LocoRoco

LocoRoco (SCE, 2006)
sviluppato da SCEJ – Tsutomu Kouno

LocoRoco è gioco di design. Tutto, in questa ennesima piccola perla partorita da Sony (quelli che “distruggono la creatività” e “guai se fanno una produzione originale o sopra le righe”), è un capolavoro di stile, di progettazione a tavolino, di idee fuori dal comune, di magia trascinante. Ed è, soprattutto, qualcosa che travolge le emozioni, di chiunque ci si metta davanti, non si scappa.

Non serve a niente fare finta di essere immuni alle carinerie, o magari manifestare addirittura schifo: male che vada, se proprio non ci si intenerisce di fronte a quelle gommose palline rotolanti, LocoRoco fa ridere da matti. E stupisce con le sue incredibili trovate, che si manifestano non a getto continuo, ma sempre al momento giusto. Ogni volta che credi di averlo capito, che stai cominciando ad abituarti a quello che vedi, arriva il colpo di scena.

Un nuovo personaggio, un’ambientazione fuori di cotenna, una trovata geniale, un qualcosa che ti prende per le orecchie, ti fa tornare viva l’attenzione e ti mantiene sveglio fino alla fine. Fine che giunge proprio quando, diciamocelo, stai cominciando a pensare di aver visto veramente tutto e che sarebbe ora di smetterla. Non un momento prima, non un momento dopo. Fermo restando che, se proprio non hai nulla da fare nella vita, puoi andare avanti alla ricerca di tutti i segreti e i segretini, o perderti nel delirio dei giochini extra.

Ma cosa è, LocoRoco? È il piacere della ricerca e dell’esplorazione. Il gusto di vagare per ambienti immaginifici mentre si canticchiano musichette irresistibili e si cercano passaggi segreti. Raramente ho avuto a che fare con un gioco tanto bravo a farmi venire voglia di tastare, spintonare e prendere a craniate muri, pavimenti, ostacoli, per scoprire se nascondono passaggi segreti e nuove meraviglie.

LocoRoco è la perfezione nel design di livelli costruiti per stupire con le loro follie estetiche, ma anche per appassionare con quelle mappe organizzate attorno al protagonista. Catapulte, fossati, trampolini, tutto si adatta alla perfezione alle caratteristiche del personaggio e a un sistema di controllo pensato e costruito attorno al gioco e alla console. Non c’è nulla di ideato per altri contesti e infilato a forza in una PSP spesso poco adatta a ciò che per essa viene realizzato. C’è solo il piacere di un gioco che non poteva nascere da nessun’altra parte.

LocoRoco, infine, è un’opera d’arte. Perché l’arte la vedi nei dettagli, nel LocoRoco che canticchia la musica d’accompagnamento sparata da altoparlanti immaginari, nella decina di LocoRoco che, quando separati, si fanno canto e controcanto fra di loro, nel messaggio semplice, ma diretto, di uguaglianza e fratellanza che viene trasmesso dai sei protagonisti, nella costruzione di un linguaggio tanto assurdo da risultare credibile, nella scelta musicale banale, stereotipata, ma perfetta per quel contesto, con i sei stili differenti, ciascuno legato a una “razza” di LocoRoco diversa, uno più meraviglioso dell’altro. Nei dettagli, insomma.

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Tutti gli uomini del presidente

All the President’s Men (USA, 1976)
di Alan J. Pakula
con Robert Redford, Dustin Hoffman, Jason Robards, Jack Warden, Martin Balsam, Hal Holbrook

Visto trent’anni dopo, pare talmente ovvio da essere banale, Tutti gli uomini del presidente perde gran parte della carica emotiva legata a ciò che racconta, anche se in tempi di intercettazioni telefoniche e stallieri mafiosi non è che sembri proprio meno attuale di allora. Sta di fatto che, francamente, le vicende nixoniane mi appaiono un po’ troppo fuori dal tempo per risultarmi coinvolgenti. Ben più interessante, e del resto fondamentale nel tessuto narrativo del film, è invece l’indagine sui metodi investigativi e sui meccanismi in base ai quali funziona un certo tipo di giornalismo.

