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The Strain – Stagione 3

Spesso, quando si chiacchiera di serie TV, arriva il momento del “tieni duro, poi migliora”. Quel suggerimento che chi ne sa, chi se l’è già guardata tutta e può consigliare dall’alto dell’esperienza, elargisce al pubblico in ascolto. Quel “poi” può voler dire tante cose. Possono essere un paio di puntate come cinque o sei, può essere una stagione come due o tre. Non è poco, eh. E infatti è un suggerimento che ha davvero senso solo quando le puntate deboli sono, appunto, una o due. Voglio dire: stai parlando con una persona che ha deciso di abbandonare una serie dopo due puntate perché non le piace e le suggerisci di guardarne altre venti, che troverà altrettanto brutte, perché poi le cose migliorano? Nel 2016? Con tutta la marea di roba interessante e facilmente accessibile che c’è in giro? Ore e ore a smarronarsi in attesa di chissà cosa? Ma che, scherzi? No, figurati. Infatti non ha senso: tieni duro se ti interessa TANTISSIMO l’argomento e/o se ci vedi qualche spunto che pensi possa crescere e/o sai di adorare attori/showrunner/whatever e vuoi crederci. O se hai 15 anni e tanto passeresti comunque tutto il pomeriggio davanti alla TV e/o ti pagano per guardare la serie. O se sei un matto che ci tiene a finire quello che inizia. Ehm.

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The Strain – Stagione 2

The Strain – Season 2
creato da Guillermo del Toro e Chuck Hogan
con Corey Stoll, David Bradley, Mia Maestro, Kevin Durand, Jonathan Hyde, Richard Sammel, Miguel Gomez 

Con la seconda stagione, The Strain introduce alcuni importanti cambiamenti, certi fin da subito, altri mano a mano che si sviluppano le puntate. Il punto di partenza vede una New York finalmente consapevole del contagio in atto e nell’atto di provare a reagire, più o meno. Intendiamoci, non è che il cittadino medio vada in giro a vaneggiare di Maestro e Antichi assortiti, ma quantomeno abbiamo finito di sorbirci la tarantella della gente che non crede a quel che sta accadendo: c’è gente malata che va in giro per le strade sparando tentacoli dal collo. È una consapevolezza importante. Certo, rimane la difficoltà nel mostrare una New York in preda all’apocalisse con il budget di una serie TV e, per quanto vada sicuramente meglio rispetto al primo anno, con un certo spreco di effetti speciali a dare vigore, ogni tanto si ha davvero l’impressione di una città in cui il panico aumenta e diminuisce a seconda della disponibilità di budget. E aggiungiamoci pure i classici problemi – piuttosto diffusi in TV, va detto – dell’ambientare a New York una serie piena di scene in esterni senza poterla effettivamente girare nella grande mela. Ma insomma, di necessità virtù.

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Crimson Peak

Crimson Peak (USA, 2015)
di Guillermo Del Toro
con Mia Wasikowska, Jessica Chastain, Tom Hiddleston, Charlie Hunnam

Per qualche motivo, a un certo punto Guillermo Del Toro ha deciso di essere infastidito dall’idea che la gente considerasse Crimson Peak un film horror. Si è messo a raccontare nelle varie interviste che capiva i motivi per cui il distributore l’ha venduto come tale nei trailer, ma che no, non è un film horror. E la stampa (o parte della stessa), ha iniziato ad andargli dietro con convinzione. Guglielmino l’ha pure fatto dire alla sua protagonista nella parte iniziale del film, sottolineando il tutto con un pennarello rosso: ci sono dei fantasmi, ma non è una storia di fantasmi. Ora, per parafrasare le sue stesse parole, capisco i motivi per cui l’ha fatto, ma insomma, eh, mi sembra un po’ una paraculata.

