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My Name is Earl – Stagione 1

My Name is Earl – Season 1 (USA, 2005/2006)

creato da Greg Garcia
con Jason Lee, Ethan Suplee, Jaime Pressly, Eddie Steeples, Nadine Velazquez

Earl Hickey è un parassita della società, un uomo che vive di stenti e furtarelli, il cui stile di vita si basa sul metterla nel culo altrui e nel trovare sempre il modo migliore per godersela alle spese del prossimo suo. Un giorno, però, la sua vita va improvvisamente e catastroficamente a rotoli e lui, immobilizzato su un letto d’ospedale, viene convinto da un episodio dello show di Carson Daly di stare pagando le conseguenze del suo comportamento. Il karma lo sta punendo. Per questo decide di farsi perdonare, prepara una (lunghissima) lista di tutti i torti compiuti in vita e s’impegna a ripararli, uno per uno.

Da queste assurde premesse prende il via una serie divertentissima, che basa tutto il suo fascino su un cast fenomenale e su uno stile comico che mescola grottesco, scorrettezza e pseudomoralismo spicciolo. Earl si muove in un’America fatta di freak e disadattati, compie del bene al solo scopo di essere premiato dal karma e, sostanzialmente, è spinto da motivazioni che, per quanto nobili, non vanno poi tanto oltre il gretto opportunismo. E proprio qui sta il bello, perché i migliori episodi della serie sono proprio quelli che riescono a giostrarsi meglio in questo difficile gioco d’equilibrismo fra la moralina impegnata e la satira dissacrante.

Al fianco del protagonista vivono una serie di personaggi assurdi, esagerati nella caratterizzazione e adorabili. Lo stralunato fratello Randy, la sboccata ex moglie biondosudista Joy (interpretata da una spettacolare Jaime Pressley), la bomba sexy latina Catalina, il pacato e adorabile Darnell e qualche notevole personaggio ricorrente, interpretato da ottime guest star del calibro di Beau Bridges (il padre di Earl) e Giovanni Ribisi (il compagno di ruberie Ralph).

My Name is Earl gioca sulle atmosfere surreali, sottolineate da una fotografia dai colori saturi allo sfinimento, e su una comicità dell’assurdo. Prende in giro qualsiasi cosa sia possibile prendere in giro e tira fuori idee fulminanti una dietro l’altra. Dà forse il suo meglio quando unisce al delirio un pizzico di malinconico romanticismo, per esempio in Y2K, Something to Live For, The Professor o in tutti gli episodi che raccontano l’evolversi del rapporto fra Earl e suo padre. Ma in generale rappresenta sempre venti piacevolissimi minuti di risate e intelligente spensieratezza.

E poi, come posso non amare un telefilm in cui i due fratelli protagonisti si ritrovano appesi ad altrettante corde, a penzoloni dentro un serbatoio dell’acqua vuoto, soli e abbandonati a loro stessi, e dopo qualche ora di tedio si mettono a canticchiare a bassa voce “Believe it or not, I’m walking on air. I never thought I could feel so free. Flying away on a wing and a prayer. Who could it be? Believe it or not it’s just me”?

P.S.
Il cofanetto in DVD della prima stagione contiene anche il delirante e bellissimo pilota alternativo Bad Karma, in cui Earl, invece del Carson Daly, guarda una puntata dei Griffin (Family Guy) e decide di farla pagare a tutti coloro che gli abbiano mai fatto un torto.

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Gli Incredibili


The Incredibles (USA, 2004)
di Brad Bird
con le voci di Craig T. Nelson, Holly Hunter, Jason Lee, Samuel L. Jackson

Gli Incredibili rappresenta una perfetta sintesi di tutto ciò che è Pixar, passata attraverso lo sferzante filtro della visione di Brad Bird, che già si era fatto notare con Il gigante di ferro, lungometraggio d’animazione “tradizionale” che ha ormai raggiunto lo status di piccolo cult (non solo) fra gli appassionati e che, mannaggia la miseria, non ho mai visto e prima o poi devo recuperare.

L’ultima produzione Pixar cita tanto quanto i due Toy Story, ma senza essere altrettanto compiaciuta. Recupera alla grande il senso di meraviglia che dominava in A Bug’s Life e latitava nelle successive produzioni non dirette da John Lasseter. Elargisce a piene mani splendide trovate visive come Monsters inc. e Finding Nemo, ma non sconfina nella farraginosità del primo o nel bambinesco del secondo. The Incredibles fa tutto ciò che i lungometraggi Pixar avevano fatto prima, lo fa meglio e innalza il tiro affrontando anche tematiche mature, senza limitarsi a sfiorarle strizzando l’occhio al paparino che porta i figli al cinema.

Questa opera seconda cinematografica di Bird è vero cinema per tutta la famiglia, in grado di far sognare il bambino, gasare l’adolescente, divertire l’adulto. Appassionante ed esilarante fino alle lacrime, tratteggia benissimo i suoi protagonisti (anche se Helen e Dashiell svettano per ricchezza su altri personaggi più monodimensionali) e, pur seguendo un copione molto classico, emoziona e tiene sulla corda grazie a una sceneggiatura estremamente brillante.

Inoltre, merito non da poco per il sottoscritto, sprizza da ogni fotogramma passione e conoscenza del fumetto di supereroi, che riproduce sul grande schermo come mai si è visto prima e probabilmente ancora a lungo nessun film “vero” potrà fare. Omaggia con rispetto la mitologia Marvel e DC, ma fa palese riferimento anche a un capolavoro “indipendente” come Watchmen (il cui adattamento cinematografico pare essere precipitato nel limbo).

Insomma, un vero gioiello, che ancora una volta dimostra come i veri eredi della Disney che fu siano quelli al soldo di Luxo e Luxo Junior.