Un ultimo (?) post inutile su Battlestar Galactica

Tanto tempo fa, in una galassia lontana, se n’è saltata fuori dal nulla (si fa per dire) quella serie strepitosa di Battlestar Galactica. Come qualsiasi serie del pianeta, anche questa aveva alti e bassi, momenti controversi, fan irriducibili e quelli che la odiavano a morte. Mano a mano che me la guardavo, coi miei soliti ritmi alla un po’ come viene, passando da un cofanetto di DVD all’altro, ne ho scritto qua sul blog, lungo una serie di post che, volendo, è possibile recuperare a questo indirizzo. Però, per qualche motivo, quando ho finito di guardare la quarta stagione, lei e le due maledette parti in cui l’hanno divisa, non ho scritto nulla al riguardo. Avevo la bozza pronta qua su Blogger, eh, con tanto di immagine di apertura, dati iniziali e tutto quanto, il che è fra l’altro più di quel che faccio solitamente quando creo le bozze qua su Blogger. Ero pronto a scriverne, ma non l’ho mai fatto. Come mai? Vai a sapere.

“Perché faceva pietà”, urla qualcuno dal fondo della sala. Ma no, non faceva pietà. Certo, quella mossa un po’ avanti nei tempi di spezzarla in due sezioni non le fa un gran favore e sì, tutta la parte dedicata alla missione spirituale di Starbuck mi ha fatto due palle così, però poi l’annata si riprende in abbondanza verso metà stagione, soprattutto grazie alla strepitosa parte dell’ammutinamento, e lancia un crescendo finale che chiude molto bene tutti i discorsi aperti con calma nel corso degli anni. Continuano ad esserci alti e bassi? Sì. Ma del resto, per come la vedo io, l’unica stagione davvero senza grossi punti deboli rimane quella iniziale. Vogliamo aggiungerci che la rivelazione sull’ultimo Cylon, a conti fatti, non vale le precedenti? Tranquillamente. Eppure quell’ultima manciata di puntate, che saluta i tanti personaggi in maniera emotivamente forte e dà una chiusura da molti poco amata, ma secondo me molto in linea coi toni spirituali che hanno percorso l’intera serie, me la ricordo come efficace e riuscita ancora quattro anni dopo.

E come mai ne scrivo oggi? Perché improvvisamente mi sono guardato Battlestar Galactica: The Plan, l’unico pezzetto di ‘sta serie che ancora mi mancava. Perché ora e non all’epoca? Qualcuno mormora in fondo alla sala, ma non saprei dare un motivo preciso. Ce l’avevo lì, non l’ho mai guardato, è capitato. Forse il fatto è che, una volta giunto alla fine, non sentivo poi ‘sto gran bisogno di tornare indietro. M’è venuta voglia adesso perché l’ho notato che mi guardava dallo scaffale e, insomma, poverino, era lì abbandonato da quattro anni, m’ha fatto pena. Mi sono tolto lo sfizio, dunque, giungendo alla conclusione che tutto sommato potevo farne a meno. The Plan ripercorre la miniserie iniziale e le prime due stagioni mostrando gli eventi dagli occhi dei Cylon, riempiendo buchi, aggiungendo dettagli, illuminando sui diversi punti di vista. A tratti è interessante, in certi aspetti propone spunti gustosi e ha un paio di scene piuttosto azzeccate, ma insomma, m’è sembrato veramente il trionfo del superfluo. Del tutto inutile? Ma no, dai, alla fine è stato gradevole tornare per un paio d’ore in quell’universo che tante soddisfazioni m’ha dato. Anzi, in questo senso, forse, l’aver atteso quattro anni, se da un lato mi ha ovviamente impedito di cogliere tutte le sfumature e i riferimenti, dall’altro ha ampliato proprio quel piacere lì del ritorno a casa.

Quando avevo preparato questa bozza, quattro anni fa, avevo appena scoperto che nella versione italiana Adama si chiama Adamo e Starbuck si chiama Scorpion. Oggi come allora, la mia reazione rimane quella che lascio qua di seguito: non voglio sapere altro, voglio solo smettere di soffrire.

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