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Amore e inganni

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Dopo aver costruito una carriera su film che sembravano adattamenti modernizzati di romanzi mai scritti da Jane Austen (o, comunque, mi davano quell’impressione, per quel che sono in grado di giudicare io, che in materia di Jane Austen ho letto un romanzo e visto qualche film), giustamente Whit Stillman si è dedicato a una breve storia epistolare che Austen ha scritto (forse) a vent’anni ma è stata poi pubblicata ampiamente postuma. Il risultato è un film pieno di situazioni e personaggi che paiono arrivare per direttissima dai precedenti film di Stillman ma si scrollano di dosso quel tono surreale, assurdo, fuori da ogni logica, grazie all’ambientazione di fine diciottesimo secolo. Ed è una delizia.

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Guida galattica per autostoppisti

The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy (USA, 2005)
di Garth Jennings
con Martin Freeman, Mos Def, Sam Rockwell, Zooey Deschanel, Warwick Davis e le voci di Stephen Fry e Alan Rickman

Quella della Guida galattica per autostoppisti è una serie di libri semplicemente meravigliosa, che conosco di fama fin da piccolo grazie all’avventura grafica Infocom, ma su cui ho posato gli occhi solo a fine anni novanta, grazie a una vecchia edizione Mondadori del primo libro. Mi piacque tanto da giustificare lo sbattimento di recuperare gli episodi successivi tramite gli arretrati Urania, con tanto di inevitabili bollettini postali. Altro che play.com.

Il meraviglioso humor brit di Douglas Adams, il carosello di personaggi completamente assurdi, quel taglio a metà fra il demenziale e il malinconico… fu amore immediato e insopprimibile, che mi fece divorare ogni singolo libretto. Sono però passati appunto un bel po’ di anni e il ricordo della saga, per quanto positivo, è ormai flebile. Difficilmente, insomma, nel guardare il film di Garth Jennings, posso essere rimasto deluso da una scarsa fedeltà allo spirito o agli eventi raccontati nei libri. Insomma, la sega mentale sull’aderenza al testo originale, che già di suo non mi affascina particolarmente, in questo caso mi viene proprio difficile. Non saprei neanche dire se sia un bene, perché non ricordo se all’uscita nei cinema i FANN si scagliarono contro il film, ma ovviamente do per scontato che sia accaduto.

Io mi limito a dire che al suo esordio sul grande schermo Jennings ha avuto intanto le palle di affrontare materiale difficile per mille motivi ed è riuscito comunque a trarne un film scemotto e simpatico. Non è esilarante, ma del resto non mi pare lo fossero più di tanto neanche i libri, e certo ogni tanto sembra cercare disperatamente di farti ridere con gag che non sono poi così divertenti. Però ha un bello spirito giullaresco, ha Sam Rockwell, che mi sta sulle balle ma funziona quasi sempre bene, e ha l’impressionantemente adorabile faccia di Zooey Deschanel.

Solo che gli manca qualcosa. Non so bene cosa, ma qualcosa gli manca di sicuro. Gli manca la carica, forse, un po’ di cinismo, per renderlo adatto al palato fino di chi si è ormai abituato a commedie tutte sangue e merda. Ma a onor del vero non mi pare di ricordare molto sangue (e men che meno merda a pacchi) nei libri di Adams. O magari gli manca la capacità di essere coeso oltre il minestrone di sketch messi in fila l’uno all’altro, perché in effetti in questo il film fa un po’ fatica. O magari non gli manca nulla, e manca a me la capacità di apprezzare un certo tipo di umorismo quando raccontato per immagini, invece che nero su bianco. Però per qualche motivo mi aspettavo una merdata pazzesca e invece ho trovato un film gradevole, anche se non entusiasmante.

V per vendetta


V for Vendetta (USA/Germania, 2005)
di James McTeigue
con Hugo Weaving, Natalie Portman, Stephen Rea, Stephen Fry, John Hurt

V for Vendetta è l’ennesimo film politico e politicizzato di una stagione hollywoodiana estremamente impegnata e che, del resto, rispecchia il sentimento di disagio dell’americano medio nei confronti di un governo retto da un palese ritardato. La pellicola di James McTeigue riesce in un compito non semplice, coniugando alla perfezione l’estetica patinata e i ritmi sincopati del classico “pop corn movie” americano con la voglia di dare un messaggio forte e importante, seppur in maniera un po’ anestetizzata.

La graphic novel in cui il film affonda le sue radici l’ho letta una decina almeno di anni fa, quando probabilmente neanche ero in grado di afferrarne fino in fondo i contenuti e, soprattutto, in un’epoca sufficientemente lontana da non farmene ricordare una beneamata fava. Tornato dal cinema, però, sono andato a curiosare in giro per scoprire cosa e come gli sceneggiatori hanno modificato, visto che, oltretutto, per l’ennesima volta, Alan Moore ha scelto di tirarsela e ha preteso che il suo nome non apparisse nei titoli di coda.

Sicuramente, come detto, il sottotesto politico è stato ammorbidito, ma ci sono anche altre modifiche nell’intreccio, comunque a mio parere per la maggior parte molto azzeccate. La relazione sentimentale più esplicita fra i due protagonisti, ad esempio, mi è parsa scritta molto bene ed estremamente romantica. Le scene d’azione aggiunte sono ben realizzate e, soprattutto, perfette nel contesto citato in apertura, di fusione fra film impegnato e allo stesso tempo di facile lettura. E poi, l’aver scelto di “snellire” l’ambientazione, dando vita a un futuro sì opprimente e cupo, ma non devastante e devastato come quello originale, ha permesso di mettere in scena un contesto estremamente credibile e agghiacciante, proprio perché molto vicino a quello in cui viviamo.

Ma tutte queste considerazioni restano nell’ambito della curiosità personale, dato che, lo ribadisco per l’ennesima volta, il mio approccio nei confronti di un adattamento per il grande schermo non vede e non vedrà mai la fedeltà al testo originale come elemento di critica, ma solo come interessante spunto di cui chiacchierare. A maggior ragione quando il film, come in questo caso, è un ottimo film, estremamente ben realizzato, scritto in maniera solida e appassionante, con pochi reali difetti.

McTeigue dirige la scena con buona padronanza, senza dubbio sfrutta molto di quanto imparato alla corte dei Wachowski, non solo nell’esplicito citarli durante le sequenze d’azione, ma anche nella fissazione per i dettagli e nell’utilizzo assiduo di simbolismi più o meno evidenti (e comunque in buona parte derivati dal fumetto di Moore e Lloyd). E, al di là di tutto, riesce a dare alla pellicola una sua impronta abbastanza personale.

A voler cercare il pelo nell’uovo, comunque, ci sono elementi di V for Vendetta che mi hanno lasciato perplesso. Per esempio la figura del cancelliere, davvero troppo sopra le righe e caricaturale, specie in un contesto che vede qualsiasi altro personaggio, anche il più tagliato con l’accetta, almeno un po’ caratterizzato e umanizzato. Probabilmente si voleva creare un personaggio simbolico, anche da contrapporre al simbolo che il protagonista V sostiene di voler essere, ma alla fine ne esce un po’ indebolita l’altrimenti estrema credibilità della vicenda. E a volerla dire proprio tutta, i minuti finali potevano essere un po’ più asciutti, meno tirati per le lunghe.

Ma, come detto, si sta cercando il pelo nell’uovo. V for Vendetta è ottimo cinema di intrattenimento, curato nella messa in scena e molto ben scritto. Non solo, è anche cinema impegnato, portatore di un messaggio non banale e non facile in un contesto hollywoodiano. Sarebbe ridicolo lamentarsi.