglia della Grecia campione d’Europa schiantata dentro una vetrina, ci dirigiamo finalmente in albergo, pronti alla morte.

Altre cose
Onigiri
I polpettazzi di riso che i personaggi dei fumetti e dei cartoni animati si strafogano di continuo. Generalmente triangolari e avvolti in alghe, gli onigiri hanno sempre dentro la “sorpresa”, sia essa dolce o salata. Sono fra gli snack più popolari in Giappone e infatti se ne trovano a raffica nei vari supermercati. Personalmente li adoro e non ho lasciato passare un singolo giorno senza accattarmene almeno uno. Scheda su Wikipedia.

Combini
In Giappone, perlomeno nelle grandi città come Tokyo e Kyoto, ci sono una marea di grandi e piccoli supermercati (“combini”, appunto), generalmente appartenenti a catene come 7-Eleven, aperti fino a tardi. L’impostazione in genere è un po’ sul modello dell’Esselunga, con quindi prodotti per la casa, alimentari, un banco frigo con roba pronta da mangiare (tipo gli onigiri, ma non solo), una sezione edicola e spesso anche dei fornetti e dei piani cottura con cibi caldi e pronti al consumo.

Imperial Household Agency
Un’agenzia governativa che, in sostanza, si occupa di gestire un po’ tutte le questioni riguardanti la famiglia dell’imperatore. Il che include anche l’aspetto più “turistico” di palazzi e ville imperiali. Tramite il loro sito è possibile scoprire quali sono le costruzioni che richiedono di prenotazione per essere visitate e conoscere eventuali procedure. C’è inoltre un calendario di eventi pubblici e tutta una serie di informazioni. Se volete visitare un po’ di questi luoghi, esploratelo per bene.

giopep in Japan – L’arrivo a Tokyo


DISCLAIMER: Questi racconti si basano sulla mia esperienza diretta e sulle mie conoscenze personali. Posso quindi finire per scrivere inesattezze, magari anche scemenze colossali. Eventuali correzioni saranno più che gradite.

Tokyo, 22 dicembre 2006.
Sono le 7:30 ora locale e sono sveglio da un’oretta, Elena da ben di più. D’altra parte ieri sera ero io quello più distrutto: circa 36 ore di veglia dopo aver dormito solo un paio d’ore prima della partenza. Ok che in aereo mi sono appisolato a più riprese, però… Comunque, il viaggio è stato divertente, soprattutto è stato straniante ritrovarsi su un volo diretto in Giappone. Come normale, la stragrande maggioranza dei passeggeri aveva gli occhi a mandorla, per cui già in volo ci si sentiva belli alieni. Ottimo, comunque, il pasto in stile nippo (si poteva scegliere, e ovviamente noi si è scelto per il porcello giapponesizzato, la zuppetta di miso eccetera). Ma soprattutto destarmi dal pisolo di metà viaggio e andare in mezzo all’aereo a prendere una scatoletta di noodle istantanei. Yummi.

L’arrivo all’aereoporto di Narita – in ritardo di un’ora – è emozionante. Insomma, stiamo entrando in un posto che ho sempre visto solo nei fumetti e nei cartoni (e in qualche film) e in cui ho sempre fantasticato di poter andare. L’immigrazione si gestisce abbastanza velocemente, con una procedura (foglietto da compilare e controllo documenti) molto simile a quella americana, anche se più veloce. All’uscita c’è pure la per me inedita ispezione del bagaglio a mano, ma è una cosa davvero innocua e velocissima (fra l’altro delle inservienti ci danno dei moduli da compilare per commentare la cosa, ma ci ricorderemo di farlo solo in pieno 2007, quando sarà ormai troppo tardi). Dopo aver prelevato un po’ di soldi a caso al bancomat, vado a ritirare il Japan Rail Pass. Ci sono tre commessi. Una parla bene inglese, una sembra uscita da Oxford, il terzo spiccica a malapena due parole. Ovviamente mi tocca lui. In qualche modo ci si capisce, riesco a ritirare il pass e a prenotare due posti sul Narita Express.

I cancelli d’ingresso alla ferrovia non vogliono farci passare, ma basta estrarre il Pass e mostrarlo al controllore e va tutto a posto. Così impariamo che tutte le volte che si piglia un mezzo JR e si ha a disposizione il Pass, bisogna sventolarlo passando nella corsia preferenziale. Arrivati giu in stazione, aspettiamo un po’. Nel frattempo notiamo l’estrema precisione del tutto: per terra son dipinte le frecce relative ai punti in cui si apriranno le porte del treno. Sul muro c’è indicata la carrozza che si fermerà lì. Noi abbiamo una prenotazione per la carrozza 7, quindi ci piazziamo di conseguenza. Quando arriva il treno, la gente scende, ma non si può salire subito: “cleaning time”! Ovviamente sia noi, sia un gruppetto di tedeschi, non sapendolo, proviamo a salire e veniamo gentilmente rimbalzati.


