Gasp

Ieri ho provato il demo in cooperativa col solito Holly e ho fatto questa scoperta pazzesca. In Resident Evil 5 c’è lo strafe. Giuro, non me l’aspettavo. Grande Capcom, queste sono le innovazioni che ci servono. Finalmente anche i giapponesi sono entrati negli anni novanta. Son bei momenti.

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Battlestar Galactica: The Resistance

Battlestar Galactica: The Resistance (USA, 2006)
creato da Ronald D. Moore
con Michael Hogan, Aaron Douglas, Nicki Clyne, Dominic Zamprogna, Christian Tessier, Matthew Bennett, Alisen Down, Emily Holmes

La terza stagione di Battlestar Galactica si apre qualche tempo dopo la conclusione della seconda, dando ovviamente per scontati alcuni avvenimenti, che in seguito ci si preoccuperà di approfondire e meglio spiegare. Non tutto ciò che è avvenuto in quel lasso di tempo, però, viene effettivamente illustrato e alcune cose si limitano a rimanere nell’aria, sotto forma di inquietanti ricordi che genereranno drammatiche conseguenze.

Una parte di questo “non detto”, in realtà, viene raccontata nei “webisode” che compongono Battlestar Galactica: The Resistance, miniserie da dieci brevissimi episodi “trasmessi” sul web a cavallo fra le due annate. Qui infatti si racconta della nascita del movimento collaborazionista, di una tragica morte che avrà pesanti effetti e di alcune importanti decisioni prese da un paio di personaggi.

Un approfondimento piacevole e, soprattutto, velocissimo (nel giro di venti minuti si può guardare l’intera miniserie), che aggiunge elementi interessanti ma, di fatto, è tutt’altro che necessario. Nel guardare la terza stagione non ho percepito per un attimo la necessità di sapere come si fossero svolti questi eventi e, di fatto, guardarli è stato piacevole, intrigante, ma certo non fondamentale.

Si tratta comunque di una miniserie ben realizzata, s’incastra bene fra le due stagioni e ha comunque un suo senso nella narrazione, oltre al fascino di osservare un racconto giostrato su una scansione dei tempi ovviamente molto diversa da quella della serie originale. Insomma, siamo ben lontani dai livelli infimi di cui leggo in giro per praticamente qualsiasi altra operazione simile dedicata ad altri serial.

P.S.
Leggo che The Resistance è incluso nel cofanetto americano della terza stagione di Battlestar Galactica. In quello europeo non c’è. Morire. Tutti.

Metal Gear Solid Portable Ops

Metal Gear Solid: Portable Ops (Konami, 2006)
sviluppato da Kojima Productions – Masahiro Yamamoto, Noriaki Okamura

Metal Gear Solid Portable Ops è, probabilmente, il gioco perfetto per chi è intrigato dall’atmosfera e dalle meccaniche della serie di Hideo Kojima ma non riesce a sopportarne l’invadenza della narrazione. Il protagonista degli eventi, qui, è Naked Snake, le cui vicende proseguono dopo MGS3. Il racconto, però, è abbastanza esile, poco presente, limitato oltretutto a una serie di deliziose vignette animate sullo stile di Metal Gear Solid: Digital Graphic Novel. Piacevole da seguire per un fan della saga, perché introduce e sviluppa elementi e personaggi importanti negli episodi della serie principale, ma tutto sommato dimenticabile. Ciò che conta, qui, una volta tanto, è il gioco.

E che gioco! Dopo i due sfiziosi e folli Metal Gear Ac!d, lascia quasi di stucco scoprire che sì, cazzo, è possibile avere su PSP un Metal Gear Solid fatto come si deve. Ma non solo, perfino un Metal Gear Solid ottimamente adattato alle esigenze di una console portatile e fondamentalmente incentrato sulle sue meccaniche, sulla profondità del sistema di gioco, addirittura sulla capacità di farsi giocare e rigiocare anche a prescindere dal racconto.

Diviso in tante brevi missioni ottime per la partitina al volo, incentrato sui soliti concetti di infiltrazione e movimenti stealth, graziato dalla splendida idea del team di uomini da catturare, reclutare e assegnare ai vari compiti (quindi impreziosito da una gestione strategica altrimenti assente nella serie). Pieno e strapieno di roba da sbloccare tornando più e più volte sul luogo del delitto, ricco di missioni impegnative, ottimo per essere affrontato, di fila, dall’inizio alla fine ma anche riaffrontando senza tregua i vari livelli per spolparlo fino all’osso.

Portable Ops, insomma, è un fantastico esempio di come sia possibile portare su PSP un gioco “da casa” adattandolo e plasmandolo attorno alle caratteristiche e alle esigenze di una console portatile. Senza snaturarlo, senza trasformarlo in qualcosa di radicalmente diverso, ma anche senza limitarsi a una mediocre conversione stipata su UMD un po’ come capita. Meglio di così era davvero difficile fare.

