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The Great Wall

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The Great Wall segna probabilmente un nuovo passo nella sempre più forte storia d’amore fra Hollywood e la Cina, una storia d’amore che fino a oggi ci ha regalato grosse coproduzioni con star cinesi e sottoproduzioni con attori americani di secondo, terzo, quarto e dodicesimo piano impegnati a recitare all’ombra della muraglia. Qui, però, se non mi sfugge niente, forse per la prima volta si mira così alto a livello di nomi coinvolti per strizzare brutalmente l’occhio anche al pubblico occidentale. Sui cartelloni, infatti, c’è Matt Damon, che il suo bello star power continua ad avercelo in tutto il mondo. A circondarlo, un cast di nomi orientali dal peso non indifferente (Andy Lau forse il più riconoscibile da queste parti), con Willem Dafoe nel classico ruolo minore per pagarsi la rata del mutuo e un paio di altri caratteristi per far numero. Alla regia Zhang Yimou, per la prima volta alle prese con un film recitato in lingua inglese e talmente interessato alla faccenda che il pilota automatico sembra averlo inserito sei mesi prima di iniziare le riprese.  E il sapore è quello del film studiato interamente a tavolino, messo assieme seguendo il manuale per fare il compitino pulito e preciso.

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Jason Bourne

Sui titoli di coda di Jason Bourne, come al solito, si ascolta Extreme Ways di Moby. E come già era successo per i tre film precedenti, si tratta di una nuova versione, un riarrangiamento tirato fuori per l’occasione. Che è un po’ quel che si potrebbe dire anche di Jason Bourne, in effetti. Dopo svariati anni nei quali Matt Damon e Paul Greengrass hanno temporeggiato dichiarandosi amore a botte di “Torno solo se c’è lui” e ostentando prudenza in stile “Non so, abbiamo detto tutto quel che c’era da dire, magari se c’è la sceneggiatura giusta… “, alla fine la coppia d’oro ha deciso di tornare sul luogo del delitto, nonostante, oh, non è che ‘sta sceneggiatura sia poi così fenomenale. Ma probabilmente era troppo irresistibile la tentazione di far presente a Jeremy Renner che, per quanto ci provi, non ce la può proprio fare a prendersi un franchise e farlo tutto suo.

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L’uomo di Marte

The Martian (USA, 2014)
di Andy Weir

Sono capitato su The Martian solo e unicamente perché m’è passato davanti il trailer del film che Ridley Scott ne ha tirato fuori, in arrivo a fine anno. Prima di vedere quel trailer e di leggerne su I 400 Calci, non ne sapevo nulla. Beh, ci sono modi peggiori per ritrovarsi a leggere un libro (tipo, che so, perché ti ci costringono) e in ogni caso, se il risultato è che leggi una roba spettacolare come questa, non puoi certo lamentarti. E che cos’è? Dunque è il racconto dell’odissea di un astronauta che, a causa di un incidente, si ritrova abbandonato su Marte, con la prospettiva di rimanerci secco se non trova il modo di sopravvivere abbastanza a lungo perché tornino a recuperarlo. Tutto qui. Si fa per dire.

Ocean’s Twelve


Ocean’s Twelve (USA, 2004)
di Steven Soderbergh
con George Clooney, Brad Pitt, Catherine Zeta-Jones, Matt Damon, Andy Garcia, Vincent Cassel, Julia Roberts, Casey Affleck, Scott Caan, Eliott Gould, Don Cheadle, Bernie Mac, Carl Reiner. Shaobo Qin

Terry Benedict ha rintracciato Danny Ocean e i suoi compari e ora rivuole indietro i soldi che gli hanno rubato. Con gli interessi. Per un totale di circa duecento milioni di dollari. I nostri simpatici, eleganti e spiritosissimi eroi si ritrovano così a organizzare una serie di colpi impossibili, incrociando le armi con un’agente dell’Europol e un super ladro professionista francese. Ocean’s Twelve è, tanto quanto il primo episodio, una “scusa” utilizzata da Soderbergh e dal suo gruppetto di amici per divertirsi assieme cazzeggiando e giocherellando col cinema di genere.

