The Strain – Stagione 2

The Strain – Season 2
creato da Guillermo del Toro e Chuck Hogan
con Corey Stoll, David Bradley, Mia Maestro, Kevin Durand, Jonathan Hyde, Richard Sammel, Miguel Gomez 

Con la seconda stagione, The Strain introduce alcuni importanti cambiamenti, certi fin da subito, altri mano a mano che si sviluppano le puntate. Il punto di partenza vede una New York finalmente consapevole del contagio in atto e nell’atto di provare a reagire, più o meno. Intendiamoci, non è che il cittadino medio vada in giro a vaneggiare di Maestro e Antichi assortiti, ma quantomeno abbiamo finito di sorbirci la tarantella della gente che non crede a quel che sta accadendo: c’è gente malata che va in giro per le strade sparando tentacoli dal collo. È una consapevolezza importante. Certo, rimane la difficoltà nel mostrare una New York in preda all’apocalisse con il budget di una serie TV e, per quanto vada sicuramente meglio rispetto al primo anno, con un certo spreco di effetti speciali a dare vigore, ogni tanto si ha davvero l’impressione di una città in cui il panico aumenta e diminuisce a seconda della disponibilità di budget. E aggiungiamoci pure i classici problemi – piuttosto diffusi in TV, va detto – dell’ambientare a New York una serie piena di scene in esterni senza poterla effettivamente girare nella grande mela. Ma insomma, di necessità virtù.

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Lo spam della domenica mattina: Tripletta di podcast

Questa settimana, su IGN, ho prodotto più che altro traduzioni e doppiaggi di video, però mi sento di segnalare il tripudio di seghe mentali sul trailer di Captain America: Civil War, via. Su Outcast, invece, abbiamo il The Walking Podcast su Fear the Walking Dead, il nuovo Outcast Popcorn, il nuovo Outcast Magazine e l’Old! sul novembre del 2005.

E anche novembre l’abbiamo sfangato. Domani.

 

Il viaggio di Arlo

The Good Dinosaur (USA, 2015)
di Peter Sohn
con le voci di Raymond Ochoa, Jack Bright, Jeffrey Wright, Steve Zahn, Anna Paquin, Sam Elliott

Nell’anno che ha visto (quasi) tutti reinnamorarsi della Pixar grazie a Inside Out, lo studio disneyano tira fuori una splendida doppietta, con due film legati da quel filo conduttore tematico “famigliare” che unisce tutte le opere figlie di Luxo Jr. ma allo stesso tempo molto lontani per ambizione strutturale e complessità narrativa. Il viaggio di Arlo, in realtà, è il film Pixar mancato dell’anno scorso, ma all’epoca ha dato buca a causa di traversie produttive forse inedite per lo studio a questo livello, con un cambio di regista e produttore, una riscrittura totale della storia e, appunto, un rinvio di un anno.  Il fatto che ne sia venuto comunque fuori un film così bello testimonia, forse, la forza ormai inattaccabile della macchina realizzativa Pixar.

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The Visit

The Visit (USA, 2015)
di M. Night Shyamalan
con Olivia DeJonge, Ed Oxenbould, Deanna Dunagan, Peter McRobbie, Kathryn Hahn

The Visit è un film piccolo, semplice e riuscitissimo, che sa palleggiarsi alla grande accumulo di tensione e autoironia e nel quale M. Night Shyamalan dà l’impressione di divertirsi come non capitava ormai da un sacco di anni. Tecnicamente non è un found footage, ma un mockumentary, che riproduce il montaggio finale di un documentario girato dalla giovane Becca. Lei e il suo fratellino vengono spediti per una settimana a casa dei nonni, in vacanza ma soprattutto per conoscerli, dato che non li hanno mai visti prima a causa di un brutale litigio fra loro e la madre. Becca, che studia cinema e si crede già grande regista, decide di girare un documentario, col fine non troppo nascosto di usarlo come strumento tramite cui sanare la ferita famigliare, mostrando a tutti l’amore che ancora scorre e regna supremo. Seguiranno complicazioni a causa di una sindrome psicologica (sundowning) che ha colpito la nonna e la trasforma, di notte, in una sorta di pazza furiosa.