Una volta a bordo si parte, in questo treno che da dentro sembra un aereo, ma che sfreccia a velocità normale in mezzo alla campagna. A guardar fuori, se non si considerano i tetti alla giapponese e le colline sullo sfondo, sembra quasi di essere sul Malpensa Express. Il panorama non è poi troppo diverso da quello del Nord Italia. Ma in effetti bisogna pure escludere gli scorci “Forbidden Siren” con i paeselli fatti di casette, muretti, balconate ecc. Poi cominciano ad apparire i cartelli con le scritte in ostrogoto e si manifestano i primi grattacieli e a quel punto non ci sono davvero più dubbi. Durante il viaggio – che dura circa un’oretta – prendiamo dalla tipa col carrellino ambulante un’acqua e una coca, pagando tutto sommato pochino, anche se mi rendo conto che ci vorrà un po’ per entrare nella giusta mentalità in relazione ai prezzi.

Arrivati a Tokyo, al di là di qualche normale dubbio, ci gestiamo abbastanza bene. Soprattutto nelle stazioni dei treni e della metropolitana, ci sono sempre una marea di cartelli e mappe, e mi sembra che le informazioni indispensabili abbiano sempre sotto una traduzione in inglese. Nelle mappe, per esempio, sotto i nomi delle stazioni scritti in ideogrammi c’è la versione in caratteri occidentali. Sulle linee meno importanti, scoprirò poi, solo le fermate principali sono scritte anche in non ostrogoto. Fatte le due fermate per arrivare a Shimbashi, ci avviamo alla disperata e arriviamo all’hotel tutto sommato con discreta facilità. Numeri e nomi per le vie è difficile trovarne, ma le mappette sono molto precise nel fare riferimento a negozi e cartelli.

Il gestore dell’albergo è, ovviamente, di una gentilezza e una carineria disarmanti. La stanza è ottima, confortevole, col cucinino, la lavatrice dai comandi incomprensibili, la tazza del cesso autopulente e la vasca da bagno con doccia esterna. A proposito di tazza del cesso, vale la pena parlarne con un minimo di approfondimento. Si tratta del classico water alla giapponese di cui tutti, probabilmente, avrete sentito parlare. Beh, è spettacolare! Intanto l’asse è riscaldata, il che d’inverno è davvero un lusso clamoroso. E poi c’è la plancia di comando, fotografata nel post del 22 dicembre. I tasti principali sono abbastanza esplicativi: c’è lo spruzzino per farsi il bidé al buco del culo (due livelli di potenza), quello per le figliole, il getto d’aria per asciugarsi e il tasto di stop per fermare al volo qualsiasi cosa sia in funzione. Ora, io mi rendo anche conto che possa sembrare un po’ tutto folle, ma vi assicuro che funziona una meraviglia ed è comodissimo. Purtroppo non dovunque si trovano questi water. Ma quando c’era, l’ho sempre sfruttato appieno.

Dopo un po’ che siamo in camera a rilassarci e installarci, bussa alla porta l’omino dell’albergo, che mi deposita in mano un “Christmas present” costituito da una serie di prodotti per il bagno e si allontana producendosi in inchini a novanta gradi. Si decide di uscire, per evitare di cadere in coma, e di muoverci a piedi. A due passi dall’albergo, in direzione sudovest, troviamo il parco Shiba-Koen, che contiene il complesso di templi Zojo-Ji.


Il parco è tranquillo e rilassante, c’è un po’ di gente che passeggia e ci sono i bambinetti e le scolarette in uniforme. Queste ultime sono allucinanti, con le gambe nude a due gradi di temperatura, per forza che poi son color lapide. In lontananza, ma tutto sommato neanche troppo, si vede svettare la Tokyo Tower, su cui cominciamo a chiederci se valga la pena di farci subito un giretto. Dobbiamo far passare un po’ di tempo prima di incontrarci con Kazuhisa, e potrebbe essere una buona idea. Lo Shiba-Koen è diviso in più sezioni, separate fra di loro da strade anche molto trafficate. Nell’attraversarne una, incontriamo per la prima volta uno di questi ponti, che si trovano davvero ovunque e sono comodissimi per attraversare senza stare le ore ad attendere i semafori. Nell’avvicinarsi al nostro primo tempio nippo nappo si comincia a spalancare la bocca per questo scenario folle, che vede tetti tradizionali spuntare fra gli alberi, con enormi palazzoni a fare da sfondo. Zompettare per l’area del tempio significa incontrare per la prima volta tutte quelle cosette caratteristiche che abbiamo sempre visto nei fumetti e nei cartoni animati, tipo la sfilza di fogliettini annodati per chiedere il successo negli esami scolastici, oppure questi fantastici pippottini. E nel frattempo la Tokyo Tower è sempre più vicina.


Lo Zojo-Ji, leggo sulla guida, è il tempio di famiglia del clan Tokugawa. Come praticamente qualsiasi altro “sito” storico giapponese (perlomeno fra quelli da noi visitati), non si trova nel luogo in cui è stato inizialmente concepito ed è una ricostruzione eseguita in seguito alle devastazioni causate da incendi. Come poi impareremo essere cosa abbastanza comune, si tratta di un complesso di varie costruzioni, il cui ingresso è caratterizzato da una bella porta gigante e la cui area è piacevolissima da visitare passeggiando un po’ in giro a caso, dando anche un’occhiata all’interno del tempio. Mentre gironzoliamo fra statue, campanazze, cartelli puffettosi e altre robe interessanti, sempre con la Tokyo Tower che incombe da non troppo lontano, comincia ad avvicinarsi la sera. Decidiamo quindi di iniziare a muoverci verso destinazione, passando sul retro della costruzione principale, incappando in un bell’altare e un piccolo cimitero e dirigendoci verso ‘sta benedetta torre, sulla quale abbiamo nel frattempo deciso di farci un giro.


