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Legend

A Brian Helgeland, da queste parti, si vuole molto bene. Del resto, come fai a non amare uno che ha scritto L.A. ConfidentialMystic River e Man on Fire? Ha pure scritto e diretto Payback, per la miseria! Quindi insomma, quando il Brian si mette al lavoro su un film poliziesco e/o da grande saga criminale, è inevitabile alzare il sopracciglio con interesse, anche se l’affermazione “basato su una storia vera” si erge sempre come monito capace di destare infinite preoccupazioni. Aggiungiamoci che stiamo parlando del film con due Tom Hardy al prezzo di uno, una mossa che da un lato viaggia sull’orlo di un baratro chiamato “buffonata”, ma dall’altro promette gran divertimento, e diventa lecito sperare in Legend. Aspettative soddisfatte? Eh, insomma.

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Lemony Snicket – Una serie di sfortunati eventi


Lemony Snicket’s A Series of Unfortunate Events (USA/Germania, 2004)
di Brad Silberling
con Liam Aiken, Emily Browning, Jim Carrey, Jude Law, Meryl Streep, Kara e Shelby Hoffman

Lemony Snicket è un film che a volare basso, “sotto il radar”, non ci prova nemmeno per sbaglio. Tutto è sempre e costantemente sopra le righe, esagerato, barocco fino allo sfinimento. Non c’è particolare interesse per un racconto che, in effetti, non ha poi troppo d’interessante, nella sua banale semplicità. C’è solo la voglia di metterlo in scena nella maniera più bizzarra e ricercata possibile, dando vita a un filmetto piacevole, divertente, ma forse un po’ vuoto.

Sopra le righe è poi, ovviamente, Jim Carrey, che dimostra ancora una volta di conoscere solo due registri: con l’interruttore acceso e con l’interruttore spento. Se lo accendi, fa il buffone, la macchietta, l’istrionico giullare. Se lo spegni e lo tieni a bada, diventa un interprete pacato e dimesso, anche apprezzabile, ma un po’ monocorde. In Lemony Snicket, inevitabilmente, abbiamo il Carrey scatenato, che pure ci sta bene nel contesto, ma finisce per essere davvero poco incisivo.

Se tutto, dai personaggi, all’intreccio, alla recitazione di praticamente chiunque (compresa una pur divertente Meryl Streep) è così finto, volutamente pataccaro, è difficile creare trasporto emotivo. Si possono mettere assieme tante belle immagini, frutto di un notevole lavoro su scenografie, luci e colori, più che di una regia abbastanza ordinaria, e si può girare un film comunque divertente. Ma a conti fatti si vive di sole gag, numeri isolati, piccoli episodi e non rimane in mente molto, se non qualche immagine affascinante e l’apprezzabile faccia da porcella della bimba protagonista.