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Justice League

Le cose inaspettate. Justice League è riuscito, per brevi attimi, a titillarmi quello spirito da bimbo nerd che si gasa davanti ai supereroi che fanno cose sul grande schermo. È una sensazione che ho menzionato varie volte nelle mie chiacchierate per iscritto, durante questi anni di gente che si mena in pigiama al cinema, ma che negli ultimi tempi di overdose, assuefazione e placida abitudine, si era persa come lacrime nella pioggia. E invece, chissà come mai, su quell’ingresso in scena di Wonder Woman che sgomina i terroristi, con Gal Gadot che si muove potente, divina, velocissima, parando proiettili coi polsini come neanche Lynda Carter poteva sognarsi di fare, m’ha colto il brividino. Mi sono proprio gasato. Certo, è stato l’unico momento capace di colpirmi in questa maniera, nonostante – vado a spanne – un’oretta delle due che compongono il film sia dedicata alle scazzottate superpotenti, ma insomma, meglio che niente. E, in questo senso, quello del gasamento “basso”, sensoriale, stupido e incontrollabile, tocca dedicare una menzione d’onore a Danny Elfman, che non butta completamente nel cesso il lavoro fatto da Hans Zimmer e Rupert Gregson-Williams nei film precedenti ma firma coi guanti da forno (campane in ogni dove!) e infila il suo vecchio tema di Batman ogni volta che può (e omaggia anche il Superman di John Williams, seppur in maniera molto timida). Che cicci.

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La settimana a fumetti di giopep – 04/08/2007

Novità
Civil War #5 *****
Thor & I nuovi Vendicatori #100 ***
Fantastici Quattro 274 ***
L’Uomo Ragno #465 ****
L’Uomo Ragno #466 ****
Wolverine #211 ***
Gli incredibili X-Men #205 ***
Giunto ormai al quinto mese, il super crossover Civil War continua a colpirmi in positivo. Ben congegnato fin dalle premesse, ottimamente strutturato negli sviluppi, davvero scritto e disegnato alla grande nella miniserie principale e nella “figlioccia” Frontline. Come sempre le storie e storielline tratte dalle serie regolari che si intrecciano con l’evento vivono di alti e bassi, a volte aggiungendo davvero tanta sostanza, altre dando l’impressione di episodi un po’ tirati via e messi lì solo perché era necessario. Ma nel complesso l’evento è di quelli forti, si basa su un concetto potente e, in attesa di scoprire dove andrà a parare, sta offrendo tanti momenti drammatici e memorabili.

X-Men Deluxe #148 ***
Mentre Joss Whedon va avanti a raccontare un divertente – ma forse poco sentito – nulla, nelle altre storie si continua a respirare una sinistra e drammatica aria di Guerra Civile. Però i numeri senza l’X-Factor di Peter David sembrano davvero tanto più brutti.

Ultimates #29: “Il giorno dell’indipendenza” ****
Si chiude col botto il ciclo di Millar e Hitch su Ultimates. Tanta azione e tanto spettacolo per uno fra i fumetti più cinematografici che mi sia mai capitato di leggere. Ho un po’ l’impressione che si tenda a sopravvalutarlo, ma rimane una delle cose migliori lette in questi ultimi anni. E forse si merita di essere ripreso in mano e gustato tutto d’un fiato, magari per rendermi conto che sono io a sottovalutarlo.

Ultimates #28: “Se il passato non fosse morto” ***
Una bella, intensa e piacevole storia di passaggio, interlocutoria come solo gli annual sanno essere.

Ultimate X-Men #40: “Cable #1” ****
Ho un po’ paura a scriverlo prima di aver letto la seconda parte, ma Cable potrebbe essere la prima storia davvero convincente fra quelle scritte da Robert Kirkman per Ultimate X-Men. Un po’ mi spiace dirlo, perché The Walking Dead e Invincible sono fra le mie attuali letture preferite, ma fino adesso mi aveva davvero lasciato perplesso.

Antiquariato
Cable & Deadpool: If Looks Could Kill (L.O.) ***
La copertina di Rob Liefeld fa un po’ paura, ma per fortuna i suoi personaggi stitici e digrignanti non si manifestano ulteriormente. E all’interno c’è invece una storia piacevole e divertente, anche se non ai livelli del delirante Deadpool anni Novanta firmato Joe Kelly. Nulla di strepitoso, insomma, ma un minimo di curiosità per i numeri successivi mi è venuta.

Green Lantern: Wanted (L.O.) *
Una degna e illeggibile conclusione per il crimine contro l’umanità che è stato il ciclo di Ben Raab su Green Lantern.

