La fisica dei supereroi

The Physics of Superheroes (USA, 2005)
di James Kakalios

La fisica dei supereroi è un manuale di fisica for dummies, che illustra un gran numero di leggi e concetti appoggiandosi a quanto avviene nei mille mondi del fumetto popolare americano. James Kakalios, professore di fisica all’università del Minnesota, spiega nell’introduzione di aver scelto quest’approccio nel suo lavoro di tutti i giorni, prima ancora che nello scrivere il libro, quando si è reso conto che – paradossalmente – gli studenti riuscivano a seguirlo ben più facilmente quando sfruttava come esempi i poteri dei supereroi, invece che avvenimenti e situazioni di vita quotidiana.

Da lì l’idea di realizzare un testo divulgativo probabilmente fin troppo semplice per chi conosce la materia, ma certo a tratti complesso (o comunque costruito in modo da richiedere una discreta dose d’impegno) per chi al contrario di fisica non sa nulla. A rendere La fisica dei supereroi davvero piacevole, comunque, è soprattutto lo stile colloquiale e divertente con cui è scritto. Certo non barboso come (il ricordo che ho di) La fisica di Star Trek, altrettanto e forse più interessante sia come metodo d’approccio semplificato a certi argomenti, sia per soddisfare l’animo nerd di chi legge.

Al di là di qualche regola spiegata “per i fatti suoi”, in quanto necessaria come premessa, tutto il libro è basato sull’analisi di poteri, situazioni e personaggi, sullo sfruttarli per raccontare leggi fisiche, ma anche sull’analizzare la credibilità di quanto viene raccontato nei fumetti. E in molti casi si viene a scoprire che – fatta salva una premessa impossibile, una “eccezione miracolosa” che bisogna sempre dare per accettata – le creazioni di Lee & Kirby, oltre che di chi è venuto prima e dopo di loro, non sono poi tanto assurde e, anzi, viaggiano spesso sulle ali di solide basi scientifiche.

Serve sicuramente un minimo di curiosità per l’argomento e tocca forse essere appassionati di supereroi per poter cogliere tutte le sfumature e ogni riferimento, ma il libro di James Kakalios è una lettura piacevolissima e straconsigliata a tutti i nerd in ascolto. Passo e chiudo.

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Star Wars: The Clone Wars

Star Wars: The Clone Wars (USA, 2008)
di Dave Filoni
con le voci di Samuel L.Jackson, Christopher Lee e un po’ di gente sconosciuta che imita gente più famosa

Questa incredibile monnezza, meglio dirlo e sottolinearlo, non ha nulla a che vedere con la deliziosa serie animata partorita da Genndy Tartakowsky fra 2003 e 2005. Che, lo ricordo, è la miglior cosa (nonché una delle poche decenti) partorita dall’universo narrativo di Guerre Stellari dopo il 1980. No, questo cumulo di pattumiera è, invece, la degna coda di quello schifìo che sono i prequel di Guerre Stellari. Che, lo ricordo, vanno a formare una trilogia talmente moscia e piatta che La minaccia fantasma ne esce come il miglior film. La minaccia fantasma. Leggetelo a voce alta, ripetete con me: “La minaccia fantasma, il miglior film”.

Ecco, qui c’è quello stesso spirito idiota, quella stessa insistenza su scene d’azione interminabili, mediocri e pallose come la morte per inedia, quella stessa comicità che non fa ridere nessuno, quella stessa incapacità di realizzare qualcosa, qualsiasi cosa, che riesca a essere non dico interessante, ma perlomeno divertente. Anzi, peggio, questa roba è la versione brutta di tutto ciò. Capito? La versione brutta dei prequel di Guerre Stellari. Una roba imbarazzante, un film da un’ora e venti talmente noioso da andare persino oltre il fatto che lo sto guardando in aereo, luogo dove in genere si accetta passivamente un po’ di tutto.

Questa. Roba. Fa. Cacare.

