Outspam

Ieri ho pubblicato il nuovo Outcast: Chacchiere Borderline, primo episodio della nuova formula tutta chiacchiere e niente giochi. Sta a questo indirizzo qui. Inoltre, mercoledì è stato distribuito alle masse il secondo episodio di Outcast Sound Shower, che è tutto amore e musica. Sta a questo indirizzo qua.

E adesso niente podcast per un paio di settimane, credo. Pasqua, Italia, quelle cose.

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La furia dei titani

Wrath of the Titans (USA, 2012)
di Jonathan Liebesman
con Sam Worthington, Rosamund Pike, Toby Kebbell, Edgar Ramirez, Liam Neeson, Ralph Fiennes

Era inevitabile. Mi guardo uno dei film più pestati a sangue del 2010, lo trovo assolutamente gradevole e divertente, me ne vado tutto contento al cinema a guardare il seguito aspettandomi che sia bigger, better, more badass e mi annoio a morte, uscendo deluso e sconfitto. Il problema di questo film? Giuro che non pensavo avrei mai potuto scrivere una cosa del genere, ma ho rimpianto la regia di Louis Leterrier. Ora, detto che – pur in un tripudio di schiaffi che il film si sta prendendo in giro per i maggiori lidi della critica mondiale – c’è chi non concorda e lo ritiene un passo avanti, per quanto mi riguarda Jonathan Liebesman ha rotto tutto. Anche perché, parliamoci chiaro, la differenza fra primo e secondo episodio sta soprattutto lì, oltre che in qualche dettaglio, nella scomparsa del personaggio insopportabile di Gemma Arterton (e questo è un lato positivo) e nel fatto che Alexa Davalos invecchiando è diventata Rosamund Pike.

La sceneggiatura (assenza di) è quasi identica, con un inizio frettoloso in cui raccontano male motivazioni puerili che non ci interessano e poi un viaggio di crescita e formazione umano-divina alla ricerca dell’arma speciale con cui il prescelto Perseo – che inizialmente non c’ha voglia ma poi si fa convincere e si ricorda di volere bene al babbo – potrà fare il culo al mostro gigante di turno. Nel mezzo, appare di nuovo il solito gufo, Liam Neeson e Ralph Fiennes si dilettano in un bromance gerontofilo d’antologia (ma se sono fratelli per davvero è comunque bromance?), la storia si sviluppa se possibile ancora più a caso che nel precedente (come si esce da un labirinto lungo chilometri e progettato per far impazzire chi vi entra? Camminando dritti per cinque metri!) e per essere sicuri di sostituire degnamente la Io di Gemma Arterton buttano nel mucchio il figlio scemo, insopportabile e bruttissimo di Poseidone. Ma il vero problema, dicevo, è Liebesman, di cui per altro fino a ieri avevo visto solo Al calar delle tenebre, ovvero un film che se si fosse limitato al prologo sarebbe stato uno dei grandi capolavori dell’horror, e invece poi andava avanti e diventava una zozzata.

E che fa, Liebesman? Aderisce al canone del film  girato appiccicando alla faccia dei personaggi una traballante camera a spalla, o forse a mano, o più probabilmente a cazzo di cane. Ebbene sì, dopo un primo episodio in cui tutto era intellegibile e pieno di bestioni giganti che si menavano sotto il sole, ecco che il seguito si adegua al da me tanto amato filone del “se ti faccio venire il mal di mare e ti impedisco di seguire decentemente l’azione è tutto molto più bello, viscerale e gritty”. Del resto qua gli dei stanno morendo, ogni cosa va a catafascio, gli eroi sono insozzati nella polvere e quindi deve traballare tutto. Il risultato? Il risultato è che uno va al cinema per vedersi un film di mostri giganti che si menano e passa tutto il tempo a cercare di decifrarli fra le pieghe di un traballante e buissimo montaggio all’anfetamina. Immagino sia una questione di gusti, ma se un film d’azione che rinuncia per partito preso a raccontare qualcosa, qualsiasi cosa, mi annoia pure a morte nelle scene d’azione, beh, evidentemente finisce male. Insomma, due palle come una casa, oltretutto ingigantite da un 3D che si nota solo quando acuisce il fastidio delle inquadrature terremotate e non si sposa proprio bene con un montaggio del genere. E aggiungiamo che fra le righe si respira pure il fastidio per una storia che, se si fossero perlomeno degnati di scriverla sul serio, sarebbe perfino potuta essere interessante. Insomma: uffa.