La notte del drive-in 3: La gita per turisti

The Drive-In: The Bus Tour (2005)
di Joe R. Lansdale

Leggere i libri di Lansdale, soprattutto quelli in cui non si prende sul serio, è ormai un pacifico, tranquillo, rassicurante rilassarsi. È la certezza di avere a che fare con la sua divertente e graffiante prosa. È la sicurezza di trovare idee fuori dagli schemi, trovate deliranti, racconti che si leggono tutti d’un fiato. Certo, non ci si può aspettare soluzioni narrative spiazzanti e in linea generale si trova ormai un bel po’ di maniera. Però c’è quello, c’è il divertimento puro, il piacere di affrontare una lettura semplice senza doversi per forza adagiare sul piatto pattume.

La gita per turisti è il terzo episodio di una serie che avrebbe fatto meglio a limitarsi al primo, splendido, episodio. Non che i successivi due siano da buttare, anzi, sono sempre letture piacevoli, fosse anche solo perché sembrano essere per Lansdale una sorta di parco giochi, in cui dà libero sfogo alla sua fantasia assurda, raccontando tutto quello che gli passa per la testa. E del resto solo la lunga parte ambientata nello stomaco di quell’enorme pescione, sorta di rielaborazione in chiave splatter trash del pescecane di Pinocchio, da sola vale il prezzo del biglietto.

Il problema, più che altro, è che sembra un po’ inutile questa voglia di dare alle vicende non solo un seguito, ma addirittura un epilogo e perfino una spiegazione. Il primo episodio era perfetto, terribilmente agghiacciante proprio per la sensazione di assurdità inspiegabile, per il folle panico generato dall’ignoto. Già il mostrare quel che c’era “là fuori” nel seguito mi aveva lasciato perplesso, ma qui si va anche oltre. Se buona parte del libro è dedicata a una serie di assurde vicende che comunque aggiungono elementi allo scenario assurdo dipinto nei primi due, il finale regala un’inquietante spiegazione a tutto quello che è successo in precedenza.

Una spiegazione abbastanza pacchiana, semplice, fredda, vuota, che mantiene comunque il taglio pessimistico e cinico dell’intera saga, ma di cui sinceramente non sentivo la mancanza. Il fascino di La notte del drive-in, in fondo, sta nel suo senso dell’assurdo, e il razionalizzarlo gli toglie potenza. Soprattutto se poi la spiegazione è così banalmente razionale. Insomma, complessivamente pollice verso, anche se ripeto, basta il viaggio nel pescione per amare ‘sto libretto.

Nip/Tuck – Stagione 4

Nip/Tuck – Season 4 (USA, 2006)
creato da Ryan Murphy
con Julian McMahon, Dylan Walsh, Sanaa Lathan, Joely Richardson, John Hensley, Roma Maffia, Kelly Clarkson, Jacqueline Bisset, Larry Hagman

Il primo episodio della quarta stagione di Nip/Tuck è un macigno tostissimo, che apre le danze tracciando subito le linee guida e illustrando il tono da melodramma estremo che terrà banco per tutto l’anno. Sean perde il controllo e si lascia andare, parla della sfortuna che ha colpito il figlio in arrivo, si aggrappa alle budella dello spettatore come nei momenti migliori della serie, e come la stessa quarta stagione non sempre riuscirà a fare, pur tentandoci disperatamente. Un “One in a million bolt of lightning” ha colpito, bruciando tutto quello che gli sta attorno. E si comincia.

Si comincia per certi versi quasi con un ripartire da zero, soprattutto nel giungere dopo due annate al contrario strettamente interconnesse fra di loro. Nuovo il cast di supporto, con personaggi più o meno ricorrenti spuntati dal nulla, nuovo l’antagonista, che la butta un po’ meno sulla presenza angosciante e un po’ più sul cattivone onnipotente. Ma non è solo una questione di novità, perché c’è anche un abbandono quasi totale e improvviso di molti sviluppi narrativi, soprattutto per quanto riguarda i personaggi di Matt e Julia. Sembra quasi un voler cancellare la tanto bistrattata terza stagione.

La caratteristica che più spicca in questo quarto anno, però, è l’esplosione di guest star, che spuntano letteralmente da tutte le parti. Non amo molto quando il cast diventa una collezione di facce note, perché generalmente finiscono per sovrastare il personaggio che interpretano, levando impatto drammatico agli eventi. Ci si ritrova ad osservare non personaggi, ma attori famosi, distraendosi un po’ troppo dal racconto. Anche vero, però, che in fondo l’utilizzo di tanti volti finti ben s’incastra in un telefilm che parla proprio di gente finta, di persone che si nascondono dietro appendici e ritocchi estetici. Insomma, se c’è un contesto in cui si può perdonare un simile eccesso è proprio Nip/Tuck. E del resto, il simbolo estremo di questa cosa, l’apparizione di Burt Bucharach in Conor McNamara, è un momento meraviglioso, toccante, ridicolo, kitch, assurdo, intenso, pacchiano. Insomma, il riassunto di tutto ciò che rappresenta Nip/Tuck.

