Thank You For Smoking


Thank You For Smoking (USA, 2005)
di Jason Reitman
con Aaron Eckhart, Cameron Bright, Sam Elliott, William H.Macy, Robert Duvall, Maria Bello, David Koechner, Rob Lowe

Thank You For Smoking è l’ottimo esordio cinematografico del figlio d’arte Jason Reitman, che confeziona una divertente, intelligente e graffiante commedia nera, in grado di far riflettere su un tema tutto sommato abbastanza trito. Per giocare con l’industria del tabacco, Reitman non sceglie l’abusata via del docufilm, ma preferisce realizzare vero cinema, ben scritto, ben interpretato e misurato al punto giusto.

Aaron Eckhart torna in un ruolo a lui estremamente congeniale, quello dello smargiasso “corporate” con cui si era fatto notare quasi un decennio fa nell’esordio registico di Neil LaBute. Ma rispetto a quell’insopportabile Chad, Nick Naylor è un personaggio decisamente più accattivante, simpatico, amorevole nei confronti del figlio e impossibile da non apprezzare per il modo sincero in cui affronta il suo lavoro.

Reitman dirige con grande senso del ritmo e punta il dito più che sull’industria del tabacco, sulla necessità di pensare con la propria testa, di riflettere sulle proprie azioni e cercare sempre di informarsi, documentarsi, senza dare per scontato ciò che ci viene passato come verità assoluta. Non mostra mai, per tutto il film, una sigaretta accesa, non mette in scena facile pietismo, mantiene sempre toni leggeri e divertenti. E, volontariamente o meno, infila nel racconto anche un figlio d’arte come lui, che glorifica il padre e ne ripercorre le tracce di abile oratore maneggione.

La figura di Joey, interpretato dal sempre ottimo Cameron Bright, fa da collante fra le varie gag e trasforma quella che poteva essere una semplice serie di divertenti sketch messi in fila in un bel film. Gli unici dubbi stanno forse nel voler presentare praticamente chiunque come una simpatica macchietta. Ok, non esistono i buoni e i cattivi, siamo tutti sfumature di grigio, ma forse così sembra tutto un po’ troppo leggero e poco incisivo.

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Lemony Snicket – Una serie di sfortunati eventi


Lemony Snicket’s A Series of Unfortunate Events (USA/Germania, 2004)
di Brad Silberling
con Liam Aiken, Emily Browning, Jim Carrey, Jude Law, Meryl Streep, Kara e Shelby Hoffman

Lemony Snicket è un film che a volare basso, “sotto il radar”, non ci prova nemmeno per sbaglio. Tutto è sempre e costantemente sopra le righe, esagerato, barocco fino allo sfinimento. Non c’è particolare interesse per un racconto che, in effetti, non ha poi troppo d’interessante, nella sua banale semplicità. C’è solo la voglia di metterlo in scena nella maniera più bizzarra e ricercata possibile, dando vita a un filmetto piacevole, divertente, ma forse un po’ vuoto.

Sopra le righe è poi, ovviamente, Jim Carrey, che dimostra ancora una volta di conoscere solo due registri: con l’interruttore acceso e con l’interruttore spento. Se lo accendi, fa il buffone, la macchietta, l’istrionico giullare. Se lo spegni e lo tieni a bada, diventa un interprete pacato e dimesso, anche apprezzabile, ma un po’ monocorde. In Lemony Snicket, inevitabilmente, abbiamo il Carrey scatenato, che pure ci sta bene nel contesto, ma finisce per essere davvero poco incisivo.

Se tutto, dai personaggi, all’intreccio, alla recitazione di praticamente chiunque (compresa una pur divertente Meryl Streep) è così finto, volutamente pataccaro, è difficile creare trasporto emotivo. Si possono mettere assieme tante belle immagini, frutto di un notevole lavoro su scenografie, luci e colori, più che di una regia abbastanza ordinaria, e si può girare un film comunque divertente. Ma a conti fatti si vive di sole gag, numeri isolati, piccoli episodi e non rimane in mente molto, se non qualche immagine affascinante e l’apprezzabile faccia da porcella della bimba protagonista.