E poi la gente si lamenta di John Carter. No, sul serio, maddai, per favore.

Scontro tra titani


Clash of the Titans (USA, 2010)
di Louis Leterrier
con Sam Worthington, Liam Neeson, Ralph Fiennes, Jason Flemyng, Gemma Arterton

Questo film ha sostanzialmente due problemi. Il primo è che è il tipico film d’azione next gen messo assieme con la convinzione che la faccenda “costruiamo dei personaggi con un minimo di spessore, così poi la gente si affeziona e tifa per loro quando scatta il bordello” possa essere risolta con un po’ di minuti serrati a cazzo di cane, in cui si dicono cento cose messe assieme velocemente senza dirne realmente nessuna. Il tutto diventa poi ancora più fastidioso a guardarlo oggi, quando ti ritrovi davanti il nel frattempo volato altrove Pete Postlethwaite, vieni assalito dalla tristezza e ti spiace non vederlo sullo schermo un po’ di più. L’altro problema, e giuro che non pensavo avrei mai potuto scrivere una cosa del genere, è la presenza di Gemma Arterton. A parte il fatto che è completamente insensato infilarla in un film in cui la gonna la portano gli uomini, Gemma ha qui il ruolo della fatina spaccaminchia di Zelda. Non fa mai nulla, se non saltare fuori all’improvviso e rifilare i suoi spiegoni. Praticamente è il tutorial del film, ed è insopportabile esattamente come i tutorial dei videogiochi.

Ma, al di là di questo, Scontro tra titani mi è piaciuto. E sì, lo so che sono appena il terzo del pianeta (o giù di lì) ad affermare questa cosa. O, comunque, mi è piaciuto nella misura in cui deve piacere un film come questo e nella consapevolezza di ciò che dovevo aspettarmi: un po’ di scene in cui uomini si tirano le pizze con mostri grossi, un paio di attori inglesi a caso che gigioneggiano pensando all’assegno e dell’azione diretta in maniera degna. Queste cose ci sono, e sono circondate da un film che volendo stimo anche per l’assenza di vergogna e, anzi, per la maniera abbagliante (con particolare riferimento  all’armatura di Zeus) in cui ostenta la sua pacchianeria. Dopodiché, io con Leterrier non ho mai avuto un buon rapporto: The Transporter probabilmente è migliore di come mi era parso, ma c’ho troppo in antipatia la tamarraggine franco-rap per rendermene conto, e L’incredibile Hulk pagava una sceneggiatura da coma etilico. Qui la sceneggiatura non c’è, e forse è la cosa migliore che potesse capitare al nostro amico Louis.

L’azione è ben orchestrata, pulita, senza telecamere traballanti a rompere le palle. Gli effetti speciali sono altalenanti (Medusa è davvero di gomma), ma fondamentalmente c’è un sacco di roba gigante che fa casino e il Kraken alla fine è piuttosto spettacolare, anche se sembra un po’ uscito da Resistance 2. Pure il protagonista non è male – ma io ho un debole per Sam Worthington – con quella sua spocchia da costante incazzato nero Kratos wannabe. Purtroppo dimostra in fretta di avere la stoicità di un’ameba, mettendoci un attimo a cedere ai regalini di papà e finendo per seguire un percorso umano da sabato in barca a vela e lunedì al Leoncavallo. Ma insomma, il gonnellino lo porta bene. Per il resto, l’omaggio all’originale si esaurisce in una scena talmente del tutto senza senso da essere adorabile, ci sono un po’ di attori famosi a caso talmente poco inquadrati che te ne accorgi solo dai titoli di coda e speri li abbiano messi lì in previsione del seguito e il ritmo è perfettamente bilanciato fra la voglia di mettere in scena un sacco d’azione e l’esigenza di non sbracare troppo. Dura la sua ora e mezza abbondante, diverte e non rompe i coglioni. E Ade tutto fumoso con le ali aperte tipo farfalla è tanto cicci.