L’eccesso è e rimane il simbolo di una serie che in questa stagione si diverte a camminare sempre più sull’orlo del ridicolo, mescolando delicatamente intenso melodramma e gusto per l’assurdo. Visti certi argomenti e certi personaggi, non stupisce che molti la considerino il punto di non ritorno, lo spartiacque che ha segnato il definitivo crollo. Ma tutto sommato ci pensano la solita, notevole, qualità della scrittura e la sferzante autoironia a tenere salde le redini del racconto e a donare credibilità alle storyline più traballanti. Anche la situazione più assurda si incastona bene nell’intreccio narrativo e complessivamente questa quarta stagione appare molto più coesa e solida della precedente.

E da questo turbinoso immergersi nel melodramma non si può che uscire devastati, cambiati, rifatti da capo a coda. Nulla potrà essere più come prima, tutto riparte, questa volta veramente, da zero. Si cambia città, si cambia vita, si cambia famiglia, si cambia tutto, in un finale “musical” splendido e spiazzante, completamente fuori dalle righe per quelle che sono le abitudini della serie. Solo una cosa rimane sempre costante. L’indissolubile, simbiotico legame fra Sean e Christian. Fratelli di sangue, uniti per sempre.

P.S.
Tramite PlayTrade, ho comprato usata a un prezzo lurido la versione HD-DVD, che si vede e si sente una favola. Immagino valga lo stesso per quella Blu-Ray.

Landstalker: The Treasures of King Nole

Landstalker Koutei no Zaihou (Sega, 1992)
sviluppato da Climax Entertainment

C’è un po’ di stronzaggine, diciamocelo, nel mettersi a comprare su Virtual Console, in pieno 2008, Landstalker, per poi oltretutto impiegare mesi e mesi a finirlo. Ok, magari la stronzaggine non è a livelli troppo elevati, dato che in fondo il gioco l’ho pagato grazie ai punti stella. Ma insomma, con tutto il ben di Dio che c’è in giro, ci si chiede perché mai uno debba stare – ripeto – mesi a giocare a una roba uscita nel 1992 su Megadrive e, oltretutto, non esattamente celebrata come capolavoro senza tempo.

Non certo per il fattore nostalgia, visto che non l’avevo mai giocato prima, non è seguito o “precedente episodio” di altre cose da me giocate e, sinceramente, a malapena mi ricordavo della sua esistenza. E allora perché? Beh, perché ne ho letto bene su Virtual Console Reviews. Perché avevo voglia di un arcade adventure come non se ne fanno più. Perché volevo giocarmi qualcosa di vecchio, di stantio, che mi facesse sentire vecchio e morto come indubbiamente sono, se è vero che non riesco a gasarmi per un’uscita nuova che sia una, ma sto qui a giocare con Excitebike e Landstalker.

Ma d’altra parte, in quel che gli chiedevo, Landstalker “delivers”. Certo, si deve sopportare una grafica che, sinceramente, penso anche nel 1992 non fosse proprio ‘sto florilegio di trovate stilisticamente incredibili, anche se è complessivamente molto curata. E sì, bisogna avere a che fare con passaggi difficili ben oltre la frustrazione, cose a cui non è che ultimamente si sia proprio abituati. Anche perché la difficoltà, qui, va in tutte le direzioni. Ci sono scontri tosti (nonostante delle meccaniche di combattimento a dir poco semplicistiche), ci sono enigmi molto ben congegnati, ci sono dungeon estremamente vasti e ricchi di interruttori, chiavi, leve e altre robe strane che aprono porte in genere nascoste a miglia di distanza. C’è, insomma, un gioco demodé, impegnativo, divertente, con tanti limiti e una storia ridicola.

Landstalker è un giochino semplice semplice, con elementi GdR poco più che abbozzati e meccaniche d’altri tempi, che infatti risulta molto tosto da portare a termine per concezione, filosofia, intrinseca bastardaggine. E anche per qualche minchiata di game design, via, che Climax non è esattamente Nintendo. Ché non avere neanche mezza ombra proiettata da personaggi, oggetti, piattaforme, in un gioco con visuale isometrica pieno di salti, insomma, non è esattamente bello o comodo. Ma ci si passa sopra, perché nella somma delle parti viene fuori un gioco profondo, longevo e divertente più o meno dall’inizio alla fine. Non è uno Zelda, non è il miglior Wonder Boy, ma è comunque qualcosa di ottimo in un genere che all’epoca dominava, mentre oggi pare ormai relegato a qualche revival su console portatile.

