Free State of Jones

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Free State of Jones si ispira alla vita di Newton Knight, disertore dell’esercito confederato che, in piena Guerra Civile Americana, decise di mollare l’esercito e ribellarsi ai soprusi che avvenivano sulla gente comune, nel corso di una guerra combattuta per conto dei ricchi proprietari terrieri. Attorno a lui finirono per raggrupparsi non solo altri disertori disillusi, ma anche povera gente e numerosi schiavi in fuga, con Knight che divenne quindi figura estremamente scomoda anche per il suo “mischiarsi” (addirittura sposarsi illegalmente!) con gente dal colore della pelle sbagliato. Da queste vicende, Gary Ross (PleasantvilleHunger Games) ha tratto un film che per certi versi segue numerosi cliché del racconto storico hollywoodiano e scivola un po’ nella solita problematica visione del salvatore bianco illuminato, ma riesce anche a trovare una sua dignità in un lavoro dignitoso di ricerca storica (fermo restando che ovviamente le deviazioni dai fatti abbondano) e nel taglio per certi versi originale, perlomeno all’interno del filone.

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Amore e inganni

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Dopo aver costruito una carriera su film che sembravano adattamenti modernizzati di romanzi mai scritti da Jane Austen (o, comunque, mi davano quell’impressione, per quel che sono in grado di giudicare io, che in materia di Jane Austen ho letto un romanzo e visto qualche film), giustamente Whit Stillman si è dedicato a una breve storia epistolare che Austen ha scritto (forse) a vent’anni ma è stata poi pubblicata ampiamente postuma. Il risultato è un film pieno di situazioni e personaggi che paiono arrivare per direttissima dai precedenti film di Stillman ma si scrollano di dosso quel tono surreale, assurdo, fuori da ogni logica, grazie all’ambientazione di fine diciottesimo secolo. Ed è una delizia.

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Esplosione di logorrea fin dal titolo nello scrivere di alcune cose fumettare che ho visto quest’anno e di cui non ho mai scritto ma sulle quali mi esprimo ora, sicuramente fuori tempo massimo, perché, insomma, qua sul blog è abbastanza una tradizione e quindi perché no?

Il 2016 è forse l’anno in cui non arrivo a dire di essermi rotto i coglioni dei film e telefilm di supereroi, ma ho comunque affrontato quel giro di boa dopo il quale non sempre l’amore per i fumetti riesce a farmi concentrare sul bicchiere mezzo pieno. Ci riesco ancora, eh, contro tutto e tutti, e non mi è chiarissimo in base a cosa ci riesca o meno (a naso: mi sa che inizio a non tollerare più chi si piglia troppo sul serio quando va in giro in mutandoni), ma mamma mia che rottura di coglioni che è stata la seconda stagione di Daredevil e quanto, a qualche mese di distanza, fatico ad averne un buon ricordo. Poi, per carità, già la prima, pur trovandola molto bella, non mi ha fatto impazzire e strappare i capelli come è accaduto a tanti altri, ma insomma, era comunque su tutt’altro livello. Qua, invece, un rotolare di maroni quasi ininterrotto, con qualche momento di reale bellezza a mettere un freno qui e lì.

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Allied: Un’ombra nascosta

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Mentre guardavo Allied nel buio della mia bella saletta cinematografica, sono stato colto da un improvviso balzo indietro di oltre quindici anni (glom) e mi sono ritrovato a pensare ai bei tempi in cui il trailer e il manifesto di Le verità nascoste svelavano il colpo di scena di metà film, o giù di lì. E mi sono chiesto se a Bob Zemeckis questi autospoiler sui suoi film facciano girare i maroni, considerando che con Allied non siamo esattamente nello stesso territorio ma non ci si va neanche troppo lontani. Voglio dire, capisco che la faccenda del crollo di fiducia maritale causato dal tema spionistico sia il cuore emotivo e il nodo della natura da thriller melodrammatico del film, quindi è forse inevitabile venderselo così, però, quando mi sono reso conto che si trattava di una svolta che a conti fatti arriva dopo un terzo buono di pellicola, sostanzialmente in avvio del secondo atto (o giù di lì), mi sono un po’ stranito. Ma che ci dobbiamo fare?

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Snowden

Snowden è un film per molti versi complementare al documentario Citizenfour, che ha raccontato le vicende dell’uscita allo scoperto di Edward Snowden da dentro, mostrandoci un po’ il volto e lo spirito del personaggio ma senza andare troppo a fondo sulla sua figura, rispettandone in fondo il desiderio principale espresso nel momento in cui fece scoppiare il bubbone. Non voleva diventare protagonista della conversazione pubblica e giornalistica, non voleva essere messo al centro dell’attenzione, voleva che ci si concentrasse sulle informazioni che aveva coraggiosamente deciso di svelare al pubblico e pretendeva che il dibattito si limitasse al tema principale, alle menzogne del governo americano e alla necessità di informare i cittadini su quel che viene fatto in termini di sorveglianza, giusto o sbagliato che sia il farlo. Tre anni dopo, però, il film di Oliver Stone, comunque scritto e realizzato in collaborazione con Snowden stesso, si propone come opera complementare proprio perché fa ciò che all’epoca Snowden non voleva: parla anche e soprattutto di lui.

