Azzurri


Non so bene perché, ma ho sempre fatto una gran fatica a tifare Italia nel calcio. Qualsiasi altro sport, penso alle varie discipline olimpiche o al basket (dopo la semifinale olimpica fra Italia e Lituania, vista dal vivo, mi ritrovai completamente senza voce), mi fa esaltare per gli azzurri senza alcun ritegno. Ma il calcio no. La nazionale mi sta sulle palle, a tratti addirittura arrivo a tifare contro. O, perlomeno, mi stava sulle palle. Ecco, dal mio personalissimo punto di vista, Lippi ha sicuramente un merito: quello di avermi fatto diventare simpatica la nazionale di calcio. Quest’estate non sarò forse tifoso sfegatato, ma di sicuro simpatizzero per gli azzurri. Mi sembra già un bel risultato.

Domani si gioca Italia Germania (quattroatre), l’ultima amichevole ufficiale di preparazione per i Mondiali del 2006. Quando Lippi ha diramato le convocazioni si è ovviamente scatenata la solita tarantella di polemiche, dubbi e domande. Personalmente penso che – eventuali infortuni a parte – i convocati di questa settimana siano in sostanza quelli definitivi, seppur con qualche “ma” e qualche “se”. Soprattutto, qui Lippi ha fatto le convocazioni “gruppo”, chiamando anche gente che è stata parte integrante nelle qualificazioni e adesso non sta attraversando un gran momento, credo per confermare loro la fiducia (penso soprattutto a De Sanctis e Iaquinta). Ma, come detto, ci sono delle cose ancora da decidere.

In porta è abbastanza dichiarato che ci sarà Peruzzi, quindi uno fra Amelia e De Sanctis resterà a casina (al momento credo De Sanctis).

In difesa i quattro centrali mi sembrano abbastanza sanciti: Cannavaro, Nesta, Materazzi e Barzagli. Non ci sono praticamente altre scelte e dubito cambierà qualcosa.

Sui terzini c’è il primo “dubbietto”, almeno teorico. Zambrotta e Grosso li vedo abbastanza inamovibili, quindi credo che Zambro giocherà a destra. I panchinari vengono di conseguenza: Oddo e Pasqual (che secondo me con questa convocazione è indicato come nettamente primo davanti a Chiellini e Balzaretti). Comunque, se Zambro dovesse giocare a sinistra, Pasqual starebbe a casa e verrebbe anche Zaccardo. Fra l’altro, è da verificare se Zaccardo sia davvero secondo a Oddo: penso che al momento Lippi preferisca ancora il giocatore del Palermo. Poi è da vedere anche se Pasqual sarà in grado di tenere su questi livelli fino a fine stagione, perché chiaramente non è un inamovibile del gruppo. Panucci ce lo scordiamo: credo proprio che Lippi non lo apprezzi, e io sono con lui.

A centrocampo i titolari sembrano essere Pirlo, Gattuso e Camoranesi. Con loro De Rossi, Barone e Diana. Per questa amichevole, comunque, è giustamente saltato fuori Perrotta. Lippi ha dichiarato che l’avrebbe chiamato anche senza l’infortunio di Totti e questo è importante. Perrotta lo puoi mettere un po’ dappertutto a centrocampo, anche a fare il trequartista (per quanto chiaramente non ti dia la qualità del Pupone). Secondo me ruberà il posto a Barone: De Rossi, col campionato che sta facendo, è indiscutibile, e Diana è l’unico vero cambio per Camoranesi (anche se Perrotta può pure giocare sulla destra, quindi il biondo non è proprio proprio irrinuciabile). Se per caso Totti non ce la facesse a tornare, credo che ci sarebbero questi nomi (compreso Barone). Brocchi secondo me la nazionale la vede solo in caso di infortuni seri per chi gli sta davanti. Difficile, infine, che un Semioli o un Marchionni rubino il posto a Diana: troppo offensivi.

Capitolo Corini: Lippi non lo vede, credo, e soprattutto ritiene che Pirlo e De Rossi bastino e avanzino. Di base, c’è anche da dire che negli ultimi tempi Corini gli ha dato un motivo in più: è sempre spaccato. Francamente, un conto è portarsi uno magari non a postissimo (come probabilmente sarà Totti) se è il titolare irrinunciabile, ma almeno in panchina forse è meglio avere garanzie.