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La spina del diavolo


El espinazo del diablo (Spagna/Messico, 2001)
di Guillermo Del Toro
con Fernando Tielve, Íñigo Garcés, Eduardo Noriega, Marisa Paredes, José Manuel Lorenzo, Irene Visedo

Dopo aver fatto sollevare più di un sopracciglio con Cronos, ma aver sostanzialmente mancato il bersaglio col suo esordio hollywoodiano (Mimic, un film obiettivamente modesto), Guillermo Del Toro impiega quattro anni per portare sul grande schermo una nuova pellicola. Solo nel 2001, infatti, sforna questo La spina del diavolo, mai distribuito in Italia e riesumato solo in questa estate dal taglio così fortemente horror.

El espinazo del diablo, in realtà, di horror ha quasi solo la campagna pubblicitaria, dato che il taglio è nettamente più quello di un intenso film drammatico. A guardarlo oggi sembra quasi di assistere alle prove generali dell’ottimo El Laberinto del Fauno, con il quale condivide la narrazione estremamente cruda, il contesto storico “rivoluzionario” e i continui cambi di registro, che svariano fra le suggestioni horror, il dramma politico, la commedia e l’avventura giovanile.

Meno rifinito, curato e compiuto rispetto al suo erede del 2006, La spina del diavolo è comunque un ottimo film, che riesce a raccontare con garbo, realismo e intensità il dramma degli orfani “generati” dalla guerra civile spagnola. Il tutto inserito in un contesto fantastico, che sfrutta il tema delle possessioni spiritiche per rendere ancora più tragico e poetico un racconto davvero toccante.

Le tante similitudini con El Laberinto del Fauno, però, finiscono per dare un certo senso di deja-vu e di insoddisfazione, perché l’ultima pellicola di Del Toro è obiettivamente superiore a questa. Ma, giudicato per i fatti suoi, La spina del diavolo rimane un film piacevolissimo e appassionante. Nel guardarlo col senno di poi, insomma, non stupisce che in seguito, con Blade II e Hellboy, il regista sudamericano abbia definitivamente sfondato.

[Cannes 2006] Tzameti 13 – Le temps qui reste – Jindabyne – Crónica de una fuga – El laberinto del fauno


Venezia 2005
Tzameti – 13 (Francia/Georgia)
di Gela Babluani

Premio miglior opera prima
Un interessante film noir, che omaggia gli stereotipi del genere con un bel bianco e nero e, pur zoppicando un po’ nella parte iniziale, diventa davvero appassionante quando entra nel vivo e si appoggia sulla bella idea alla base dello script. Molto bravi gli attori, compreso l’Aurélien Recoing già visto – e apprezzato – in A tempo pieno (Venezia 2001).

Cannes 2005 (Un certain regard)
Le Temps qui reste (Francia)
di François Ozon
Un fotografo di successo scopre di avere un tumore in stadio avanzatissimo e non la prende molto bene. Ozon ci racconta i suoi ultimi mesi di vita, mantenendo un apprezzabile distacco dalla retorica e dal sentimentalismo spinto, ma forse esagerando e finendo per non emozionare e non coinvolgere più di tanto. Il punto di vista “terra terra” è comunque apprezzabile, così come l’intensa interpretazione di Jeanne Moreau.

Quinzaine des Réalisateurs
Jindabyne (Autralia)
di Ray Lawrence

Sorta di riarrangiamento in salsa australiana dell’episodio dei pescatori visto in America Oggi, Jindabyne racconta delle tante possibili reazioni di fronte a una morte violenta e insensata. Lento nei ritmi, ma tutto sommato gradevole per un certo humor nero sottopelle e per l’ottima costruzione psicologica, il film di Ray Lawrence funziona anche grazie a un bel cast, con tanti bravi attori tutti in parte.

Crónica de una fuga
Crónica de una fuga (Argentina)
di Adrián Caetano

Il racconto della cattura, prigionia, tortura e fuga di quattro prigionieri politici (fra cui il calciatore Claudio Tamburini) nell’Argentina governata dall’esercito degli anni Settanta. Film di cassetta, confezionato con un impianto di genere e che non si concede alle fisime autoriali da festival. Nulla di entusiasmante, ma piacevolissimo.

