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Codice 999

Il modo più diretto che mi viene in mente per descrivere Codice 999 è questo: provate a immaginarvi un poliziesco di Michael Mann immerso nello stile, nell’approccio e nella poetica di David Ayer ma diretto da John Hillcoat. Un bel pastrocchio, eh? Però, davvero, mi ha fatto proprio questa impressione. E, a scanso di equivoci, è un’impressione molto positiva: è sicuramente un film con limiti evidenti, ma è anche un thriller/poliziesco coinvolgente e girato benissimo, roba che non si vede abbastanza spesso e a cui per questo tendi a perdonare i suoi difetti. La critica americana si è divisa, ma tendendo verso il non perdonarli. E, boh, se lo chiedete a me, sono matti. Ma matti completi, eh. Però che ne capisco io, figuriamoci.

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Non è un paese per vecchi

No Country For Old Men (USA, 2007)
di Ethan & Joel Coen
con Josh Brolin, Javier Bardem, Tommy Lee Jones, Kelly Macdonald, Woody Harrelson

È Non è un paese per vecchi uno dei migliori film dei fratelli Cohen? Hai voglia, qua stiamo dalle parti di Fargo e L’uomo che non c’era. Da quelle parti, un po’ sopra, un po’ sotto, un po’ attorno. È No country for old men uno dei migliori film degli ultimi due o tre anni? Ma sì, suvvia, anche se si fa in fretta a smentirmi, con tutti i pezzi da novanta che mi sono perso per strada. È l’ultimo dei due fighetti dal Minnesota un film capace di piacermi tanto ma tanto ma tanto? Uhm.

Oddio, sì, per carità, assolutamente sì. Sì perché – caspita – come fa a non piacermi tanto ma tanto ma tanto una roba diretta in questo modo? Con questa cura, questa strabordante e avvolgente capacità di trascinarti dentro. Con quel dialogo micidiale fra Bardem e il vecchio alla stazione di servizio, con un Josh Brolin che ti chiedi in quale caspita di angolo fosse nascosto fino all’altro ieri, con quell’incredibile bravura nel camminare in equilibrio perfetto sul filo che separa il dramma, il thriller, la satira, il racconto morale. Con Tommy Lee Jones, fra l’altro, che ormai me lo fa venire duro pure se si mette a leggere la lista della spesa.

Eppoi io ho sempre un po’ di stima per chi si prende il rischio di sfottere lo spettatore, per chi trascorre due ore montando badilate di materiale, di tensione, di voglia, di lancinante trasporto, e poi ti frega non dandoti neanche un briciolo di soddisfazione. Soprattutto perché m’hanno fregato per davvero, stavolta. Ci son rimasto male, proprio, a vedermi negato il confronto finale, e solo col senno di poi sono riuscito ad apprezzare la cosa. Anche perché, diciamocelo, la cazzata vera viene dopo, in quel dialogo fra Tommy e l’altro vecchio, quell’insostenibile spiega che mi deve fare il sottotitolo e la didascalia, mi deve dire il cosa, il perché e il percome. E che due palle!

Soprattutto quando poi la spiega mi arriva assieme a tre o quattro finali messi uno dietro l’altro, che se c’è una cosa che mi uccide lo spirito e mi ammazza i coglioni sono i film con diciottomila finali. Oh, poi magari è colpa del doppiaggio, e se me lo vedo in originale Tommy Lee me lo fa venire duro anche in quella parte. E d’altronde, se è vero che il finale è quello che ti ricordi uscendo dalla sala, è vero anche che due mesi dopo pensi, che so, a Brolin che aspetta Bardem seduto sul letto, ai cani incazzati che si gettano nel fiume, all’inseguimento notturno fra le macchine. A quelle cose lì, e volendo pure alle riflessioni che ci stanno sotto, che son belle, ricche e profonde, anche se magari era meglio non spiattellarmele in maniera tanto didascalica. Insomma, non mi ha fatto impazzire, ok, ma avercene, di film così, ci mancherebbe!