“WTF?!?”

Chiaramente il film l’ho visto ieri sera perché oggi vado a vedermi il seguito. Il cambio dietro alla macchina da presa non mi ispira fiducia ma, insomma, prima di guardare questo non è che andassi esattamente in giro professando amore per Louis Leterrier.

Domenica c’è il trailer di Total Recall

Oggi (da un paio di giorni, in realtà), in attesa del trailer vero e proprio che spunterà domenica, c’è in giro per l’internet il trailer del trailer di Total Recall, con Colin Farrell nel ruolo di Arnold Schwarzenegger, Kate Beckinsale nel ruolo di Sharon Stone, Jessica Biel nel ruolo di quell’altra e – dio santo mi vengono i brividi solo a pensarci – Len Wiseman nel ruolo di Paul Verhoeven.

E mentre tutti ci chiediamo se Colin Farrell pronuncerà le fatidiche parole “If I’m not me… who the hell am I?”, riguardiamoci il vecchio trailer, per non dimenticare.

Si ringrazia babalot, ché altrimenti non me ne accorgevo.

Che cacchio è The Host?

Allora. Nel 2006 è uscito un delizioso film coreano intitolato The Host (o, se vogliamo tirarcela, Gwoemul). Una roba che ha quello spirito tutto orientale necessario per porsi in maniera così perfetta in mezzo fra il dramma, la vaccata, la commedia, il demenziale, l’horror, la fantascienza e più o meno qualsiasi altra cosa possa venire in mente. Ne avevo parlato brevemente qui, ma insomma, erano proprio due righe. Il punto è che è figo e il Blu-ray te lo tirano ormai dietro. Poi c’è stato un momento in cui pareva certo che Universal Studios avrebbe prodotto un remake americano, messo nelle mani di Gore Verbinski. Che, vai a sapere, magari viene fuori diverso ma caruccio lo stesso. Uscita prevista nel 2011, a marzo 2012 ancora non se ne sa nulla. Oggi, però, vado su IMDB e leggo “The Host, primo trailer!”. Uah, figata, vediamo com’è. E mi trovo davanti ‘sta roba.

Ora, già di base il monologo mi aveva fatto venire dei dubbi, ma su “from Stephenie Meyer author of the Twilight Saga” ho capito che c’era un equivoco. Il remake americano di The Host mi sa che ce lo siamo giocato e questo è tutt’altra roba. Roba bella? Boh, sembra una specie di incrocio fighetto fra Visitors e Ultracorpi vari, con l’inevitabile musica stile Inception sul trailer. Guardo la scheda su IMDB e leggo Saoirse Ronan, che mi piace tanto ma Hanna e The Lovely Bones. C’è anche Diane Kruger che comunque buttala. Poi, per mandarmi ulteriormente in tilt, leggo che è scritto e diretto da Andrew Niccol, cosa che fino all’altro ieri mi avrebbe gasato ma poi In Time. Insomma cacca? Cacca puzza?

Comunque l’internet ha partorito pure una specie di micro trailer per Cosmopolis, il nuovo Cronenberg tratto da De Lillo. Io il libro non l’ho letto (però ho letto Underworld) e dal trailer non si capisce una sega, se non che sembrano esserci un po’ le atmosfere del giovane David (bene) e il vampiro luccicoso sembra quasi convincente. Ho detto quasi.