La Tokyo Tower, che per chi non lo sapesse è una riproduzione della Torre Eiffel alta 333 metri e dotata di due osservatori aperti al pubblico (il più alto dei quali si trova a 250 metri), da affrontare di sera è davvero uno spettacolo. Acquistiamo il biglietto doppio, che permette di accedere ad entrambi gli osservatori, ma tralasciamo il museo delle cere e altre amenità. Una volta arrivati all’osservatorio con il velocissimo ascensore, si trascorre tutto il tempo che si vuole cazzeggiando e gustandosi la città dall’alto, che di sera, tutta illuminata, è davvero uno spettacolo (talmente tanto che Elena arriva addirittura a commuoversi). Più che altro, quella vista notturna dall’alto sembra quasi dirlo chiaro e tondo: “Va bene, adesso siamo a Tokyo per davvero.” Provo a fare qualche foto, ma il catorcetto non si trova molto a suo agio (questa la meno peggio). La differenza fra i due osservatori non è colossale, ma tutto sommato vale la pena di spendere qualche soldo in più per gustarseli entrambi, anche se per arrivare al secondo tocca fare un po’ di coda. Il percorso che riporta poi verso il basso prevede anche un passaggio su piccole vetrate che permettono di osservare l’area sottostante attraverso il pavimento. La foto non rende l’idea, ma la visione è abbastanza inquietante.


Una volta conclusa la visita, ci fiondiamo verso Roppongi Hills, dove abbiamo appuntamento – davanti al cinema – con Kazuhisa. Sul delirio incredibile che è Roppongi Hills mi dilungherò un’altra volta, raccontando del giorno in cui lo abbiamo girato un po’. La camminata, seppur affrontata un po’ di fretta, è piacevole e varia, perché si passa con nonchalance dalla zona del parco a una serie di vie (Roppongi Dori, in particolare) cariche di ristorantini, negozi e soprattutto gente. Orientarsi non è troppo difficile, più che altro perché basta alzare la testa e fare caso alla direzione in cui si trova il palazzone di Roppongi Hills. Una volta giunti a destinazione – ovviamente un filo in ritardo – individuiamo il cinema e, finalmente, ci becchiamo con Kazuhisa. Il poveretto ci rimane un po’ male, quando scopre che con noi non c’è Minari, “l’amico che sa parlare giapponese”, ma dopo qualche iniziale imbarazzo la chiacchiera in inglese “arrangiato” si farà piacevolissima. Ci chiede cosa vogliamo mangiare e, di fronte all’indecisione, propone yakitori. E yakitori sia!

Zompiamo in metropolitana, non JR (la prima esperienza con le biglietterie automatiche è un po’ confusionaria, ma basta una volta per diventare bravissimi), e ci dirigiamo verso Yurakucho. Yurakucho è la fermata della Yamanote che si trova fra Shimbashi (dove abbiamo l’albergo) e Tokyo Station. La Yamanote, casomai non l’avessi già detto, è la linea JR che fa sostanzialmetne il giro di tutta la parte centrale di Tokyo, un po’ tipo circonvallazione. Nelle arcate che stanno sotto la ferrovia nella zona fra Yurakucho e Hibiya (una fermata di un’altra linea), è pieno di piccoli ristorantini specializzati in yakitori. Kazuhisa ci guida in un locale di sua scelta (ci svelerà poi che non si presentava in zona da una dozzina d’anni) e ci sediamo. L’atmosfera è molto da locanda di sagra paesana. Il locale è tutto aperto, ma una specie di tendaggio in plastica protegge dall’esterno e dal freddo. All’interno ci sono grosse tavolate, piene di gente intenta a mangiare e bere alcolici a raffica. Il bello è che son tutti amichevolissimi: nei posti vicino ai nostri si siedono numerosi uomini – a volte da soli, a volte in gruppo – reduci dalla giornata di lavoro, pronti a chiudere con una serata di pappe e bevute e particolarmente propensi alla chiacchierata, anche se magari tocca esprimersi molto a gesti.

Avendo la fortuna di essere a tavola con un giapponese, lasciamo a Kazuhisa l’onore di ordinare per noi e ci vediamo consegnare una lunga serie di piccoli spiedini, tutti appoggiati sopra a ciotoline. In linea di massima si tratta di carne di pollo e di verdura, il tutto accompagnato da salsine e piccoli cumuletti di sale in cui “pucciare”. Leggo che, quando la carne utilizzata non è di pollo, si tratta di kushiyaki. Non so francamente dire se ne abbiamo mangiato nell’occasione (qui trovate la scheda di wikipedia). Comunque, generalmente ogni spiedino ha quattro o cinque pezzi, che Kazuhisa si occupa di sfilare usando le bacchette e lasciare nelle ciotoline, di modo che ognuno possa pescare a piacere. Ah, fra l’altro, nell’osservarlo noto una cosa che avevo letto (e che in effetti mi pare sensata): se si deve smazzare il cibo nel ciotolone, per esempio sfilare gli spiedini, o magari tagliare qualcosa, si usa il retro delle bacchette, la parte che non viene infilata in bocca. E poi via di pannetto (quello umido e rovente che danno per pulirsi le mani prima di mangiare) per pulirle.