In attacco, Toni, Gilardino, Del Piero e Iaquinta (oltre a Totti) sono più o meno gli inamovibili del gruppo. Lippi ha puntato su di loro fin dall’inizio e difficilmente cambierà idea. Sui primi tre penso non ci sia molto da dire e di base credo sia stato giusto convocare Iaquinta, tutto sommato, proprio per fargli capire che ha ancora la fiducia del CT. Non mi sento di escludere, comunque, che se Iaquinta non torna ai livelli di inizio stagione Superpippo gli freghi il posto (se continua a giocare in questo modo, ovviamente). Vieri è un favorito di Lippi, che non aspettava altro di vederlo giocare in maniera appena decente per convocarlo. Credo tenga a lui soprattutto perché è uno che fa spogliatoio e aiuta nella questione gruppo (e grippo). Al 90% Vieri sarà la quinta punta.

Cassano secondo me Lippi non lo vuole, teme possa essere dannoso per lo spogliatoio e teme anche un po’ le menate mediatiche che genererebbe. Inoltre, se Lippi vuole insistere coi due centravanti più il trequartista, Cassano è forse un po’ troppo offensivo per stare dietro le punte. Comunque, sarò malizioso, ma secondo me spera che nel Real continui a non giocare, così ha la scusa per non chiamarlo (e avrebbe pure tutte le ragioni). Detto questo, se improvvisamente diventasse titolare nel Real e li guidasse alla vittoria in Champions, potrebbe rubare il posto a Iaquinta/Inzaghi, certo non agli altri. Ma mi sembra molto difficile.

Lucarelli non esiste. Magari Lippi non pensa che funzionerebbe col suo sistema di gioco (anche se l’unica volta che l’ha chiamato ha fatto gol), magari crede che fuori dalla squadretta piccola che gioca tutta per lui non andrebbe altrettanto forte, magari teme il caos mediatico che potrebbe generare (“mettialucareeeelliiiii”), magari gli sta semplicemente sul cazzo il comunista. In sostanza, comunque, penso sia praticamente impossibile che venga convocato: dovrebbero infortunarsi Inzaghi e Iaquinta e far ridere da qui alla fine Cassano e Montella. Così, a naso. Fra l’altro, in relazione a Lucarelli, molti sostengono che sia ridicolo non chiamare il terzo cannoniere italiano, ma ricordiamoci che nel 1982 Pruzzo, capocannoniere del campionato, fu lasciato a casa da Bearzot.

Devo dire comunque che, per quanto mi dispiaccia (molto) per Lucarelli, apprezzo lo spirito con cui Lippi sta svolgendo il suo compito e le scelte legate al gruppo da formare. Sta facendo un buon lavoro e, forse, per la prima volta mi troverò a simpatizzare davvero per gli azzurri. Certo, per portarmi al tifo da ultrà ci vorrebbe Cristiano…

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Jersey Girl


Jersey Girl (USA, 2004)
di
Kevin Smith
con
Ben Affleck, Raquel Castro, Liv Tyler, George Carlin, Jason Biggs, Jennifer Lopez

Kevin Smith è un regista che ha basato tutta la sua carriera sui film “indipendenti” a basso costo, che oscillano fra la totale idiozia, la blasfemia e l’autocompiacimento nerd. Costui improvvisamente tira fuori la classica commediola dei buoni sentimenti, con protagoniste la coppia “in” del momento e una bambina petulante, in cui oltretutto, per la prima volta in assoluto, non appaiono i personaggi simbolo Jay e Silent Bob. Ovvio che il fan senta puzza di bruciato. Io pure, che proprio fan totale non sono, ma ho bene o male apprezzato tutti i suoi film precedenti, di puzza ne sentivo parecchia. Ma, in effetti, perché farsi bendare gli occhi dai pregiudizi? Proviamo a vederlo, ‘sto Jersey Girl

Ben Affleck e Jennifer Lopez, coppia d’oro poi scoppiata, al cinema aveva già fallito con Amore estremo. Salta quindi subito l’idea di abbindolare lo spettatore pubblicizzando il film con le loro due facce, visto che a quanto pare non erano vendibili. Ma perché “abbindolare”? Perché lo spunto iniziale della pellicola è la morte di J. Lo, che lascia soli al loro destino lo spasimante Ben Affleck e la neonata figlioletta. Da qui nasce una commedia che più classicheggiante non si può, fatta appunto di buoni sentimenti, personaggi di supporto tagliati con l’accetta, catarsi mistica del protagonista che scopre se stesso e finale “vissero tutti felici e contenti”.

