Archivi tag: Matthew Goode

The Good Wife – Stagione 6

The Good Wife – Season 6 (USA, 2014/2015)
creato da Robert King e Michelle King
con Julianna Margulies, Matthew Goode, Matt Czuchry, Archie Panjabi, Chris Noth, Christine Baranski, Alan Cumming

E niente. Lo temevo, speravo non fosse accaduto e invece è andata proprio così: la sesta stagione di The Good Wife non ce la fa. Oddio, poi è un “non ce la fa” relativo, perché siamo ben lontani da quel macello inaudito che è per esempio la sesta stagione di 24, ma in ogni caso anche qui c’è stato il reflusso gastroesofageo e dopo quella bomba atomica del quinto anno, che probabilmente rimarrà fino in fondo là in cima come apice, siamo tornati bruscamente sul pianeta Terra. Poi, di nuovo, non è che questa sesta annata sia un disastro, per carità: è sempre un piacere da seguire, ha i suoi momenti molto riusciti e oltretutto finalmente ci leva dalle palle chi sappiamo, ma insomma.

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Self/less

Self/less (USA, 2015)
di Tarsem Singh
con Ryan Reynolds, Natalie Martinez, Matthew Goode, Ben Kingsley

Quando sono andato al cinema per Self/less, m’ha detto sfiga in metropolitana, c’erano problemi, ritardi, ginocchia che facevano contatto con gomiti, la qualunque, e ho finito per entrare in sala a titoli di testa già avviati. È una cosa che odio, al punto che in genere, se mi capita, sono capace di voltarmi, uscire e tanti saluti (certo, contribuisce il fatto che col mio abbonamento non pago il singolo biglietto). In questo caso non l’ho fatto, perché, ehi, un thrilleretto con Ryan Reynolds, suvvia, possiamo anche non essere integralisti. Che ce ne frega, direte voi? Eh, il fatto è che mi ero completamente dimenticato di essere andato a vedere un film di Tarsem Singh (la vecchiaia avanza). E vedi un po’ come ti cambiano la prospettiva, certe cose.

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Match Point


Match Point (USA, 2005)
di Woody Allen
con Jonathan Rhys Meyers, Scarlett Johansson, Emily Mortimer, Matthew Goode, Brian Cox

Io odio il doppiaggio.
Odio il doppiaggio perché mi impedisce di scoprire che Nola è americana sentendola parlare, come del resto fa Chris, e mi costringe a sentirlo dire da lui. Odio il doppiaggio perché mi obbliga ad ascoltare l’insopportabile voce e la mediocre recitazione di Ilaria Stagni, privandomi nel frattempo dell’adorabile bofonchiare di Brian Cox. Odio il doppiaggio perché attutisce e smorza l’audio ambientale, il rumore di fondo, e in un film così basato sul dialogo produce un effetto esageratamente teatrale, con gente che parla mentre il mondo sembra fuori da una finestra chiusa. Odio il doppiaggio perché mi spinge a fare queste tirate inutili e snob, perdite di tempo evitavili, specie se c’è da parlare di un gran film come è Match Point.

Roba di questo livello Woody Allen non ne faceva da… boh… dieci… quindici anni, anche. Un film di un rigore incredibile, diretto in maniera eccellente, con un fantastico studio per la costruzione di ogni singola immagine e una grande attenzione per il montaggio. Uno sputo in faccia a chi ritiene Allen poco più che un mesteriante della macchina da presa, buono solo per scrivere grandi sceneggiature. Cosa che, oltretutto, in questo caso fa per davvero, con una lunga sequenza di dialoghi semplicemente perfetti e una costruzione dell’intreccio magistrale. E perfetta è la scelta dell’attore protagonista, un Jonathan Rhys Meyers splendido e che meriterebbe maggior fortuna.

Un film a tema, che racconta le squallide brutture dell’alta borghesia, iniziando come “romance” leggero e scivolando poi nel cinico noir. Lento e lancinante, coinvolge lo spettatore e se lo trascina dietro senza un attimo di stanca. La conferma del fatto che, nonostante qualche passo falso, Woody Allen può tranquillamente guardare con spocchia tanti altri vecchi (stronzi) del cinema ormai ridotti al livello di amebe rincoglionite.