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Manchester by the Sea

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Manchester by the Sea – La genesi. Edizione romanzata ma non troppo. Kenneth Lonergan, commediografo, sceneggiatore e regista, inizia a scrivere per il cinema a fine anni Novanta, co-firma la sceneggiatura di Terapia e pallottole e fa il suo esordio come autore completo con Conta su di me. Il suo primo film da regista lo fa subito notare, grazie a un bel po’ di premi e nomination, anche per gli attori coinvolti. Nella mia memoria fallace, è quel bel film divertente che vidi alla rassegna di Venezia del 2000, forse addirittura il mio film preferito di quell’edizione del festival. Ricordo più che altro un “Caspita che brava ‘sta Laura Linney” e un “Bravo pure lui, chiunque sia”, dove “Lui, chiunque sia” ho scoperto recentemente essere Mark Ruffalo. A seguito di quel successo, dopo aver co-scritto altri tre film dalla qualità variabile (Gangs of New York, Un boss sotto stress Le avventure di Rocky e Bullwinkle) Lonergan si lancia nel progetto a cui tiene tantissimissimo. Ed è subito tragedia.

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Codice 999

Il modo più diretto che mi viene in mente per descrivere Codice 999 è questo: provate a immaginarvi un poliziesco di Michael Mann immerso nello stile, nell’approccio e nella poetica di David Ayer ma diretto da John Hillcoat. Un bel pastrocchio, eh? Però, davvero, mi ha fatto proprio questa impressione. E, a scanso di equivoci, è un’impressione molto positiva: è sicuramente un film con limiti evidenti, ma è anche un thriller/poliziesco coinvolgente e girato benissimo, roba che non si vede abbastanza spesso e a cui per questo tendi a perdonare i suoi difetti. La critica americana si è divisa, ma tendendo verso il non perdonarli. E, boh, se lo chiedete a me, sono matti. Ma matti completi, eh. Però che ne capisco io, figuriamoci.

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Gone Baby Gone

Gone Baby Gone (USA, 2007)
di Ben Affleck
con Casey Affleck, Michelle Monaghan, Ed Harris, Morgan Freeman

Cosa fai, se sei l’attore chiamato Ben Affleck, quindici anni fa hai vinto l’Oscar per una sceneggiatura, hai trascorso oltre un decennio a farti perculare per le tue doti d’attore, ma ti sei appena tolto lo sfizio di vincere la Coppa Volpi per una tua interpretazione? Semplice, ti scrivi e ti dirigi un film della madonna, facendolo interpretare da quel grandissimo (lui per davvero) attore che è tuo fratello. E mentre noi rinunciamo a capire la logica dietro a tutto questo, speriamo ardentemente che Ben ci resti, dietro alla macchina da presa, e tiri fuori altri film della madonna.

Perché Gone Baby Gone è proprio questo: un film della madonna. Un noir spento, smorto, che mostra il brutto umano di un’America provinciale sfatta e sfiatata. Un tuffo nel torbido e nel marcio, nella disperata impotenza di fronte alla crudeltà e alla tristezza umana. Un film difficile e crudele, forse anche per questo proiettato col contagocce in un’Italia sempre meno interessata (perlomeno negli occhi dei distributori) a un cinema fuori dalle righe.

Gone Baby Gone racconta dei detective scalcagnati Patrick e Angie, protagonisti in una serie di romanzi di Dennis Lehane (quello di Mystic River). Lei è la splendida Michelle Monhagan, lui è il bravissimo, biascicante, meraviglioso Casey Affleck. Investigatori privati volenterosi e sognatori, che cercano di dare una mano nel risolvere un caso di rapimento di bambini. Provano a portare del bene in un mondo fallato e irreparabile, che li prende in giro e si trastulla con loro, facendoli malamente finire gambe all’aria e faccia nella merda.

Affleck, il fratello (mica tanto) scemo, quello dietro alla macchina da presa, circonda i suoi due improbabili eroi di personaggi sfumati e intriganti, racconta di un mondo in cui non vorremmo mai vivere, ma che incidentalmente è proprio il nostro. Lo racconta con fare stanco e straniante, appiccicandosi al bieco realismo dei suoi protagonisti, scegliendo una via credibile e anti-drammatica. E proprio per la sua scarsa voglia di abbandonarsi al manierismo sferra devastanti pugni nello stomaco.

