Archivi tag: David Thewlis

Wonder Woman

Wonder Woman è un film… strano, che si contraddice da solo mentre spinge costantemente in una direzione nell’altra, tirando fuori un pasticciotto che però, nell’inevitabile confronto con i precedenti film di ‘sto disastrato universo cinematografico DC, esce fuori a testa alta, facendo la figura del migliore di tutti. Arriva per primo nel campionato dei supereroi al femminile e prova a spingere sul tema del femminismo, della protagonista donna forte che sa cavarsela da sola, spacca tutto e non dà mai retta a ciò che la società patriarcale vorrebbe imporle. Allo stesso tempo, però, racconta di fondo la più stereotipata delle storielle disneyane, quelle che la stessa Disney ha ormai ripudiato, proponendo una principessa ingenua (se non proprio cretina), che fugge dalla gabbia di vetro in cui i genitori volevano proteggerla per inseguire desideri e destino ribelli, scoprendo di non sapere nulla del mondo, facendoselo spiegare dagli uomini che la circondano e innamorandosi letteralmente del primo che passa. E, ancora, trova una comicità azzeccatissima quando la butta sul ridere ma sprofonda nel ridicolo quando tenta di prendersi sul serio. Insegue tematiche universali e azzeccate, parlando di natura umana, libero arbitrio, scelte difficili e rimorsi, ma riduce tutto a una mitologia di partenza imbarazzante, raccontando poi di una Prima Guerra Mondiale in cui alleati a caso combattono i tedeschi cattivi, che comunque sono cattivi perché c’è il dio della guerra che li controlla. Insomma, è un pastrocchio che smitraglia a caso in tutte le direzioni ma, rispetto a chi è venuto prima, ha la fortuna di una scrittura più curata, strutturata e lineare, che non perde tempo con le meta-cazzate e gli permette di colpire più spesso il bersaglio.

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Anomalisa

Prima di mettermi a scrivere questo post, sono andato a riguardarmi la filmografia di Charlie Kaufman, perché non mi fidavo della mia effettivamente poco affidabile memoria. E ci sono quasi rimasto male. Considerando quanto le sue sceneggiature sono intrise di personalità, riconoscibili, sostanzialmente “firmate”, istintivamente mi aspettavo di ritrovarla ben più cicciona, e invece Anomalisa è solo il secondo film che ha diretto in quasi due decenni di attività, sette anni dopo quel Synecdoche, New York definito da Roger Ebert “il film del decennio”. A Kaufman dobbiamo infatti anche gli script di Essere John Malkovich, Human Nature, Il ladro di orchidee, Confessioni di una mente pericolosaSe mi lasci ti cancello.  E hai detto niente. Eppure, nonostante questa raffica di filmoni, per realizzare il suo esperimento nel cinema d’animazione, Kaufman è dovuto passare da una campagna di raccolta fondi su Kickstarter, con la quale ha per altro realizzato uno fra i più bei film dell’anno (del decennio?), che difficilmente batterà Inside Out agli Oscar nei prossimi giorni ma, caspita, quasi quasi se lo meriterebbe.

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Macbeth in Italia!

Questa settimana esce al cinema in Italia quella ficata spaziale che è il Macbeth di Justin Kurzel, che adesso sta girando il film di Assassin’s Creed e boh, il mondo è matto. Io l’ho visto a giugno alla rassegnina parigina dei film del Festival di Cannes e ne ho scritto a questo indirizzo qua.

Questo post, invece, l’ho scritto e programmato a metà dicembre. Se nel frattempo hanno spostato la data di uscita, non me ne sono accorto e non ho annullato la programmazione, beh, che vi devo dire, ce ne faremo una ragione.

The Zero Theorem

Quando ti presenti al cinema per il nuovo film di fantascienza del regista di Brasil e L’esercito delle 12 scimmie, è difficile non farlo con gli occhi lucidi, spalancati, carichi d’entusiasmo e ricolmi di aspettative forse anche un po’ ingiuste, esagerate. È difficile non farlo anche se sai perfettamente che ne sono passati, di anni, dall’ultima volta che un film di Terry Gilliam ti ha convinto fino in fondo, anche perché come fai a non aspettarti grandi cose, dopo aver visto quelle foto, esserti guardato quel trailer, aver capito che tutto il film ruota attorno a uno come Christoph Waltz? E in effetti, ehi, The Zero Theorem non sarà magari sui livelli dei capolavori di Gilliam, ma si mangia tutte le sue opere meno riuscite ed è uno fra i film di fantascienza più interessanti, affascinanti, bizzarri, ricchi di personalità e semplicemente belli da osservare degli ultimi anni.