Le colline hanno gli occhi (2006)


The Hills Have Eyes (USA, 2006)
di Alexandre Aja
con Aaron Stanford, Dan Byrd, Emilie de Ravin, Michael Bailey Smith, Robert Joy, Laura Ortiz, Ted Levine, Kathleen Quinlan, Tom Bower

L’edizione 2006 di Le colline hanno gli occhi ha per buona parte l’aria del compitino diligente, che non va molto oltre una pedissequa riproposizione della storia originale, con qualche trovata aggiunta. Splendidamente diretto, a conferma di un talento per l’horror già messo in mostra con Alta tensione e che ha obiettivamente al momento pochi eguali, questo remake mostra però qualche pecca di sceneggiatura, incidentalmente per lo più relativa alle novità.

Il prologo, per esempio, è un bel pezzo di cinema, ma nell’economia generale del film è più dannoso che altro, perché mette subito le carte in tavola e toglie a tutta la prima parte di pellicola il fascino dell’ignoto che caratterizzava il film di Wes Craven. La scelta di mettere in scena i freak assassini come veri e propri mutanti deformi, poi, fa sicuramente perder loro certi tratti un po’ ridicoli che avevano nell’originale, ma li rende tutto sommato molto meno spaventosi, perché più lontani dal quotidiano e soprattutto – non credevo fosse possibile – ancor meno caratterizzati.

Al di là del prologo, di un suicidio riuscito invece che fallito e di qualche altro dettaglio, la prima metà di film segue praticamente nei minimi particolari gli sviluppi dell’originale e, tutto sommato, risulta altrettanto riuscita, crudele, violenta. Anzi, il superiore gusto per il gore, pure impreziosito nell’edizione su DVD, aumenta ulteriormente l’impatto di alcune scene. Proprio questa maggiore anima truculenta viene mantenuta per tutto il film e rende, se possibile, ancora più incisiva la reazione delle vittime, che imboccano una delirante spirale di violenza e diventano carnefici efferati.

Nel raccontare l’esplosione di rabbia di un padre disperato, Aja non tradisce la storia a cui si ispira, ma la mette in scena in maniera differente, inserendo una bella idea come quella della città fantasma, regalando una buona mezz’ora di splendido horror, ma facendo davvero venire il latte alle ginocchia con un tragico spiegone che, come sempre, ammazza alla radice qualsiasi tipo di coinvolgimento emotivo. Il male del cinema, la didascalia, terribile sempre e comunque, insopportabile e ingiustificabile quando, come in questo caso, si incista a ribadire cose che il film ha già raccontato.

Più in generale, a lasciare perplessi è il fatto che Aja abbia voluto buttare lì a casaccio un po’ di tematiche interessanti, senza poi volerle sviluppare (se non col già citato e insopportabile spiegone). Considerando che praticamente sotto qualsiasi altro punto di vista si è limitato a ricalcare il modello di Craven, ripulendolo e aggiornandolo al gusto dei ggiovani moderni, tanto valeva non fare nemmeno lo sforzo. Avremmo probabilmente guadagnato uno splendido esercizio di stile, disturbante e trascinante, ottimo nella sua totale assenza di pretese. Invece, così com’è, rimane una godibilissima gioia per gli occhi, ma fa anche un po’ incazzare.

Miami Vice


Miami Vice (USA, 2006)
di Michael Mann
con Colin Farrell, Jamie Foxx, Gong Li

Un lampo squarcia la notte di Miami, mentre su un tetto quattro uomini discutono del futuro imminente, del loro lavoro, delle loro vite. In sala, una ventina di minuti dopo l’inizio del film, mi rendo conto che ancora una volta Michael Mann mi ha fregato, ha stordito la più facile delle vittime e l’ha trascinata nel seducente mondo del suo cinema. Poi, figuriamoci, pure il giorno del mio compleanno, quale miglior regalo che un nuovo film del mio regista preferito?

È il Mann di Heat, quello che racconta di disperati amori impossibili, di leali amicizie virili, di senso dell’onore e del dovere. Quello che illumina il noir in cui arrancano i suoi eroi con raggi di luce divina. Quello che con un dettaglio, uno sguardo, un movimento della mano comunica più che con mille parole. Quello che riesce a rendere credibile la travolgente passione fra la splendida donna Gong Li e il lurido patatone Colin Farrell. Quello.

