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It

Ogni tanto ci tengo ad aprire con un po’ di sano maniavantismo, così, per mettere le cose in chiaro. Quindi, procediamo. Da ragazzino sono stato un discreto lettore di Stephen King, ma col cambio di millennio l’ho progressivamente perso di vista, finendo per leggere solo qualcuna delle sue uscite successive (per esempio CellDoctor Sleep). Sempre da ragazzino, mi sono divertito con i cinquantamila adattamenti cinematografici dei suoi romanzi, pur consapevole che quelli davvero belli fossero pochi (che so, Shining, uno fra i miei film preferiti). Di recente m’è capitato di rivederne qualcuno al cinema e ho avuto l’impressione che fossero comunque migliori di tanta palta odierna. It, il libro, l’ho letto durante una lunga estate calda trascorsa in Abruzzo senza nulla da fare, nel giro di due settimane che, in preda a un attacco di bulimia letteraria, mi hanno visto leggere per intero anche Il signore degli anelli. Entrambi mi sono piaciuti, di entrambi ho trovato il finale molto malinconico. Ricordo però molto poco di It: la sensazione sul finale, appunto, la bellezza dei due confronti nella casa, entrambi coinvolgenti e inquietanti, e il fatto che non avevo amato la battaglia conclusiva e le divagazioni troppo assurde a base di tartarughe. It, la miniserie televisiva, la guardai nella mia cameretta a milano, dopo averla noleggiata in VHS. Ricordo che alcune cose mi spaventarono un pochino, ma niente di che; ricordo che Tim Curry era strepitoso; ricordo che la parte da bambini era gradevole; ricordo che la parte da adulti era bruttarella. Ho l’impressione che, se la riguardassi oggi, mi farebbe cacare. E direi che è tutto quel che volevo premettere. Ah, no: i pagliacci non mi fanno paura. Poi, certo, un pagliaccio assassino e/o mostruoso, volendo, può farmi paura, ma questo vale per qualsiasi parola si sostituisca a “pagliaccio” nella frase. Tipo, che ne so, anche “baguette”.

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Captain Fantastic

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Captain Fantastic racconta una di quelle storie da film indipendente americano, fatte di gente bizzarra e fuori dagli schemi ma tanto adorabile, ormai cliché da Sundance Festival ai limiti dell’insopportabile. Riesce però a staccarsi abbastanza dalla norma nel taglio che decide di dare alla cosa, perché schiva i ghirigori visivi, non la butta quasi mai in farsa (anche se i momenti comici sono fra i più riusciti), non diventa mai patetico (anche se i momenti intensi non mancano) e soprattutto cerca di mantenersi credibile, realistico e asciutto nel mettere in scena i suoi protagonisti. Sottolinea anche quel che non funziona dell’approccio alla vita scelto da Ben, padre di famiglia che decide di far crescere i propri figli lontano da tutto e da tutti e cerca di non caratterizzare come macchiette stupide, malvagie o sbagliate tutti coloro che a questa scelta si oppongono, nonostante la prima impressione possa spingere in quella direzione. Insomma, prova ad essere un bel film, invece che solo una ruffianata.

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