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Captain America: League War

Mi autoriciclo da Facebook, così, giusto per infilare qualcosa nel blog che, poverino, mi fa un po’ pena vederlo morto abbandonato in un fosso tra le lamiere. Stanotte  si è manifestato il trailer di Captain America: Civil War, il primo film della fase tre dell’universo cinematografico Marvel. Ma tra l’altro, nel frattempo, la terza stagione di Agents of S.H.I.E.L.D., la prima di Jessica Jones e la seconda di Agent Carter come dobbiamo considerarle? Fase due e mezzo? Vai a sapere. Comunque, eccolo:

Questo, invece, è quel che ho scritto su Facebook:

Quindi, se ho capito bene, Matteo Salvini è triste perché non trova più Hulk e decide di sfogarsi sugli amici dell’omone verde, che tanto sono quasi tutti di colore e/o immigrati clandestini che non pagano le tasse e vengono a rubarci il lavoro. Crea quindi il club obbligatorio dei piccoli fascisti in pigiama, mettendo l’indulto come benefit. Tony Stark, con tutto quel che ha combinato, non ci pensa due volte e si iscrive subito. Tanto più che nel club c’è il suo amichetto Spalla Comica di Colore 1. La Vedova Nera, pure, c’ha due o tre cose da farsi perdonare e si iscrive. Capitan America, invece, è troppo affezionato al suo amico d’infanzia Adam Kadmon e si iscrive ai terroristi. Lo segue il suo amichetto Spalla Comica di Colore 2. Gli altri vengono scelti dai capitani come le squadre al campetto. Poi corrono tutti ad abbracciarsi. O forse a menarsi, questo non l’ho capito.

(A scanso di equivoci: mi sono gasato. Sempre a scanso di equivoci, se lo chiedete a me, il Civil War a fumetti è come il 70% di quelle mega saghe crossover: ha un’idea di partenza azzeccatissima, un bel setup e qualche momento molto riuscito fra la miniserie e i tie-in, ma complessivamente è una cagata. Il restante 30% di quelle mega saghe fa cagare e basta).

E niente, me la gioco così. Domani, però, attenzione, dovrei scrivere di un film che ho visto qualche tempo fa. E forse, FORSE, FFFORSE dopodomani scrivo di un film che vedo in questi giorni. Vai a sapere. Sapete com’è, ho ridotto un po’ il ritmo delle sortite cinematografiche.

In compenso sto guardando serie TV a strafottere. Però non ne scrivo.

Lo spam della domenica mattina: Venerdì 13!

Questa settimana su Outcast ho uscito l’intervista alla gentaglia di Venerdì 13, il nuovo Outcast Popcorn, il The Walking Podcast sulla serie TV di iZombie, il Reportage su Parigi e l’Old! sul novembre del 1985. Su IGN, invece, abbiamo l’analisi della qualunque di Star Wars.

Fine.

Gli episodi pilota Amazon di novembre 2015

E rieccoci qua, di nuovo a parlare di quella sana (?) abitudine maturata in casa Amazon che vede il colosso americano produrre scarriolate di episodi pilota, proporli al pubblico, permettere di votare secondo gradimento e poi (fare finta di) decidere cosa portare avanti e cosa no anche sulla base del parere espresso dalla gente. Come e quanto il feedback venga ascoltato, a oggi, non è dato saperlo con certezza, ma tant’è, quel gioiello di Transparent, nettamente la miglior serie Amazon a oggi, è stato messo in produzione certo non perché avesse mosso chissà quali numeri, piuttosto perché c’era l’impressione che avrebbe potuto servire un target molto specifico.

Ad ogni modo, le cose procedono spedite, abbiamo visto anche un’altra serie piuttosto apprezzata, Bosch, di recente si sono manifestate altre due o tre cosette e The Man in the High Castle, l’adattamento di La svastica sul sole, arriverà il 20 di novembre. Che guarda caso è anche il giorno in cui si manifesterà Jessica Jones su Netflix. Siamo già allo spararsi addosso con la concorrenza diretta su serie che in qualche maniera potrebbero interessare allo stesso target? Probabilmente, e giustamente, sì. Comunque, la scorsa settimana è spuntata su Amazon Instant Video una bella infornata di episodi pilota, che mi sono guardato (schivando quelli dedicati ai più piccini) e dei quali vado qui a chiacchierare.

edge

Che cos’è?
Un western ruvidissimo e assolutamente pulp che racconta la classica storia di un uomo in cerca di vendetta alle prese col peggio dell’umanità (e con una sempre gradita Yvonne Strahovski nel ruolo della prostituta che nasconde un segreto). L’episodio pilota è scritto a quattro mani dagli eroi dell’action anni Ottanta Fred Dekker e Shane Black, con quest’ultimo impegnato anche alla regia.