Una donna che ha tutto e controlla tutto, ma si sposta sul sedile di fronte per osservare di sfuggita l’uomo dei sogni. Un uomo che sta discutendo di vita, morte e lavoro, ma non riesce a evitare di far cadere lo sguardo fuori dalla finestra, verso quella macchina lontana che racchiude l’oggetto del suo desiderio. I colori della Miami notturna, l’afa che si respira quando la tempesta minaccia ma non mantiene, la grana che invade la pellicola come il sudore sulla pelle.

L’estasi di stare davanti a immagini che non hanno eguali, l’insopportabilità di avere a che fare con un regista mostruosamente nelle mie corde, la tensione di una sparatoria talmente intensa che quando cade l’ultimo bossolo mi rendo conto di aver fatto addormentare la mano, a forza di stringere il pugno. L’agonizzante fastidio di rendermi conto che il film sta per finire e volerne invece ancora, di più, sempre più. La tristezza di un lancinante addio, la fine del sogno.

Ti odio, ti lascio, ti…


The Break-Up (USA, 2006)
di Peyton Reed
con Jennifer Aniston, Vince Vaughn, Jon Favreau, Joey Lauren Adams, Jason Bateman, Judy Davis

Questo film rappresenta una colossale occasione sprecata sull’altare dell’indecisione, del voler maldestramente tenere il piede in due scarpe. L’idea sembra essere quella di voler raccontare in maniera realistica, credibile e, inevitabilmente, triste il momento della rottura di una coppia. E se, vuoi per certi dialoghi azzeccati, vuoi per la bravura dei due attori, i momenti in cui la pellicola vi si dedica sono decisamente riusciti, quasi tutto il resto appare fuori luogo e davvero troppo sopra le righe.

Forse c’era il timore di negarsi un pubblico, quello delle commediole spensierate, che del resto il marketing italiano ha provato ad accalappiare con un titolo decisamente sbagliato e lontano dal didascalico, ma azzeccato The Break-Up. Sta di fatto che personaggi come quello interpretato da Judy Davis e situazioni come quelle create dalla famiglia della protagonista fanno davvero cadere le braccia, sono completamente “staccati” dal resto del film e, diciamolo, non fanno neanche ridere.

Ne esce fuori un film schizofrenico, che quando funziona lo fa molto bene, per esempio nei tristi momenti in cui gli amici vengono coinvolti nei litigi di coppia, ma quando esce dal seminato fa venir voglia di fuggire dalla sala. Il finale deliziosamente amaro, la bella interpretazione di Vincent D’Onofrio e qualche momento davvero riuscito meritano forse la visione, ma lasciano ancor di più l’amaro in bocca per ciò che sarebbe potuto essere.

New Super Mario Bros.

New Super Mario Bros. (Nintendo, 2006)
sviluppato da Nintendo

A pensarci quasi non ci si crede, ma addirittura quindici anni separano Super Mario World da New Super Mario Bros. Quindici anni in cui Nintendo ha ovviamente pubblicato altri giochi con protagonista il baffuto idraulico italiano e, ci mancherebbe, si è visto apparire più di un titolo dall’impostazione classicamente bidimensionale e inserito nello stesso “universo narrativo”. Ma dal 1991 a oggi forse solo Super Mario Land 2 per GameBoy aveva saputo portare in qualche modo avanti la serie. E si parla del 1992. Benvenuto, quindi, al “nuovo Super Mario”, che ha tutti i fantastici pregi e gli inevitabili difetti di un’operazione del genere.

Il piacere di quel giocare puro e spensierato che secondo molti è mancato a Super Mario Sunshine, unito all’adorabile fascino di una caratterizzazione unica al mondo. Mario è Mario, il suo mondo è quello, così come quelle sono le sue fantasiose musichette, le sue tinte colorate e le sue atmosfere sempre favoleggianti, anche nei momenti più cupi. Una forza unica e sempre riconoscibile, che finisce spesso per rendere le produzioni Nintendo migliori di quanto non siano realmente.

Il gioco di piattaforme, puro e semplice, senza complicazioni. Andare dal punto A al punto B, da sinistra verso destra, con qualche variazione sul tema, ma senza troppe menate di contorno. Lo sfizio di arrivare fino in fondo e poi ricominciare, per il piacere di trovare ogni singola fesseria nascosta, di esplorare ogni minimo anfratto. La capacità travolgente, che nessun altro ha, di farti sempre e comunque venire voglia di metterci mano, di mollarlo solo quando hai visto tutto, perché limitarsi a finirlo non sarebbe abbastanza.