Gli yakitori sono gustosissimi, una lunga serie di spiedini intinti in salse particolari e davvero sfiziosi. Tanti esemplari di tipi diversi, da spizzicare e smangiucchiare mentre si chiacchiera e si trincano alcolici. Io, in particolare, mi bevo prima un bicchierazzo di sake (non saprei dire che qualità), poi un ulteriore bicchiere di un sake diverso, quello più biancastro (si vede nella foto qua sopra, dove mostro anche lo stato comatoso del mio sguardo), consigliato da un avventore seduto a fianco, poi soddisfatto di notare il mio gradimento, e infine un bicchierone di shochu oyuwari, bevanda molto gradita a Kazuhisa. In pratica lo shochu è un alcolico abbastanza economico e fortino, che nella variante oyuwari viene accompagnato da un bicchierino d’acqua calda (appunto oyuwari) da versare dentro per smorzarlo un po’. Tutto ottimo, ovviamente.

Una volta terminato il pasto, giunge l’ora di andare verso l’albergo. Tutto sommato la serata è ancora giovane, ma la lunga veglia, le fatiche del viaggio e le passeggiate del pomeriggio ci hanno stremati. Da Hibiya si può arrivare a destinazione a piedi abbastanza velocemente, quindi partiamo, con Kazuhisa che ci fa da guida e comincia a tirare fuori la sua verve da fotografo. Ma facciamo in realtà una breve deviazione verso un negozio di giocattoli in zona, praticamente sul “confine” fra Shimbashi e Ginza. Il negozio, come da bravo grosso negozio giapponese, si estende su vari piani a tema, ma il punto è mostrare a Elena il seminterrato, interamente dedicato al bambolame. Kazuhisa, infatti, dopo che gli avevo comunicato delle passioni di Elena, si è fatto tutta una serie di indagini sul web per informarsi.

Mentre Elena si perde osservando bambole e vestitini assortiti, io chiacchiericcio e ridacchio con Kazuhisa, che fra l’altro si esibisce piazzando Elena in giro per il negozio e fotografandola. Dopodiché, finalmente, ci si sposta verso l’albergo. Arriviamo da una direzione leggermente diversa rispetto alla via utilizzata in precedenza e Kazuhisa, vedendoci perplessi, chiede informazioni a un poliziotto. Ma va tutto bene, si arriva a destinazione in fretta e ci si saluta, dandoci appuntamento definitivo per l’indomani a mezzogiorno, quando mi unirò al partitone di calcetto. La giornata si chiude così, abbastanza sbrigativamente, all’insegna del coma improvviso.


Altre cose
Spaghetti istantanei
Confezioni di “zupponi di spaghetti giapponesi” che possono essere preparati nel giro di pochi minuti grazie all’aggiunta di acqua calda. Ce ne sono una marea di tipi diversi (e ovviamente ci sono altri generi di cibi in scatola istantanei). Per quella che è la mia limitata esperienza, non sono proprio una delizia, ma si lasciano mangiare e fanno molto “sfizio da turista”. Scheda su Wikipedia.

Zuppetta di miso
Servita calda, in una scodellina, la zuppa di miso è abbastanza conosciuta anche in Italia, perché bene o male tutti i ristoranti giapponesi la servono. L’elemento base è la pasta di miso, che può essere di tipi diversi, cui si aggiungono poi ulteriori elementi (per esempio molluschi, Tofu o altro) che ne caratterizzano il sapore. In genere fa da accompagnamento per il pasto, a volte è inserita nei menu “pasto completo”, ma in ogni caso praticamente dovunque si può ordinare a parte. Scheda su Wikipedia.

Narita International Airport
Narita sta a Tokyo più o meno come Malpensa sta a Milano. Cittadina situata nella zona di Chiba, a nordest di Tokyo, ospita l’aereoporto internazionale di cui ci siamo serviti. All’interno dell’aereoporto si trovano due uffici abbastanza importanti: quello della Japan Rail (fondamentale se si deve convertire il voucher per il Japan Rail Pass) e quello del Tourist Information Center (nel Terminal 2), dove è possibile recuperare un po’ di informazioni utili. Scheda su Wikipedia.

Narita Express
Il Narita Express è il treno (credo) più veloce fra le possibili opzioni di collegamento “Narita-Tokyo”. Gestito dalla JR, è ovviamente ottimo per chi dispone di un Japan Rail Pass. In caso contrario, visto che non è proprio economico, ci si può anche organizzare con altri trenini. Ah, l’ultima corsa da Tokyo a Narita tramite il Narita Express parte alle 20:00 (o perlomeno partiva alle 20:00 il 3 gennaio), ma alla peggio ci si può comunque organizzare con i treni locali, anche se a quel punto tocca cambiare un paio di linee.