Pakula non spettacolarizza e non romanza, perlomeno non in maniera aperta, ma si limita a mostrare con taglio quasi documentaristico il lavoro di Bob Woodward e Carl Bernstein. Non racconta due uomini, non approfondisce le loro storie personali, pensa piuttosto a descriverne il lavoro in maniera accurata, sottolineandone la ripetitività e puntando il dito sulla tenacia e sul coraggio che a volte richiede.

Il risultato è un film che vive grazie alle sue performance. Lo splendido cast di attori, tutti perfettamente azzeccati, il gran lavoro del regista nel costruire inquadrature ricche di simbolismi, il montaggio ad arte, tutto contribuisce nel dare un ritmo sostenuto a un materiale narrativo che, a conti fatti, di ritmo proprio non ne ha. E ne esce un gran film, coinvolgente e stimolante, oltre che incredibilmente asciutto nella sua totale assenza di manierismo.

A margine, inevitabile riflettere sul fatto che oggi, con la legge sulla tutela della privacy sempre pronta per essere estratta di fronte a qualsiasi domanda inopportuna, dev’essere ancora più una rottura di coglioni condurre inchieste del genere. Sempre che ancora qualcuno lo faccia.

Italia vs Lituania – 68 a 71


“Devo chiedere scusa al coach e ai compagni per gli errori che ho commesso nel finale della partita contro la Lituania, ma in generale per un Mondiale che per me è stato un disastro. Prima del girone di Sapporo avevo detto che avrei continuato finché il fisico me l’avesse consentito. In questi giorni mi sono accorto che disputare sei partite in otto giorni è diventato un po’ troppo. Dopo un buon inizio contro la Cina ho cercato di stare tranquillo, anche se il tiro non andava; ho cercato di stare nel sistema di gioco, anche senza prendere le mie solite responsabilità, ma sentivo che le gambe non andavano più e sono andato giù anche con la testa. Adesso non so cosa fare: ne parleremo più avanti, vedremo come andrà la seconda stagione a Barcellona. Sono troppo triste per aver rotto il sogno dei nuovi azzurri e di tante persone che ci seguivano dall’Italia. Ora non so, piano piano vedrò cosa fare”.

Dal 1998 a oggi, nelle varie competizioni internazionali abbiamo incrociato le armi con la Lituania più di una volta. Ai Mondiali del ’98 e alle Olimpiadi del 2000 e del 2004 furono tre vittorie, mentre agli Europei del 1999 venimmo sconfitti da un Sabonis in gran spolvero. Quattro incontri, tutti affrontati da netti sfavoriti, tre vittorie (una delle quali ci ha portati all’argento olimpico) e una sconfitta ininfluente in un torneo che abbiamo poi finito per vincere. Insomma, incontrare la Lituania è una figata. O, meglio, era una figata, dato che questa volta è finita male. E pensare che per la prima volta i favori del pronostico ce li avevamo noi!

Impauriti dalla famigerata precisione al tiro degli azzurri, i Lituani scelgono fin dall’inizio di asfissiare i nostri esterni a costo di scoprirsi sotto canestro e ne approfittano così Rocca, Gigli e Marconato per giocare probabilmente le loro migliori prestazioni nel torneo. Soprattutto Gigli, poi, trova fiducia e si rivela ottimo anche in difesa, bravo anche a tenere i piccoli sui cambi. Il problema è che sulla distanza non riusciamo a fare a meno del tiro da fuori, troppo marchiato a fuoco nel nostro DNA, e l’assenza dal campo di Belinelli e dal Mondiale di Basile pesa parecchio.

Proprio Belinelli, ricercato numero uno per la difesa avversaria, patisce la pressione e parte malissimo, sbagliando molto e accomodandosi in panchina per tre falli commessi in un amen. Sopperisce in parte ai problemi il solito commovente Di Bella, che, oltre ad andare regolarmente dentro come un coltello caldo in un panetto di burro, trova anche un paio di belle triple dalla distanza, favorite dalla “zona estrema” avversaria. Bravo anche Pecile, che vede il campo solo otto minuti per far tirare il fiato ad altri ma, diversamente che in altre partite, riesce a non farli rimpiangere, segnando fra l’altro anche una bella tripla.