Ancora una volta è tutto un gioco di battutine, inside joke, metareferenzialità e prese in giro. Di nuovo ogni attore recita nel ruolo di se stesso (a parte Andy Garcia, l’unico convinto di dover interpretare un personaggio), e addirittura, stavolta, questa specie di realismo al contrario fa da pretesto per una delle gag più riuscite. Uno sterile spettacolo di regia ricercata, scenografie lucide e leccate, costumi eleganti e musiche d’alto lignaggio. Ti dà di gomito e ammicca, cerca la tua complicità e sorride malizioso. Se stai al gioco, probabilmente, il divertimento è assicurato. Altrimenti, per quanto vuote, son comunque un paio d’ore piacevoli, ritmate e tremendamente ben confezionate.

The Departed – Il bene e il male


The Departed (USA, 2006)
di Martin Scorsese
con Leonardo DiCaprio, Matt Damon, Jack Nicholson, Vera Farmiga, Mark Wahlberg, Martin Sheen, Ray Winstone, Alec Baldwin

Difficile, forse impossibile, rendermi conto di quanto l’essermi presentato in sala fresco della visione dei tre Infernal Affairs possa aver influenzato il mio giudizio e il mio godimento dell’ultimo film di Scorsese. Da una parte è certamente vero che conoscere già tutti gli snodi principali della trama ha sostanzialmente cancellato buona parte della tensione e della suspence. Ma dall’altra è vero anche che molti aspetti a mio parere negativi lo sono a prescindere da un confronto col film di Lau e Mak. Ma sì, è indubbio, l’insoddisfazione nasce anche dall’inevitabile parallelo e dalla consapevolezza di preferire il modo in cui certe sequenze e certi personaggi sono stati affrontati nelle tre pellicole cinesi.

ATTENZIONE, QUESTO ARTICOLO POTREBBE CONTENERE DETTAGLI RIGUARDANTI LA TRAMA DI THE DEPARTED E DEI TRE INFERNAL AFFAIRS. VEDIAMO DI NON ROMPERE LE PALLE.

Eppure The Departed è un film che funziona, che funziona decentemente anche per chi Infernal Affairs l’ha visto, ma che certo risulta dirompente per chiunque altro. La potenza del soggetto e la cruda, inattesa, assurdità del finale lasciano di stucco e non possono che colpire. Scorsese, poi, compie una scelta per certi versi molto saggia e si distacca parecchio dal modello originale, non tanto nello sviluppo degli eventi – quasi identico – quanto piuttosto nella risoluzione delle piccole cose e nella caratterizzazione dei personaggi. E nel confezionare una pellicola assai più occidentale rispetto a quella che, comunque, per quanto molto hollywoodiana, rimane una trilogia dall’anima estremamente orientale. Il risultato, sulla carta, è un film che presenta svariati motivi d’interesse anche per chi non può certo essere sconvolto dai colpi di scena. Il problema, però, sta nella deprimente sceneggiatura di William Monahan.

A deludere è soprattutto quello che al contrario di norma è fra gli elementi distintivi delle pellicole di Scorsese: la caratterizzazione dei personaggi. Piatta e, nonostante una passata di grigio nel finale, abbastanza manichea, rifugge i caratteri sfumati e ambigui dell’originale cinese e si appoggia su una divisione schematica e monodimensionale. Chi è cattivo è cattivo, magari è simpatico, magari fa un po’ pena, ma cattivo è e cattivo rimane. E lo stesso vale per i personaggi positivi che, pur talvolta ammantati di qualche tinta fosca, non escono dal loro schematismo. Certo, Sullivan alla fin fine vorrebbe uscirne pulito, ma non sfugge mai dalla sua gabbietta di inguaribile bastardo. Certo, Costigan si concede qualche violenta deriva verso una troppo “convinta” interpretazione del ruolo di mafiosetto, ma non va mai oltre il limite. E cosa rimane? Un Nicholson come al solito esagerato, strabordante e molesto, una bella psicologa la cui scomoda posizione (fra le poche intuizioni interessanti di Monahan) non viene sfruttata a dovere e una serie di personaggi minori, macchiette buone giusto per far da tappezzeria.