Shimbashi
Shimbashi è, sostanzialmente, il quartiere dove i “salary men” vanno la sera, dopo il lavoro, a mangiare e alcolizzarsi. Di buono ha che è molto servito dai mezzi (oltre alla Yamanote, di qui passano altre linee, fra cui la monorotaia che conduce alla baia di Odaiba), che ha il centro commerciale Shiodome in zona e che è sostanzialmente a un tiro di schioppo da zone interessanti come Ginza, il palazzo imperiale, la Tokyo Tower ecc.

Tokyu Stay
Tokyu Stay è una catena di alberghi sparsi un po’ in tutta Tokyo, dal buon rapporto qualità prezzo. Le stanze sono in pratica dei mini-appartamenti, parecchio comodi e confortevoli. C’è il bagnetto (con vasca e doccia esterna, ovviamente), il cucinino con tanto di frigorifero, piastra e microonde, la lavatrice e l’asciugatrice, la connessione a banda larga, la cassafortina, i letti e una discreta quantità di spazio (e altre cosette, tipo la TV col lettore DVD). Il tipo di stanze e le tariffe variano a seconda dell’hotel, quindi diventa anche inutile entrare nello specifico: basti sapere che noi ci siamo concessi la più capiente e comoda fra le quattro soluzioni offerte dal Tokyu Stay Shimbashi e abbiamo pagato circa ottanta euro (totali) a notte. Comunque, per farsi un’idea basta andare sul sito.

giopep in Japan – Intro


Ok, sono pronto a scatenare la mia inguaribile grafomania e raccontare meglio che posso l’avventura in Giappone. Comincio con un po’ di considerazioni generali. In assoluto devo dire che ho trovato un luogo molto più accogliente e ricettivo di quanto racconti e letture varie mi avevano fatto temere. Vero che l’aspettativa montata è sempre una brutta bestia, ma rimane il fatto che non credevo di trovarmi così a mio agio e muovermi così comodamente. Sia chiaro, comunque, che questo genere di considerazione va inquadrato comunque nell’ottica di un luogo in cui parlano una lingua incomprensibile, non usano il nostro alfabeto, hanno una conoscenza media dell’inglese non molto diversa da quella di noi italiani (scarsa, insomma) e si cibano con una cucina non proprio di stile mediterraneo (anche se filosoficamente non la vedo poi così lontana). Inoltre, credo abbia un peso non indifferente il fatto di essere cresciuto a pane e manga (e anime, e videogiochi giapponesi). Sembra una cazzata, ma l’aver assimilato così tanto materiale di provenienza nipponica in tutto sommato così poco tempo mi ha in un certo senso preparato. Certi schemi mentali, certi modi di dire e di fare, il modo in cui sono costruite le città, le abitudini, il cibo… tutte cose molto aliene, per noi, ma per me tutto sommato familiari. Per capirci, girando per il Giappone sembra davvero di ritrovarsi in un manga, esattamente come ogni volta che vado in America mi sembra di essere in un telefilm.

Ad ogni modo, è ovvio che ci vuole un minimo di spirito di adattamento, di capacità di arrangiarsi e di voglia di scoprire. Non è proprio la vacanza al villaggio turistico. Resta comunque il fatto che, perlomeno nelle zone senza dubbio turistiche in cui mi sono mosso io, mi sembra un paese tutto sommato molto pronto ad accogliere il turista occidentale. Probabilmente molto più di quanto non lo fosse anche solo cinque o sei anni fa. Volendo fare un esempio, basta pensare agli sportelli bancomat, sulla cui quasi totale assenza avevo sentito racconti leggendari. In realtà di bancomat è pieno il Giappone, solo che non tutti offrono il servizio di prelievo internazionale. In generale, le banche rimbalzano le carte non giapponesi (siano esse bancomat internazionali o carte di credito). Fa eccezione Citibank. E proprio grazie alla “gestione” di Citibank, praticamente tutti gli uffici postali dispongono di bancomat internazionali. Se questo non bastasse (e vi assicuro che in linea di massima basta, perché di uffici postali ce ne sono davvero ovunque), tenete conto che i grandi alberghi, i principali centri commerciali, l’aereoporto e altri luoghi “international” (per esempio il complesso fieristico del Tokyo Big Sight) hanno al loro interno sportelli bancomat internazionali. Ah, all’estero si dice ATM (Automatic Transaction Machine). Per sapere se il proprio bancomat è internazionale, basta guardarlo: se riporta il bollino Maestro, o Mastercard, per esempio, non dovrebbero esserci problemi. In ogni caso si può comunque chiedere alla banca. Utile anche buttare un occhio al sito del bancomat/carta di credito, molto probabilmente c’è un motore di ricerca con cui trovare gli sportelli in giro per il mondo.