Green Lantern: Homecoming? (L.O.) ***
Dovendo chiudere la serie, pare giusto affidare il compito al creatore di Kyler Rayner. E Ron Marz fa il suo solito onesto, pulito, lavoro da mestierante del fumetto. I nodi vengono al pettine e il colpo di spugna è bello che passato.

JLA: The Obsidian Age (L.O.) ***
JLA: Rules of Engagement (L.O.) ***
JLA #83: “American Nightmare” (L.O.) ***
Joe Kelly e Doug Mahnke sono secondo me una gran coppia. Ironia, ritmo, disegni spettacolari, tante intuizioni folli, soggetti geniali… ce n’è di che divertirsi assai. Il problema è che – immagino per l’impossibilità di stare dietro alla quindicinalità – non tutti questi numeri sono realizzati da loro. E il saliscendi è davvero insopportabile, anche perché i ricambi decisamente non sono all’altezza. Ed è un peccato, perché per esempio l’idea di affidare i due racconti paralleli di The Obsidian Age a due disegnatori diversi non sarebbe stata male, se l’altro non fosse stato una capra inguardabile.

JLA: Trial by Fire (L.O.) *****
Sei numeri di seguito realizzati interamente da Kelly e Mahnke generano, guarda un po’, un ciclo strepitoso. Inventarsi ogni volta un nemico in grado di mettere in difficoltà un team composto da gente come Superman, Wonder Woman, Lanterna Verde e compagnia bella non è facile, ma qui Joe Kelly se la cava con una trovata semplice, già vista, ma efficacissima. E attorno ci costruisce un intreccio appassionante e dai ritmi perfettamente calibrati. Se c’è un solo volume da consigliare nella marea di storie della JLA che ho letto in fila, è questo.

JLA #90: “Perchance…” (L.O.) ****
Bella, divertente e riuscita storia autoconclusiva che risolve in maniera molto simpatica la questione del flirtarello fra Diana e Bruce Wayne.

JLA: Extinction (L.O.) **
Una saga che puzza di anni Ottanta lontano un miglio, ma si lascia tutto sommato leggere senza problemi. Peccato per i disegni del fratello scemo di Ted McKeever.

JLA: The 10th Circle (L.O.) ***
Solo a leggere in copertina i nomi di John Byrne, Chris Claremont e Jerry Ordway ho cominciato a sbadigliare, ma invece ho poi trovato una storia solida, classica e ottimamente narrata. Certo, anche abbastanza superflua.

JLA #100: “Elitism” (L.O.) ****
Ottimo punto esclamativo per porre fine alla travagliata gestione Kelly/Mahnke. Quando sono riusciti a lavorare insieme con continuità hanno sempre generato ottimi frutti e questo ne è l’ultimo, limpido esempio. Una storia appassionante, con bei colpi di scena e trovate molto fantasiose. Ed è anche un bel prologo per l’interessante Justice League Elite.

JLA: Pain of the Gods (L.O.) ***
Banalotto nelle premesse e in parte anche nello sviluppo, Pain of the Gods si pone come intenso e drammatico studio sui dubbi, le incertezze, le sofferenze interiori che possono colpire anche delle divinità monolitiche come gli eroi DC. Che in fondo, sotto la maschera, sono pur sempre uomini. Purtroppo l’obiettivo non viene centrato fino in fondo, immagino per i limiti di Chuck Austen, che insomma, un genio non lo è mai stato. Le tavole di Ron Garney, però, si lasciano sempre guardare che è un piacere.

JLA: Syndicate Rules (L.O.) ***
Una lunga – forse troppo lunga – e divertente battaglia a tre fra la JLA, il Sindacato e una razza aliena. Tante belle idee, gli ottimi disegni di Ron Garney e la sensazione che con un minimo di sintesi sarebbe stata una grandissima storia.

JLA: Crisis of Conscience (L.O.) ***
Era inevitabile, lo dice anche la copertina, trovare su JLA le conseguenze di Identity Crisis. Certo, magari le si poteva raccontare con un filo di approfondimento psicologico in più e qualche scazzottata in meno, ma questo ci tocca. Bisogna anche ammettere che si sarebbe potuto fare ben di peggio, ma che occasione persa, però…

JLA: World Without a Justice League (L.O.) *
Madonna, che modo squallido di chiudere una serie per certi versi gloriosa come questa.

