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Hellboy II

Hellboy II: The Golden Army (USA, 2008)
di Guillermo Del Toro
con Ron Perlman, Selma Blair, Doug Jones, James Dodd, Luke Goss, Anna Walton, John Hurt e la voce di Seth MacFarlane

Il primo Hellboy lo aspettavo tanto, l’ho visto tardi e alla fine neanche mi è piaciuto troppo. Certo, ho il dubbio che come al solito aver visto la Director’s Cut mi abbia messo di fronte a un’edizione logorroica e fuori misura, troppo lunga e priva di nerbo. Ma resta il fatto che, non so, pur apprezzandone certe qualità, l’avevo trovato prolisso, un po’ malriuscito, sostanzialmente barboso. Eppure a questo seguito mi ci sono avvicinato con fiducia.

Perché ne leggevo bene un po’ dovunque, certo, ma soprattutto perché Del Toro è comunque uno con due palle così. Uno che da Hollywood non si è fatto fagocitare, ma che anzi, è riuscito a prendere il suo modo di fare cinema e incastonarlo a forza nelle regole del meccanismo. Senza stravolgerlo, senza tradirlo, ma anche senza doversi forzare e spezzare per infilarcisi dentro.

Insomma, io lo stimo uno che alterna con questa leggerezza, questa bravura, questa voglia di fare bene sempre e comunque, i suoi film personali in lingua ispanica e le megaproduzioni ammerigane su licenza. Uno che riesce sempre a farlo senza perdere d’identità, ma anzi mantenendo un coerente ed ammirevole filo conduttore che lega tutte le sue opere. A uno così, che si diverte – e si vede che si diverte – continua a fare il suo cinema, fa un sacco di soldi e riesce comunque a rivolgersi alla gente, al pubblico, e non solo al suo circoletto di segaioli, che gli vuoi dire?

Io niente, anzi, guarda, lo abbraccio e gli stringo la mano, anche perché i suoi film mi piacciono quasi sempre. E certo, mi piace anche Hellboy II, tanto, pure se sì, è vero, rispetto al primo episodio c’è meno “storia” (che comunque lì era il solito verboso e superfluo racconto delle origini). Perché c’è una meravigliosa capacità di creare mondi e suggestioni, un fantastico senso del ritmo, una voglia di dare vita a personaggi e mitologie, un amore per il racconto che pochi altri hanno.

E poi c’è Ron Perlman, che pure dipinto di rosso e con le mezze corna è sempre un grandissimo, c’è quella bellezza sempre più bella di Selma Blair, c’è una serie interminabile di personaggi, ambientazioni, momenti, “cose” splendide da vedere. Ma soprattutto c’è qualcosa sotto, c’è voglia e capacità di stupire non solo facendo vedere quanto si è grossi, ma raccontando quanto è bello quel che si vede. Basta tutta la lunga scena del leviatano a Manhattan, il modo in cui nasce, si sviluppa e si conclude, per rendere questo film degno di esistere.

Oltre all’abilità pazzesca di mettere in scena il mito, le leggende, con un talento visivo che da solo giustificherebbe la visione, Del Toro ha pure la capacità di raccontarle tramite i personaggi, con un senso dell’umorismo adorabile e una splendida, toccante e ipnotizzante vena romantica. Hellboy II è un bel film d’intrattenimento, che non si limita alle banalità ma riesce a colpire con la forza poetica e sognante di quello che, forse, in questo momento è il più grande regista dell’immaginario e del fantastico.

La proposta

The Proposition (USA, 2005)
di John Hillcoat
con Guy Pearce, Ray Winstone, Danny Huston, Emily Watson, John Hurt

La proposta racconta di uomini di legge che varcano il limite, fuorilegge che si barcamenano al di là e al di quà dello stesso, pazzi psicopatici che vivono in base alle loro, di leggi. Parla di onore, amore, rispetto, rabbia, follia, violenza. E, pur con tutti i limiti derivanti da una sceneggiatura un po’ troppo alla ricerca del personaggio a effetto e della trovata lirica da musicante, è un western intenso e vivo, coi suoi bei motivi d’interesse.

Per esempio La proposta affascina col suo illustrare la lurida vita nell’Outback australiano sul finire del diciannovesimo secolo, mostrando scenari che sembrano la versione brutta, sporca e disperata di quanto solitamente racconta il western americano. E a questa lercia atmosfera si adegua il film, che mette in scena corpi laceri e sfatti, persone distrutte da una terra crudele, uomini-bestie disposti a tutto per ottenere quello che vogliono.