Molle.

Metal Slug 7

Metal Slug 7 (SNK Playmore, 2008)
sviluppato da SNK Playmore

Metal Slug 7 è il gioco perfetto per un viaggio breve. Accendi, ti metti a giocare e sei subito a casa, non c’è nulla di nuovo da imparare, nulla di strano da capire. Salti, spari e vai dritto dall’inizio alla fine. Se hai voglia di sbatterti ai livelli di difficoltà più alti, magari ti dura anche un po’, magari ti dura perfino più del viaggio che stai facendo. Se vuoi solo giocartelo tutto, è molto probabile che una volta arrivati a destinazione sia già ora di riporlo sullo scaffale.

E alla fine è una bella cosetta in qualsiasi modo la si prenda. Se vuoi andare in sbattimento con i top score e le minchiatelle da sbloccare, beh, c’è da sudare parecchio. Se ti interessa solo gustarti un giochino spensierato, c’è bella grafica, sparatorie e bordello dall’inizio alla fine. E pure la modalità con le missioni extra, che ha il suo bel perché.

Tutto questo, comunque, non significa che Metal Slug 7 non abbia i suoi bravi e innegabili difetti. Che giocare nel 2008 una roba uscita direttamente dal 1998 non sia necessariamente un problema siamo d’accordo. Che in una serie storicamente ottima da affrontare in multiplayer non sia previsto il supporto al Wi-Fi fa, sinceramente, abbastanza cacare. Che si utilizzi il touch screen in maniera oscena, per farti trappolare inutilmente con la mappa, invece che per accedere in maniera più comoda ai menu, invece, fa ridere. Non ci si incazza, perché alla fine si vive bene lo stesso, però fa ridere.

Divertente? Sì. Grafica spettacolare? Sì. Un buon Metal Slug? Discreto. Sfrutta le caratteristiche del Nintendo DS? Per nulla. Dura poco? Come al solito, dipende da come lo giochi. Anche se probabilmente dura meno del solito. Vale la pena a 40 euro? Uhm.

Tropic Thunder

Tropic Thunder (USA, 2008)
di Ben Stiller
con Ben Stiller, Robert Downey Jr., Jack Black, Nick Nolte

Non so di preciso perché Tropic Thunder non mi attirasse particolarmente. Probabilmente perché c’è Jack Black, che devo aver smesso di sopportare, boh, sette o otto anni fa, e c’è Ben Stiller che interpreta il solito personaggio uguale a tutti gli altri suoi. Però Ben Stiller è anche dietro alla macchina da presa, cosa che ha generato bene o male tutti i suoi migliori film. E, soprattutto, c’è Robert Downey Jr. che fa il nigga. E Robertino è uno dei pochi uomini in grado di rendermi degno qualsiasi film. Eppure, per qualche motivo, Tropic Thunder mi respingeva, e per guardarlo me lo sono dovuto ritrovare davanti durante un volo intercontinentale.

Ma che si sarebbe perlomeno trattato di un gradevolissimo passatempo è stato chiaro fin da subito, da quegli esilaranti trailer fittizi che aprono il film e mi hanno fatto sputazzare sullo schermo le schifezze che stavo mangiando. E che sono, diciamocelo, la cosa migliore e più divertente di tutto Tropic Thunder, ma ti fanno anche intuire quanto nascosti sotto brani di ordinaria banalità possano spuntare (e spuntino) trovate, momenti, intuizioni davvero notevoli, vien quasi da dire geniali.

Ben Stiller si conferma autore solo apparentemente scemo, ma in realtà intelligente e, soprattutto, furbo come un bastardo. Sposta sull’industria del cinema il giochetto alla base di Zoolander e in un colpo solo tira fuori un film che prende per il culo tutti quanti, tiene a bada Jack Black (anzi, prende per il culo pure lui, quindi ancora meglio), lascia andare a ruota libera Robert Downey Jr., regala a sorpresa, di soppiatto, un Tom Cruise FE-NO-ME-NA-LE e, in sostanza, diverte alla grande dall’inizio alla fine.

