Arrow – Stagione 3

Se la prima e soprattutto la seconda stagione di Arrow, pur con tutti i loro limiti e la loro stupidaggine, sono uno spacco, la terza è rotta. Quasi tutto ciò che c’era di buono nelle prime due annate fatica ad ingranare e lascia invece spazio agli aspetti peggiori e più insopportabili della serie, che prendono il controllo della situazione e, senza il resto a controbilanciare, finiscono per scatenare tedio e fastidio. Non è un disastro completo, perché ci sono momenti buoni (il gruppo di episodi attorno alla pausa di metà stagione e quelli conclusivi) e perché ci sono novità gradite come la maggior attenzione alle coreografie action e il brillantissimo Ray Palmer di Brandon Routh, ma nel complesso è proprio una stagione bruttarella. E lo risulta ancora di più nel guardarla in parallelo alla prima di The Flash, che veramente le mangia in testa senza alcuna pietà. Chissà, magari Greg Berlanti e i suoi erano troppo impegnati su quel fronte.

Far l’elenco di tutto quello che non funziona è dura, e probabilmente mi dimenticherò per strada qualche cosa, ma il problema principale è a livello di arco narrativo globale: semplicemente, non c’è abbastanza materiale per riempire come si deve ventitré episodi. Su serie di questa durata capita sempre qualche momento che gira in tondo, ma qua si va davvero fuori scala, e tanto, troppo tempo di quel che accade lascia addosso una sensazione di vuoto e di tirare per le lunghe in attesa di passare al dunque. Non aiuta anche il fatto che il flashback sia di un’inutilità imbarazzante: la storia che racconta trova una certa forza sul finale, ma si trascina per troppo tempo senza avere nulla da dire e non va neanche vicina ad intrecciarsi con gli avvenimenti del presente come accadeva così bene nei primi due anni della serie. Sembra quasi che gli autori si siano sentiti in obbligo di portare avanti i flashback senza avere idea di come farlo.

In tutto questo tirare per le lunghe, poi, a pagarne le conseguenze è l’antagonista di turno, che pure non sarebbe malaccio, con un buon Matt Nable nel ruolo di Ra’s Al Ghul, ma è veramente sottosfruttato. Fra i motivi per cui le prime due stagioni funzionano c’è anche la natura azzeccata del cattivo (poi io, non so bene perché, ho una passione per John Barrowman), ma qui, pur essendo ancora una volta l’attore scelto bene, manca proprio un senso di sviluppo coerente e sensato del conflitto. Che la lega degli assassini agisca dietro le quinte ha senso, per carità, ma a furia di nasconderla va a finire che per la maggior parte del tempo la serie non sa dove andare a parare, manca una direzione netta, ed è un problema anche perché appoggiarsi sul villain della settimana non è mai una grande idea, per Arrow, considerando che sono uno più anonimo dell’altro e sostanzialmente tutti uguali. A questo aggiungiamoci il fatto che il racconto sbraca sempre più nel drammone forzato e insistito, con un tripudio continuo di frignate, e che perfino Felicity, il personaggio teoricamente addetto ai momenti più leggeri, passa la maggior parte del tempo con gli occhi gonfi, e la frittata è fatta. Anche perché la scrittura di Arrow è quella che è, funziona quando la butta sull’azione tamarra, sull’avventura e sulle risate, anche agrodolci, ma quando si prende troppo sul serio e punta sulle lacrime, generalmente finisce male. Soprattutto se l’equilibrio sbarella così prepotentemente dal lato sbagliato.

Poi, sì, come dicevo all’inizio, ci sono gli aspetti positivi. L’azione non manca mai ed è in generale coreografata meglio che in passato. Brandon Routh costituisce un’aggiunta deliziosa e riesce quasi sempre a ridare vita alla serie col suo approccio brillante. E verso metà, fra il bel crossover con The Flash, l’ottimo finale di metà stagione e i divertenti episodi con Vinnie Jones che semina il panico a Starling City, sembra che le cose stiano finalmente decollando. Solo che poi si ammoscia tutto di nuovo e ci vuole un altro po’, prima che la serie riprenda vita nelle ultime puntate. Insomma, proprio una terza stagione bruttarella, che ha pure la sfortuna di essere messa ancor più in cattiva luce dalla ben più divertente seconda annata, da quello spettacolo che è il primo anno di The Flash e dal fatto che comunque gli elementi interessanti ci sarebbero anche, ma vengono sfruttati male. O forse, banalmente, non ce n’erano a sufficienza e con dieci puntate in meno ne sarebbe venuto fuori un gioiellino. Vai a sapere.

Poi, certo, ormai sono intrippato dall’universo narrativo e mi tocca andare avanti. Del resto, è la loro arma migliore.

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