Tutto questo, però, è realizzato da Kevin Smith, e si vede. Jersey Girl non è sboccato come tutti gli altri suoi film, ma ne eredita l’ottima scrittura, con bei dialoghi, credibili e divertenti, e riesce a non crollare mai nel baratro del lezioso buonismo spinto, anche nei momenti più “lacrimosi”. Quindi, alla fin fine, Jersey Girl è una piacevole visione, una commedia molto ben confezionata, senza nessuna particolare pretesa, ma che fa bene il suo lavoro.

Igby Goes Down


Igby Goes Down (USA, 2002)
di Burr Steers
con Kieran Culkin, Claire Danes, Ryan Phillippe, Jeff Goldblum, Amanda Peet, Jared Harris, Susan Sarandon, Bill Pulman

Ennesima pellicola appartenente al filone “nuova alta borghesia un po’ strana e con tanto cuore”, lanciato da Wes Anderson e ripreso da tanti (troppi?) altri, per esempio in Garden State ed Elizabethtown. Gli ingredienti sono i soliti: situazioni assurde, personaggi “affascinanti”, regia compiaciuta e compiacente, Susan Sarandon che interpreta un’insostenibile madre rincoglionita ma tanto intensa… Igby Goes Down, comunque, funziona abbastanza, soprattutto come commedia, grazie a qualche battuta azzeccata e alle buone interpretazioni di Kieran Culkin e Claire Danes, e riesce addirittura ad essere, per un breve momento, un racconto toccante sul rapporto difficile fra due fratelli estremamente diversi. Nulla di memorabile, comunque.

L’anno dell’uragano


The Big Blow (USA, 2000)
di Joe R. Lansdale

C’è stato un tempo in cui Galveston, che sorge su un’isola della costa texana, rivaleggiava con New York per il titolo di città più bella d’America. Poi, nel 1900, giunse la madre di tutte le tempeste, un uragano di potenza devastante, che prese Galveston, la rivoltò come un calzino e se la portò via. In quel contesto Joe R. Lansdale ambienta un breve racconto, che interpreta le ultime ore di Galveston – o, perlomeno, di quella Galveston – attraverso i pensieri, gli atti e le parole di alcuni pittoreschi abitanti. E non solo, perché il personaggio più importante, forse, è il forestiero Jim McBride, antieroe spregevole e sgradevole, incapace di mostrarsi anche solo vagamente simpatico.

Ma a dominare la scena è la furia della tempesta, strabordante e agghiacciante, come mai nessun film catastrofico l’ha dipinta. L’orrore puro dell’impotenza di fronte alla natura incazzata nera. Una roba quasi insopportabile per quanto riesca a creare tensione e angoscia come e meglio del miglior horror. E tutto racchiuso in un centinaio di splendide pagine.

Lucky Luciano


Lucky Luciano (Italia, 1998)
di Ala Sinistra e Mezzala Destra

Nel novembre del 1998 Kaos Edizioni ha pubblicato questo libro, che racconta la carriera e la rapida ascesa ai vertici del calcio italiano di Luciano Moggi. Gli autori hanno scelto di firmarsi con due pesudonimi perché “di questo lavoro sono autori vari cronisti, sportivi e non. E qualcuno conosce il carattere vendicativo di Lucianone; mentre qualcun altro vuole evitare che il proprio nome sia associato a quello del biografato e a molti degli argomenti trattati nel libro”. All’epoca dell’uscita, praticamente nessun quotidiano sportivo nazionale ha avuto il coraggio di parlarne e, del resto, di giornalisti che sanno quanto possa essere dannoso per il proprio lavoro mettersi contro Moggi ce n’è più d’uno.