Bisogna stare al gioco, è necessario farsi coinvolgere, tocca accettare le strizzatine d’occhio e le tirate di gomito, ma se ne guadagna una serata (o un pezzetto di transvolata oceanica) piacevole e divertente.

Il curioso caso di Benjamin Button

The Curious Case Of Benjamin Button (USA, 2008)
di David Fincher
con Brad Pitt, Cate Blanchett

Nel raccontare la curiosa storia di un uomo che invecchia al contrario, David Fincher si conferma ancora una volta autore interessante, originale e che sfugge con insistenza al manierismo e alle vie più ovvie e semplici. E conferma pure di non riuscire mai ad annoiarmi o a sembrarmi prolisso. Anche quando tutti lo accusano di questo, qui come nel bellissimo Zodiac, lui proprio non ci riesce a farmi sbadigliare.

Il “bello” di Benjamin Button sta nella totale innocenza e schiettezza, del personaggio come del film. Nell’insistenza con cui Fincher evita di farsi trascinare dalla facile tentazione di dirigere un film macchietta, fatto di continue trovate originaligenialifresche, e sceglie invece la via della normalità, del presentare come ovvio, netto, inevitabile un fatto completamente senza senso. Non c’è spiegazione, non c’è accanimento sull’idea come metafora di chissà cosa, c’è solo la vita normale di un uomo anormale. Ed è forse questo il maggior pregio e il maggior limite di un film che ti stupisce per come sia lontano da quel che t’aspetteresti e ti delude perché in fondo ti sembra che da quell’idea non si stia cavando nulla.

Fincher racconta la vita di un uomo che nonostante la sua diversità cerca quello che cerchiamo tutti. Parla dei suoi fallimenti e delle sue esperienze, mette in scena la malinconica e disperata ineluttabilità che ci accomuna. Nel farlo, sciorina quasi tre ore affascinanti, ammorbanti, incostanti, nelle quali si alternano passaggi molto intensi, per esempio gli incontri “falliti” fra Benjamin e Daisy, e altre scene più ordinarie e meno sentite, a cominciare dal momento in cui finalmente le due vite s’incrociano, raccontato in maniera mediocre, pacchiana, “staccata” quasi a voler dichiarare fin da subito come non ci sia modo di uscirne vincitori.

Un film stranissimo nella sua normalità, che sembra costantemente in procinto di sprofondare nella melassa insopportabile, ma riesce sempre in qualche modo a tenersene fuori, o per quella manciata di belle trovate (l’orologio e la guerra, l’ometto e i suoi fulmini, gli “e se” e quello sguardo disperso), o per l’atmosfera subdola che scivola sotto pelle, o perché Brad Pitt l’è proprio bravino, o perché comunque, di fondo, si respira un senso di malinconia, di fallimento, di non potercela proprio fare, che ti mette a disagio dall’inizio alla fine. Non sarà un capolavoro, non sarà un grandissimo film, non sarà quel che sarà, ma avercene, di non capolavori e non grandissimi film come questi.

E poi stiamo parlando di un film in cui Cate Blanchett interpreta la donna più bella del mondo. E come posso non apprezzare un film in cui Cate Blanchett interpreta la donna più bella del mondo? Non posso. E infatti io lo apprezzo, un film in cui Cate Blanchett interpreta la donna più bella del mondo. Quindi, apprezzo Il curioso caso di Benjamin Button, un film in cui Cate Blanchett interpreta la donna più bella del mondo.

