La pantera rosa


The Pink Panther (USA, 2006)
di
Shawn Levy
con
Steve Martin, Kevin Kline, Jean Reno, Emily Mortimer, Beyoncé Knowles

C’è qualcosa di profondamente sbagliato in un film nel quale l’ispettore Clouseau risolve il caso grazie a una serie di geniali intuizioni e acute osservazioni, oltre che, addirittura, facendo la mossa giusta al momento giusto. Comunque la si voglia mettere, questo è tradire il personaggio e ciò che ha rappresentato nel decennio abbondante in cui fu Peter Sellers a vestirne i panni.

Pippe mentali filologiche a parte, comunque, questa nuova Pantera Rosa funziona poco anche se presa per i fatti suoi. C’è sicuramente qualche bella gag, gli attori scelti come comprimari sono azzeccati e, tutto sommato, Kevin Kline e Steve Martin, pur improponibili nel tentativo di scimmiottare chi li ha preceduti, non funzionano poi così male.

Ma al film – che pure mi sembra ampiamente superiore al pessimo ricordo che ho di quello con Benigni – manca la carica dei migliori episodi del passato. E alla fine nella memoria rimane solo il divertente cameo di Clive Owen, forse l’unica immagine davvero genuina e dirompente.

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Miami, seconda parte


Il secondo giorno a Miami si apre alle sei del mattino, quando il signor jet lag mi spalanca gli occhi e mi fa alzare dal letto. Dopo una veloce colazione a base di frutta (quella del cesto omaggio), mi metto il costume e mi dirigo verso la spiaggia. Vista l’ora, comprensibilmente c’è una manciata di persone e i bagnini stanno appena appena iniziando ad aprire i vari ombrelloni e piazzare le sdraio. In questa bella e silenziosa atmosfera scatta quindi la passeggiatina con le gambe a mollo, che si trasforma velocemente in un bel bagnetto.

Dopo la glaciale esperienza in Irlanda e il “manco ce provo” di Santa Monica, finalmente faccio il bagno nell’oceano a una temperatura accettabile. L’acqua è stupenda, limpidissima, tiepida e accogliente. Anche andando un po’ al largo (non troppo, sai mai che ci sia davvero qualche squalo), si vede sempre perfettamente il fondo. Dopo essere stato un po’ a mollo, torno a riva e mi svacco sulla sabbia ad asciugarmi, anche se il procedimento è lungo, dato che il sole non è ancora alto e putente in cielo. Tocca però tornare in albergo abbastanza in fretta, perché è ora di lavorare.

Dopo una veloce doccia, raggiungo i tizi di Rockstar nella loro stanza e trascorro qualche ora a provare ‘sto nuovo GTA per PSP. Evito di approfondire, intanto perché probabilmente non mi è permesso farlo, e poi perché lunedì dovrò mettermi a scrivere sei pagine sull’argomento, quindi sai che voglia di farlo anche qui. Svolta la pratica, comunque, ho un po’ di tempo per cazzeggiare e decido di andare a farmi una passeggiata “cittadina”.

Appena uscito dall’albergo trovo un centro informazioni, nel quale recupero una mappa di Miami. Da lì mi dirigo verso Lincoln Boulevard, che è la via pedonale in cui si trovano praticamente solo negozi e ristoranti (mentre nella via dell’albergo, beh, ci sono solo alberghi). Davvero impressionante notare la smodata presenza italiana a Miami, o perlomeno in questa zona. Praticamente, tolte le catene – che comunque sulla Lincoln non sono molto presenti – il novanta per cento dei ristoranti/bar/paninari sono italici.

Insegne stile “Gelateria Parmalat” a ogni angolo, tricolori srotolati sui tetti, manifesti con le foto della Nazionale e scritte modello “Grazie ragazzi” e “Voi ci credevate? Noi sì!”, una meraviglia! Ovviamente una tale presenza di “italianitudine” non è casuale e infatti ovunque ti giri senti voci parlare nella nostra lingua. A quanto pare Miami è meta turistica particolarmente ambita dagli alfieri di pasta pizza e mandolini vari.