Basile si vede solo in difesa, dove onestamente dà una grossa mano, ma i suoi errori in attacco fanno malissimo e una mano la danno agli avversari. Meglio Mordente, decisivo in difesa (il parzialone lituano arriva quando lui è in panchina a tirare il fiato) ma anche importante in avanti, con una sua clamorosa giocata che lancia la rimonta azzurra. La vera delusione, purtroppo, è Soragna, splendido nelle prime cinque partite, del tutto assente oggi, su entrambi i lati del campo.

Il match, comunque, viaggia in sostanziale parità per tre periodi di gioco, ma all’inizio dell’ultimo quarto Macjiauskas va in berserk e spezza in due il risultato, conducendo i lituani addirittura al più dieci. Basile sbaglia un’altra tripla, Soragna è un cadavere, Belinelli non ingrana, Mancinelli non vede il campo… sembra francamente finita. Ma gli azzurri per un attimo ritrovano la loro forza agonistica e si tirano fuori dal baratro con le unghie: prima Mordente va a segno con un gioco da quattro punti (forse anche un po’ regalato dagli arbitri, il tiro mi è parso da due), poi arrivano due punti di Di Bella su palla rubata e infine Belinelli resuscita e mette a segno una tripla allucinante, liberandosi del suo marcatore come se fosse un fastidioso insetto.

Ed è a quel punto che comincia l’incredibile tarantella – lunga un minuto e mezzo solo sul cronometro – dei lituani che fanno di tutto per perdere e degli italiani che fanno di tutto per non vincere. Prima va in lunetta Rocca, che vabbé, ovviamente fa 0 su 2, ma non troppo meglio fa Gustas, con 1 su 2. Rimbalzo di Gigli, palla a Belinelli e altro canestro da fantascienza, questa volta da due punti. Dalla successiva tripla sbagliata di Macijauskas nasce un contropiede, che però Di Bella spreca mandando, di fretta e incoscienza, la palla direttamente in tribuna.

Ma ancora i lituani commettono un’altro errore e perdono palla, per poi fare fallo su Belinelli: abbiamo i liberi del pareggio, ma il giovane talento da San Giovanni in Persiceto mette solo il secondo. E si comincia col fallo sistematico: Kleiza sbaglia entrambi i liberi, ma ci facciamo fregare il rimbalzo da Songaila, sul quale si fa subito fallo. Panico: Songaila di norma tira benissimo dalla lunetta e in partita, fino a questo punto, ha fatto 8 su 8. Ovviamente li sbaglia entrambi.

Ma, come detto, se loro fanno di tutto per perdere, noi facciamo di tutto per non vincere: ancora una volta il rimbalzo è lituano, questa volta con tanto di canestro del +3. La rimessa è per Belinelli, che subisce fallo a centrocampo con le spalle rivolte a canestro e quattro secondi sul cronometro: l’avrebbe messa, da tre? Bella domanda, senza risposta. Belinelli sbaglia il primo libero e allora via di errore volontario sul secondo, con Marconato che getta il rimbalzo lungo nelle mani di Basile, che butta per aria il pallone mentre subisce fallo da Macijauskas, dietro la linea dei tre punti.

Roba da pazzi, abbiamo i tre liberi del pari, nelle mani del capitano, dell’eroe della semifinale di Atene 2004 proprio contro la Lituania, di un giocatore che, però, dopo un grande esordio con la Cina non ha più combinato nulla. Se gli dei del basket fossero dalla nostra, farebbe 3 su 3 e andremmo a vincere ai supplementari. E invece non ne mette neanche uno, anche se ovviamente, sbagliato il primo, gli altri non contano. E il Mondiale dell’Italia si chiude così, nelle lacrime di Di Bella, Basile e degli altri.

Una partita allucinante, che ho guardato per tre quarti con attenzione, trasporto, tifo, ma anche con la morte addosso derivante dall’aver dormito due ore. E poi, improvvisamente, la scossa di adrenalina e un ultimo periodo vissuto in preda all’angoscia, letteralmente con le lacrime agli occhi per la tensione. E un finale in cui l’ho data per persa almeno cinque volte, per poi illudermi in altrettante occasioni che ce la potessimo ancora fare.