P.S.
Al cinema Arcobaleno di Milano proiettano Il curioso caso di Benjamin Button in lingua originale. Tutti i giorni, a tutti gli spettacoli. Esatto, ce l’hanno proprio fuori in lingua originale. Solo in lingua originale, non anche. Senza sottotitoli. O sono completamente pazzi, o Porta Venezia è diventata roccaforte degli immigrati anglofoni, o sono completamente pazzi. Io comunque approvo, apprezzo e, nel mio piccolo, supporto e foraggio. Ah, il 13 marzo esce in tutta Italia Gran Torino. E se nel frattempo questi non rinsaviscono, per il film di Clint Eastwood è previsto lo stesso trattamento. Stima.

Good Bye, Lenin!

Good Bye, Lenin! (Germania, 2003)
di Wolfgang Becker
con Daniel Brühl, Katrin Saß, Chulpan Khamatova, Florian Lukas, Maria Simon

Good Bye, Lenin! è un filmetto delizioso, un’adorabile commedia agrodolce, tutta basata su un assurdo estremizzare qualcosa che spesso, nella vita, capita di fare, specie nel relazionarsi ai propri genitori. Raccontare una balla, ricamarci sopra, infiocchettarla per bene, perché convinti che la verità sia tremenda, inconcepibile, insopportabile. Alex vuole bene a sua madre ed è terrorizzato dall’idea che l’impatto con la realtà possa farla ripiombare nel coma da cui è appena uscita. Per questo le nasconde in tutti i modi quanto avvenuto durante la sua “assenza”, inscenando una recita tragicomica che maschera la caduta del muro di Berlino sotto una coltre di balle, trucchi e mistificazioni create ad arte.

Nel far questo, Alex finisce per farsi prendere da delirio d’onnipotenza, prova a controllare e manipolare tutto quel che gli gravita attorno e neanche si rende conto di stare riuscendo nel suo intento, ma in una maniera del tutto diversa da quella che si aspettava. Perché il punto non sta nella riuscita dell’illusione, quanto nell’averci provato, nell’aver fatto capire a Christiane quanto suo figlio le vuole bene. Una verità dolcissima e superiore per importanza a qualsiasi altra cosa.

Semplice, divertente, toccante, Good Bye, Lenin! è un gran bel film, che punta tutto sulla semplicità, la tenerezza, la simpatia dei suoi personaggi. E in questo funziona benissimo, anche se magari la voglia di alzarti e tirare un ceffone a ‘sta madre innamorata di un’epoca che per fortuna si è chiusa ti viene anche.

God Of War: Chains Of Olympus

God Of War: Chains Of Olympus (SCE, 2008)
sviluppato da Ready At Dawn

God Of War: Chains Of Olympus è un ottimo esempio del fatto che è possibile realizzare edizioni PSP di giochi PS2 senza per questo ridursi a produrre monnezza convertita come capita. Non che ci fosse particolarmente bisogno di dimostrarlo, anche perché in fondo di esempi ormai non ce ne sono nemmeno pochissimi, ma certo quando vedi che il tal gioco “arriva finalmente su PSP” un po’ ti scorre il brivido lungo la schiena. E invece, cazzo, Chains Of Olympus è un giocone di quelli oni per davvero, talmente one che, azzardo, m’è piaciuto più di God Of War II.

Certo, l’impatto grafico è inferiore, ma se ci si rapporta allo schermino e al pezzetto d’hardware su cui lo si osserva, beh, rimane una roba fuori scala. E la spettacolarità, il senso epico, il respiro della narrazione non pagano minimamente dazio, anzi. In più c’è il ritorno a quei bei filmati “pittati” che si vedevano nel primo episodio e la cui mancanza nel secondo mi ha dato tanto da soffrire. Si racconta di cosette e cosacce avvenute prima dell’esordio di Kratos su PS2, con tanto di finale che va a ricollegarsi direttamente a quel prologo “suicida”, e lo si fa per benino, anche se – come nella maggior parte dei prequel – si respira un po’ un senso d’inutilità narrativa.