La consapevolezza di non voler aggiustare un meccanismo che ancora funziona alla perfezione. La voglia di impreziosirlo con qualche novità interessante, che non ne muti l’essenza, ma che regali un po’ di emozioni inedite. La certezza di stare giocando, nella sostanza, la stessa roba di dieci, anzi venti anni fa. Neanche troppo attualizzata. E l’incredibile piacere di farlo comunque, perché va bene così, ogni tanto ci vuole.

Underworld


Underworld (USA, 1997)
di Don DeLillo

Underworld si apre su uno splendido racconto, pubblicato in precedenza sotto altro titolo e ripreso in mano per fare da prologo alle quasi novecento pagine di questo romanzo. Il trionfo della morte racconta di una decisiva gara 3 fra New York Giants e Brooklyn Dodgers, che avrebbe regalato l’accesso alle World Series del 1951. Siamo nella parte bassa del nono inning, Brooklyn, in trasferta, ha un vantaggio di 4 a 1 e deve solo tenere a secco l’attacco avversario per un ultimo turno di battuta. Ma i Giants segnano il 4 a 2, mettono due uomini in base e mandano sul piatto Bobby Thomson.

Thomson piazza un clamoroso home run, Craig Hodges impazzisce al microfono, il pubblico invade il campo e i Giants vanno in finale. DeLillo racconta di quell’incredibile giornata, intrecciando in maniera mirabolante una spettacolare narrazione dell’evento sportivo e una serie di storie che in qualche modo s’incontrano allo stadio. Mentre J. Edgar Hoover assiste dalla tribuna, il giovane Cotter si gusta la partita a sbafo, in compagnia di un simpatico sconosciuto chiamato Bill. È il 3 ottobre 1951, il direttore dell’FBI viene informato dell’esplosione di un’ordigno atomico in Unione Sovietica, evento che, di fatto, darà inizio alla Guerra Fredda. Pochi minuti dopo, Thomson realizza “The Shot Heard ‘Round the World” e la palla finisce proprio nelle mani di Cotter, che finirà a doverla difendere dagli assalti di due vogliosi approfittatori.

Da questo meraviglioso racconto prende il via Underworld, un lungo romanzo corale, fatto di episodi che si intrecciano fra di loro e raccontano vita, sentimenti, società, ambizioni e desideri di quarant’anni d’America. Terminato il prologo, c’è un balzo in avanti di quattro decenni, fino all’estate del 1992, e da lì DeLillo procede a ritroso, tornando indietro fino al 1951. Filo conduttore dell’intero lbro è la palla dell’home run di Thomson, che nel corso degli anni passa di mano in mano e tocca, in un modo o nell’altro, i vari protagonisti. Fra un capitolo e l’altro, il racconto di come il padre di Cotter “rubò” la palla al figlio e si diresse verso lo stadio, nel tentativo di venderla a uno dei tantissimi tifosi già in fila per aggiudicarsi i biglietti per le World Series.

Underworld mette nero su bianco l’incredibile varietà stilistica del suo autore, capace di adattarsi ai personaggi e alle situazioni che racconta, passando dal lirismo del prologo, al linguaggio più terra-terra del capitolo immediatamente successivo. Parte della varietà di linguaggio utilizzata, con tutta probabilità, si perde nella pur ottima edizione italiana, dalla quale comunque emerge ogni tanto il tentativo di rendere, nei limiti del possibile, il minestrone lessicale composto dall’umana varietà che ne popola le pagine.

A tratti, però, si manifesta forse un “eccesso di stile”, che tende a rendere un po’ freddi certi personaggi, un po’ sterile il racconto delle loro emozioni. Questa, perlomeno, è l’impressione che ho avuto leggendo e trovandomi rapito in maniera abbastanza altalenante, coinvolto allo spasimo da alcune vicende e osservatore impassibile di altre ancora. Ma, forse, anche questo è un pregio di un romanzo che racconta di un popolo talmente enorme e multiforme da non poter risultare sempre e costantemente gradito a qualsiasi palato.

Underworld è una lettura opprimente e spossante, difficile da digerire in volata, fatta di tanti episodi più o meno lunghi che si trascinano nel tempo e necessitano di lunga digestione. Dopo averlo chiuso e riposto sullo scaffale, però, rimane una certezza: ne è valsa la pena.