Robin/Batgirl: Fresh Blood (L.O.) **
Robin #134/147 **/***
Robin, come serie, mi ha sempre dato una forte sensazione di inutilità. Molto più di qualsiasi altro personaggio minore DC, il Ragazzo Meraviglia mi è sempre parso quello meno efficace se raccontato “per i fatti suoi”. Questo blocco di storie l’ho letto solo perché intrigato dalla partecipazione di Bill Willingham (autore dello strepitoso Fables) e devo dire di non essermi pentito. Nella prima metà fatica un po’ a ingranare, soprattutto per la mancanza di un disegnatore fisso (e per il fatto che su sette numeri se ne trova solo uno con delle matite decente, grazie al sempre ottimo Giuseppe Camuncoli), ma dal numero 139 Scott McDaniel porta stabilità e la serie decolla. Senza scrollarsi di dosso quel sentore di superfluo, ma regalando storie ben scritte e sottotrame ottimamente pianificate. Certo, Fables rimane davvero un’altra cosa.

Justice League Strikes Back


Formerly Known as the Justice League (USA, 2004)
I Can’t Believe It’s not the Justice League (USA, 2005)
di Keith Giffen, Jean Marc DeMatteis e Kevin Maguire
Edito da DC Comics

Nel 1987 DC Comics lancia un evento, il primo di tanti, finalizzato a mettere ordine nel caos di universi alternativi, paralleli, sovrapposti e scomposti che si era generato di decennio in decennio. Dopo gli eventi di Crisis on Infinite Earths, buona parte del cosmo DC viene sostanzialmente fatta ripartire da zero, col rilancio di personaggi, gruppi e serie assortite. In questo contesto nasce la Justice League International, una rivisitazione grottesca e demenziale del più importante supergruppo DC, che mette assieme, al di là di qualche significativa eccezione, solo personaggi minori, rielaborati in chiave buffonesca.

Keith Giffen, Jean Marc DeMatteis e Kevin Maguire sono le geniali menti dietro al progetto, che riesce a mescolare in maniera notevole i suoi tratti principali di delirante e dissacrante comicità con una notevole evoluzione dei personaggi e con, di tanto in tanto, perfino una discreta attenzione per i risvolti drammatici (seppur sempre smorzati da un fortissimo taglio autoironico). Basterebbe solo la splendida, cinica, tremenda partecipazione di un Batman sempre e costantemente impegnato a spararsi le pose e ad ergersi al di sopra di quella banda di dementi, per consegnare alla storia questa serie. Una serie che, purtroppo, dopo circa un decennio si conclude nell’ignominia.

Giffen e DeMatteis tirano i remi in barca con una saga (Breakdown) dai toni iper-drammatici, chi prende il loro posto non è in grado di mantenersi sugli stessi livelli e si accanisce tremendamente contro quei personaggi, facili vittime anche perché tutto sommato esponenti minori del cosmo DC, e nel giro di qualche tempo va tutto a catafascio. Un paio di anni fa, però, il team si riunisce e dà vita a due miniserie, Formerly Known as the Justice League e I Cant’ Believe It’s Not The Justice League, entrambe perfettamente riuscite nel non semplice tentativo di riportare in vita quello spirito goliardico senza risultare datate.

Sfruttando un pretesto narrativo ovviamente puerile, i due sceneggiatori raggruppano alcuni fra i più rappresentativi membri del cast, inseriscono la splendida esordiente Mary Marvel e regalano oltre duecento pagine totali di divertimento estremo e situazioni ben oltre il limite dell’assurdo. La sensazione, per chi a suo tempo seguì il vecchio serial, è di tornare a casa, assieme a una famiglia di adorabili fessacchiotti. Ma Giffen e DeMatteis, coadiuvati da un Maguire al solito parco di sfondi ma in grado di far recitare i suoi personaggi come forse nessun altro, vanno oltre il divertito omaggio e, soprattutto nella seconda miniserie, scavano nella psicologia dei personaggi, regalando anche momenti molto intensi.

Il delizioso confronto infernale fra Guy, Tora e Bea è una piccola perla di grande scrittura, intensa e drammatica pur nel delirio comico della situazione che la circonda. Nel dare dignità a una morte il cui stesso sceneggiatore si era pentito di aver firmato, I Can’t Believe It’s Not the Justice League piazza i suoi personaggi all’inferno, regalando al mondo una personalissima e toccante rielaborazione del mito di Orfeo ed Euridice. Ma dopo la commozione torna il divertimento, con un mondo parallelo di deriva fetish e uno stupidissimo ritorno a casa, che si chiude su una nota di amore e amicizia davvero capace di scaldare il cuore.

E finisce così, finisce (probabilmente) per davvero, dato che subito dopo – anzi, addirittura in contemporanea all’uscita della seconda miniserie – è tornato l’accanimento su quei personaggi, più feroce che mai. Allo stato attuale, sono praticamente tutti morti, dispersi, impazziti o trasformati in supercriminali (e successivamente morti, ovvio). Perché tanto odio?