Avengers: Age of Ultron

Avengers: Age of Ultron (USA, 2015)
di Joss Whedon
con Robert Downey jr., Chris Hemsworth, Mark Ruffalo, Chris Evans, Scarlett Johansson, Jeremy Renner, Elizabeth Olsen, Aaron Taylor-Johnson e la voce di James Spader

Dunque, è successa questa cosa che sono uscito dalla sala, dopo la visione di Avengers: Age of Ultron con in testa l’idea di aver visto il miglior film dei Marvel Studios fino a qui. O, mettiamola diversamente, il primo dal quale sono uscito senza avere grossi “però” che mi gravitavano attorno alla capoccia. Sono passati un po’ di giorni e la mia posizione non è cambiata di una virgola, anzi, è sempre più forte: nonostante la sua natura un po’ sconclusionata, nonostante traspaia abbastanza chiaramente il conflitto di forze fra le esigenze produttive e quel che Whedon avrebbe voluto fare, nonostante sia un film sicuramente meno quadrato, preciso e pulito di alcuni che l’hanno preceduto, è quello che mi ha più divertito, convinto e intrigato con la sua personalità, le cose che provava a dire, la consapevolezza nel tentare di approcciare da un’ottica almeno un po’ diversa il solito tran tran e anche, certo, il lavoro di adattamento e d’incastro in questa specie di grosso telefilm che lo showrunner Kevin Feige continua a portare avanti. Come mai? Eh, boh, non ne sono mica tanto sicuro, ma adesso provo a spiegarmi.

Tanto per cominciare, nonostante tutto, questo è un film di Joss Whedon e lo è con forza, sotto tanti punti di vista. C’è la solita scrittura fenomenale, in cui è difficile trovare un singolo dialogo buttato lì, tirato via, che non abbia un senso preciso e non funzioni per ritmo, trovate e capacità di comunicare qualcosa, seppur spesso nascondendosi dietro il suo classico umorismo beffardo. È un aspetto che divide e che, fra l’altro, rende il suo lavoro inadattabile, sempre mortificato dall’impossibilità di tradurlo come si deve (e, a quanto leggo in giro, in questo caso largamente distrutto da un adattamento comunque mediocre), ma per me è un aspetto fondamentale che fra l’altro rende questo film forse il più divertente di tutti i Marvel, quello dalla comicità più forte. E il bello è che allo stesso tempo, per come la vedo io, una volta tanto le battutine sono contestualizzate, perché rendono a meraviglia il senso del rapporto cameratesco nella squadra mandata in guerra e, sul fronte del cattivo di turno, sono figlie della sua stessa natura di essere nato da Tony Stark.

E, a proposito, per me Ultron è un bel cattivo. Certo, non è Loki, ma l’ho trovato più riuscito e interessante di qualsiasi altro antagonista si sia visto nell’universo cinematografico Marvel, secondo appunto solo al personaggio di Tom Hiddleston (che però è cresciuto lungo tre film) e al Wilson Fisk di Daredevil, che ha addirittura un’intera stagione televisiva dalla sua. È questa specie di intelligenza artificiale che si trova ad avere all’improvviso un’anima e filtra la classica visione apocalittica da Skynet attraverso lo sguardo di un adolescente incazzato col proprio genitore. C’è l’odio e allo stesso tempo l’amore per il padre, nascosto nel suo provare inconsciamente ad esserne fotocopia, e c’è anche l’ingenuità di un ragazzo che cerca l’amicizia dei due gemelli e nel suo squilibrio da genocida bipolare, soffre per la loro perdita, riesce a voler loro bene anche mentre cerca di sterminare l’umanità. Poi, sì, è un personaggio dal bel potenziale che viene un po’ sprecato, se vogliamo anche inevitabilmente, nel contesto del film con centododici protagonisti e due ore di scazzottate, ma in questi casi sono anche i dettagli, le piccole cose, le battutine apparentemente insignificanti e l’inquadratura che si sofferma, a raccontare la storia e i personaggi. E secondo me Ultron ne esce bene, funziona, anche in quell’ultimo confronto con Visione. Poi, certo, l’ottanta per cento del personaggio arriva dal carisma di James Spader e non è che ci si possa girare attorno.

E poi c’è Elisabetta che agita i ditini e la scollatura.