In ogni caso, se non ci si portano dietro traveller cheque o contanti in abbondanza, il bancomat diventa fondamentale. Parecchi negozi e ristoranti accettano le carte di credito, ma tanti altri vogliono solo contanti. Inoltre molti luoghi turistici si pagano e in generale, fino a che non si entra nella mentalità giusta da “moneta giapponese” (e io non ce l’ho fatta fino alla fine), è davvero troppo facile non rendersi conto di quanti soldi si stanno spendendo, perché le “unità” dello yen ricordano troppo la vecchia lira. E di cazzate e cazzatine in cui buttare via soldi il Giappone è pieno. In ogni caso, non sono il primo e non sarò l’ultimo a farlo, ci tengo a sfatare con convinzione il mito del Giappone come vacanza costosa. Certo, il viaggio in aereo può essere una bella mazzata, ma per il resto il soggiorno può costare pochissimo o tantissimo, dipende tutto da come ci si vuole gestire.

Un pranzo può costare l’equivalente di cinque euro come anche di un centinaio. Ci sono alberghi economici e di lusso. Ma, per capirci, noi due, in generale, per mangiare mediamente spendevamo 10 euro a testa e quando proprio ci siamo strafogati siamo arrivati a spendere il doppio. L’alberghetto a Tokyo (della catena Tokyu Stay) ci è costato circa quaranta euro a testa a notte, mentre la locanda tradizionale (Ryokan) a Kyoto veniva decisamente meno. Lo shopping, pure, può essere decisamente economico (tipo l’iPod da 80 giga a 260 euro), anche se può diventare tremendamente costoso nel caso ci si faccia rapire dal consumismo. Dove si spendono soldi, volendo, è nell’andare in giro a visitare templi e simili, perché spessissimo sono a pagamento e se è vero che costano tutti poco, è vero anche che ce ne sono una marea. E il “problema” è che, sebbene dopo un po’ comincino a sembrare tutti uguali, vale la pena visitarne tanti, perché poi hanno spesso quel qualcosa di diverso, di particolare, di affascinante, che li rende unici. In ogni caso, ribadisco: il Giappone può essere economicissimo come costosissimo, dipende solo da cosa si cerca.


Al di là della questione monetaria, è in linea di massima tutto molto comodo. Gli spostamenti sui mezzi pubblici sono una meraviglia. La rete dei trasporti funziona con una precisione e una puntualità allucinanti e in generale tramite treni e metropolitane è possibile arrivare un po’ dovunque. Dove non vanno loro, in ogni caso, arrivano gli autobus. Comprare il biglietto per la metropolitana al primo impatto può sembrare complicato, ma in realtà, a patto di sapere dove si sta andando, è semplicissimo. Sopra alle macchinette automatiche c’è sempre il mappone con rappresentata l’intera rete (ovviamente solo delle linee affiliate, quelle della concorrenza si arrangino). Sulla mappa è indicata la stazione in cui ci si trova e per ogni altra fermata c’è scritto bello grosso il prezzo da pagare. Una volta individuata la cifra, si inseriscono i soldi, si indica eventualmente che si vogliono due o più biglietti e si seleziona la tariffa che serve. Da notare che si illuminano solamente i tasti relativi alle tariffe che è possibile pagare con la quantità di soldi inserita (tutti i distributori automatici, anche quelli di bibite, funzionano così). Ah, se per caso si sbaglia biglietto, a ogni stazione vicino all’uscita c’è una macchinetta tramite la quale correggere il tiro.

Le linee ferroviarie e metropolitane non sono tutte gestite dalla Japan Rail e questa è una cosa da tenere a mente al momento di decidere se acquistare o meno il Japan Rail Pass (una tessera grazie alla quale è possibile viaggiare a piacere su tutte le linee JR senza scucire altri soldi). Se, per esempio, ci si ferma solo a Tokyo, facendo magari anche qualche gitarella fuori porta, ma senza usare lo Shinkansen, è probabilmente più conveniente non acquistare il Pass, che è molto costoso. Per una vacanza come quella fatta da noi, che abbiamo preso lo Shinkansen quattro volte (per gli spostamenti fra Tokyo e Kyoto e per visitare Himeji), e che ci siamo mossi coi treni più volte per andare fuori dalle città, è invece conveniente, perché si finisce per spendere meno (lo Shinkansen e anche altri treni JR come il Narita Express sono molto costosi). Ovviamente, nel momento in cui si ha il Japan Rail Pass, si tende a utilizzare solo le linee JR, talvolta magari impiegando anche quei cinque/dieci minuti in più per lo spostamento, ma finendo per risparmiare soldi. A Tokyo, per esempio, ci sono numerose linee JR, fra cui la Yamanote, che fa sostanzialmente da “circonvallazione”, attraversando un po’ tutta la città. Però alcuni tratti si gestiscono più in fretta o comodamente (o anche “solo”) tramite treni di altre compagnie. In ogni caso, ripeto: la soluzione migliore consiste nel farsi un paio di conti prima di partire, anche perché acquistare il Pass in Italia è molto comodo (nonché obbligatorio: in Giappone non te lo vendono), e permette di presentarsi all’ufficio di Narita con il voucher e ritirare il tutto al volo, senza menate da affrontare appena arrivati. Ah, un’ultima considerazione: in linea generale, con il biglietto o il pass si sale sul treno senza problemi e male che vada si sta in piedi (anche sullo Shinkansen). Se però bisogna percorrere lunghe tratte, meglio passare al relativo ufficio (indicato dal simbolo verde della JR, lo si trova nelle stazioni principali) a prenotare i posti, soprattutto se ci si muove in periodi particolarmente turistici.