Spiace tremendamente uscire così, da polli, buttando via una partita che potevamo vincere. E hai voglia a dire che abbiamo centrato l’obiettivo di fare esperienza e onorare l’impegno, perché un conto sarebbe stato essere seppelliti da Pau Gasol ai quarti di finale, ma una sconfitta strappalacrime come questa è mortale.

Spiace per Belinelli, che è stato fantastico nel rimetterci in piedi, ma ha giustamente pagato la tensione quando si è ritrovato ventenne, all’esordio in nazionale, col compito di tirare i liberi decisivi in un ottavo di finale tanto tirato. Spiace per le lacrime di un fantastico Di Bella e spiace per Basile, che una tristezza del genere non se la merita.

Ma torneremo, più forti di prima, con questo gruppo, chi più chi meno, e con Bargnani a guidare la truppa di tutti gli altri giovani in arrivo, a partire da Datome e Gallinari. E spaccheremo svariati culi.

WE3 – Nuovo Organismo Ibrido


We3 (USA, 2004/2005)
di Grant Morrison e Frank Quitely
Edizione italiana a cura di Magic Press

Un Grant Morrison lontano dai toni schizoidi che è solito usare nella sua versione Vertigo racconta della crudeltà umana e del male che siamo soliti fare a chi non è in grado di difendersi. Mostruosamente lucido nel tratteggiare le “psicologie” dei suoi pelosi protagonisti, con WE3 lo sceneggiatore scozzese realizza un’opera straordinaria nella sua semplicità.

Straordinaria non solo per quegli struggenti dialoghi che mette in bocca ai suoi tre improbabili protagonisti, non solo per la caratterizzazione pulsante di quei piccoli e (non tanto) indifesi animali, ma anche per la capacità di trattare con eleganza ed efficacia un tema francamente trito e ritrito. Morrison gioca sporco e colpisce basso, aggrappandosi alle budella di chiunque, in vita sua, abbia provato affetto per una qualche creaturina pelosa.

E il tutto è immerso in una vibrante storia d’azione, un blockbusterone degno dell’hollywood migliore, che travolge con i suoi ritmi cinematografici e la sua regia innovativa. Uno splendido Frank Quitely punta l’obiettivo sui dettagli, su un ghigno insopportabile, una mano che si agita nervosa, un occhio terrorizzato, e trasmette emozioni che bucano le pagine, scavalcano i confini delle vignette e viaggiano negli spazi che non sarebbero loro concessi.

E si va anche oltre, in una vera e propria palestra di sperimentazioni visive, che spezzano le regole e viaggiano sul confine fra fumetto e cinema, dando vita alle pagine, facendole respirare fra le mani del lettore. Insomma, WE3 è un capolavoro e francamente non c’è un cazzo d’altro da aggiungere.

Italia vs Porto Rico – 73 a 72


Un’Italia fisicamente provata e senza dubbio molto meno carica rispetto alla sfida con gli Stati Uniti riesce comunque ad avere in qualche modo la meglio su Porto Rico, eliminandola per la seconda volta in fila da un torneo, due anni dopo i quarti di finale ad Atene. Sarà infatti poi la “differenza canestri” a punire i centroamericani nel confronto diretto a pari punti con Cina e Slovenia.

Partita francamente brutta, con gli azzurri che hanno comunque l’obiettivo di conservare il secondo posto per avere un’avversaria teoricamente più abbordabile agli ottavi di finale e il team guidato da uno spento Arroyo (molto meglio Ayuso) che paga forse anche il nervosismo di trovarsi sull’orlo del baratro. Come era prevedibile, si riduce tutto a un finale punto a punto, che viene vinto dagli azzurri grazie a qualche minuto di gran difesa e anche, inutile negarlo, a un pizzico di fortuna.