Cinque o sei anni fa, ho scoperto l’esistenza dei libri Kaos dedicati al calcio grazie a una trasmisione dell’allora Tele+. Probabilmente si trattava di una qualche versione de Lo sciagurato Egidio, una di quelle robe in cui Giorgio Porrà e compagni si parlano addosso. Nel caso specifico parlarono di Nel fango del dio pallone, l’autobiografia di Carlo Petrini, ex calciatore del Milan di Nereo Rocco, ormai da tempo passato a scrivere libri “verità” sul mondo del calcio. Comprato, buttato sullo scaffale e letto solo un paio di estati fa. Beh, lì è scattato il trip e mi sono ritrovato a razzolare libri dello stesso genere (mentre cercavo quelli di Lansdale, va detto) e recuperarli più o meno tutti, compreso appunto Lucky Luciano.

Questo volume, firmato Ala Sinistra e Mezzala Destra, mette in fila tutta una serie di fatti più o meno noti relativi alla carriera del Lucianone nazionale. Avvenimenti documentati, ammissioni pubbliche, patetiche figure da cioccolataio davanti ai microfoni, testimonianze, rinvii a giudizio, condanne e via dicendo, tutto ampiamente documentato e ordinato cronologicamente. Non mancano interpretazioni e certo alcuni racconti sono frutto di ipotesi, che provano a riordinare i vari indizi sparsi. E, soprattutto, l’intero libro è caratterizzato da un certo tono sarcastico, che aiuta a prendere le cose dal verso giusto. Come si fa, altrimenti, a raccontare degli arbitri di Coppa Uefa accompagnati a far spese in centro e omaggiati di amichevoli prostitute, di scudetti gentilmente offerti alla camorra, delle perculate a/con/fra la famiglia Agnelli, del circo messo in piedi quotidianamente con la stampa e di sante trinità politico-calcistiche?

Ad ogni modo, Lucky Luciano è una lettura istruttiva e interessante, che credo un appassionato di calcio dovrebbe affrontare, non tanto per aprire gli occhi, ma per il gusto di scoprire (o riscoprire) tutti questi simpatici aneddoti. Perché poi alla fine son quasi tutte cose che “si sanno”, ma vederle elencate bene in fila dà sempre una sensazione come di assorbimento

Millennium – Stagione 1


Millennium – Season 1 (USA, 1996/1997)
creato da
Chris Carter
con Lance Henriksen, Megan Gallagher, Brittany Tiplady, Terry O’Quinn

Il periodo fra l’autunno 1995 e l’estate 1997 rappresenta, forse, l’apice della carriera di Chris Carter. X-Files è in scena con quelle che da molti sono ritenute le due migliori stagioni in assoluto, Mulder e Scully, nell’estate del 1997, si presentano sul grande schermo e Frank Black fa il suo esordio sul piccolo. E se la quarta stagione di X-Files è effettivamente qualcosa di pazzesco, una serie di ventiquattro puntate in cui forse solo una o due sono meno che eccellenti, la prima di Millennium veleggia da quelle parti.

Questo secondo parto dell’ex surfista ha alcune similitudini con X-Files, per esempio nei toni cupi, nelle atmosfere soffuse, nelle musiche non a caso composte dal fedele Mark Snow, ma allo stesso tempo è quanto di più lontano ci sia dalla precedente creatura di Chris Carter. L’elemento fantastico è messo in secondo piano, nonostante sia per molti versi una colonna portante della serie. L’orrore è sbattuto in faccia allo spettatore (piega che, va detto, ha preso anche X-Files nella quarta stagione) e i toni sono estremamente cupi. Soprattutto mancano quella sferzante ironia e quel delizioso sarcasmo che caratterizzano dialoghi e situazioni nelle avventure di Mulder e Scully. Frank Black, fedele al suo cognome, è un personaggio cupo, che vive storie oscure e trova momenti di luce solo quando torna a casa da moglie e figlia. E a volte neanche lì.

Per certi versi precursore di show più recenti dalle caratteristiche similari, Millennium in questa prima stagione si mantiene quasi sempre su livelli molto alti, grazie a sceneggiature curate, a un ottimo studio dei personaggi e a bei soggetti, con idee spesso molto interessanti. La sottotrama di fondo, che esplode in maniera fragorosa negli ultimi cinque episodi, è portata avanti fin dall’inizio con garbo, sulla base di piccoli accenni e sottili allusioni. E anche lo sconfinamento nel mistico che domina questa sorta di “saga finale” non stona, perché comunque ampiamente preannunciato. Peccato solo per quel penultimo episodio, Maranatha, davvero fuori tema, completamente slegato dal contesto. Sembra una puntata di X-Files, fatta e finita, solo con il protagonista sbagliato. Ma forse nasce proprio per ribadirlo una volta per tutte: Millennium è altro. Ottimo altro, perlomeno in questa prima annata.