Il cibo, oltre a non essere particolarmente costoso, è davvero ottimo. Dovunque siamo stati abbiamo mangiato molto bene e in alcuni casi si è giunti a punte di commozione vera. Detto che in linea di massima ci si orienta bene anche a caso (quasi tutti i ristoranti hanno esposte fuori riproduzioni del cibo che “trattano”), può essere davvero utile avere una guida su cui basarsi, specie se si desidera andare a mangiare piatti particolari. Perché se è vero che, in linea generale, uscire soddisfatti da un locale non è difficile, è vero anche che, in un contesto nel quale quasi tutti i ristoranti si specializzano su un “argomento” preciso, infilarsi nei migliori significa godere per davvero. Tendenzialmente, comunque, si mangia bene un po’ dappertutto, mediamente molto meglio che nei ristoranti giapponesi italiani (e ci mancherebbe), spendendo oltretutto tremendamente meno. Per fare un esempio banale, a parità di prezzo si ingoia circa il doppio del sushi. E faccio il confronto tenendo in mente i ristoranti giapponesi più economici di Milano, eh!

In linea generale per ordinare non ci sono particolari problemi: spessissimo ci sono menu in inglese, quasi sempre quelli in giapponese sono muniti di fotografie esplicative e male che vada si può indicare al cameriere la riproduzione in vetrina di quello che interessa. Va detto, però, che così facendo si finisce la maggior parte delle volte per ordinare menu completi. Non che sia un male, per carità, ma scegliere le singole portate ha sempre un fascino particolare. Discorso a parte è andare a cena con un giapponese e dargli il controllo della situazione. Vederlo ordinare alla carta, scegliendo “pezzo per pezzo”, significa ritrovarsi a godere come dei disperati, c’è poco da fare. Ah, in linea generale, le portate non sono abbondantissime, ma si esce bene o male sempre sazi, a patto di non volersi sfondare. Del resto, si mangiano tonnellate di riso, che certo riempie.

Ai vari ristoranti e ristorantelli nipponici, comunque, si aggiuncono catene “globalizzate” come McDonald’s, Wendy’s e Starbucks, e brand giapponesi che ne ricalcano lo stile. In linea generale, se si vuole fare una colazione occidentale o se si cerca un hamburger, in questi posti si va sul sicuro. Un caso particolare è rappresentato da Mister Donut: sembra una catena americana in tutto e per tutto, ma in realtà non glie ne frega nulla di servire gli occidentali. Ci si arrangia comunque fra gesti e termini universalmente riconosciuti (tipo “cappuccino”), ma il menu è totalmente in giapponese e senza manco mezza foto.

Infine, la gente. Meravigliosa per davvero. Ce l’hanno immagino nel DNA e nella formazione culturale, di essere gentili, ossequiosi e riverenti, e magari spesso è solo un pro forma, ma davvero sanno essere rispettosi e vogliosi di aiutare fino al punto di dar fastidio. E non parlo solo di chi lavora (sia esso un controllore, un cameriere o negoziante) che alla fin fine viene pagato per servire il cliente ed è pure normale che lo faccia, anche se magari in Italia non ci siamo troppo abituati. Il punto è che chiunque si incontri per strada è sempre pronto a dare una mano in qualche modo, se ti vede in difficoltà. E in generale, tornando a parlare di negozi e ristoranti, devo dire che quasi ovunque ho sempre trovato almeno una persona in grado di masticare un po’ d’inglese, se non di parlarlo benissimo. Comunque, male che vada, ci si capisce a gesti. Certo, per le emergenze può diventare complicato, ma d’altra parte anche a questo serve avere una guida.

Personalmente consiglio le Rough Guide, complete, affidabili, estremamente precise nell’indicare i luoghi sulle mappette e ricche di consigli davvero utili. Ce ne sono una sul Giappone e una più specifica su Tokyo. Se si cerca una guida su Kyoto, che può servire per scoprire magari posticini oscuri e sfiziosi, consiglio la Lonely Planet, che va però considerata complementare alla Rough Guide generica sul Giappone, dato che sotto certi punti di vista è molto meno precisa, affidabile e fornita di informazioni utili. Personalmente sono un fan delle vacanze “andiamo un po’ in giro a naso”, ma mi piace anche molto informarmi un po’ in anticipo, fosse anche solo per sapere dell’esistenza di quella cosa bellissima e interessantissima che altrimenti mi perderei di sicuro passando a cinquanta metri di distanza. Nel caso del Giappone, poi, una guida è doppiamente utile, per esempio perché permette di orientarsi in zone in cui magari ci sono solo cartelli in giapponese e perché segnala dove e come è necessario prenotare in anticipo per visitare determinati luoghi. Se proprio non interessano le guide (che in ogni caso consiglio di acquistare in edizione inglese, quasi sempre a circa metà del prezzo rispetto a quella italiana), comunque, vale credo la pena di visitare spesso e volentieri i Tourist Information Center. Noi non vi abbiamo praticamente mai messo piede, ma ne parlano tutti benissimo.