La passeggiata è abbastanza deludente, nel senso che davvero ci sono quasi solo posti per rifocillarsi e i negozi scarseggiano un po’ (o forse scarseggiano quelli per me interessanti). Magari, per una volta, riuscirò a tenere chiusa nel portafogli la carta di credito, che non sarebbe neanche male. Arrivato al termine della parte pedonale di Lincoln Boulevard, scopro un cinema multisala e subito miro i film disponibili: Clerks 2, My Super Ex-Girlfriend, Pirates of the Caribbean, Superman Returns, Cars… mamma mia, quanta roba sfiziosa! Fossi costretto a decidere, davvero non saprei cosa pescare, ma la decisione l’ho già presa prima di partire e non me ne preoccupo.

Proseguendo oltre il cinema, la Lincoln torna ad essere una via “normale”, con carreggiata e marciapiede. Sulla sinistra c’è una piccola fila di negozi e locali, “inaugurata” da una sede della Wachovia (una banca che riconosco solo perché da qualche anno sponsorizza il palazzetto dello sport dei Philadelphia 76ers). Sulla mappa della zona noto che poco più in là c’è un Dunkin’ Donuts e mi ci dirigo subito, che è dal 2002 che non riesco a mettervi piede.

Armato di super frullatone e ciambella al cioccolato, mi avvio per tornare all’albergo, sorseggiando e masticando la plastica che mi porto in mano. Giunto alla meta, non prima di una piccola deviazione che mi porta a fare un altro giretto sul lungomare, sono letteralmente sudato fradicio. Ma proprio ricoperto, con maglietta e pantaloncini che han cambiato colore. Eppure, non posso fare a meno di pensare che, nonostante il caldo e pur sudando a conti fatti molto più che a Milano, si sta tanto (ma proprio tanto) meglio. Sarà l’arietta fresca, sarà un fatto psicologico, vai a sapere.

Dopo una doccia veloce e un po’ di relax davanti alla TV (ci sono le World Series of Poker 2006), scendo nella hall per l’appuntamento con gli altri. Si prende la macchina e – passando sotto il ponte della scena iniziale di Scarface – ci si dirige al Four Seasons, un super albergone, da cui ci imbarchiamo [Momento Vice #4] su uno yacht. Il classico motoscafone bianco, con i divanetti a poppa, i materassini su cui sdraiarsi a prendere il sole a prua e sotto coperta una serie di stanzette superlusso e un frigorifero ben fornito.

Comincia quindi un tour che ci porterà a gironzolare attorno alle varie isole che compongono Miami, con il “secondo” che ci illustra il panorama, spiegando a chi appartengono le varie ville (fra gli altri Shakira, Shaquille O’Neal – la cui villa si riconosce perché sul molo c’è un pupazzetto che riproduce le sue fattezze – e Puff Daddy). Meravigliosa la figura del capitano, un vecchietto un po’ sdentato, con i capelli platinatissimi, un codino lunghissimo e una faccia sempre sorridente.

Il viaggio è affrontato dalla stessa gente della cena al ristorante giappo (senza però Ausie (o come cazzo si scrive), che è dovuto rimanere in albergo per una faccenda imprevista). In aggiunta, tre tizi di Rockstar, i due con cui ho visto il gioco e un altro, folle, che passerà tutto il pomeriggio a prendere il sole fino a diventare un’aragosta.

Dopo un giro davvero lungo, durante il quale si chiacchiera, si osserva il panorama, si trinca come disperati e ci si spalma di crema solare per evitare di prendere fuoco (io ovviamente me la spalmo a caso e mi abbronzo a chiazze, tipo sulle ginocchia, in faccia e su piccoli pezzi di schiena), si accelera in impennata e ci si dirige verso un punto preciso, dove ci fermeremo.

In pratica, poco al largo di Key Biscayne, c’è un tratto di oceano con delle secche, in cui l’acqua diventa bassissima e a tratti addirittura affiora la sabbia (seppur ricoperta un po’ d’alghe e un po’ di rocce). Ci fermiamo quindi lì e stazioniamo per qualche ora, facendo il bagno (acqua ancora una volta adorabilmente perfetta), sguazzando, chiacchierando sotto il sole e rimpinzandoci di patatine, noccioline e cazzate varie.