Affonda le unghie nella natura umana e ne tira fuori situazioni tremende, ingestibili, dalle quali non è possibile uscire a testa alta. Non c’è un modo giusto per cavarsela, c’è solo la difficoltà di avere a che fare con decisioni più grandi di noi e di pagarne le conseguenze. E alla fine si rimane lì, con quell’assurdo groppo in gola, con il cervello pieno di domande e lo stomaco a pezzi. Abbandonati sul divano, in uno squallido salottino, da soli con l’angoscia.

Ocean’s Twelve


Ocean’s Twelve (USA, 2004)
di Steven Soderbergh
con George Clooney, Brad Pitt, Catherine Zeta-Jones, Matt Damon, Andy Garcia, Vincent Cassel, Julia Roberts, Casey Affleck, Scott Caan, Eliott Gould, Don Cheadle, Bernie Mac, Carl Reiner. Shaobo Qin

Terry Benedict ha rintracciato Danny Ocean e i suoi compari e ora rivuole indietro i soldi che gli hanno rubato. Con gli interessi. Per un totale di circa duecento milioni di dollari. I nostri simpatici, eleganti e spiritosissimi eroi si ritrovano così a organizzare una serie di colpi impossibili, incrociando le armi con un’agente dell’Europol e un super ladro professionista francese. Ocean’s Twelve è, tanto quanto il primo episodio, una “scusa” utilizzata da Soderbergh e dal suo gruppetto di amici per divertirsi assieme cazzeggiando e giocherellando col cinema di genere.

Ancora una volta è tutto un gioco di battutine, inside joke, metareferenzialità e prese in giro. Di nuovo ogni attore recita nel ruolo di se stesso (a parte Andy Garcia, l’unico convinto di dover interpretare un personaggio), e addirittura, stavolta, questa specie di realismo al contrario fa da pretesto per una delle gag più riuscite. Uno sterile spettacolo di regia ricercata, scenografie lucide e leccate, costumi eleganti e musiche d’alto lignaggio. Ti dà di gomito e ammicca, cerca la tua complicità e sorride malizioso. Se stai al gioco, probabilmente, il divertimento è assicurato. Altrimenti, per quanto vuote, son comunque un paio d’ore piacevoli, ritmate e tremendamente ben confezionate.

The Last Kiss


The Last Kiss (USA, 2006)
di Tony Goldwyn
con Zach Braff, Jacinda Barrett, Rachel Bilson, Casey Affleck

Remake americano de L’ultimo bacio di Gabriele Muccino, The Last Kiss racconta, per quel che mi è dato ricordare, esattamente la stessa storia del film originale. La stessa gente insopportabile che litiga, la stessa gente insopportabile che si mette le corna, la stessa gente insopportabile in crisi di coppia, la stessa gente insopportabile con gli stessi insopportabili piani di fuga dalla mediocrità.

Manca Stefano Accorsi ed è per me un bene, dato che Muccino – che se ha una dote è la bravura nel dirigere gli attori – è riuscito a farmi piacere perfino Taricone e la Bellucci, ma mister Maxibon proprio no. Mancano i virtuosismi di regia e i dialoghi da diario di quindicenne, che davano al film originale una sua particolare identità e, tutto sommato, rappresentano un po’ la firma del Muccino italiano. La loro assenza non è compensata in alcun modo, dato che Tony Goldwyn, diciamocelo, è un regista piatto e banale.

E soprattutto manca, in una specie di ribaltone che, in buona sostanza, nega l’intero senso del film originale e un po’ tutta la poetica di Muccino, l’appendice finale con Giovanna Mezzogiorno che fa jogging. E cosa rimane? Un filmetto, una commediola mediocre priva di nerbo e di fascino, che si lascia guardare grazie a qualche buon interprete e a una sceneggiatura abbastanza brillante.

Non sono un fan di Muccino e non sono un fan de L’ultimo bacio, ma riconosco doti e meriti ad entrambi. Qui, però, non ne vedo. Un remake inutile se ce n’è uno.