La fantascienza di The Zero Theorem, giusto o sbagliato che sia, fa per forza venire almeno un po’ in mente quella di Brasil, col suo parlare di uomini trasformati in api operaie in un contesto oppressivo, che ti strappa di dosso la tua identità e non ti lascia nulla da fare che non sia stare appiccicato a un terminale lavorando come uno scemo. È una fantascienza che fa quel che deve, parla di noi, di quel che siamo e di quel che stiamo diventando, estremizzando ciò che già oggi vedi guardandoti attorno, o allo specchio, e dipingendo su schermo un mondo coloratissimo, accecante, pieno di assurdità estetiche ma che non risulta mai, nemmeno per un attimo, affascinante. Ed è una fra le cose che più rimangono in testa dopo la visione, il modo in cui i dettagli, la storia, l’atmosfera, la costruzione delle immagini e soprattutto l’utilizzo del suono prendono il classico immaginario visivo che in altri film ti lascia a bocca aperta in totale ammirazione e lo dipingono invece come un qualcosa che mette ansia, angoscia, ribrezzo. Di solito, al cinema, quando guardi la fantascienza tutta colorata, sei lì che fai “Ooohhh!”. Davanti alla città di The Zero Theorem ti senti solo e unicamente a disagio.

E del resto qui si parla di totale alienazione, del desiderio di fuggire nascondendosi dentro un mondo virtuale finto ma rassicurante, dell’incapacità di comunicare, del desiderio di trovare un senso, uno qualsiasi, anche uno completamente campato per aria, nella propria misera vita. Si parla, insomma, di roba tosta, e lo si fa con il delizioso stile di Gilliam, costantemente in bilico fra il dramma intenso, la comicità surreale e la buffonata piena, appoggiandosi sull’interpretazione fenomenale di un Christoph Waltz in forma strepitosa, che si carica sulle spalle il film e se lo porta dietro tirando come un mulo. Il suo personaggio è un concentrato di risate amarognole, attorno a cui ruota comunque un cast azzeccatissimo, in cui anche il simpatico cameo funziona alla grande. È un protagonista alieno, forse, ma cui è fin troppo facile affezionarsi e dal quale ci si fa condurre verso il tuffo nel delirio dell’atto finale, che magari non piacerà a chi da un film vuole risposte precise, ma era forse l’unica conclusione possibile. O forse no. Chissà. Non è che ci abbia capito molto. Credo. Whatever.

L’ho visto al cinema, qua a Parigi, in lingua originale, che merita e bla bla bla. In Italia era prevista l’uscita nelle sale lo scorso dicembre, ma poi è successo qualcosa e non si è più saputo nulla. Attendiamo fiduciosi (?).

Harry Potter e il prigioniero di Azkaban

Harry Potter and the Prisoner of Azkaban (USA/GB, 2004)
di Alfonso Cuarón

con Daniel Radcliffe, Rupert Grint, Emma Watson, Gary Oldman, David Thewlis, Alan Rickman, Robbie Coltrane, Michael Gambon, Emma Thompson

Dopo i due orrendi, piatti e noiosissimi film di Chris Columbus, finalmente Harry Potter viene preso in mano da un regista con le palle e trova una sua identità, forse non destinata a durare, dato il successivo nuovo cambio dietro alla macchina da presa, ma certo convincente. E meno male, visto che i primi due episodi mi erano piaciuti tanto da farmi passare la voglia di andare al cinema per i due successivi.

Cuarón regala ai personaggi delle psicologie, mostra di avere un’idea di cinema, abbandona i toni eccessivamente addolciti dei primi due episodi e confeziona un film elegante, curato, solido nella sceneggiatura e debole solo nella parte finale, che non riesce a offrire la giusta emotività, forse per un’eccessiva fretta nel tirare le fila.

Certo, aiutano i primi effetti speciali davvero convincenti della serie e più in generale la crescita dei personaggi, che meglio si prestano a tematiche non dico adulte, ma quantomeno interessanti. Ma i meriti dell’uomo dietro alla macchina da presa sono evidenti, anche nella bravura con cui dirige un cast davvero azzeccato e in parte. Cast che fra l’altro mi sono gustato per la prima volta in originale, apprezzando finalmente gli effetti dell’imposizione della Rowling sull’utilizzo di soli attori britannici.

Insomma, il terzo Harry Potter è un bel passo avanti. Non che ci volesse molto.