Attaccato sul retro dello yacht c’è un jet ski, messo lì apposta perché tutti noi, previa firma e controfirma di una liberatoria, ci si faccia a turno un giro sopra. Non ci ero mai salito e, beh, è divertentissimo e mostruosamente facile da usare (forse pure troppo). Dopo qualche imbarazzo iniziale, mi sono ritrovato a sfrecciare a massima velocità, dando le accelerate al momento giusto per sfruttare le onde in arrivo per saltare e andando come un coglione. Al ritorno mi han detto che andavo davvero veloce e che per un bel po’ ero scomparso alla vista…

Durante il viaggio di ritorno continuiamo a strafogarci di porcherie e a chiacchierare con i tizi di Rockstar, che scopro grandi appassionati di sport (uno di football e uno di basket). Il passaggio alla chiacchiera spinta su NFL, NBA e tifoserie varie è inevitabile e immediato. Si parla anche di Mondiali e del fatto che negli USA hanno avuto una copertura pazzesca, come mai si era visto prima sulle loro TV, anche se i commentatori facevano un po’ pena.

Una volta tornati in albergo, ci si lascia con l’idea di ribeccarsi verso le otto. In serata il nostro stesso albergo, infatti, gestisce un party (ovviamente a bordo piscina). Poco prima delle otto, però, mi arriva una telefonata che mi avvisa che l’appuntamento è spostato in avanti di un’ora. A quel punto ho la pessima idea di sdraiarmi sul divano davanti alla TV… improvvisamente sono le nove e mezza e qualcuno mi sveglia bussando alla porta. Risate, “no, guarda, a ‘sto punto continuo a dormire”, collasso.

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La logorrea non mi abbandona e pure questa seconda parte del racconto ha finito per essere più lunga del dovuto. Anche per oggi è tutto, quindi, l’ultimo blocco di cazzate arriverà appena (e se) ne avrò voglia, magari con a disposizione anche ‘ste benedette foto, che stanno diventando un’agonia.

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Tre metri sopra il cielo


Tre metri sopra il cielo (Italia, 2004)
di
Luca Lucini
con Riccardo Scamarcio, Katy Louise Sanders, Maria Chiara Augenti, Mauro Meconi

Il mondo è bello perché è vario. Google mi racconta che le bimbe innamorate di questo film vedono nel personaggio interpretato da Scamarcio una sorta di eroe dannato. Io ci vedo un povero stronzo, che va in giro a rubacchiare, pestare la gente e impartire lezioni di vita, schivando qualsiasi punizione e tornando a casa, dove il babbo e il fratello staccano assegni e alla fin fine gli dan pure ragione, se ammazza di botte quello che gli si tromba la mamma zoccola.

Step, che bel nomignolo, si innamora a prima vista di una bella figliola e passa quasi tutto il film a spupazzarsela, senza peraltro scambiarci mai più di due parole. Del resto, considerando la personalità sotto vuoto spinto della sua dolce metà, non stupisce che voglia limitarsi al minimo indispensabile. Altrimenti rischia di scoprire che si è messo assieme a una bambola gonfiabile, mentre la sceneggiatura da drammone adolescenziale prevede che sia il suo criminale stile di vita, a mettere in crisi il rapporto di coppia.

Una colonna sonora che alterna bei momenti a chicche italiche da mani nei capelli (Sere nere, mica cazzi) e un DJ – purtroppo vero – che sciorina perle di saggezza pronte per essere trascritte nei diari di sognanti ninfette fanno tutto il possibile per rendere Tre metri sopra il cielo totalmente insopportabile. E dove non arrivano loro, ci si mette una sceneggiatura che divide i personaggi in grupponi di macchiette monocorde: da una parte gli stronzi (adolescenti o adulti, cambia poco), dall’altra i simpatici ragazzi, in mezzo gli adulti accettabili, che sono un po’ coglioni, ma in fondo son bravi.

Eppure, sarà che le aspettative si piazzavano abbondantemente sotto lo zero, ho comunque trovato un film capace di raccontarsi con leggerezza, di mettere in scena personaggi capaci di parlare senza il bisogno di fare la morale o di esibirsi in mucciniani “VAFFANCULO CAZZO PUTTANA TROIA MERDA PERCHÉ DEVI CAPIRE MI DEVI ASCOLTARE ASCOLTAMI CAZZO VAFFANCULO PUTTANA TROIA MERDA PERCHÉ CAZZO VAFFANCULO CAZZO PUTTANA TROIA“. Una fiabetta piacevole, del tutto innocua, quasi ben confezionata, con un bravo attore protagonista e addirittura qualche passaggio divertente. S’è visto di peggio, tutto sommato.