Il film di John Hillcoat non si ferma ai falsi pudori e racconta i suoi personaggi immergendosi a piene mani nello sporco, nella merda, nel sangue che insozza la polvere australiana, mostrando cose che si fa fatica a osservare, ma dalle quali è difficile distogliere lo sguardo. Una storia intensa e dura, fatta di tragici errori e di implacabili conseguenze.

Bravissimi gli attori, bravo il regista, una pacca sulla spalla pure a Nick Cave che scrive sceneggiatura e (ovviamente) musiche. Ci son bei personaggi, dialoghi intensi e sentimenti forti, anche se si tende ogni tanto a uscire un po’ troppo dal seminato alla ricerca del poetismo e del personaggio dannato e fuori dagli schemi. Un po’ troppo per quelle che sono le mie corde, quantomeno. E poi John Hurt che fa il pazzerello sta diventando un po’ come Susan Sarandon che fa il monologo: basta.

Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo

Indiana Jones and the Kingdom of the Crystal Skull (USA, 2008)
di Steven Spielberg
con Harrison Ford, Shia LaBeouf, Cate Blanchett, Ray Winstone, John Hurt, Karen Allen

Ma quanto è bello andare al cinema aspettandoti meno di un cazzo! Soprattutto se poi quello che trovi è tutto sommato ben di più di un cazzo. Voglio dire, passa un mese in cui ti convinci che, come temevi, ‘sto quarto Indiana Jones sarà una porcheria infame, in cui ne leggi peste e corna un po’ dappertutto, in cui solo qualche voce sfiatata osa dirne bene, e finisci per presentarti al cinema addirittura svogliato, certo non emozionato, ma solo perché, che fai, non ci vai?

E poi che succede? Succede che dopo una mezz’oretta pensi “oh, mi sta piacendo” e, caspita, cominci a gongolare per davvero. Ti rendi conto che tutta quella parte iniziale così amara e sofferente, con quell’Indiana Jones sconfitto e abbacchiato dalla vecchiaia sua e di un paese che lo scaccia in malo modo, è proprio bella e sentita. Pensi che è un bel modo per rielaborare e riscrivere il classico inizio di tutti gli Indiana Jones e che, nonostante il frigorifero, si comincia proprio bene.

E mentre Henry Jr. e Mutt fanno casino in moto e tu sei lì che ti diverti come un bimbo, cominci a pensare che, ah, cazzo, è vero, qua dietro alla macchina da presa mica c’è quel vecchio scorreggione rincoglionito di Lucas. No no, c’è il caro Steven, uno che anche la peggiore minchiata te la gira come si deve. E – per esempio – ti rendi conto che per la prima volta da chissà quanto tempo stai guardando un film d’avventura in cui nelle scene d’azione si capisce che cazzo succede! Delle gran belle scene d’azione, ariose, spettacolari, sensate, con un capo e una coda, in cui non sono il caso e una macchina da presa traballante a dominare tutto.

E poi pensi che è divertente vedere Harrison Ford che fa Sean Connery e Shia LaBeouf che fa Harrison Ford, perché in fondo è anche giusto che vada così. E via di questo passo, con qualche battuta davvero riuscita (“Non erano te” e sorrisone adorabile di Marion a seguire), con quella bella atmosfera avventurosa, caciarona, rozza e sporca, con quei cattivacci-macchietta, con quel continuo prendere sberle e rialzarsi, sempre e comunque, fino alla fine. Siamo proprio lì, da quelle parti, da quelle di Indiana Jones.

E magari non avrà lo spirito graffiante, innovativo, prepotente e arrogante che, come tutti i primi film di Spielberg, aveva I predatori dell’arca perduta. Magari non avrà l’ingombrante, adorabile, insostituibile presenza di Sean Connery, che da sola teneva in piedi L’ultima crociata. Ma perlomeno non ti sta facendo cacare come ti ha fatto cacare (perché davvero ti aveva fatto cacare) Il tempio maledetto l’ultima volta che l’hai visto.

