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Lights Out: Terrore nel buio

Le vie della distribuzione sono infinite e fanno sì che in Francia, mediamente, la roba esca più o meno in contemporanea con il resto del mondo, quindi prima che in Italia. A volte anche molto prima, tipo il nuovo Spielberg che in Italia ci arriva a gennaio, suppongo perché lo considerano film di Natale ma a Natale c’è Star Wars. Ogni tanto, però, il gioco si ribalta e, nonostante mediamente gli horror in Italia arrivino con mesi o anni di ritardo, capita quello che esce nello stivale assieme al resto del mondo, settimane o mesi prima che in Francia. Whatever. Poi ci sarebbe da chiacchierare di titoli e sottotitoli, ché in Italia ci si lamenta ma spesso pure in Francia tirano fuori capolavori d’arte contemporanea. Il punto, però, è che ieri sono andato a recuperarmi Lights Out e oggi vorrei cogliere l’occasione per scrivere due righe al riguardo, ma davvero, che vuoi scriverne? Intanto mettiamo il cortometraggio originale, che fa colore.

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A History of Violence

A History of Violence (USA, 2005)
di David Cronenberg
con Viggo Mortensen, Maria Bello, Ed Harris, William Hurt

Millbrook, Indiana, Tom Stall è un brav’uomo, pacato e gentile, amato e rispettato dall’intera comunità, con una famiglia bella e adorante. Un giorno si trova costretto a reagire, contro ogni suo credo, al violento tentativo di rapina perpetrato nel suo ristorante. Per la città diventa un eroe, ma altre persone si interessano un po’ troppo a questo suo atto di coraggio…

Che A History of Violence sia un bel film da osservare e scrutare non penso lo si possa mettere in dubbio. Cronenberg è sempre lui, con la sua messa in scena elegante, la sua algida capacità di narratore, la sua bravura nel caricare di tensione (emotiva, sessuale, drammatica) i momenti chiave. L’agghiacciante piano sequenza iniziale vale la visione pure da solo, se poi ci aggiungiamo qualche altro momento sparso, la faccia da schiaffi di Ed Harris, quelle due pulsanti scene di sesso e un paio di altri passaggi da mozzare il fiato, beh, il prezzo del biglietto ci sta tutto.

Eppure ci sta anche che le (dis)avventure Tom Stall non mi abbiano convinto fino in fondo, non abbiano saputo aggrapparmisi per davvero alle budella. Di sicuro un po’ la cosa è voluta, perché Cronenberg, al contrario di altre occasioni, non spinge tanto sul melodramma. Realizza anzi un noir estremamente freddo, spassionato, quasi sterile, e che comunque a tratti riesce a colpire forte, nello stomaco, grazie alla potenza drammatica dei temi raccontati.

Il forte dualismo fra quel che si è e quel che si vuole essere, il dramma degli eventi che spingono tutti, inesorabilmente, come un vortice inarrestabile, nella direzione opposta a quella che desideri con tutte le tue forze. La voglia di raccontare un western moderno e metropolitano sotterrato a fondo nella sempre affascinante provincia americana. La semplice, rigorosa, asciutta capacità di cucire tutto assieme alla perfezione, senza sbavature evidenti.

Ecco, forse è anche un po’ quello, il fatto che sembri tutto così perfettino e pulitino, preciso e al suo posto, in un racconto un po’ prevedibile, già visto, magari anche un filo troppo manicheo. E poi, madonna santa, che due palle l’ennesimo cattivo strabordante e sopra le righe, ‘sto William Hurt macchietta assurda e fuori luogo, che verrebbe da giustificare con la matrice fumettistica dello script, se non fosse il personaggio in assoluto più stravolto rispetto all’originale. Che poi magari ci sta anche bene, come scheggia di follia impazzita in un contesto altrimenti freddo, misurato, glaciale. O magari no.

Probabilmente la risposta è semplicemente “boh?”. Non lo capisco mica tanto, perché ‘sto film non è riuscito a prendermi davvero. Quello che so, è che il Cronenberg del dopo M. Butterfly, in genere, fa film che mi piacciono non poco, nonostante questa o quella cosa poco riuscita. A History of Violence, invece, mi sa che è un film che mi piace poco, nonostante questa o quella cosa davvero tanto riuscita.

Thank You For Smoking


Thank You For Smoking (USA, 2005)
di Jason Reitman
con Aaron Eckhart, Cameron Bright, Sam Elliott, William H.Macy, Robert Duvall, Maria Bello, David Koechner, Rob Lowe

Thank You For Smoking è l’ottimo esordio cinematografico del figlio d’arte Jason Reitman, che confeziona una divertente, intelligente e graffiante commedia nera, in grado di far riflettere su un tema tutto sommato abbastanza trito. Per giocare con l’industria del tabacco, Reitman non sceglie l’abusata via del docufilm, ma preferisce realizzare vero cinema, ben scritto, ben interpretato e misurato al punto giusto.

Aaron Eckhart torna in un ruolo a lui estremamente congeniale, quello dello smargiasso “corporate” con cui si era fatto notare quasi un decennio fa nell’esordio registico di Neil LaBute. Ma rispetto a quell’insopportabile Chad, Nick Naylor è un personaggio decisamente più accattivante, simpatico, amorevole nei confronti del figlio e impossibile da non apprezzare per il modo sincero in cui affronta il suo lavoro.

Reitman dirige con grande senso del ritmo e punta il dito più che sull’industria del tabacco, sulla necessità di pensare con la propria testa, di riflettere sulle proprie azioni e cercare sempre di informarsi, documentarsi, senza dare per scontato ciò che ci viene passato come verità assoluta. Non mostra mai, per tutto il film, una sigaretta accesa, non mette in scena facile pietismo, mantiene sempre toni leggeri e divertenti. E, volontariamente o meno, infila nel racconto anche un figlio d’arte come lui, che glorifica il padre e ne ripercorre le tracce di abile oratore maneggione.

La figura di Joey, interpretato dal sempre ottimo Cameron Bright, fa da collante fra le varie gag e trasforma quella che poteva essere una semplice serie di divertenti sketch messi in fila in un bel film. Gli unici dubbi stanno forse nel voler presentare praticamente chiunque come una simpatica macchietta. Ok, non esistono i buoni e i cattivi, siamo tutti sfumature di grigio, ma forse così sembra tutto un po’ troppo leggero e poco incisivo.