Slevin – Patto Criminale


Lucky Number Slevin (USA, 2006)
di Paul McGuigan
con Josh Hartnett, Lucy Liu, Morgan Freeman, Ben Kingsley, Bruce Willis, Stanley Tucci

Slevin è un film che gioca con lo spettatore, si diverte a farlo e certo non se ne vergogna. Prende amichevolmente in giro l’abitudine del “twist” narrativo che ribalta la prospettiva e lo fa in maniera del tutto aperta. Troppo fuori dall’ordinario le premesse, troppo allucinate e simboliche le splendide scenografie, troppo favoleggianti e ironici i toni con cui sono presentati i personaggi, per non capire fin dall’inizio che “c’è qualcosa sotto”.

Se preso per il verso giusto, però, l’ultimo film di Paul McGuigan funziona, grazie a dei divertenti dialoghi tarantiniani e alle solite notevoli performance di tutto il cast. Ma bisogna essere disposti a giocare col regista, accettare le bottarelle di gomito e le strizzate d’occhio, sorvolare su certe forzature e su un’aria da esercizio di stile fine a se stesso che permea buona parte del film.

Quando poi arriva il momento del citato twist, però, a sorprendere non è tanto il prevedibile sviluppo dell’intreccio, quanto piuttosto la piega tremendamente noir che prende il tutto. Un tipo di narrazione già intrapreso nei minuti iniziali, ma poi abbandonato in favore di un’atmosfera sognante e sarcastica, talmente sopra le righe da risultare quasi fiabesca. E invece negli ultimi minuti si torna alla realtà, alla disperazione e al cinismo, seppur tagliato da uno sferzante raggio di luce.

Exit

Exit (Taito, 2005)
sviluppato da Taito – Hiroshi Aoki

Prince of Persia, Flashback, Oddworld… Exit è l’arcade adventure bidimensionale nella sua accezione più classica, fatta di piccoli enigmi (pulsanti, chiavi, oggetti…), movimenti precisi, saltuari e strategici combattimenti. Non muta la sostanza, ma cambiano gli elementi che la compongono. La produzione Taito è l’ennesimo titolo dedicato a una console Sony a puntare gran parte del suo fascino su un design stilizzato e dalla forte personalità. Ambientazioni e personaggi di Exit sembrano usciti da un fumetto d’autore europeo e la ricerca stilistica coinvolge anche uno spettacolare accompagnamento musicale, fatto di sonorità vagamente anni Settanta.

A una veste grafica dalla bellezza stordente si unisce un’ottima costruzione dei livelli, che richiede però un forte lavoro di pianificazione. Studiare la mappa ed elaborare una strategia con cui affrontare i vari problemi rappresenta una sfida appassionante. Gettarsi in avanti allo sbaraglio significa aprire le porte alla famigerata meccanica trial & error, che porta a ripetere mille volte le stesse azioni, capendo cosa viene richiesto “grazie” ad errori irreparabili. Il confine che separa queste due realtà è labile, reso ancor più sottile dalle imprecisioni di game design.

Si va dall’impossibilità di scorrere liberamente lo sguardo per il livello – realistica, se vogliamo, ma davvero fuori luogo, vista la natura complessa di certe ambientazioni – all’estrema legnosità con cui, spesso, il gioco risponde alle sollecitazioni. Per quanto far pratica con i comandi permetta di ovviare a tanti problemi con un semplice gesto, non scompare la lentezza di certi spostamenti, l’inarrestabilità di alcune, lunghe, animazioni, l’ottusità con cui spesso i civili da salvare (non) eseguono gli ordini.

Già, perché Exit chiede al giocatore di trascinare vittime inermi fuori da situazioni degne di un disaster movie: palazzi in fiamme, sotterranei allagati, città devastate da meteoriti, invasioni aliene. Le persone da salvare vanno non solo aiutate, ma anche coinvolte nella risoluzione degli enigmi, perché spesso solo loro sono in grado di spostare oggetti pesanti o introdursi in pertugi altrimenti inaccessibili. Il problema è che il meccanismo studiato per controllarli è un po’ macchinoso e viene talvolta ulteriormente penalizzato dalla loro tendenza a “incastrarsi”, sbagliando direzione, rifiutando un ordine o scendendo, magari, la scala sbagliata.