Come mi è sembrato?
Sono partito quasi sperando in un nuovo Deadwood, che resterà per sempre nel mio cuore, ma si va in direzioni lontane anni luce e la cosa mi ha inizialmente spiazzato. Edge è genere in pieno stile anni Ottanta, dalla scrittura costantemente sopra le righe, carico di violenza e che quando scatta l’azione non le manda a dire. Considerando la gente coinvolta, se devo essere onesto, ho trovato i dialoghi un po’ meno divertenti di quanto mi sarei aspettato e in generale l’episodio m’è parso un po’ moscio, però la sparatoria finale è una bomba e in generale l’impressione è che possa crescere molto.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso andasse avanti?
Abbastanza.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Above average

goodgirls

Che cos’è?
Una specie di Mad Men decisamente più leggero, che racconta temi in parte simili, concentrandosi però sul punto di vista femminile. Si parla dell’ambiente del giornalismo alla fine degli anni Sessanta e del brutale maschilismo che dominava il posto di lavoro. Probabilmente, visto l’argomento giornalistico, l’idea è di allacciarsi continuamente a fatti storici. Nel pilota, per esempio, si parla dell’Altamont Free Concert famigerato per la morte di Meredith Hunter, e viene pure inserito un personaggio reale, la Nora Ephron (all’epoca giornalista) interpretata da Grace Gummer.

Come mi è sembrato
Il tema è sempre interessante, così come l’ambientazione storica che sa regalare grandi gioie. A livello visivo il pilota è molto curato e le protagoniste femminili sono ben approfondite e interpretate in maniera azzeccata. La scrittura è forse un po’ troppo didascalica e l’episodio funziona più quando mostra i temi di cui vuole parlare, rispetto a quando si sofferma a farne chiacchierare i personaggi. Nel complesso, una visione gradevole.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso andasse avanti?
Sono moderatamente curioso.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Average: I wouldn’t go out of my way to watch it

highston

Che cos’è?
Poteva esimersi Amazon dal tentare una serie dedicata a un protagonista dalla personalità dissociata? No, ci mancherebbe. In questo caso abbiamo Highston, un ragazzo che già di base ha il problema di ritrovarsi il dottor Spaceman e l’hacker di Jack Bauer come genitori, e in più come amici immaginari ha uno stuolo di celebrità. Vive convinto di stare chiacchierando con Stephen Hawking, Oprah, Meryl Streep e via di questo passo. Alla regia c’è la coppia di Little Miss Sunshine, la sceneggiatura è di Bob Nelson (Nebraska) e in produzione troviamo Sacha Baron Cohen.

Come mi è sembrato?
Sostanzialmente lo spunto di partenza sembra una scusa per infilare senza alcuna vergogna due guest star a puntata, come di solito avviene nelle serie comiche di successo dopo un paio di stagioni e qui invece capita già nel pilota (con Flea e Shaquille O’Neal). Però  l’atmosfera surreale è intrigante, qualche gag funziona (ma molte no) e il cast è sicuramente di spessore.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso andasse avanti?
Mah, uno sguardo glie lo darei. In fondo, alle serie comiche dagli episodi brevi, una chance la dai sempre.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Average: I wouldn’t go out of my way to watch it

mississipi

Che cos’è?
Il Louie di Amazon, perché ormai tutto è il qualcosa di Amazon. Una serie parzialmente autobiografica incentrata sull’attrice comica Tig Notaro,  scritta da lei assieme a Diablo Cody e con, per l’appunto, Louis CK alla produzione. Il pilota è una mezz’ora di dramma e commedia nerissima, intensa, toccante e con una personalità già brutalmente distinta.

