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Suicide Squad

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, hanno provato a raccontarci la favoletta della DC/Warner Bros. che si proponeva con una visione opposta rispetto a quella dei Marvel Studios e tentava di regalarci anch’essa un universo cinematografico di film tutti collegati fra loro e pieni di cretini in costume, ma buttandola sulla depressione, sul tono cupo, sul lasciare ad ogni singolo regista, e quindi ad ogni singolo film, la possibilità di esprimere liberamente la propria personalità e sul fatto che noi c’abbiamo i cattivi fichi, altro che quegli sfiatati della concorrenza, Fuck Marvel, yo! Certo, se la personalità è quella di Zack Snyder, si parte bene ma non benissimo, però, insomma, era bello crederci. Fra l’altro a me L’uomo d’acciaio neanche è dispiaciuto, ma qui posso difendermi dicendo che non l’ho mai rivisto. Peccato che il master plan sia in realtà partito dopo L’uomo d’acciaio e già nel secondo film ci siamo ritrovati con pasticci da comitatone infilati a calci in culo per mettere assieme l’universo in fretta e furia, un cattivo (anzi, due) impresentabile(i) e le battutine d’avanspettacolo che facevano capolino sul finale. E il terzo lo potremmo sottotitolare “Calata di braghe”.

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Hostel

Hostel (USA, 2005)
di Eli Roth
con Jay Hernandez, Derek Richardson, Eythor Gudjohnsson

Paxton e Josh sono due studenti di college californiani in vacanza in giro per l’Europa. Uno è il classico bravo ragazzo, l’altro è l’amico smaliziato e sgamato con le donne. Li accompagna Oli, un islandese tamarro, buffonissimo e alla costante ricerca di patata. Uniti per vincere, i nostri eroi vagano fra un paese e l’altro, mettendo in scena una sorta di versione leggermente tirata a lucido, un filo più credibile e meglio scritta, dei vari Eurotrip, Road Trip e Sarcazzo Trip che hanno infestato i cinema qualche anno fa. Mentre si trovano ad Amsterdam, i tre pirla incontrano un ragazzo che li convince a cambiare la loro ultima meta: niente più Barcellona, via verso Bratislava, alla ricerca di belle donne e sesso facile. Troveranno entrambe le cose, ma non solo…

Sincero omaggio all’horror italico che fu, insaporito con una spruzzata di citazioni dal Sol Levante, Hostel è un divertente carrozzone, che prova a stordire lo spettatore con un artificio narrativo non del tutto dissimile da quello di Audition (e di chissà quanti altri film che non ho visto o non mi vengono in mente). Dopo una prima parte di totale relax, divertimento e ammosciamento delle antenne, scatta il delirio di crudeltà insensata e strabordante, che a dirla tutta risulta molto meno insistita di quanto il battage pubblicitario potrebbe far pensare, ma colpisce abbastanza nel segno.

Roth punta al grezzo e al basso, con una regia da tordo e uno sviluppo della trama da minimo sindacale. Non si nega una bella dose di autoironia e in generale viaggia continuamente in bilico fra l’incapacità registica e il citazionismo voluto, fra il ridicolo involontario e l’autoperculamento intelligente. Inutile chiedersi da che parte stia la verità, meglio piuttosto godersi un horror esile e robusto, violento e all’acqua di rose, divertente ma, a causa soprattutto di una scrittura dei personaggi poco profonda, dal limitato coinvolgimento emotivo. Si può comunque dare di più.