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Ant-Man and the Wasp

Come già fu per il primo episodio, Ant-Man and The Wasp si presenta nelle sale occupando lo slot di innocuo e simpatico defatigante dopo l’epica sbrodolante dell’ultimo Avengers. Lo fa, però, con qualche ostacolo in più da superare:

1. i tre film Marvel Studios che lo precedono non hanno accontentato tutti, perché non si può accontentare tutti, ma in linea di massima sono stati accolti più o meno come la Santa Trinità. Nel 2015, Avengers: Age of Ultron, che pure a me piacque molto, si era preso la sua bella dose di verdure in faccia;

2. sempre nel 2015, Ant-Man era atteso con un doppio sopracciglio alzato a base di “Ma che vuole questo?” e dubbi assortiti sulla fuga di Edgar Wright. Fu poi una gran bella sorpresa e l’ennesimo successo dei Marvel Studios. Inevitabilmente, oggi, le aspettative sono ben diverse e si sa che le aspettative tendono a influenzare le reazioni;

3. di nuovo: nel 2015, Ant-Man funzionò anche perché faceva parecchie cose diverse da quelle che all’epoca eravamo abituati ad aspettarci da questi film. Ant-Man and The Wasp non va troppo oltre il riproporre quelle stesse cose, che ovviamente hanno nel frattempo smarrito l’effetto sorpresa e il senso di freschezza.

Insomma, se lo inquadriamo così, è un film abbastanza superfluo, con poco da dire e che certamente non ha la potenza di chi l’ha preceduto nei mesi scorsi. Piacciano o meno quei film, mi sembra abbastanza innegabile che il nuovo di Peyton Reed non abbia dalla sua la follia fuori scala di un Thor: Ragnarok, l’ambizione tematica di un Black Panther o la… dimensione?… di un Avengers: Infinity War. È appunto, il filmetto defatigante. Quello minore, la cosetta simpatica e buffa. Ecco, sì, è il secondo episodio della sit-com ambientata nell’universo cinematografico Marvel.

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Ant-Man

Ant-Man (USA, 2015)
di Peyton Reed
con Paul Rudd, Michael Douglas, Evangeline Lilly, Corey Stoll, Michael Peña

Ant-Man è arrivato nei cinema con addosso la rogna derivata dall’essere un po’ antipatico, sfigatello, certo non portatore sano di grandi aspettative. Era il progetto figlio dell’amore di Edgar Wright, quello che i Marvel Studios avevano tenuto fermo per quasi un decennio (privandosi per altro della possibilità di utilizzare altrove un personaggio importante delle loro storie a fumetti), perché ci tenevano a permettergli di realizzarlo e che nonostante questo, arrivati al dunque, era andato in vacca, con Wright e il suo amichetto Joe Cornish che mollavano la produzione per differenze creative e Paul Rudd e Adam McKay subentrati a rielaborarne la sceneggiatura. Ed era anche il film in cui gli stessi Studios non sembravano credere fino in fondo, fra il budget relativamente ridotto e l’assenza di un seguito nel piano quinquennale di dominazione del mondo annunciato tempo fa. Certo, è vero anche che annunciare un secondo episodio senza aver visto i risultati del primo sarebbe stato un po’ fuori dalle solite pratiche dei Marvel Studios, figuriamoci per un progetto apparentemente storto e basato su un personaggio che, per quanto importante nell’universo fumettistico, obiettivamente “là fuori” conoscevano in pochi. E poi, via, l’uomo formica, fa ridere, su. E quindi? Disastro? Eh, no.

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Crash – Contatto fisico

Crash (USA, 2004)
di Paul Haggis
con Don Cheadle, Matt Dillon, Terrence Howard, Thandie Newton, Michael Peña, Brendan Fraser, Sandra Bullock, Ryan Phillipe

Con tre anni di ritardo e dopo aver visto il successivo Nella valle di Elah a Venezia, finalmente poso gli occhi sul pluripremiato Crash. E trovo un film ben pensato e costruito, con una di quelle sceneggiature “circolari” in cui tutto torna e nulla viene lasciato al caso. Ogni storia in Crash ha una conclusione, ogni personaggio ha un suo senso, tutto è collegato nel grande gioco del caso. Ma è proprio questa perfezione, forse, a far stonare un po’ il racconto.

Crash parla del razzismo che si insinua e si radica anche nella più insospettabile delle “vittime”, specie in una città come Los Angeles. Parla di società multietnica e di rapporti umani sempre e costantemente sull’orlo dell’esplosione furiosa. E ne parla talmente bene da far sfumare le distinzioni anche per lo spettatore, che spesso, tanto quanto i personaggi del film, fatica a distinguere fra arabo e persiano, fra cinese e tailandese, fra cubano e messicano. Lo fa, però, concentrandosi sul personale, raccontando storie piccole piccole e mescolandole fra di loro in maniera un po’ forzata e tendenziosa.

C’è troppo caso, troppa coincidenza, nel portare avanti vicende che al contrario vengono presentate come terra-terra e realistiche e che sono raccontate con uno stile ben lontano dal pomposo e virtuoso surrealismo di un Magnolia. Haggis viaggia su un confine labile, oscilla fra reale e surreale, racconta la cruda quotidianità ma scivola in un buonismo un po’ patetico, tira tremendi pugni nello stomaco e poi si scioglie in mediocri sviolinate sotto la neve. E, esattamente come nel suo film successivo, sgrattuggia le palle piazzando sulle immagini finali una retorica lagna al femminile.

Crash non è un brutto film, anzi, ha momenti di ottima scrittura, passaggi evocativi, qualche prova di attore davvero notevole, ma a conti fatti sembra vincere (e aver vinto) più per le intenzioni che per i risultati. Gioca su temi attualissimi e importanti, fa leva sul senso di colpa che qualsiasi (nord)americano sotto sotto prova. Ma si limita a solleticare la piaga, a giocherellarci col ditino. Il coltello, Haggis, non ha proprio le palle di affondarlo.