The Departed è un film efficace, appassionante, splendidamente diretto, dall’incredibile colonna sonora (per la scelta dei pezzi e per l’utilizzo che ne viene fatto), ma cui sfugge quella passionalità e quel senso del dramma che così bene caratterizzano invece Infernal Affairs. Voluta o meno che sia, questa differenza risulta micidiale per chi, come me, il film originale l’ha visto e amato. Dov’è il conflitto, dov’è l’ambiguità morale, dove stanno le difficili scelte, i dubbi e i traumi? Sullivan non è interessato a nulla che non sia il suo squallido tornaconto personale, non offre spiragli di redenzione, vuole solo sfangarla e viene – tutto sommato giustamente – punito. Costigan scivola sempre più verso il lato oscuro, ma non viene mai messo davvero alla prova, e quello che dovrebbe rappresentare il punto di rottura, la prima dimostrazione della sua delicata condizione psicologica, si risolve nel pestaggio di due delinquentelli. Tutto qui?

Ed è (s)confortante il pensiero che anche persone cui il film cinese rimane ancora sconosciuto riconoscano a The Departed questi e altri difetti, frutto quindi non solo dell’impietoso confronto, ma della natura stessa di un film ben lungi dall’essere perfetto. E piange il cuore a vedere un soggetto tanto carico di potenziale drammatico e tanto efficace risolversi in maniera così semplice, didascalica, ridotta al genere puro e semplice, per quanto diretto con mano estramente felice.

Un parallelo vero e proprio fra The Departed e Infernal Affairs, d’altra parte, è ingiusto e complicato da mettere in piedi. Se la struttura del film di Scorsese è sostanzialmente quella del primo episodio cinese e quindi con esso andrebbe confrontata, l’affresco narrativo va anche a pescare dagli altri due film, ma comprime circa sei ore di materiale in una pellicola da due ore e mezza. Ovvio quindi che i personaggi della saga di Lau e Mak finiscano per essere meglio tratteggiati e approfonditi. E questo vale non solo per i due “equivalenti” di Costigan e Sullivan, ma anche e soprattutto per i personaggi minori e le relazioni fra di loro.

Eppure i principali motivi di delusione nel film di Scorsese vanno oltre questi limiti e non possono che essere considerati come vere e proprie scelte. Basti pensare al diverso impatto della morte di Anthony Wong/Martin Sheen. Da una parte un personaggio ricco, il cui rapporto paterno con Yan è meravigliosamente tratteggiato senza dover scivolare nel didascalico e la cui morte violenta, improvvisa e devastante lascia di stucco. Dall’altra un vecchietto dalla presenza minore, quasi per nulla approfondita, che Scorsese prova inutilmente e impacciatamente a rendere interessante con quella scena casalinga, e la cui morte è dipinta in maniera più enfatica, “preparata” e, a conti fatti, meno efficace. Per non parlare, poi, di ciò che l’evento implica.

Se nel film di Lau e Mak la morte del sovrintendente toglie ogni speranza a Yan, perché elimina l’unica altra persona al corrente dei fatti, nel remake di Scorsese troviamo il superfluo personaggio interpretato da Mark Wahlberg, che di fatto riduce ancora di più l’impatto di quell’evento. Il Dignam di Wahlberg, peraltro, vive il paradosso di essere personaggio in tutto e per tutto superfluo, posticcio, appiccicato per il solo scopo di poter chiudere il film in quel modo, e allo stesso tempo, a parte l’ovvio – e bravissimo – Di Caprio, unica vera fonte di simpatia del film. Le sue battutacce lasciano il segno e la sua interpretazione è come al solito adorabile. Ma, quando conta, finisce solo per essere dannoso.