Ma, dicevo, Avengers: Age of Ultron è un film di Joss Whedon. Lo è nella misura in cui riesce ad esprimere la personalità del suo autore e, pur compresse nel disastro produttivo e organizzativo che dev’essere un film del genere, tira fuori idee, piccole trovate, temi e un approccio comunque consapevole e un pochino diverso dagli altri alla solita sbobba. C’è l’azione spettacolare, in quella doppietta di piani sequenza iniziali, nel duello al centro del film e nel gran finale, ma c’è sempre la voglia di portarla avanti come frutto delle storie personali. C’è il tema centrale, che prende il via da tutti i film precedenti, e sicuramente verrà ulteriormente sviluppato in futuro, delle conseguenze delle proprie azioni, delle eredità che ci si lascia alle spalle. C’è il raccontare personaggi che scendono a patti con i risultati degli errori commessi e riescono, nonostante tutto, a tirarne fuori qualcosa di buono (un saluto a Visione, poco più che abbozzato ma perfetto nello spirito, nell’estetica e in Paul Bettany). E c’è la storia di “eroi” che provano davvero ad essere tali e si preoccupano di salvare chi sta loro attorno, invece di passare tutto il tempo a demolire città ignorando le conseguenze. Lo si vede nel modo in cui si risolve la scazzottata fra Iron Man e Hulk, sia per l’approccio alla stessa sia perché, di fondo, Hulk rallenta proprio quando nota di star seminando panico e morte. E lo si vede in un disastro finale che racconta la solita corsa contro il tempo, il solito oggetto enorme che precipita, focalizzandosi però sulla necessità di salvare la gente, invece che sulla distruzione.

In parte sono discorsi che si rifanno al “telefilm” Marvel, alle faccende raccontate fino a qui e che porteranno a Civil War. In parte è forse una risposta a quel che spesso questi film tendono ad essere, con l’esempio massimo rappresentato da L’uomo d’acciaio (il cui seguito, non a caso, pare voler affrontare temi simili). E in parte ci ho visto anche un parallelo con il lavoro fatto su Daredevil, l’idea di mostrare un lato più “terreno” della faccenda, di raccontare cosa significhi essere semplicemente umani in un mondo pieno di divinità che svolazzano in pigiama prendendo a cazzotti alieni giganti ed eserciti di robot assassini. Lo si vede nella caratterizzazione dei due gemelli, ragazzi impauriti e in difficoltà alle prese con l’impossibile nonostante i loro poteri fuori dal mondo, e lo si vede soprattutto nella scelta di dare spazio ai personaggi minori, con unico, vero protagonista l’Occhio di falco di Jeremy Renner in modalità Roger Murtaugh. Alla fin fine il cuore del film, la sua forza drammatica e la sua potenza emotiva stanno nelle storie ai margini dei giganti che abbattono le montagne. Nella storia d’amore fra Natasha e Bruce, nella gente normale coinvolta in questa specie di apocalisse, in due giovani rabbiosi ma spaventati che mettono piede in un mondo non loro, nell’arciere che si trascina per il campo di battaglia sperando di sfangarla ancora una volta e, sì, alla fin fine anche nel robot adolescente che perde la brocca e nel nipote artificiale che sconfigge il padre per abbracciare il nonno. Poi, sì, ci sono gli altri e funzionano bene, lavorando sull’eredità dei film precedenti, sulla loro statura ormai iconica, e facendolo, di nuovo, con dialoghi quasi sempre azzeccati, presenza scenica e semplici battute che dicono tanto. Ma il film racconta gli altri, e in fondo è giusto così.

Sono soprattutto questi gli aspetti che mi hanno fatto apprezzare Avengers: Age of Ultron nonostante la sua natura sconclusionata e i suoi limiti. Le idee, gli spunti, il tentativo di raccontare qualcosa fra le pieghe del macello d’esplosione nerd e la capacità tutta whedoniana di far funzionare a livello drammatico le vicende di quarantamila personaggi e le svolte potenti anche quando sono legate a chi ha appena fatto il suo esordio e ha avuto due scene in croce. E poi, sì, certo, c’è anche lo spettacolo nerd dei supereroi che fanno le cose da supereroi, anche se onestamente, a questo punto, siamo un po’ viziati e non hanno l’impatto di una volta. Ma il guizzo salta sempre fuori, per esempio in quel momento, durante la battaglia finale, in cui Joss Whedon urla “puppamelo” alle vignette in split screen di Ang Lee e tira fuori una fantastica versione cinematografica delle tavole a fumetti, riproducendo al rallentatore le pin up a doppia pagina e facendomi venire i brividi. Che ci posso fare, m’accontento di poco. E ci sono gli omaggi, le citazioni, Wanda e Visione che fanno wink wink, un Quicksilver secondo me ottimo anche se non ha una scena pazzesca come quello di Bryan Singer, gli accenni alle cose future e quel finale tutto sgasato con la squadra rinnovata. Insomma, per me Ultron sì, e pure con tantissima convinzione, nonostante i problemi, i limiti e le sbroccate di Joss Whedon successive all’uscita. Alla fin fine i film migliori non son mica quelli perfetti, no? Son quelli che riescono a comunicarti qualcosa spremendola magari fuori da non si sa dove. Per me qua ci siamo.

Me lo sono visto al cinema, con lo schermo grosso, in lingua originale e in 2D. E credo sia la maniera migliore di guardarselo. Però ammetto una certa tentazione di riguardarmelo in Imax.

1 commento su “Avengers: Age of Ultron”

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