Sicuramente positiva la prestazione di Marconato, che mette dieci rimbalzi, otto punti e una stoppata, nella speranza di vederlo ritrovare un po’ di fiducia e di convinzione. Sempre più disarmante, invece, Basile: 0 su 6 dal campo (con 1 su 4 da tre) per un totale di tre punti, conditi con un rimbalzo, 3 assist, 2 falli e 2 palle perse. Spero che Recalcati trovi il modo di rimetterlo in carreggiata, altrimenti si fa davvero dura.

Ora, scremate le formazioni più inguardabili, le cose si fanno serie. L’Italia si trova dal lato cattivo del tabellone e per arrivare in fondo servirà forse più di quello che abbiamo. A meno di sorprese, per vincere questo Mondiale dovremmo battere, in sequenza, Lituania, Spagna, Argentina e USA. Ma vediamo di fare un passo per volta: sabato tocca ai lituani, contro cui due anni fa realizzammo un vero miracolo.

Esattamente come noi, oggi hanno una squadra molto diversa, certo meno talentuosa sugli esterni, ma assolutamente non da sottovalutare. Soprattutto, mi preoccupa il fatto che, dopo un inizio davvero stentato, abbiano cominciato a vincere con una certa autorità e, probabilmente, abbiano ora una gran fiducia. Purtroppo non li ho visti giocare neanche una volta, quindi non è che possa avere molte idee al riguardo. Vedremo sabato, a quanto pare alle sei di mattina, visto che la partita è stata anticipata di sette ore.

Per quanto riguarda gli altri confronti, dubito che Argentina, Germania, Stati Uniti e Grecia possano avere troppi problemi a liberarsi rispettivamente di Nuova Zelanda, Nigeria, Australia e Cina. E lo dico con tutto il rispetto per Pero Cameron, Bogut e Yao Ming, giocatori che per motivi diversi apprezzo molto e che sarebbe bello vedere in nazionali più competitive. Più interessanti gli altri confronti, quasi tutti con una chiara favorita, ma anche con delle potenziali sorprese in serbo.

La Slovenia ha mostrato davvero scarsa solidità mentale e non credo riuscirà a mettere sotto i turchi, ma se dovesse tirare fuori i coglioni, potrebbe anche rischiare di farcela. Per Serbia e Montenegro vale un po’ il discorso fatto per la Lituania, ma ci vorrebbe davvero una prestazione sopra le righe per battere la corazzata Spagnola. Molto interessante, invece, il confronto fra la Francia orfana di Tony Parker e la rivelazione Angola.

Purtroppo, come detto, sono quasi tutte considerazioni basate sulla “carta” e su quanto letto in giro, dato che, grazie a Mamma Rai, oltre alle partite dell’Italia sono riuscito a vedere davvero poco altro. A ‘sto giro tocca soffrire, con un triste pensiero ai Mondiali di Indianapolis trasmessi da Sky con gran spiegamento di mezzi e commentati da Buffa e Tranquillo.

Metroid Prime: Hunters

Metroid Prime: Hunters (Nintendo, 2004)
sviluppato da NST

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, qualcuno scrisse una favola. Secondo quella favola, in Metroid Prime non serviva il controllo dello sguardo, perché l’enfasi del gioco era posta sull’esplorazione, sulle piattaforme, sui segreti da scoprire. Insomma, non era mica uno sparatutto! Ipotizzare che si trattasse solo di una coraggiosa presa di posizione contro un metodo di controllo, quello via pad, poco adatto al genere, beh, era da folli eretici.

Passano gli anni e, guardacaso, appena i Retro Studios, con Wii e DS, si trovano fra le mani due sistemi in grado se non di fornire un responso pari a quello di mouse e tastiera, quantomeno di avvicinarvisi parecchio, ecco spuntare due nuovi Metroid Prime in cui, magia magia, è possibile controllare lo sguardo! E, incredibile ma vero, le meccaniche alla base del gioco e la sua profonda natura “avventurosa” non cambiano di una virgola.