In concorso
El laberinto del fauno (Messico/Spagna/USA)
di Guillermo Del Toro

Stupenda favola horror, che racconta in parallelo i rimasugli della guerra civile ispanica nel 1944 e il rapporto fra una bambina di dieci anni e una serie di creature fantastiche. Del Toro oscilla alla grande fra il fiabesco, le atmosfere angoscianti che conosce tanto bene e il crudo realismo “guerreggiante”. Splendidi effetti speciali, poesia, narrazione intensa e ritmo trascinante, quasi due ore e mezza vissute in scioltezza nonostante fosse il quinto film di una giornata lunghissima. Il primo reale momento d’entusiasmo della rassegna.

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Blade II


Blade II (USA/Germania, 2002)
di
Guillermo Del Toro
con
Wesley Snipes, Kris Kristofferson, Ron Perlman, Thomas Kretschmann

La prima apparizione cinematografica del mezzo vampiro nato sulle pagine de La tomba di Dracula ha rappresentato un passo importante per la riscoperta del cinema-fumetto. È stato infatti il primo film tratto da un comic Marvel a convincere sul serio pubblico e critica, ritrovandosi a fare da apripista per gli adattamenti dalla Casa delle idee. Tant’è che, fra ragni, mutanti, mostri verdi e diavoletti cornuti, siamo e saremo presto invasi. Curiosamente, la pellicola diretta da Stephen Norrington (che pare averci preso gusto coi fumetti, dato che è al lavoro su League of Extraordinary Gentlemen) era anche un ottimo lavoro. Pur avendo ben poco a che vedere col fumetto originale, infatti, si era ritagliata una sua precisa identità, in precario equilibrio fra stranianti atmosfere da horror crepuscolare e dirompenti scazzottate degne dell’attore protagonista.

Quattro anni dopo, il seguito è stato messo nelle mani dell’abile horrormaker Guillermo del Toro (suoi il valido Mimic e un paio di film in lingua ispanica osannati come cult un po’ dovunque). Oltre al nome del regista, la presenza di un budget rimpolpato e il clamorosamente intrigante design dei mostri (al quale ha partecipato l’immenso Mike Mignola, il cui Hellboy, peraltro, sarà portato sul grande schermo proprio da Del Toro), promettevano bene e, tutto sommato, posso dire che hanno mantenuto.

Blade II, rispetto al primo episodio, punta un po’ meno sull’atmosfera e molto di più sull’azione: la struttura del film è la stessa, ma le scazzottate e in generale i momenti action sono decisamente più lunghi. Nel complesso è un po’ tutto un elevare a potenza gli elementi del primo film: più tamarritudine, più mazzate, più vampiri, più sangue, più tutto. Il risultato è un polpettone di sparatorie, battutacce che neanche Iena Plisskin, duelli, citazioni (perfino da Lo chiamavano Trinità) e squartamenti, che diverte per tutta la sua durata, a patto di essere nel “mood” giusto.

Il momento migliore del film, per paradosso sia suo maggior pregio che peggior difetto, è probabilmente la sequenza in discoteca, perfetta per coreografia e ritmo, ma allo stesso tempo talmente bella da rendere quasi inutile e superfluo tutto ciò che viene dopo. Tant’è che la pur bella parte nelle fogne e il successivo epilogo nella sede dei vampiri (a proposito: meravigliosa la visualizzazione in stile super mega corporazione mafiosa, con tanto di avvocato che fa il simpa) sanno a tratti di stanca.

Menzione d’onore per i validi effetti speciali: quasi inattaccabili nel mettere in scena la curiosa anatomia facciale dei vampiri mutati e putridi al punto giusto nelle numerose sequenze splatter (alleluiah! finalmente della carne in un film mainstream, è passato quasi un anno da Hannibal), deludono forse un po’ quando si tratta di far volteggiare i personaggi durante i combattimenti.