Usenet Amarcord #008


Il 21 febbraio 2000 un simpatico camionista decide di non rispettare una precedenza. Un simpatico diciottenne di nome Marco “Chump” Bosio ne paga le conseguenze. Con questo messaggio comunico la cosa su it.fan.studio-vit, comunità di cui Chump faceva un po’ parte. Passa circa una settimana e, dopo il funerale, butto fuori una cofana di pensieri sconnessi, sempre sul vit. Roba che a rileggerla oggi mette un po’ di tenerezza, oltre che di tristezza. Due anni dopo, un altro ricordo. Adesso, di anni, ne son passati sei, e ogni tanto, nonostante comunque fosse una persona che conoscevo poco, mi viene in mente. E quindi ciao, zarretto.

La ragazza della porta accanto


The Girl Next Door (USA, 2004)
di Luke Greenfield
con Emile Hirsch, Elisha Cuthbert, Timothy Olyphant, Chris Marquette, Paul Dano

Il sogno erotico dell’adolescente medio si concretizza nella vita di Matthew Kidman quando si ritrova come vicina di casa una ragazza bella, affascinante, simpatica e che di lavoro fa l’attrice porno. Da qui nasce una lunga serie di risate, con tutte le classiche gag e incomprensioni dovute allo scontro fra mondi differenti (l’ambiente “furbo” del cinema porno e quello “innocente” della brava famiglia borghese americana). Gli amici nerd, il produttore sgamato, i problemi a scuola, i buoni sentimenti. Una commedia romantica simpatica e piacevole, con trovate divertentissime e qualche bella idea. Il classico filmetto di cui si può tranquillamente fare a meno, ma che visto su Sky un sabato pomeriggio finisce per essere solo ottimo.

Jarhead


Jarhead (USA, 2005)
di Sam Mendes
con Jake Gyllenhaal, Peter Sarsgaard, Jamie Foxx, Chris Cooper

Dopo aver dominato gli Oscar con il bello, ma sopravvalutato, American Beauty ed essere giustamente finito nell’anonimato con il mediocre, patinatissimo, quasi inguardabile Era mio padre, Sam Mendes torna alla ribalta con il suo miglior film. Jarhead racconta in prima persona le vicende di un marine coinvolto nella prima Guerra del Golfo, scegliendo un tono cinico e fortemente ironico. Mendes miscela Full Metal Jacket e Three Kings, omaggia apertamente Apocalypse Now e trova una via personale, non rinunciando ai dozzinali poetismi che caratterizzano la sua regia, ma trovando un senso della misura che francamente non pensavo gli appartenesse. Questa volta riesce a scrollarsi di dosso quasi del tutto la caramellosa e insopportabile patina che ricopriva Era mio padre e trae dal racconto, dal contesto, lo spunto per mettere in scena immagini dalla notevole potenza evocativa.

Aiutato dallo splendido lavoro di Roger Deakins, Mendes dipinge splendide cartoline dal deserto, regalando paesaggi di rara bellezza e una meravigliosa sequenza legata ai pozzi di petrolio in fiamme. Ogni tanto si fa un po’ prendere la mano, del resto ce l’ha nel DNA, ma il film non ne soffre, grazie soprattutto a uno script solido, scorrevole e azzeccato. Ottimo lo studio psicologico dei personaggi, sicuramente un po’ stereotipati nella concezione, ma tratteggiati molto bene nello sviluppo (soprattutto i due interpretati da Gyllenhaal e Sarsgaard). Deliziose, poi, le interpretazioni di Jamie Foxx e Chris Cooper. Manca, forse, un po’ di concretezza nella parte finale. Dopo quella bell’immagine dei marine che sfogano la frustrazione per aver trascorso mesi in una finta guerra, viene una serie confusa e inconcludente di piccoli “finalini”, che dicono poco o nulla e non sembrano poter tirare le fila del discorso. Voluto o meno che sia, resta in bocca un senso d’incompiuto.