Come mi è sembrato?
È il miglior pilota di Amazon che si vede dai tempi di Transparent. E hai detto niente.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso andasse avanti?
Sto sbavando.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Excellent: I can see this becoming one of my favorite shows

patriot

Che cos’è?
È l’Homeland di Amazon (OK, la smetto), filtrato però da una visione che sembra uscita per direttissima dal filone delle “dramedy” indipendenti buone per il Sundance. Il protagonista è una spia in piena sindrome da stress post traumatico, inviata in missioni in giro per il mondo da suo padre (che incidentalmente è anche il suo capo). Solo che il nostro passa tutto il tempo fra un’uccisione e l’altra esprimendo un intenso sguardo perso nel vuoto e mettendosi a svelare segreti di stato canticchiando armato di chitarra. Il tutto è percorso da improvvise esplosioni di humour nerissimo e di violenza.

Come mi è sembrato?
Se avessero optato per una durata da mezz’ora, avrebbe rischiato di essere fenomenale. Così com’è, invece, è affetto da una cronica mancanza di ritmo che si trascina fra una scena riuscita e l’altra. C’è del potenziale e c’è Locke di Lost, ma insomma.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso andasse avanti?
Mah.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Above average

zeta

Che cos’è?
La storia di Zelda Sayre, che un giorno diventerà Zelda Fitzgerald, ma è un personaggio ben più interessante, complesso e affascinante di una semplice “moglie di”. In pratica è un biopic trasformato in serie TV, con episodi da mezz’ora e un tono che fa l’altalena tra il dramma e la commedia, in un’ambientazione d’epoca abbastanza ben ricreata e con un’ottima Christina Ricci nel ruolo di protagonista.

Come mi è sembrato?
L’argomento è interessante, la Ricci è brava e credibile nonostante la differenza d’età col personaggio, David Strathairn nel ruolo del padre è ottimo e meno risaputo di quanto possa sembrare sulle prime, la scelta di non far nemmeno intravedere Fitzgerald fino agli ultimi minuti è intelligente. La scrittura è un po’ altalenante, ma il materiale per tirarne fuori qualcosa di buono c’è.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso andasse avanti?
Sono molto curioso.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Above Average

Magari è solo un’impressione, ma continua a sembrarmi che la qualità media di questi episodi pilota si alzi sempre più.

007: Spectre

Spectre (GB, 2015)
di Sam Mendes
con Daniel Craig, Christoph Waltz, Léa Seydoux

Spectre è l’inevitabile, prevedibile e non necessariamente gradita conseguenza del passo che era stato compiuto con Skyfall. È il tuffo definitivo, mani e piedi, nel Bond più macchiettistico e tradizionalmente camp, quello che già nel primo episodio diretto da Sam Mendes aveva iniziato ad esprimersi solo per one liner, usare gadget bizzarri, sistemarsi cravatta e polsini a ogni cazzotto tirato e combattere antagonisti dall’estetica variopinta. Qui, il personaggio che quasi dieci anni fa se ne fregava di come gli preparavano il cocktail chiude il cerchio sparando fiamme dalla macchina e affrontando la Spectre di un Blofeld che ogni volta che lo cattura lo infila in un trappolone più arzigogolato. Come e anche più che in Skyfall, tutto ruota attorno a un bizzarro conflitto fra la rilettura ruvida, umana e passionale operata dai primi due film e questa evoluzione in corsa, che stride e sembra quasi voler infilare a forza il Bond di Daniel Craig in un’epica retrò che non gli appartiene. È chiaro che apprezzare o meno il tentativo è anche una questione di percezione personale, così come è chiaro che si trattava di un processo forse inevitabile, ma chi come me si è reinnamorato di Bond proprio grazie a quella rilettura operata da Martin Campbell, beh, difficilmente non può uscirne perlomeno un po’ spiazzato.

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Lo spam della domenica pomeriggio: Orchi

Questa settimana mi sono fatto una chiacchierata telefonica con Daniel Wu riguardo alla sua partecipazione al film basato su Warcraft. Sta a questo indirizzo qua. Sempre sui IGN, poi, abbiamo un Dite la vostra in cui chiedo alla gente una cosa che non ho capito neanche io. Su Outcast, invece, abbiamo il Videopep sui giochi di ottobre, il nuovo Popcorn e l’Old! sul novembre del 1975.

E c’avremmo da registrare il Reportage su Parigi, eh!