Ok, ora basta, di sicuro ho dimenticato qualcosa che volevo scrivere qua dentro (per esempio due chiacchiere su quanto le informazioni e le indicazioni per strada siano comprensibili e “anglofone”), ma ne ho le palle piene, come immagino chi sta leggendo. Quindi, per adesso, mi fermo.


Link vari
Citibank
Citibank Japan
Japanese Postal Service
Japan National Tourist Organization
Japan Rail
Japan Rail Pass
Lonely Planet
Maestro
Rough Guides
Tokyu Stay

Home Sweet Home


Siamo vivi e siamo a casa, un po’ tristi per la fine di una vacanza meravigliosa, ma tutto sommato soddisfatti di tornare nel nostro territorio. Gli ultimi giorni sono stati abbastanza impegnativi e non mi hanno mai lasciato tempo, forza e/o voglia per aggiornare il blog. Comunque, rimane l’idea di fare una serie di ulteriori post “a bocce ferme” su questa esperienza. Adesso, però, tocca andare a recuperare il gatto e poi al lavoro. Di nuovo, felice cinghiale a tutti.

"Dai, lo Shinkansen per tornare lo prenotiamo a Kyoto, tanto che problema vuoi che ci sia?"


“Sorry, sold out.” E vabbuono, dovremo assalire le carrozze per chi non ha la prenotazione carichi come muli, ma ce la faremo. Credo. Comunque, ieri ci siamo fatti una bella gita a Nara, una delle tante ex capitali del Giappone, oltre che importante meta turistica per la presenza di uno smodato Buddha, racchiuso in uno smodato tempio, contenuto in uno smodato parco. Nel parco circolano liberi un migliaio di cervi, tenuti in stato di semi-cattivita e letteralmente adorabili. Prima o poi mettero online anche qualche filmato sull’argomento. Per il resto, il posto e ovviamente uno spettacolo, e il tempo pure lo e stato, con un gran bel sole tutto il giorno. Peccato solo che la macchinetta fotografica che stiamo utilizzando da qualche giorno – causa improvvido sfasciamento dell’altra – mi crei seri problemi in termini di esposizione. Comunque, oggi ci dirigiamo a Takarazuka per visitare il museo di Osamu Tezuka (anzi, Tezuka Osamu) e poi, nel pomeriggio, si gira a Kyoto in zone ancora da decidere per bene. Vi lascio preda della solita sventagliata di foto, seguita da una primizia: un breve e conciso intervento di Elena. E ovviamente, lo avrete notato, continuo a non capire nulla di accenti e apostrofi…

Ciaooo! L’altro giorno siamo stati al tempio delle Super Dollfie, il Tenshi no Sato della Volks: purtroppo niente foto all’interno, ma la visita e stata uno spettacolo, anche se da tempo non aggiorno piu la mia collezione di Dollfie e quindi non sono neppure troppo preparata sulle novita. Comunque – nota per mamma – ho preso un paio di occhi di vetro neri e una parrucca nera dritta con frangetta (pare uno scopettone, ma e morbidissima): mi cimentero in una SD giappa tutta, inkimonata dalla testa ai piedi.

Ah, nota per Tifa 🙂 Lo shopping procede delirante: esistono un sacco di cose ciccine a SOLO 300-400 yen. Solo che 300 yen di qua, 400 yen di la il plafond della carta e sulla via del patatrac. Miniature, gashapon, cosette da appendere su cellulari, borse… per non parlare di bambole. Allora, ho preso una Momoko Victorian Nature rossa (ottimo prezzo), una gattina Nikki (“Nikki Odeko-chan” su Google)… poi una tonnellata di libri di bambole. Alla fiera Dolls Party 16 ho preso un ABITINO PER LE PINKY – quando lo vedi diventi matta – e un’opera in miniatura, un set “tatami + pareti di legno e carta” per le bambole 1/6 e un gloriosissimo kimono unico fighissimo per Momoko pubblicato sul Dolly Dolly 12!! Poi una Rune doll sempre in kimono… poi cazzettini vari, per esempio i Walkie Bits, delle tartarughine chiccosissime che fanno “pi pi pi” e camminano, corrono, fanno le gare tra loro… ma non ho capito bene come funzionano, a casa cerchero un manuale comprensibile.

Del cibo se ne parla un’altra volta, che ci vuole la dovuta parentesona.
Stacco che c’e un corvo che gracchia sulla mia spalla.







La regina delle nevi


Speravamo che a Kyoto ci fosse la neve, beh, direi che ci siamo. Ha nevicato praticamente tutto il giorno, a ritmi alternati, con momenti di schiarita e altri di tormenta con regina demoniaca inclusa. Son sicuro di averla vista almeno un paio di volte nascosta fra le nuvole e intenta a tirare sassate di ghiaccio.

Comunque, Kyoto e davvero bella, totalmente diversa da Tokyo, ma bellissima lo stesso. E innevata ha proprio un atmosfera incredibile. Oggi, per cominciare, abbiamo perlustrato la spettacolare zona di Arashiyama. Again, mi scuso per gli accenti e gli apostrofi a mignotte e vi saluto con una sventagliata a caso di foto dal centinaio abbondante scattato in giornata.