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The Fall – Caccia al serial killer – Serie 3

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Considerando come si concludeva il secondo anno di The Fall, le premesse per il nuovo blocco di episodi, che avrebbero dovuto portare a conclusione, se non la serie, perlomeno le vicende di Paul Spector, erano quantomeno interessanti. Le dinamiche, infatti, sarebbero cambiate per forza e trovare spunti adatti a trascinare il racconto per altre sei puntate non era impresa necessariamente banale. Col senno di poi, suppongo che sia possibile valutare quel che ne è venuto fuori dicendo tutto e il contrario di tutto. Quest’ultimo gruppo di puntate, infatti, è tanto fondamentale quanto superfluo. È un lungo girare in tondo e trascinarsi, oltretutto all’insegna dei ritmi blandi che hanno sempre caratterizzato The Fall, in attesa di una conclusione che, bene o male, poteva tranquillamente essere piazzata sei puntate prima. Ma, allo stesso tempo, è un lungo approfondimento su un personaggio, e sul mondo che gli gira attorno, grazie al quale si aggiungono contesto e sostanza agli eventi.

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Crisis in Six Scenes

Woody Allen si è avvicinato al mondo delle serie TV perché Amazon gli ha offerto un sacco di soldi per saltare la procedura tradizionale dell’episodio pilota e fare un po’ quel che voleva. Non sapeva in cosa stava andando a infilarsi, non aveva particolare dimestichezza col mezzo e non era neanche mosso da voglia smodata di cimentarcisi in maniera aperta e onesta, anzi, l’impresa non gli ha donato alcuna gioia, al punto che non glie ne frega nulla di sapere se la gente apprezza il risultato. Sono parole sue, eh: Amazon gli ha fatto un’offerta che non poteva rifiutare. E, per sicurezza, Allen lo ripete a chiare lettere anche in una delle prime scene di Crisis in Six Scenes, quando il suo personaggio, uno scrittore e sceneggiatore frustrato, ammette di aver accettato un incarico in televisione solo perché lo pagavano bene. Insomma, è tutto un mettere le mani avanti.

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Poi non dite che non vi ho avvisati: Hell or High Water

E insomma, Hell or High Water è arrivato in Italia senza passare dal via, per direttissima su Netflix. È un po’ un peccato, perché quei bei paesaggi sparati verso l’infinito texano, in sala, fanno la loro porca figura, ma insomma, meglio che niente. Io l’ho visto al cinema, qua a Parigi, un paio di mesi fa e ne ho scritto a questo indirizzo qui.

Love

L’altro giorno è spuntato Love su Netflix e sono stato improvvisamente colto da sapidi flashback legati a quel pomeriggio di ottobre 2015 che mi ha visto infilarmi in un piccolo cinema di periferia assieme a un paio di ragazzi e un’orda di coppiette attempate, inforcare degli occhiali per il 3D e rendermi poi conto che, di fronte all’immagine di un getto di sperma che mi veniva sparato in faccia nello splendore delle tre dimensioni, il cinema mi aveva ormai dato tutto quel che aveva da darmi. E qui, a scanso di equivoci, puntualizzo che non sto parlando di Love, la bella serie prodotta da Netflix e manifestatasi qualche mese fa, ma di Love, l’assurdo ultimo film di Gaspar Noé (Irreversible, Enter the Void) che nelle sale veniva proposto come Love 3D. E che, se non mi sono perso qualcosa, non dovrebbe essere passato per i cinema italiani ma è stato appunto reso disponibile su Netflix, chiaramente senza il bonus della terza dimensione.

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Io, Daniel Blake

È bello vedere che in mezzo a tanti registi che con l’età diventano sempre meno in grado di lasciare il segno ne spiccano alcuni che ancora sanno colpire con forza e lucidità. Io, Daniel Blake è il centododicimillesimo (circa) film di un ormai quasi ottantenne Ken Loach, gli è valso la sua seconda Palma d’oro ed è una bomba fortissima e lancinante, forse ancora più forte perché, pur essendo per molti versi il suo solito film, pare permeato da uno spirito lontano da quello del passato, meno rabbioso, meno aggressivo, quasi più rassegnato, sconsolato, scoglionato. È una storia ordinaria, che non sale quasi mai sul palchetto a fare la predica e lascia il segno per la semplicità, il taglio asciutto e l’umorismo con cui affronta situazioni devastanti nella loro pura normalità. Perché in fondo il problema sta proprio nel fatto che roba del genere è normale.

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