È una bella avventurona, gradevole e divertente, che non tradisce un cazzo (suvvia), che giocherella e tira di gomito coi fan, strizzando l’occhio, citando e riciclando un po’, che si racconta con passione e amore divertendo dall’inizio alla fine. Avrà i suoi difetti, tipo uno sviluppo della trama davvero schematico (ma tanto più che negli altri?), non sarà bellissimo e perfettissimo e certo non ha il culo di essere il primo, anzi, ha la sfiga di essere l’ultimo e di esserlo facendo fronte a vent’anni di attesa. Ma chiude, e chiude bene, degnamente, con fra l’altro una bella chiosa finale, senza passaggi di consegne imbarazzanti e improponibili. Anzi, lo piglia per il culo, il passaggio di consegne. Bello, nonostante Lucas. E pazienza per Darabont.

V per vendetta


V for Vendetta (USA/Germania, 2005)
di James McTeigue
con Hugo Weaving, Natalie Portman, Stephen Rea, Stephen Fry, John Hurt

V for Vendetta è l’ennesimo film politico e politicizzato di una stagione hollywoodiana estremamente impegnata e che, del resto, rispecchia il sentimento di disagio dell’americano medio nei confronti di un governo retto da un palese ritardato. La pellicola di James McTeigue riesce in un compito non semplice, coniugando alla perfezione l’estetica patinata e i ritmi sincopati del classico “pop corn movie” americano con la voglia di dare un messaggio forte e importante, seppur in maniera un po’ anestetizzata.

La graphic novel in cui il film affonda le sue radici l’ho letta una decina almeno di anni fa, quando probabilmente neanche ero in grado di afferrarne fino in fondo i contenuti e, soprattutto, in un’epoca sufficientemente lontana da non farmene ricordare una beneamata fava. Tornato dal cinema, però, sono andato a curiosare in giro per scoprire cosa e come gli sceneggiatori hanno modificato, visto che, oltretutto, per l’ennesima volta, Alan Moore ha scelto di tirarsela e ha preteso che il suo nome non apparisse nei titoli di coda.

Sicuramente, come detto, il sottotesto politico è stato ammorbidito, ma ci sono anche altre modifiche nell’intreccio, comunque a mio parere per la maggior parte molto azzeccate. La relazione sentimentale più esplicita fra i due protagonisti, ad esempio, mi è parsa scritta molto bene ed estremamente romantica. Le scene d’azione aggiunte sono ben realizzate e, soprattutto, perfette nel contesto citato in apertura, di fusione fra film impegnato e allo stesso tempo di facile lettura. E poi, l’aver scelto di “snellire” l’ambientazione, dando vita a un futuro sì opprimente e cupo, ma non devastante e devastato come quello originale, ha permesso di mettere in scena un contesto estremamente credibile e agghiacciante, proprio perché molto vicino a quello in cui viviamo.

Ma tutte queste considerazioni restano nell’ambito della curiosità personale, dato che, lo ribadisco per l’ennesima volta, il mio approccio nei confronti di un adattamento per il grande schermo non vede e non vedrà mai la fedeltà al testo originale come elemento di critica, ma solo come interessante spunto di cui chiacchierare. A maggior ragione quando il film, come in questo caso, è un ottimo film, estremamente ben realizzato, scritto in maniera solida e appassionante, con pochi reali difetti.

McTeigue dirige la scena con buona padronanza, senza dubbio sfrutta molto di quanto imparato alla corte dei Wachowski, non solo nell’esplicito citarli durante le sequenze d’azione, ma anche nella fissazione per i dettagli e nell’utilizzo assiduo di simbolismi più o meno evidenti (e comunque in buona parte derivati dal fumetto di Moore e Lloyd). E, al di là di tutto, riesce a dare alla pellicola una sua impronta abbastanza personale.

A voler cercare il pelo nell’uovo, comunque, ci sono elementi di V for Vendetta che mi hanno lasciato perplesso. Per esempio la figura del cancelliere, davvero troppo sopra le righe e caricaturale, specie in un contesto che vede qualsiasi altro personaggio, anche il più tagliato con l’accetta, almeno un po’ caratterizzato e umanizzato. Probabilmente si voleva creare un personaggio simbolico, anche da contrapporre al simbolo che il protagonista V sostiene di voler essere, ma alla fine ne esce un po’ indebolita l’altrimenti estrema credibilità della vicenda. E a volerla dire proprio tutta, i minuti finali potevano essere un po’ più asciutti, meno tirati per le lunghe.

Ma, come detto, si sta cercando il pelo nell’uovo. V for Vendetta è ottimo cinema di intrattenimento, curato nella messa in scena e molto ben scritto. Non solo, è anche cinema impegnato, portatore di un messaggio non banale e non facile in un contesto hollywoodiano. Sarebbe ridicolo lamentarsi.