Una (quasi)quattro giorni a Miami


La sera prima di partire, pizzata post-Mondiale con la gente del Vit. Me ne vado anzitempo, ma la cosa non mi impedisce di manifestarmi a casa all’una abbondante con ancora il bagaglio da preparare. Appena rientrato, prenoto il taxi per la mattina dopo, infilo il vestiario nel trolley (conquistato coi punti Granarolo :D) e il merdaio (fumetti/libri/riviste/DS/PSP/cazzincul) nella tracolla olimpica, perdo tempo in stronzate e vado a dormire. Dormirò tre ore, come mi succede sempre prima di partire per un viaggio.

Il viaggio in aereo scorre tranquillo. Certo, è un volo Alitalia, quindi non si possono usare le console portatili e ci sono schermetti minuscoli a un miglio di distanza per vedere i film, ma non bisogna dimenticare che non l’ho pagato. Fra un pisolino e l’altro riesco comunque a guardarmi Tre metri sopra il cielo e La pantera rosa, oltre a leggere un altro po’ di Underworld, che sta cominciando a piacermi da matti e, oltretutto, ha una struttura narrativa perfetta per una lettura a spizzichi e bocconi.

L’atterraggio a Miami, verso le 15:00, non è dei più felici: piove, e anche di brutto. L’autista che ci scodella fino all’albergo sostiene che è normale, dato che siamo nella stagione degli uragani, e che tutti i giorni c’è il sole la mattina, la pioggia nel primo pomeriggio e poi di nuovo il sole sul tardi. In effetti dopo un’oretta smette di piovere e spunta il sole, ma io non vedrò più un goccio di pioggia per tutta la permanenza.

All’arrivo in albergo tocca aspettare una buona mezz’ora nella hall, perché le suite non sono pronte. Veniamo comunque serviti e riveriti e ci danno da bere. Fra l’altro [Momento Vice #1] nell’atrio ci sono quei classici tavolini con la superfice a specchio. Quelli su cui di solito, nei film, si vedono sparse tonnellate di cocaina.

La stanza d’albergo è interessante, considerando che a Milano ho visto bilocali molto più piccoli. Superdivano con davanti un televisore al plasma sulla trentina abbondante (vado a spanne sulla memoria) di pollici e un lettore DVD. Lettone, con sopra alla cassettiera un altro plasma da una ventina abbondante (vado a spanne sulla memoria) di pollici col il suo lettore DVD. Ovviamente TV via cavo, ci mancherebbe. Poi, radiosveglia con incorporata base per ricarica dell’iPod. Si aggiungono un lettore di CD estremamente stylish e una serie di immancabili comodità, dall’armadio a muro contenente ferro da stiro, pantofole e quant’altro, a un bagno devo dire tutto sommato di basso profilo, a una finestra con bella vista sull’oceano (e sulla piscina sottostante).

Dopo un po’ che sono in stanza, arriva un omino a consegnarmi un cesto di frutta, che piano piano consumerò nel corso dei giorni. Nel frattempo, dopo essermi cambiato, vado a fare un giro e mi avvio verso la spiaggia, che si trova a uno sputo dall’albergo (praticamente dopo la piscina c’è un marciapiede e, appunto, la spiaggia). Le dimensioni sono meno mostruose rispetto a quella di Santa Monica e arrivare a riva è tutto sommato uno scherzo, al confronto. La “faccia” è abbastanza simile a quella delle spiagge italiane, coi baracchini, le sdraio, gli ombrelloni e via dicendo, tutto legato all’albergo di turno. Peccato che la pioggia abbia fatto salire un filino il tasso di umidità e che si manifesti molto in fretta il bisogno di fare una nuova doccia. Eseguita la pratica, si va a mangiare fuori.

Destinazione: Nobu, “pezzo” locale di una catena di ristoranti giapponesi presente un po’ in tutto il mondo (io non ci ero mai stato). Oltre a me, Federico (di Take 2 Italia), un giornalista e un P.R. entrambi tedeschi e Ausie (o come cazzo si scrive) un simpaticissimo P.R. di origini tedesche, ma che vive in America da parecchi anni. Chiaramente tutti e tre i tedeschi (soprattutto i primi due della lista) saranno perculati abbondantemente sull’argomento Mondiale e abilmente zittiti a colpi di dialettica ogni volta che tenteranno una vaga risposta buttandola sullo scandalo Moggi.