Polemicucce da asilo infantile via forum a parte, è un fatto che Metroid Prime Hunters offra il primo sistema di controllo degno di questo nome per uno sparatutto in prima persona su console. Il touch screen non ha la versatilità e il raggio d’azione di un mouse, ma porta il genere su un piano totalmente differente rispetto a quello, farraginoso e zoppicante, che tanti crimini ha commesso sulle varie console da salotto (questo senza nulla togliere al fascino e al divertimento offerto negli anni da capolavori del calibro di Goldeneye, Perfect Dark, TimeSplitters 2 e Halo).

E tutto questo avviene in una struttura che, come detto, si mantiene fedele alle caratteristiche della saga, riprodotta però in versione “mignon”, sotto qualsiasi punto di vista la si voglia guardare. Che Hunters avrebbe offerto una veste grafica non paragonabile a quella delle due edizioni GameCube era ovviamente prevedibile. Che ci fosse da rinunciare a tanto altro, magari, un po’ meno. Le ambientazioni, pur ben congegnate ed evocative, offrono davvero poco terreno da esplorare, con mappe tutt’altro che contorte e un livello di difficoltà discretamente basso.

Discorso simile per i combattimenti, tavolta impegnativi quando si subiscono le imboscate dei cacciatori che danno il titolo al gioco, ma davvero di basso livello per quanto riguarda i boss. Questi ultimi, oltretutto, sono sempre gli stessi due, potenziati e ripetuti varie volte nell’arco di tutto il gioco, fino allo scontro finale (doppio e carpiato previa esecuzione di operazioni super segrete), per fortuna contro un bel creaturone inedito, seppur fin troppo facile da abbattere.

Ma forse la semplicità dell’elemento “shooter” rimane tale proprio per mantenere l’obiettivo su quella che, a conti fatti, rimane la caratteristica principe della serie. Gironzolare per i livelli è comunque un piacere e scoprire i vari potenziamenti sparsi in giro è sempre fonte di grande soddisfazione. Oltretutto, a conti fatti, le dimensioni ridotte rimangono più che sufficienti per quella che resta un’esperienza portatile, spesso ridotta a brevi sessioni “toccata e fuga”, nelle quali non si possono perdere decine di minuti cercando di ricordare la struttura di questa o quella immensa costruzione tridimensionale.

Esperienza portatile che, va detto, viene un po’ frustrata dalle posizioni non certo comodissime in cui si è costretti ad esibirsi per poter controllare al meglio il proprio personaggio. Ma del resto, che le console portatili recenti stiano diventando sempre meno portatili non è certo una novità. Del resto un anno fa le batterie del Game Boy Advance, che usavo per giocarmi in pace e piacere Boktai in spiaggia mentre mi asciugavo dopo il bagnetto, mi sono durate tutta la vacanza e oltre.

E invece, quest’anno, non solo PSP e DS hanno dovuto subire un buon numero di ricariche (più la prima del secondo, onestamente), ma soprattutto col cazzo che ci ho potuto giocare in spiaggia, dato che quei “fantastici” schermi ultra riflettenti, alla luce del sole, non fanno vedere una fava. Forse forse pure la scelta di Kojima relativa al nuovo seguito di Boktai è legata più all’hardware che ad ardite scelte di design.

Italia vs USA – 85 a 94


“That’s probably the toughest game we had in international play so far,” Anthony said. “We’re used to beating teams by 20, 25 points in the two previous games. You come into this game thinking, ‘OK, we’re going to try to beat them by 25.’ When we thought like that, they almost were up 25 in the first half.”

Una splendida Italia colma ancora una volta i suoi evidenti limiti grazie all’agonismo e al cuore e gioca alla pari con degli Stati Uniti che a tratti prendono sotto gamba l’impegno, ma per ampie fasi di partita sono costretti, per la prima volta, a tirare davvero fuori i coglioni. L’inizio vede i nostri scendere in campo col sangue agli occhi e piazzare subito un bel parziale, che viene poi colmato, ma da cui nasce una prima metà di partita in totale equilibrio.

Anzi, a cavallo fra secondo e terzo quarto gli azzurri arrivano addirittura a trovarsi in vantaggio di dodici punti, ma poi commettono l’errore di allentare un filo la tensione e concedere agli avversari di alzare il ritmo. Risultato: doppio super parziale e americani che prima pareggiano e poi vanno in fuga. Ma l’Italia non molla, ricuce lo svantaggio e arriva a giocarsela fino quasi alla fine, col risultato che vede, per la prima volta nel torneo, gli americani non trovare una vittoria in doppia cifra e, soprattutto, impegnati in una partita vera, fino all’ultimo minuto.