Munich


Munich (USA, 2005)
di Steven Spielberg
con Eric Bana, Daniel Craig, Ciaran Hinds, Mathieu Kassovitz, Hanns Zischler, Geoffrey Rush

4 settembre 1972, Monaco di Baviera, la ventesima edizione delle Olimpiadi estive si sta avviando alla conclusione. Il nuotatore americano Mark Spitz conquista la sua settima medaglia d’oro in pochi giorni, stabilendo un record semplicemente pazzesco e ancora oggi irripetuto. Dopo il termine dei Giochi, a soli 22 anni, si ritirerà dalle competizioni. Ma quella sarà l’ultima partecipazione alle Olimpiadi anche per undici atleti israeliani. Il 5 settembre un commando palestinese dell’organizzazione Settembre Nero fa irruzione nel villaggio olimpico e prende in ostaggio gli undici uomini, uccidendone subito due. Le loro richieste non vengono accolte e, anzi, le autorità tedesche tendono un agguato ai terroristi, che reagiscono uccidendo tutti gli ostaggi. I servizi segreti israeliani reagiscono dando la caccia agli undici palestinesi coinvolti nell’operazione, col solo obiettivo di ucciderli, per ottenere vendetta e dare dimostrazione di forza. O, almeno, questo è ciò che viene raccontato agli esecutori delle condanne…

Ennesimo esempio della poetica cerhiobottista spielberghiana, Munich racconta i fatti in maniera solida e appassionante, volando sulla superficie delle cose e cercando di mantenere una posizione al di sopra delle parti. Il punto di vista è quello di Avner e dei suoi compagni, ma non può mancare l’immagine del commando terroristico avversario, che ci mostra – con una soluzione spesso usata da Spielberg – un nemico non “malvagio” in senso stretto, ma solo dall’altro lato della barricata. E allora Steven si lava la coscienza, sottolineando come non ci siano buoni e cattivi, e che le azioni di tutti i coinvolti sappiano essere brutte e puzzone. Oltre al confronto fra le due “bande di terroristi”, fin troppo esplicito in questo senso l’utilizzo del flashback sull’attentato al villaggio olimpico, spezzettato e diluito nell’arco di tutta la pellicola, estratto dal cilindro in maniera episodica, ogni volta che le azioni dei protagonisti cominciano a sembrare troppo sopra le righe e bisogna ricordarne la causa scatenante. Munich, inoltre, non sembra avere pretese di divulgazione, non approfondisce i fatti con piglio documentaristico e offre ben poche nozioni a chi degli avvenimenti sapeva poco o nulla.

Ma per fare grande cinema non è necessario sbandierare il miraggio dell’aderenza ai fatti reali, prendere forti posizioni politiche, approfondire tematiche scottanti. Basta, beh, fare grande cinema! E Spielberg, come suo solito, lo fa. Come già accadeva ne La guerra dei mondi, una buona metà di film è un perfetto esercizio di suspence, magistrale tanto nella sceneggiatura, quanto nella conduzione della macchina da presa. I primi due omicidi sono costruiti alla perfezione e il quasi catastrofico esito del secondo è da mozzare il fiato. Al contrario del suo precedente film, però, qui Spielberg, pur accusando qualche calo di tensione, tiene ben salde le redini del racconto e conduce lo spettatore fino all’amaro finale. Eccellente anche lo sviluppo dei personaggi, che partono quasi come ironica famigliola modello Mulino Bianco, pronti a svolgere il loro compito nel nome del bene, e piano piano si trasformano in bestie, abbandonandosi a squallidi atti di rabbia e finendo, nell’ultima, fallimentare, missione, per ridursi sullo stesso piano dei peggiori terroristi. Contribuiscono senza dubbio alla riuscita le eccellenti prove degli attori, dal sempre ottimo Eric Bana, al neo Bond Daniel Craig, passando per un sorprendente Ciaran Hinds.

Triste, snob, ma inevitabile nota finale per il doppiaggio. Se perdere per strada la babele di accenti e cadenze che caratterizza l’originale è comprensibile, vedere un cane infame e inascoltabile come Claudio Santamaria sempre più lanciato anche nel mondo dei doppiatori è inaccettabile. Il suo agghiacciante lavoro sul personaggio di Eric Bana fa bella coppia assieme all’interpretazione di Edoardo Ponti e ce la mette tutta per rovinare un doppiaggio altrimenti valido. Peccato.