La cena è uno spettacolo, con Ausie (o come cazzo si scrive) che fa l’esperto e ordina per tutti una serie di varianti strane di sashimi di vario tipo e, in finale, varie portate di sushi assortito. Sushi così buono non ne ho mai mangiato, mamma mia, da lacrime, soprattutto il bis su quello finale di tonno. Fra l’altro ho avuto la mia prima esperienza di sake, bevendone di due tipi diversi, entrambi freddi. Chissà perché avevo quest’idea del sake caldo, bah. Ausie (o come cazzo si scrive) farà fra l’altro sfoggio di cultura spiegando che in realtà il sake è quasi sempre freddo perché bla bla bla…

Serviti da una cameriera spettacolare, molto simile alla Lisa Bonet dei tempi d’oro, mentre un’altra cameriera nippo nappo con una scollatura pazzesca vaga per il locale, consumiamo la cena. Durante la permanenza, fra gli avventori del locale si manifesta, semicamuffato da un cappellino, David Caruso, mitico protagonista di King of New York, della prima stagione di New York Police Department e, ovviamente, di C.S.I. Miami.

A cena terminata, belli carichi di sake, ci dirigiamo verso Ocean Drive [Momento Vice #2] per fare una passeggiata lungo una via carica di alberghi e residenze più o meno famose, fra cui per esempio quella di Versace. La passeggiata e, probabilmente, il sake fanno sorgere in me la convinzione che Miami sia praticamente la versione americana di (inserire nome di località a caso della costa adriatica). L’atmosfera da passeggiata sul lungo mare, con quell’afa umido-ventilata e quel relax da località balneare, è troppo quella. Puntualizziamo, comunque, che con “la versione americana” s’intende “tutto elevato a potenza”. Per “tutto”, invece, si fa riferimento alle dimensioni, alla quantità di gente, alla grandezza delle costruzioni, all’enormità della spiaggia, allo sfarzo, al fatto che invece del mare c’è l’oceano… queste cose qui.

Terminata la scarpinata, ci si dirige a non so quale albergo per il [Momento Vice #3] party super esclusivo (“no, con gli shorts non puoi entrare dentro” “vabbé, tanto noi abbiamo lo spazio prenotato fuori”) a bordo piscina, con davanti ‘sti palazzoni altissimi, luci soffuse, DJ che mixa, cameriera (ovviamente) fighissima, nigga da tutte le parti, divanozzi e bottiglia di vodka per servirsi miscelando con soda o succo di frutta… burp! Purtroppo non ho foto di questa cosa ma, hahahaha, è fantastica, sembrava troppo che dovesse arrivare da un momento all’altro Don Johnson in volo con la Ferrari.

Dopo un’oretta di sbevazzate e piacevolissime chiacchiere (anche con membri di Rockstar presenti sul posto), decido che è ora di andare a morire e me ne vado in albergo, per gustarmi il sonno dei giusti. Anche perché in mattinata toccherà pure lavorare, pensa te!

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Volevo raccontare tutto il viaggio in un post ma, come mio solito, mi sono fatto prendere dalla logorrea. Facciamo che per oggi chiudo qua e che andrò avanti, se avrò voglia e sulla base di fallaci ricordi, nei prossimi giorni. Così magari nel frattempo riesco anche a mettere ordine fra le foto.

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Going to Miami


Fra circa tre ore decollo da Malpensa, direzione Miami, per lavoro, per il bene dell’umanità e per visitare velocemente (atterraggio a Milano previsto per mercoledì mattina) un posto dove non sono mai stato. Non mi porto dietro il PC portatile, dato che serve alla Rumi, che lo userà durante il suo viaggio lungo una settimana per questa cosa. Quindi, stavolta, è davvero difficile che riesca ad aggiornare il blog in trasferta. E poi resta sempre da vedere se ne avrò voglia.

Ah, fra l’altro, la Rumi, tutta gasata per il viaggio a Los Angeles, ha aperto un blog sul tema, che condivide con le altre squinternate bambolare, e pure un sito. Bene, è tutto. Arrivederci.

Stregoneria

Sourcery (UK, 1988)
di Terry Pratchett

Saggezza popolare vuole che i libri di Terry Pratchett vadano letti in lingua originale, perché sono tradotti di merda e in italiano fan cacare. Immagino che ci sia un gran bel fondo di vero, se non altro perché la sua è una comicità che senza dubbio punta molto sui giochi di parole e sui malintesi, spesso complicati da rendere con un adattamento. Detto che prima o poi tenterò l’avventura, resta però il fatto che questo è il suo sesto libro che leggo in italiano ed è il suo sesto libro con cui mi diverto un mondo.