I temi del match sono quelli che era lecito attendersi. Sotto canestro, per esempio, abbiamo il vuoto spinto. Rocca davvero non può nulla contro avversari a cui rende decine di centimetri e che giocano con ben più agonismo di Yao Ming (Elton Brand, soprattutto, fa quello che vuole, compresi 16 punti e 5 rimbalzi). E Marconato prende qualche rimbalzo importante, ma spreca regolarmente tutto con la sua insopportabile legnosità.

Il gioco sugli esterni e il tiro dalla distanza funzionano in maniera altalenante, specie perché Basile si ammazza in difesa e finisce per essere poco lucido in attacco (solo 6 punti, anche se conditi da 5 rimbalzi). Il peso del nostro attacco finisce per essere quasi tutto sulle spalle di Belinelli, che risponde alla grande (25 punti), ma ci rende un po’ prevedibili. Gli americani alla lunga aggiustano la difesa e negano le uscite dai blocchi, tarpando le ali a un attacco un po’ troppo monocorde.

A salvare parzialmente la situazione arriva Di Bella (12 punti, 5 assist, 4 rimbalzi), che batte regolarmente Hinrich dal palleggio e va sempre a canestro. Con lui ottimo anche Mancinelli (12 punti), bravo nel cercare l’affondo e aggiungere al nostro attacco una dimensione diversa. Proprio lui, fra l’altro, in avvio di terzo quarto ingaggia un esaltante duello personale con Carmelo Anthony, senza peraltro sfigurare particolarmente.

Ma è proprio l’ala dei Denver Nuggets a farci più male di tutti, soprattutto con una serie di triple messe a segno nel momento decisivo. I suoi canestri dalla distanza segnano il parzialone che fa cambiare l’inerzia della partita nel terzo quarto e la nostra incapacità di contenerlo è la causa principe della rimonta americana. Con lui anche un eccellente Dwyane Wade (26 punti), micidiale come suo solito nelle penetrazioni, che riesce quasi sempre a chiudere con un canestro, anche quando viene abbattuto di violenza.

Sulla distanza paghiamo tantissimo la fumosità sotto canestro e, soprattutto, lo sforzo fisico. Del resto, trovarci alla quarta partita su quattro tirata e intensa fino alla fine non aiuta, specie visto che per gli americani le prime tre sono state quasi delle passeggiate. Se poi aggiungiamo che i ricambi non funzionano (inesistente Pecile, poco meglio Mordente), è normale che nei minuti finali gli azzurri siano proprio stanchi, fisicamente e mentalmente, e finiscano per mollare, a parte forse solo un davvero commovente Di Bella. Coglioni fumanti, il ragazzo.

Grande Italia, comunque, squadra forte e di carattere, che esce a testa alta da un confronto tostissimo e che può secondo me guardare con fiducia al proseguimento del torneo. Il cammino sarà difficile e, per carità, potrebbe tranquillamente starci anche un’uscita agli ottavi di finale. Ma nessuno potrà permettersi di sottovalutarci e certo non si dovrà pensare neanche per un secondo di andare in campo sconfitti in partenza, anche contro le più forti. In attesa della fase a eliminazione diretta (si comincia sabato), domani c’è Porto Rico, che ad Atene razzolammo. Si decide l’avversaria per gli ottavi di finale.

Sempre più positiva, infine, l’impressione su Team USA. Al primo match impegnativo hanno risposto bene, difendendo con grande intensità e confermandosi micidiali anche sul tiro dalla distanza, che tanto li aveva fatti penare ad Atene. Carmelo Anthony sempre più capocannoniere (35 punti di onnipotenza, nuovo record per la nazionale americana, per di più con 13 su 18 dal campo e 5 su 7 da tre). Eccellenti anche Wade e Brand, forse un po’ troppo “silenzioso” James. Da non sottovalutare, poi, il fatto che il tabellone permetta loro di evitare Spagna e Argentina, forse le due avversarie più pericolose.