Fare a patti coi limiti del gioco, però, non è difficile, un po’ per lo splendido stile, un po’ perché, comunque la si voglia mettere, mappe ed enigmi sono molto ben studiati. A conti fatti il centinaio di livelli inclusi è un piacere da giocare e da osservare. E addirittura piange il cuore al pensiero di certi elementi (gli alieni, le armi, il teletrasporto), il cui esordio avviene solo nell’ultima ambientazione, rendendoli di fatto sottosfruttati.

Certo, ci sarebbero i livelli extra, da scaricare sul sito ufficiale del gioco. Ben centodieci nuove sfide, pensate e progettate però per il “power user”, a dir poco estreme nelle richieste in termini di abilità, tempo limite, complessità degli enigmi. E andrebbero anche bene, se un tale innalzamento del livello di difficoltà non mettesse impietosamente sotto la lente d’ingrandimento tutti i difetti del sistema di controllo. E il confine finisce per essere oltrepassato, aprendo le porte alla frustrazione.

[Venezia 2006] La stella che non c’è – Yeyan – Mientras tanto – C’est Gradiva qui vous appelle – Devil Wears Prada


Concorso
La stella che non c’è (Italia, Francia, Svizzera, Singapore)
di Gianni Amelio
Castellitto da qualche anno si sta specializzando nel ruolo dello stronzo insopportabile che, bisogna dirlo, gli viene benissimo. Sarà una questione di doti naturali. Ne La stella che non c’è interpreta un uomo scorbutico, maleducato, ma tutto sommato buono dentro (sigh) e talmente ossessionato dal suo lavoro da imbarcarsi in un improbabile viaggio in Cina per completare un progetto su cui impazzisce da tempo. Instaurerà un rapporto d’amicizia con un’interprete un po’ sfigata e troverà se stesso, o qualcosa del genere. Un filmetto italiano, ben diretto e con qualche bel momento, ma che, come molti film italiani, mi lascia una grossa sensazione di inutilità.

Fuori concorso
Yeyan – The Banquet (Cina)
di Xiaogang Feng
Drammone shakespeariano dagli occhi a mandorla, che racconta intrighi di corte, amori, tradimenti e tragedie assortite alla maniera del wuxiapian, con balletti fantasiosi che si mischiano a combattimenti, schizzi di sangue che invadono lo schermo e passioni estenuanti consumate nel silenzio. Qualche momento davvero troppo sopra le righe, specie nel finale, ma anche immagini straordinariamente evocative e un gusto surreale nel divertirsi giocando con teatro e cinema.

Venice Days – Giornate degli autori
Mientras tanto (Argentina, Francia)
di Diego Lerman

Una commediola innocua e placida, che racconta di vita quotidiana, sogni, speranze e delusioni. Più storie si intrecciano fra di loro, mettendo assieme un piccolo affresco ben congegnato ma che davvero ha poco da dire. Ogni tanto, però, si ride di schianto, con anche un bel retrogusto amarognolo.

Sezione Orizzonti
C’est Gradiva qui vous appelle (Francia, Belgio)
di Alain Robbe-Grillet

Ma vaffanculo.

Fuori concorso
Devil Wears Prada (USA)
di David Frankel

Dopo otto giorni di macchine da presa appoggiate sul cavalletto e abbandonate al loro destino, è confortante chiudere con un film che parla mainstream e non si vergogna a farlo. Parte la sigletta della Fox, attacca la colonna sonora sparata in surround e ci si rilassa con una commediola che parla di (nonsolo)moda. Due interpreti brave e deliziose, uno Stanley Tucci clamoroso e adorabile come sempre e una serie di battute e gag dirette un po’ a tutti. Si strizza l’occhio e si tira di gomito in qualsiasi direzione, col risultato che raramente una trovata fa esplodere l’intera sala, mentre sono i gruppetti sparsi a cogliere questo o quello scherzo. Poi arriva il lieto fine, sufficientemente buonista da scaldare il cuoricino, senza però esagerare con le sviolinate. Va bene così, ci vuole.

E anche quest’anno è finita. Un saluto al campionario di meravigliose facce che incontro tutte le estati girando per Milano e un dito medio al maledetto cinema Gnomo: se ti siedi davanti fai la sauna, ma se ti metti in fondo la fila di ventilatori posta alle spalle ti uccide la cervice. E hanno il coraggio di chiedersi come mai fanno il pienone solo durante ‘ste rassegne.