Con la “saga-non saga” del Mondo Disco, Pratchett riesce sempre a regalare emozioni diverse e non si limita a far ridere (tantissimo, fra l’altro). Penso per esempio alle struggenti atmosfere di Morty l’apprendista, fuor da ogni dubbio il mio preferito della serie, perlomeno contando i cinque che ho letto. E con Stregoneria, pur non rinunciando a una continua, demenziale e inesorabile sdrammatizzazione degli eventi, dipinge uno scenario fantasy che a tratti riesce ad’essere perfino epico ed evocativo.

Le (dis)avventure del mago fallito Scuotivento, di Conina, l’assassina genetica che vorrebbe fare la parrucchiera, e del “barbaro fai da te” Nijel sono una splendida parodia di tanti stereotipi del fantasy (con particolare accanimento su Le mille e una notte e Dungeons and Dragons). E Pratchett sfrutta in maniera geniale la visione di questi personaggi, per raccontare “a margine” l’ennesima mancata apocalisse . Un’apocalisse che si appoggia sulla vita di Coin, un bimbo costretto dal suo triste destino ad essere pedina di un potere più grande di lui. E il suo confronto finale con Scuotivento, pur nella demenzialità dell’insieme, un piccolo groppo in gola lo fa venire.

Dark Water


Honogurai mizu no soko kara (Giappone, 2002)
di Hideo Nakata
con Hitomi Kuroki, Rio Kanno, Mirei Oguchi, Fumiyo Kuhinata, Shigemitsu Ogi, Yu Tokui, Isao Yatsu

Dark Water, più o meno ultimo film nipponico di Hideo Nakata, rappresenta per molti versi la summa di quella scuola horrorifica, tanto saccheggiata da Hollywood negli ultimi cinque anni. Come in tante altre pellicole, il centro del discorso non è il terrore, ma altro, nel caso specifico il dramma di una donna che si trova ad allevare la figlia da sola, mentre affronta la causa per il divorzio e cerca in tutti i modi di non ripetere gli errori commessi da sua madre tanti anni prima.

Non bastasse tutto questo, ovviamente, la coppia di adorabili esemplari femminili finisce nelle grinfie del classico fantasma alimentato dal rancore e dalla disperazione, frutto di una morte ingiusta e improvvisa. E così si alternano registri e situazioni diverse, con le atmosfere angoscianti tanto ben create da Nakata punteggiate dal progredire dei problemi familiari delle protagoniste Ikuko e Kunio.

Il regista dagli occhi a mandorla punta l’obiettivo sulle piccole cose, su elementi innocui e comuni, trasformandoli in fonte d’angoscia e sottile terrore. E così una macchia d’umidità sul soffitto si trasforma piano piano da inestetico fastidio a reale motivo di panico, mentre una borsetta da bambina terrorizza come un mostro qualsiasi non potrebbe fare. Se le atmosfere opprimenti funzionano e coinvolgono, però, il film cade un po’ quando prova a tirare fuori gli artigli.

I classici momenti “buh!”, infatti, sono tutti estremamente prevedibili, si presentano solo ed esclusivamente quando devono e difficilmente colgono di sorpresa chiunque abbia visto almeno un paio di horror nipponici (o di remake statunitensi). E se consideriamo che questo film arriva dopo che lo stesso Nakata aveva già contribuito alla codifica del genere con i suoi due Ringu, la cosa è abbastanza imperdonabile.

Rimane comunque un intenso e struggente melodramma, scandito da atmosfere opprimenti, ma incapace di gestirsi al meglio e frustrato da un momento culminante francamente un po’ pacchiano.

Le corna del Diavolo


Le corna del Diavolo (Italia, 2006)
di Carlo Petrini

Pubblicato circa tre mesi prima dell’esplosione del caos calcistico estivo italiano, Le corna del Diavolo prova a raccontare tutte le nefandezze – alcune presunte, altre meno – dell’epopea milanista di Silvio Berlusconi. E lo fa con uno stile volutamente forte, sarcastico fino all’esagerazione, ma che alla lunga stanca e finisce per minarne la credibilità.

