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Riverdale – Stagione 1

Quella di Archie Andrews e relativa casa editrice Archie Comics è una storia che inizia quasi ottant’anni fa, con la nascita dell’allora MLJ Magazines, e prosegue imperterrita ancora oggi. Il rosso adolescente Archibald “Archie” Andrews fa il suo esordio a fine 1941 in Pep Comics e diventa uno fra i personaggi più longevi, seppur fra alti e bassi, della narrativa seriale americana, fiero portabandiera dei fumetti che non hanno bisogno di superpoteri e si limitano a raccontare storie di gente normale (fermo restando che l’editore ha negli anni sperimentato anche con supereroi e fantastico, ottenendo per esempio un successo notevole con la streghetta Sabrina). Dalle nostre parti, le avventure di Archie, Betty, Veronica, Jughead e amici assortiti non hanno forse mai catturato l’attenzione come nei migliori anni della loro vita a stelle e strisce, ma ho un ricordo abbastanza angosciato della trasmissione italiana di Zero in condotta (The New Archies), che, come ogni cosa accompagnata dalla voce di Cristina d’Avena, finivo per guardare anche se non me ne fregava poi molto. Agevolo contributo audiovisivo.

Durante i magici anni Dieci che stiamo finendo di vivere, Archie Comics ha spinto per un rilancio e ammodernamento completo della propria attività, forse figlio anche della consapevolezza di stare pubblicando da troppi decenni storie di adolescenti che non venivano lette da adolescenti (o comunque così è più o meno come l’ha messa giù lo scrittore Mark Waid). Si è visto quindi l’esordio di Kevin Keller, primo personaggio dichiaratamente gay nella popolazione della cittadina di Riverdale, e in generale si è cominciato ad affrontare tutta una serie di tematiche fondamentali per il pubblico adolescente dei giorni d’oggi. Inoltre, è scattato un inseguimento un po’ surreale alla diversificazione, che ha visto via via la nascita della prima serie horror dell’editore, Afterlife With Archie, il manifestarsi di crossover sempre più deliranti (con Predator, il Punitore, Glee… ), la creazione di una nuova etichetta dedicata ai supereroi e l’inevitabile rilancio dell’Archie fumettistico più classico, proposto da Mark Waid in una bella versione moderna, che riesce a conservare lo stile spensierato e le dinamiche romantiche senza risultare datato. E ne è pure nato un nuovo universo narrativo, “New Riverdale”, che getta nel mucchio un altro successo dei bei tempi dell’editore, Josie and the Pussycats.

In tutto questo marasma di progetti riusciti recenti, è finalmente giunto anche ciò che appariva scritto nelle stelle e, onestamente, è quasi incredibile non aver visto prima: una serie televisiva trasmessa sul network The CW e ispirata ad Archie. Riverdale, sviluppata dallo stesso Roberto Aguirre-Sacasa a cui dobbiamo l’Archie horror citato sopra, sottopone le vicende della cittadina alla classica cura del network americano, tirando fuori una serie dai protagonisti adolescenti tutti bellissimi, tutti tristi, tutti immersi nel melodramma dalla testa ai piedi, tutti molto propensi a desiderarsi carnalmente e levarsi di dosso le magliette appena possibile. Le dinamiche di gruppo e gli intrecci romantici vanno a pescare nell’Archie classico, ma tutto viene riletto attraverso una chiave contemporanea a base di cura estetica scintillante e intreccio mystery, che infila Riverdale da qualche parte fra un reboot di Veronica Mars e una rilettura adolescenziale di Twin Peaks.

E il risultato è una serie davvero divertente, che fa ruotare tutto attorno a un omicidio misterioso ma butta nel mucchio criminalità organizzata, tresche adolescenziali, amori proibiti fra studenti e insegnanti, ragazzini intimoriti all’idea che praticamente tutti gli adulti della loro vita siano folli cospiratori, daddy issues a catinelle, romanticismo spinto, momenti assurdamente sopra le righe da commedia adolescenziale, lampi da thriller piuttosto efficace e storie di corna vissute. E funziona! Funziona innanzitutto perché il cast è davvero azzeccato, con un Archie faccia da pesce lesso circondato da compagni di scuola estremamente carismatici e una selezione di adulti in stile Stranger Things (basti pensare che i genitori del protagonista sono Molly Ringwald e Luke Perry, wink wink). Ma funziona ancora di più per la maniera allucinata in cui sono scritte le varie puntate: un continuo turbinio di eventi, rivelazioni, colpi di scena sempre più assurdi e svolte che fanno procedere il racconto a diecimila all’ora, non mollano mai e non danno mai la sensazione di brodo allungato. Visto lo storico di The CW e delle serie su cui mette le mani Greg Berlanti, è probabile che col passare delle stagioni si perderà questo senso del ritmo incessante e si scivolerà verso un tedioso allungare il brodo, ma per il momento ci si diverte.

In America è appena partita su The CW la seconda stagione, che viene distribuita da Netflix in contemporanea in tutti i paesi del mondo tranne l’Italia, dove parte invece oggi la prima stagione su Mediaset Premium Stories. E che ci dobbiamo fare?

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The Flash – Stagione 1

La prima stagione di The Flash segue un andazzo adeguato al protagonista che si ritrova: ingrana subito, parte a mille, non si ferma quasi mai a guardarsi indietro e, anzi, acquista sempre più impeto fino alla fine. Per essere il primo anno di una serie pop da network, ha una forza, una solidità e una qualità generale onestamente rare, riesce a superare con agio quasi tutti gli inciampi classici da show esordiente e raggiunge in scioltezza, anzi, in sprint lanciato, un finale davvero bello. In questo senso, in questa sua capacità di partire subito a mille, mi ha ricordato un po’ il sorprendente iZombie, con la differenza che quello ha il vantaggio della stagione in formato ridotto, mentre questo tiene quasi sempre botta per ventitré episodi pieni. Ma d’altra parte The Flash, forse, ha il vantaggio di nascere da un qualcosa di già consolidato come Arrow (che però, incidentalmente, nella contemporanea terza stagione è miseramente crollato).

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Arrow – Stagione 3

Se la prima e soprattutto la seconda stagione di Arrow, pur con tutti i loro limiti e la loro stupidaggine, sono uno spacco, la terza è rotta. Quasi tutto ciò che c’era di buono nelle prime due annate fatica ad ingranare e lascia invece spazio agli aspetti peggiori e più insopportabili della serie, che prendono il controllo della situazione e, senza il resto a controbilanciare, finiscono per scatenare tedio e fastidio. Non è un disastro completo, perché ci sono momenti buoni (il gruppo di episodi attorno alla pausa di metà stagione e quelli conclusivi) e perché ci sono novità gradite come la maggior attenzione alle coreografie action e il brillantissimo Ray Palmer di Brandon Routh, ma nel complesso è proprio una stagione bruttarella. E lo risulta ancora di più nel guardarla in parallelo alla prima di The Flash, che veramente le mangia in testa senza alcuna pietà. Chissà, magari Greg Berlanti e i suoi erano troppo impegnati su quel fronte.

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