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Poi non dite che non vi ho avvisati: Crisis in Six Scenes

Se non ho capito male, oggi dovrebbe manifestarsi sull’Amazon Prime Video italiano Crisis in Six Scenes, la serie TV di Woody Allen che inizia con Woody Allen che afferma una cosa tipo “Ma sai che me ne frega a me, l’ho fatto perché pagavano bene” e in effetti ti dà poi l’impressione che sia proprio così. Ne ho scritto mesi fa, a questo indirizzo qua.

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Crisis in Six Scenes

Woody Allen si è avvicinato al mondo delle serie TV perché Amazon gli ha offerto un sacco di soldi per saltare la procedura tradizionale dell’episodio pilota e fare un po’ quel che voleva. Non sapeva in cosa stava andando a infilarsi, non aveva particolare dimestichezza col mezzo e non era neanche mosso da voglia smodata di cimentarcisi in maniera aperta e onesta, anzi, l’impresa non gli ha donato alcuna gioia, al punto che non glie ne frega nulla di sapere se la gente apprezza il risultato. Sono parole sue, eh: Amazon gli ha fatto un’offerta che non poteva rifiutare. E, per sicurezza, Allen lo ripete a chiare lettere anche in una delle prime scene di Crisis in Six Scenes, quando il suo personaggio, uno scrittore e sceneggiatore frustrato, ammette di aver accettato un incarico in televisione solo perché lo pagavano bene. Insomma, è tutto un mettere le mani avanti.

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Scoop

Scoop (UK/USA, 2006)
di Woody Allen
con Scarlett Johansson, Woody Allen, Hugh Jackman

Madonna, ma che palle, si ricomincia? Siccome hai centrato Match Point adesso riattacchi a scagazzare fuori filmetti insipidi per un decennio buono? Che è, ‘sta roba? A che serve? Che me ne dovrei fare? Ancora a travestire attori da te stesso, stai? Per di più in un film nel quale reciti anche tu? Ma non ti rendi conto di quanto scassi i coglioni vederci doppio per un’ora e mezza? Senza ridere. Senza che ci sia un qualsiasi intreccio. Non dico un intreccio giallo, eh, mi basterebbe un intreccio.

Un vecchio stronzo e una cretina lanciati allo sbaraglio contro un serial killer. Forse. O forse no. Nel dubbio, novanta minuti di gag insulse, a raccontare di questi due poveretti che inseguono l’occasione della vita su consiglio di un fantasma. Avvenimenti telefonati mezz’ora prima, tormentoni che si trascinano stancamente, personaggi piatti e monodimensionali… l’unica ragione di vita per questo film sta nella scena della piscina, con Hugh Jackman e Scarlett Johansson in costume da bagno. Oltretutto lei indossa il costume intero. E neanche mi piace. Fastidio.

Match Point


Match Point (USA, 2005)
di Woody Allen
con Jonathan Rhys Meyers, Scarlett Johansson, Emily Mortimer, Matthew Goode, Brian Cox

Io odio il doppiaggio.
Odio il doppiaggio perché mi impedisce di scoprire che Nola è americana sentendola parlare, come del resto fa Chris, e mi costringe a sentirlo dire da lui. Odio il doppiaggio perché mi obbliga ad ascoltare l’insopportabile voce e la mediocre recitazione di Ilaria Stagni, privandomi nel frattempo dell’adorabile bofonchiare di Brian Cox. Odio il doppiaggio perché attutisce e smorza l’audio ambientale, il rumore di fondo, e in un film così basato sul dialogo produce un effetto esageratamente teatrale, con gente che parla mentre il mondo sembra fuori da una finestra chiusa. Odio il doppiaggio perché mi spinge a fare queste tirate inutili e snob, perdite di tempo evitavili, specie se c’è da parlare di un gran film come è Match Point.

Roba di questo livello Woody Allen non ne faceva da… boh… dieci… quindici anni, anche. Un film di un rigore incredibile, diretto in maniera eccellente, con un fantastico studio per la costruzione di ogni singola immagine e una grande attenzione per il montaggio. Uno sputo in faccia a chi ritiene Allen poco più che un mesteriante della macchina da presa, buono solo per scrivere grandi sceneggiature. Cosa che, oltretutto, in questo caso fa per davvero, con una lunga sequenza di dialoghi semplicemente perfetti e una costruzione dell’intreccio magistrale. E perfetta è la scelta dell’attore protagonista, un Jonathan Rhys Meyers splendido e che meriterebbe maggior fortuna.

Un film a tema, che racconta le squallide brutture dell’alta borghesia, iniziando come “romance” leggero e scivolando poi nel cinico noir. Lento e lancinante, coinvolge lo spettatore e se lo trascina dietro senza un attimo di stanca. La conferma del fatto che, nonostante qualche passo falso, Woody Allen può tranquillamente guardare con spocchia tanti altri vecchi (stronzi) del cinema ormai ridotti al livello di amebe rincoglionite.