Harsh Times – I giorni dell’odio

Harsh Times (USA, 2005)
di David Ayer
con Christian Bale, Freddy Rodriguez

Jim Davis, ex ranger, reduce dalla Guerra del Golfo, vivacchia in una luridissima Los Angeles cercando disperatamente lavoro nelle forze dell’ordine, coltivando più o meno seriamente un sogno di vita col suo amore oltreconfine e abbandonandosi spesso e volentieri ai suoi istinti (auto)distruttivi. Assieme a Miguel, l’amico per la pelle ingenuo e manipolabile, Jim insegue sogni e soddisfazioni, tallonato da fallimenti, angosce e tragedie.

Nella sua opera prima da regista David Ayer recupera quanto di buono aveva messo nello script di Training Day e scatena un’insospettabile violenza espressiva per tirare fuori uno splendido noir. Duro, sporco, polveroso, cupo, irrecuperabile, percorso da una vena tragica di pura sostanza, senza strizzate d’occhio o derive citazionistiche. Immagini asciutte e che colpiscono allo stomaco, essenziali, lucide ma non certo rozze o dozzinali. Una regia sorprendente, che tiene botta per tutto un film tosto come un mattone e privo di compromessi.

Ma a far risplendere Harsh Times ci pensa soprattutto un incredibile Christian Bale, impressionante interprete di un drammatico e inesorabile tuffo nell’autodistruzione. Schizofrenico viaggiatore, uomo disperato e condannato, carico di violenza selvaggia pronta a esplodere in qualsiasi momento, incapace di dare un senso alla propria vita, condannato al fallimento anche quando mosso dalle migliori intenzioni. Al suo fianco, il povero Freddy Rodriguez fa il possibile, ma viene fondamentalmente annichilito.

P.S.
Il sottotitolo italiano c’entra ovviamente pochino col film, ma pare sia comunque meglio di un doppiaggio inqualificabile. “Pare”. Non lo so, non l’ho sentito, non ne voglio sapere niente.

Let’s go


Quando sei al giro di boa in una giornata vagamente stancante. Quando cominci a non stare in piedi e pagare la sveglia alle 5:30 (dopo tre ore scarse di sonno, of course), i treni, l’aereo, le scarpinate, i cazzi e soprattutto i mazzi. Quando sai che mentre sei lì che fai l’ultima intervista l’orda di barbari giornalisti puzzolenti mangialumache si sta fregando qualsiasi cosa ci sia all’uscita, dai giochi omaggio ai press kit ai rotoli di carta igienica del cesso. Quando hai lo stomaco che ti rompe i coglioni perché un pranzo a buffet a base di roba molle francese non è il massimo, soprattutto se poi passi il pomeriggio a trangugiare coca cola e perfino una pepsi.

Ecco, in quel momento, è figo sederti a intervistare Hunter Smith. Non perché è il producer di Godfather II. Non perché si rivelerà una persona estremamente simpatica e disponibile. Non perché, dopo aver intervistato un certo dirigente che si esprimeva solo a frasi da comunicati stampa, è piacevole avere a che fare con un essere umano. Non perché finisca per dire cose interessanti. Non, insomma, per tutti i motivi per cui è stato piacevole intervistarlo. No, no. Perché il tipo è di Philadelphia, e quando posa lo sguardo sulla felpa degli Eagles chiede incuriosito se son tifoso.

Seguono dieci minuti di deliranti chiacchiere sportive dai quali non saranno riportati estratti di alcun tipo, dato che ovviamente anche solo citando la cosa qua dentro ho portato sfiga e sentenziato che domenica si scatenerà il lutto in casa Maderna, quindi non mi pare il caso di insistere.

La giornata – comunque umanamente molto piacevole, ché un Bortolotti e un Moioli son sempre bestioline adorabili – si conclude nella miseria quando arrivo a casa letteralmente a pezzi, sopravvivo all’assalto del gatto lanciandogli una dose di crocchette subito prima di essere sgozzato e, invece di andare saggiamente a dormire come un bravo cristiano farebbe, mi metto a giocare a FIFA 09 con quell’uomo senza pietà del Calcaterra (fra l’altro ascoltandolo esultare come non accadeva dal 1994. Che la marea stia cambiando?). Il progetto di sbriciolarmi in una pozza di bava per mancanza di sonno entro i 35 anni avanza spedito.

In foto, visto che ormai ci siamo scoperti e tanto vale sbracare, due persone che – qualunque cosa accada domenica ed eventualmente il primo di febbraio – me lo devono e possono solo puppare. Con forza, gentilmente.

P.S.
La metropolitana di Parigi puzza come se fosse un luogo sotterraneo pieno di francesi. Una cosa insopportabile, anche se ogni tanto arriva dell’aroma di croissant a farti credere che la tortura stia per avere fine.