Troppo schierato, troppo di parte, troppo mirato al cercare fango e monnezza anche dove non è detto che ce ne sia, troppo “bravo” nell’interpretare qualsiasi evento sempre e comunque in veste negativa, Petrini finisce per mancare un po’ il bersaglio. E a dirlo è uno che tutto sommato crede e vuole credere a ciò che questo libro racconta, ma a cui cascano un po’ le braccia, di fronte a tanto accanimento.

Siamo molto lontani dal taglio giornalistico e puntuale di Lucky Luciano, opera che, a onor del vero, è forse un po’ ingiusto paragonare a questa. Ma per esempio il Petrini de Il calciatore suicidato, così preciso, attento e rigoroso, costretto a rimanere fra le righe probabilmente per il profondo rispetto nei confronti del dolore altrui, è davvero su un altro pianeta.

Tutto questo non significa che Le corna del Diavolo non abbia dei meriti, anzi, riassume comunque efficacemente svariati episodi che hanno caratterizzato oltre un ventennio di carrozzone rossonero e richiama alla memoria tanti avvenimenti molto poco edificanti. Lascia anche, però, un po’ di amaro in bocca.

United 93

United 93 (USA/Francia/UK, 2006)
di Paul Greengrass
con Christian Clemenson, Trish Gates, Polly Adams, Cheyenne Jackson, Khalid Abdalla, Lewis Alsamari, Omar Berdouni, Jamie Harding

A quasi cinque anni di distanza, Hollywood sdogana definitivamente l’Undici Settembre 2001, fino ad oggi accennato, sfiorato, omaggiato, ma mai raccontato nel dettaglio. E se per l’apologia moralista e retorica sulle (dis)avventure di chi è eroicamente morto nel crollo del World Trade Center dovremo attendere il Festival di Venezia (Oliver Stone, facci sognare), intanto ci gustiamo “L’aereo che ha mancato il bersaglio – Una storia vera”.

Ma è vera per davvero? Non lo so, ma del resto non credo sia particolarmente importante, nel giudicare un film che, comunque, rifugge nella maniera più assoluta la possibilità che l’aereo sia stato abbattuto dall’aviazione americana. Sono stati i passeggeri a ribellarsi, nella speranza di potersi salvare il culo in qualche modo, ma anche nel desiderio di non finire vittime di un attentato suicida.

Questo sostiene e racconta Paul Greengrass, con uno stile che non concede nulla allo spettacolo e alla facile commozione. Il costante utilizzo della camera a spalla trova qui una sua precisa dimensione, forse molto più che nel precedente The Bourne Supremacy, e rende quanto mai vivi e realistici gli eventi narrati. Ma il gesto dei passeggeri del volo UA93 ruba la scena solo nell’atto finale.

Per oltre metà del film, infatti, Greengrass si preoccupa di porre le basi per quello che sarà il culmine della vicenda. E racconta gli avvenimenti vagando per i corridoi delle torri di controllo, mettendo al centro dell’azione computer e monitor, ponendosi e ponendo lo spettatore sullo stesso piano di una persona qualunque, sia essa un addetto al radar o un passeggero dell’aereo.

E così United 93 non osserva la tragedia del World Trade Center in primo piano, ma la segue su un monitor. Sorveglia un aereo che non risponde alle chiamate e poi scompare nel cielo di Manhattan. Ascolta la diceria secondo cui un velivolo non precisato sarebbe finito contro una delle Due Torri. Vede al telegiornale il fumo che esce dal palazzo. Rapisce e stordisce con quella splendida immagine dei controllori poco fuori Manhattan che vedono il secondo aereo arrivare dall’alto e finire dritto contro la seconda torre.

Non racconta le storie e le vite dei passeggeri. Non crea personaggi a cui far affezionare lo spettatore o improbabili eroi per cui tifare. Non svela retroscena intriganti su come pare si sia svolta la vicenda. Sa esattamente quello che avremmo saputo noi, se fossimo stati passeggeri di quell’aereo.

E improvvisamente ci si ritrova trascinati di peso in quella giornata assurda, in cui un film hollywoodiano prese vita. Ed è talmente folle che poi, quando i passeggeri del volo 93 provano a salvarsi la pelle, per un attimo diventa ovvio: da qualche parte, fra di loro, c’è sicuramente Steven Seagal, pronto a salvare tutti. E invece non c’è.