La notte del mio primo amore


La notte del mio primo amore (Italia, 2006)
di Alessandro Pambianco
con Giulia Ruffinelli, Damiano Verrocchi, Valentina Izumi, Lucio Mattioli, Luca Bastianello, Joanna Moskwa

I filmini amatoriali dei quindici anni, quelli fatti con la passione, il divertimento e una videocamera da quattro soldi. Quelli in cui i dialoghi sono stra-stereotipati (se non “citazioni”), perché fanno tanto cinema figo. Quelli nei quali non esiste la fotografia e in ogni scena ambientata in notturna, o semplicemente al buio, i personaggi svaniscono in una nuvola verdognola. La notte del mio primo amore sembra uno di quei film, solo realizzato con mezzi un filo più potenti. E, forse proprio per questo, pur in tutta la sua pochezza e la sua povertà, non ce l’ho proprio fatta a schifarlo.

Tanto più che il film qualche merito arriva perfino ad averlo, con una decente gestione dei ritmi e, a tratti, perfino una vaga capacità di creare tensione. Divertito e divertente, prevedibilissimo negli snodi narrativi e nei colpi di scena, ma comunque ottimo per una spensierata visione da cinema estivo. Il cinema trashone, quello che si fa davvero fatica a considerare ruffiano e pretenzioso, anche perché le citazioni sono talmente palesi e ostentate da far sorridere. Mille volte meglio questo esordio, rispetto a quello di un Giovanni Davide (sigh) Maderna a caso.

Italia vs Senegal – 64 a 56


La più classica delle italiette, quelle che in una fase a gironi di qualsiasi competizione, in qualsiasi sport, purtroppo si vedono sempre. Gli azzurri partono sul velluto, staccano subito gli avversari grazie a un Belinelli incontenibile e con Di Bella e Gigli che vanno dentro a piacere, ma si rilassano e, complice anche un Pecile poco incisivo, lasciano rientrare in partita un’avversaria francamente mediocre. Atletici e potenti, i vicecampioni d’Africa sono tatticamente risibili e sulla distanza mostreranno scarsa solidità mentale, ma mettono in campo agonismo, voglia di vincere e la forza della disperazione.

E tanto basta per mettere in crisi un’Italia che dà l’impressione di essere demotivata e supponente, forse col pensiero già alla sfida di domani. Sta di fatto che gli azzurri sbagliano tutto lo sbagliabile, si fanno mettere sotto e vengono ampiamente lasciati indietro da una squadra che, pure, commette una marea di errori e ingenuità. Nella seconda parte di match Recalcati, vai a sapere se per farli riposare, per scelta tattica o per dare un segnale, lascia in panchina l’acciaccato Belinelli, Basile e Marconato, per dare spazio agli altri, che rispondono alla grande.

Risponde soprattutto Mancinelli, che nei suoi 13 minuti mette a segno una tripla decisiva e, soprattutto, cambia nettamente direzione alla partita con la sua difesa (tre palle rubate) e con le sue penetrazioni fino a canestro. Il solito, fantastico, Soragna mette a referto 15 punti, 3 rimbalzi, 2 assist, 2 rubate e una stoppata e chiude il match nel finale con una tripla impossibile, su passaggio dietro la schiena di Mancinelli. Eccellenti anche Mordente e Michelori, grandi trascinatori nel parzialone di 14-0 che stronca gli africani e raddrizza la partita.

Ora siamo agli ottavi di finale, resta da vedere contro chi. In ogni caso, si tratterà di una squadra estremamente ostica, ma secondo me alla portata, a patto di evitare le vergognose percentuali di tiro odierne. Poi, per passare un eventuale quarto di finale contro una qualche corazzata, servirà temo un miracolo. Ma vedremo da sabato in poi, il pensiero ora va alla sfida di domani contro un Team USA sempre più convincente, anche se ancora non messo davvero alla prova. Se gli azzurri sapranno essere concentrati in difesa e troveranno la migliore vena realizzativa, forse, vedremo una partita.