E ovviamente si gioca, tanto e bene, tutto sommato altrettanto bene. Chiaro, l’assenza di una levetta analogica costringe a un piccolo compromesso, ma intanto in Chains Of Olympus c’è forse la prima arma secondaria degna di questo nome nella storia di God Of War. E hai detto niente. Più in generale, le abilità e i vari poteri sono una goduria, così come rimane sempre piacevolissimo affrontare i combattimenti. Non c’è un briciolo di frustrazione, nulla di paragonabile allo sfrangiamento di palle dell’Ade, e ci sono perfino un paio di piccoli puzzle sfiziosi, anche se la “scala” degli enigmi non prova neanche per un attimo a imitare certe costruzioni enormi viste su PS2.

Se proprio bisogna individuare un limite, del resto, sta nel fatto che si paga un po’ la dimensione portatile nella dimensione delle ambientazioni, che non offrono la complessità vista negli altri due episodi. Tutto appare molto lineare e segmentato e in questo – ma solo in questo – il gioco perde sicuramente un po’ di fascino rispetto a quanto visto altrove e dà l’impressione di essere il fratello scemo.

Ecco, il God Of War perfetto me lo immagino con il design delle armi di Chains Of Olympus, la forza narrativa del primo episodio, la sboronaggine devastante del secondo e la potenza grafica di PS3. Vediamo che combinano col terzo.

Frost/Nixon

Frost/Nixon (USA, 2008)
di Ron Howard
con Frank Langella, Michael Sheen, Sam Rockwell, Matthew Macfadyen, Oliver Platt, Kevin Bacon

A un certo punto della sua carriera, Steven Spielberg ha cominciato ad alternare evidenti puttanatone a film più sentiti e personali. Mentre ti buttava lì un Amistad, uno Schindler’s List, ci infilava in mezzo, girandoli fra l’altro spesso in contemporanea, roba con dinosauri, alieni giganti e donne pelate che prevedono il futuro. Personalmente non me ne sono mai lamentato, visto che comunque anche la peggior cacata di Spielberg mi sembra mantenga sempre una sua bella dignità. Ora mi si vorrebbe far credere che Ron Howard stia facendo lo stesso e che valga la pena di appesantire l’universo con pozze di vomito del livello de Il codice Da Vinci se è il prezzo da pagare per potersi poi gustare una cosa come questo Frost/Nixon. Sarà vero?

Non lo so mica. Se è vero, lo è perché più o meno tutti gli attori in Frost/Nixon sono molto, molto bravi. Non so quanto siano fedeli a ciò che interpretano, e magari Nixon non era così ingolfato nel parlare o Frost non faceva tutte quelle faccette, ma mi son piaciuti proprio tutti, dal primo all’ultimo, dall’Oliver Platt al (sempre ottimo) Sam Rockwell. E insomma, sì, dai, anche solo per gustarsi le interpretazioni, vale ben la pena di vedere ‘sto film. In originale, ché vedere doppiato un attore che imita un personaggio storico non ha davvero alcun senso.

Epperò tutto questo sta incastonato in un film abbastanza ordinario. Il solito film che tende a decontestualizzare l’episodio da quel che gli sta attorno, concentrandosi su un paio di persone e rendendole il centro del mondo, evitando di circostanziare gli eventi non da poco che racconta. Il solito film in cui c’è un protagonista apparentemente un po’ fesso, che viene preso a ceffoni dal “cattivo”, e poi però ha il rigurgito d’orgoglio e senso civico e, insomma, in fondo non è poi così fesso e, grazie a un allenamento con montaggio in stile Rocky, nel combattimento finale va a dominare e vincere.

E insomma, io David Frost non lo conosco, ma da quel che leggo non mi pare sia così fesso. Oh, poi non c’è problema, si sopravvive alla scarsa verosimiglianza, il problema più che altro è che, ripeto, Frost/Nixon è un filmetto ordinario, che ha sicuramente il pregio di rendere estremamente cinematografico del materiale televisivo (e teatrale), ma lo fa anche nella maniera più semplice e banalotta possibile. E mi pare insomma un po’ sopravvalutato, soprattutto in America, sull’onda della materia trattata e delle scintillanti prove d’attore. E sì, certe interpretazioni meritano di essere gustate, ma io mi chiedo: ne vale la pena, se poi ci dobbiamo sorbire la probabile valanga di merda che sarà il prossimo film di Ron Howard tratto da Dan Brown con protagonista Tom Hanks? Senza dinosauri?