Ah, l’altro giorno sono andato a vedere The Hunger Games. Niente male davvero, di sicuro molto meglio di quanto temessi. E Jennifer Lawrence è di una bravura abbacinante, i suoi film non se la meritano. In ogni caso, speriamo davvero che finisca per fare quel che dicono qui.

Oggi esce Ghost Rider

Arriva oggi in Italia Ghost Rider – Spirito di vendetta, che io ho visto un mese fa e di cui ho scritto in questo post qui. Bello? Brutto? Fondamentalmente boh. Diciamo che poteva andare molto peggio, però, tutto sommato, speravo andasse molto meglio. Pazienza.

Va pur detto che ad accompagnarlo fra le uscite odierne non c’è esattamente una cofana di capolavori. Qua in Germania, invece, è appena uscito Hunger Games.

Cose buone dal mondo

Dunque, segnaliamo un paio di cose che m’è venuto in mente che non ho segnalato. Innanzitutto, abbiamo pubblicato l’Outcast Reportage dedicato alla Game Developers Conference 2012, con il sottoscritto me medesimo, Fotone e l’ospitissimo Alessandro Mucchi (autore di una sigla iniziale da brividi) a chiacchierare di quella bella cosa che è la GDC. Sta a questo indirizzo qui. Poi, abbiamo pubblicato il primo episodio di Outcast Sound Shower, il podcast tutto sulle musiche dei videogiochi curato da Andrea Babich e Fabio Bortolotti. Sta a questo indirizzo qua. Infine, abbiamo pubblicato una valanga di altre cose e stanno tutte a questo indirizzo qui. C’è tanta gente che collabora, c’è tanto amore, c’è tanta invidia altrove, baci e abbracci.

E poi è uscito dal nulla – io, perlomeno, non ne sapevo nulla – questo trailer qui sotto. Che mentre lo guardavo dicevo “minchia, ma che è, hanno copiato da Battlestar Galactica? È un reboot? Fanno una serie ambientata nel telefilm vecchio degli anni Ottanta? Che caspita è?”. Ecco, è il trailer di uno specialone da un paio d’ore sulla (beata) gioventù di Ciccio Adama, che magari, se ha successo, potrebbe generare un nuovo telefilm. Si (sotto)intitola Blood and Chrome.


Tutto questo mi fa venire in mente che non ho mai scritto il post sulla quarta stagione di Battlestar Galactica e che non ho ancora guardato The Plan.

Tamarro Lincoln cacciatore di vampiri

Niente, anche questa settimana gira così: ho fatto lo sforzo per il post sul season finale di The Walking Dead perché ci voleva, ma sono troppo preso da altre robe per riuscire a popolare come si deve il blog, a meno di raptus del momento. Mi sembra comunque giusto segnalare il nuovo trailer per Abraham Lincoln, Vampire Hunter, noto anche come La leggenda del cacciatore di vampiri. Salti, piroette, vampiri, zarrume.

Martedì prossimo penso di andare a vedere Hunger Games. Sbaglio?

The Walking Dead 02X13: "La linea del fuoco"


The Walking Dead 02X12: “Beside the Dying Fire” (USA, 2012)
con le mani in pasta di Glen Mazzara e Robert Kirkman
episodio diretto da Ernest R. Dickerson
con Andrew Lincoln, Sarah Wayne Callies, Laurie Holden, Norman Reedus

Ok, ci siamo, si è conclusa anche la seconda stagione e siamo arrivati al dunque. Risolte un po’ di cose lasciate in sospeso, scatenato il bordello, qualche altro morto sbranato, un po’ di confronti e, ovviamente, un altro po’ di accenni alle cose di là da venire. In un episodio davvero bello, divertente, ben diretto (e Dickerson si conferma il miglior regista della serie), pieno d’azione, con ulteriori evoluzioni per i personaggi e con un finale che mi ha lasciato addosso una voglia pazzesca di vedere cosa accadrà da ottobre in poi, quando ci si dedicherà alla parte più bella e amata del fumetto. Ma già così, ho francamente poco da lamentarmi: la serie ha davvero ingranato, si è liberata di buona parte dei suoi problemi, ha saputo risolvere alcune faccende in maniera non banale, ha regalato i suoi bei colpi di scena e le sue belle prese per il culo a chi dà per scontate certe cose avendo letto il fumetto e ha dimostrato di non farsi alcun problema ad ammazzare personaggi importanti, anche non troppo prevedibili, tirando dei bei pugnetti nello stomaco. Aggiungiamo che, pur vedendo tanti limiti, non condivido buona parte delle critiche che leggo in giro e, fondamentalmente, mi ci sto divertendo dall’inizio, e non posso che essere contento. Bene così.