Così come dannosa è l’interpretazione di Nicholson, efficace nella prima parte, ma fra le principali fonti di “distacco” emotivo per la sua successiva deriva à la Jack Torrance. C’è chi gradisce queste sue interpretazioni forzate, esagerate, sopra le righe. Forse fra gli estimatori c’è Scorsese, che del resto ci ha regalato un inquietantemente simile Daniel Day Lewis in Gangs of New York. Io non faccio parte del clan. Io rimpiango il sottile, amaro, adorabile Eric Tsang di Infernal Affairs. E con lui rimpiango i suoi colleghi, che però, bisogna dirlo e ripeterlo, erano graziati da personaggi più affascinanti, profondi, ambigui e ricchi delle rispettive controparti occidentali.

Ricchi come l’ispettore Lau, così ben interpretato dal suo omonimo attore e così tragicamente affascinante nella sua disperata ricerca di redenzione. Matt Damon fa il possibile, nel tentativo di dare coerenza e credibilità al suo personaggio, ma lavora con materiale molto più piatto, banale, monodimensionale e deludente. Si torna sempre lì, non c’è ambiguità, non c’è conflitto, non c’è niente di niente.

Si potrebbe andare avanti ancora a lungo cercando questa o quella differenza fra i due film, puntando il dito per esempio su quanto più tesa riesca ad essere la transazione coi thailandesi nell’originale rispetto alla scialba versione occidentale, ma in realtà il discorso è molto semplice. The Departed è un ottimo poliziesco, un discreto film di Scorsese e un mediocre remake.

Syriana


Syriana (USA, 2005)
di
Stephen Gaghan
con
George Clooney, Matt Damon, Jeffrey Wright, Alexander Siddig, Christopher Plummer, Chris Cooper, Amanda Peet

Ennesima produzione della famigerata cricca cui fa capo il duo Clooney/Soderbergh, Syriana è un film politico e di denuncia, per certi versi simile a The Constant Gardener, visto all’ultimo Festival di Venezia. Rispetto alla pellicola di Meirelles, però, quella di Stephen Gaghan sceglie un approccio meno macchiettistico e patinato, con uno stile visivo e delle scelte di narrazione maggiormente ancorate alla realtà. Non ci sono buoni e cattivi, ma solo una lunga serie di macchie grigie, che si agitano su uno sfondo rosso sangue.

Gaghan porta avanti un racconto estremamente stratificato, con almeno tre storie parallele e tante piccole ulteriori linee narrative che vanno a intrecciarsi. In comune, oltre al tema, c’è la moralità dubbia dei personaggi. Anche i ruoli interpretati da George Clooney e Matt Damon, che sulla carta dovrebbero essere i personaggi positivi cui affezionarsi, finiscono offuscati dalle loro scelte di vita.

Questa neutralità, questo non voler cedere ai classici compromessi del cinema popolare, rende senza dubbio Syriana un film atipico e riuscito nei suoi intenti di denuncia. A perderne, forse, è il potenziale drammatico, enorme per quelli che sono gli eventi e i temi, ma allo stesso tempo estremamente debole per l’impossibilità di trovare un punto d’immedesimazione e per la complessità del racconto.

La narrazione è estremamente lenta, rarefatta e le tante storie si intersecano in maniera frammentaria, rendendo fra l’altro non facile seguirne il filo conduttore. L’ottima sceneggiatura e la regia essenziale svolgono però un lavoro eccellente e alla fine il quadro completo risulta chiaro e di semplice interpretazione. Notevoli anche tutti gli attori, dall’affascinante Amanda Peet all’intenso Matt Damon, dal simpatico dottor Bashir a un Clooney mai così dimesso e per nulla gigione, capace perfino di limitare a una sola apparizione iniziale il suo solito tic “testa basculante inclinata di lato”.

In tutto questo, però, manca come detto quasi completamente il coinvolgimento emotivo, il melodramma, il “cinema” vero e proprio. Sorge quindi spontaneo il dubbio: pur con tutti i suoi meriti in ottica divulgativa, è Syriana buon cinema? Sarebbe stato giusto concedere qualcosa sul piano narrativo per ottenere un film magari meno incisivo ma dal maggiore impatto drammatico?