Ad personam

Su richiesta di Mensola, ho aggiunto un ulteriore cazzetto nella colonna di destra, in cui segnalo gli ultimi cinque miei articoli pubblicati su Nextgame. Lo aggiorno a mano, quindi metà delle volte mi scorderò di farlo, ma meglio che niente. Baci.

Gears Of War 2

Gears of War 2 (Microsoft Game Studios, 2008)
sviluppato da Epic Games – Cliff Bleszinski

“Bigger, better, bla bla bla”. L’han detto tutti, lo dico anch’io: Gears Of War 2 è proprio quello, è un gran casino di roba in più, di roba più grossa, di roba. Sangue, proiettili, esplosioni, personaggi, avvenimenti, colpi di scena, morti e dispersi. Non ha la potenza che aveva il primo, perché il primo era, beh, il primo, e aveva quella grafica, quella faccia, quel modo di fare le cose, quel suo non essere certo rivoluzionario, ma di sicuro in grado di colpire. Qui c’è un seguito, c’è tutto quel che ci deve essere in un seguito e ci sono un po’ di cose piacevoli che è bello avere.

C’è il fatto di combattere faccia a faccia coi bestioni, quelli che nel primo episodio erano roba intoccabile che si vedeva sullo sfondo o faceva magari da boss. No, qua li prendi a schiaffi, uno per uno, e li fai fuori tutti. C’è il tentativo di dare più corpo alla storia, costruendo qualche momento intenso, provando a infilare un taglio adulto in mezzo a tutto il delirio di battutacce da Schwarzenegger degli anni d’oro. E il tentativo funziona anche abbastanza bene, viaggiando costantemente sull’orlo del ridicolo, ma tutto sommato senza mai crollare rovinosamente nel baratro. Certo, rimane l’impressione che ‘sto tuffo nel crudo melodramma alla fine c’entri poco, e che il suo meglio Gears Of War 2 lo dia quando si dedica alle battutacce (che personalmente ho trovato molto più divertenti rispetto a quelle del primo episodio).

Per il resto, che gli vuoi dire? È uno sparatutto, in cui si spara e si distrugge. Fa il suo dovere senza esaltare particolarmente ma divertendo bene o male dall’inizio alla fine. Vero, ha una gestione abbastanza oscena dei compagni di squadra, che o fanno tutto da soli o si fanno massacrare complicando le cose nella maniera più sbagliata possibile. Vero, la storia sembra un po’ bucherellata, o comunque ha delle trovate che paiono davvero buttate lì, tanto per gettar carne al fuoco a casaccio in vista del terzo episodio. Però, caspita, ha tanti momenti assolutamente spettacolari e ha una durata appena appena troppo lunga per la mia sempre più bassa soglia di tolleranza, ma non abbastanza lunga da farmi desiderare il god mode.

E ha il solito ottimo multiplayer cooperativo, che sto ovviamente affrontando in Insane assieme al fido Holly. Bello, divertente, impegnativo, approvato. Anche se si continua a non capire perché sia necessario dare la morte istantanea nelle parti in cui ci si separa. Anche se ci sono dei passaggi totalmente frustranti in cui non c’è altra via che fare la cosa giusta al momento giusto. Anche se si bestemmia un po’ tanto quando si perde perché un compagno guidato dalla I.A. s’è fatto ammazzare come un cretino. Anche se col livello di difficoltà impostabile “ad personam” crolla il mito dell’intelligenza artificiale che cresce di pari passo con il livello di difficoltà stesso (e io un po’ ci credevo, via). Anche se non ci sono gli zombi.