Esaurita la parte no spoiler a favore di Erik Pede (ciao!) passiamo agli spoiler pesanti.




Wow. No, davvero, wow. Mi rendo conto che gran parte del gasamento che questa puntata mi ha tirato in faccia è dovuto al fatto di aver letto il fumetto, ma comunque wow. Di sicuro, pur con alcuni passaggi ai limiti dell’assurdo (tipo il momento Serious Sam con Hershel invasato in god mode), tutta la puntata è orchestrata a meraviglia. Il crescendo di tensione iniziale è ottimo, i cadaveri sono masticati e ben piazzati, e va benissimo che, dopo le due consecutive, non ci siano altre morti eccellenti. Anche perché, comunque, proprio la memoria di quelle due consecutive ti tiene sulle spine e ti fa temere che possa toccare a un altro. Tant’è che, in linea di massima, per come era costruita la scena, che Rick salvi Hershel è abbastanza una sorpresa. E poi, dopo il casino assurdo, bello il momento in macchina fra Glenn e Maggie, bello il tornare sui luoghi dell’intera stagione osservando come sono cambiati e come nel frattempo sono cambiati anche i personaggi, bella la fuga disperata di Andrea e in generale sempre ottimo essere presi in contropiede da come cambiano le cose rispetto al fumetto (e, in effetti, c’è una morte eccellente, che oltretutto nel fumetto non si verificava: il camper).

A tutto questo, poi, si aggiunge una parte finale da pelle d’oca. Lo sviluppo delle dinamiche di gruppo e soprattutto di Rick è davvero ottimo e una volta tanto Andrew Lincoln ci regala un monologo da applausi (nel senso che proprio mi sono messo a battere le mani tutto contento, da solo davanti alla TV). Oltre ad essere un bel richiamo all’evoluzione di Rick nel fumetto, è proprio raccontato bene e, oltretutto, ancora una volta, mi è piaciuta molto la gestione dei dialoghi fra lui e Lori. Che sarà pur vermilingua, ma dalle torto ad essere almeno un po’ turbata (e magari afflitta da una punta di senso di colpa?), nel sentirsi raccontare di come Rick abbia avuto mille occasioni per provare a fermare Shane ma l’abbia sostanzialmente lasciato andare avanti, arrivando fino al culmine, perché ormai lui per primo aveva deciso che era stanco della situazione e voleva levarselo dalle palle. E poi gli ha fatto pure sparare in faccia da Carl! Più in generale, le reazioni del gruppo, l’assenza di democrazia, gli sviluppi delle cose son proprio belli, aggiungono tanto potenziale da esprimere e che sarà divertente vedere espresso nei confronti con i personaggi e le situazioni che, presumibilmente, sono in arrivo.

Eppoi c’è quella scena nella foresta, che mentre la guardavo e ho visto Andrea soccombere ho pensato “Ma sarà mica che adesso arriva Michonne?” e BAM, arriva Michonne e, giuro, mi sono messo a ululare davanti allo schermo come un ragazzetto americano alla prima di uno Star Wars a caso. Eppoi il monologo da applausi. Eppoi quell’inquadratura finale sulla prigione. Dai, una cosa almeno a questa gente bisogna dirla: conosce i suoi polli. Pavlov a manetta. Voglio ottobre.

In tutto questo, ad aprile esce il gioco di Telltale e io provo molta paura.