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Poseidon

Poseidon (USA, 2006)
di
Wolfgang Petersen
con
Kurt Russel, Josh Lucas, Richard Dreyfuss, Jacinda Barrett, Emmy Rossum, Mike Vogel, Mia Maestro, Jimmy Bennett, Freddy Rodríguez, Kevin Dillon

Remake di L’avventura del Poseidon (1972, con Gene Hackman ed Ernest Borgnine), Poseidon racconta la lotta per la sopravvivenza all’interno di una nave cappottata da un’onda anomala. Wolfgang Petersen si ritrova fra le mani una sceneggiatura deficitaria e fa il possibile, sfruttando tutto il suo mestiere per mettere assieme una giostra ben confezionata, a tratti divertente, ma priva di passeggeri.

I protagonisti di Poseidon sono macchiette appena abbozzate, che si limitano ad eseguire il compitino, seguendo le regole del film catastrofico nelle psicologie e negli eventi. E così c’è quello antipatico che muore come un coglione, il personaggio simpatico che muore tragicamente, l’eroe tutto d’un pezzo, l’avventuriero ombroso e via dicendo.

Ma il vero peccato non sta tanto nelle psicologie tagliate con l’accetta, quanto nel disinteresse ad approfondire idee tutto sommato interessanti, come la controversa morte di un personaggio nella parte iniziale, che offre un potenziale drammatico notevole e per nulla sfruttato nel proseguio del film. E questo esempio rappresenta al meglio tutto ciò che è il Poseidon di Wolfgang Petersen: un film privo di cuore, che non ha il coraggio di sporcarsi le mani con le budella dei suoi morti e finisce, quindi, per risultare freddo e distaccato.

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Miracle


Miracle (USA, 2004)
di Gavin O’Connor
con Kurt Russel, Patricia Clarkson, Noah Emmerich, Sean McCann, Kenneth Welsh, Eddie Cahill

Eleven seconds, you got ten seconds, the countdown going on right now…Morrow up to Silk…five seconds left in the game! Do you believe in miracles? YES!!! Unbelievable!

La nazionale sovietica di hockey su ghiaccio è stata per una quarantina d’anni qualcosa di pazzesco. Dal 1956 al 1992 ha vinto la medaglia d’oro alle Olimpiadi invernali in tutte le edizioni tranne due: nel 1960 e nel 1980. In entrambi i casi l’oro andò al collo della nazionale statunitense. All’epoca la nazionale olimpica americana era composta dai giovani talenti universitari, non certo dalle stelle della National Hockey League come accade oggi (a Torino vedremo il torneo olimpico più imbottito di professionisti NHL della storia). Non che la cosa avesse molto peso, dato che anche le selezioni di All Star della lega professionistica americana venivano regolarmente massacrate dai sovietici.

Febbraio 1980, siamo in piena guerra fredda e gli Stati Uniti ospitano le Olimpiadi invernali. Nonostante la scelta americana di boicottare l’edizione estiva che si sarebbe svolta quello stesso anno, i russi decidono di partecipare ugualmente e si presentano al via con la loro mostruosa nazionale. Gli americani mandano in campo una squadra composta di dilettanti, universitari, giocatori che l’università l’hanno finita già da un po’, nessun professionista NHL. Alla loro guida, Herb Brooks, allenatore universitario che, da giocatore, si era visto escluso all’ultimo momento dalla nazionale del ’60, l’unica ad aver superato il mostro comunista. Brooks prende in mano i suoi ragazzi e li guida verso l’inevitabile trionfo del bene, abbattendo lungo il cammino le tre squadre più forti al mondo: Svezia, Repubblica Ceca e URRS. Lo scontro coi sovietici non è neanche l’ultimo del torneo: gli americani, per conquistare la medaglia d’oro, batteranno poi anche la Finlandia. Ma, chissà perché, nessuno ricorda quella partita, tutti ricordano quella coi sovietici. Quella spettacolare partita che si è chiusa sulle parole di Al Michaels citate in apertura.

Un episodio del genere, già raccontato così, assume toni epici, ma ovviamente c’è poi quel corollario di piccoli elementi che costruiscono la leggenda, a partire dal fatto che tutti i risultati furono ottenuti in rimonta. Ma soprattutto, un fatto del genere, così intriso di moralismi e di retorica sportiva, non può che generare il classico film sportivo Disney a base di buoni sentimenti. Eppure, nonostante tutto, Miracle, complice forse anche il fatto di raccontare un allenatore fortemente autoironico e poco avvezzo ai monologhi da spogliatoio, riesce a mantenere un buon equilibrio, senza mai scadere nel patetico. E allora, quando alla fine, inevitabilmente, ti ritrovi ad esultare come un idiota per la vittoria dei ragazzi, ti senti un po’ meno coglione che in altre occasioni.