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Regali da uno sconosciuto – The Gift

Se ne chiacchierava l’altro giorno su Facebook, di Joel Edgerton e del suo volto un po’ tutto a spigoli. Con quella faccia lì da schiaffi, ma che hai paura di prendere a ceffoni perché rischi di farti male, non sai mai se ti stia simpatico o no e hai quasi la certezza che non sarà mai una vera star, ma ti sembra anche uno di quegli attori che, zitti zitti, quatti quatti, fanno il loro, non sporcano, non danno fastidio, non si fanno notare troppo eppure poi, se ci ripensi, sono spesso fra le cose migliori del film che hai appena visto. Non bastasse questo, il Joel si è scritto e diretto il suo esordio da regista, l’ha affidato alle sapienti mani di Jason Blum e ha tirato fuori un thriller tosto, teso, intelligente e che non paga quasi per nulla la tendenza a strafare di chi si avvicina alla macchina da presa dopo anni di carriera. E che gli vuoi dire? Bravo Joel!

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Hancock

Hancock (USA, 2008)
di Peter Berg
con Will Smith, Jason Bateman, Charlize Theron

Hancock è un film un po’ schizofrenico. Parte da un’idea magari non “nuova” nel senso più puro del termine, ma comunque fuori dagli schemi della classica produzione hollywoodiana, sviluppa tale idea per un po’ e poi piano piano si mette in riga, andando a infilarsi su binari più adeguati al contesto – quello del multisala invaso da ragazzetti e pop corn – senza però volerlo abbracciare fino in fondo. L’idea è quella del supereroe stronzo, buzzurro, menefreghista e alcolizzato, che sfrutta i suoi poteri da semidio per aiutare il prossimo a tempo perso, senza curarsi delle drammatiche conseguenze che il suo operato può generare. Insomma, ha grandi poteri e se ne fotte delle grandi responsabilità, col risultato che la gente lo odia e le istituzioni vorrebbero levarselo dalle palle.

I binari, almeno in avvio, sono quelli della commedia d’azione, messa in scena con un bello stile ruvido da Peter Berg (uno che da questi parti è abbastanza apprezzato, visti precedenti come Cose molto cattive e Friday Night Lights). Tremebonda camera a spalla, colori tagliati e grezzi, aria da film adulto, forse anche un po’ figlia della produzione di Michael Mann.

Guardando Hancock si ride, di gran gusto, e si nota come Will Smith sia sempre più bravo anche nell’interpretare cosette semplici come queste senza scivolare nella caricatura, ma dando anzi spessore e credibilità al suo personaggio. E si apprezzano il tentativo di dare un taglio realistico almeno a una parte del racconto e la voglia di graffiare, seppur nei limiti del contesto. Anche perché da una produzione del genere non ti puoi mica aspettare i calci nelle palle stile Garth Ennis, devi accontentarti dei graffietti che passa il convento.

Sulla distanza – grazie a un colpo di scena che, insomma, Berg fa veramente di tutto per telefonarti a botte di sguardi ambigui e dettagli buttati lì – l’intreccio si sviluppa verso un più canonico film di supereroi, con qualche spiega sulle origini, un paio di risse e un po’ d’azione. Ma piace comunque il modo in cui si sceglie di virare dalla commedia cialtrona all’epica ipermelodrammatica, pur non rinunciando alla voglia di prendersi in giro, ma puntando sull’intensità dei sentimenti (e su qualche morto ammazzato, che non è sempre detto ce ne siano). Alla fin fine ci si diverte, pur sentendo puzza d’occasione persa per far qualcosa di più, qualcosa di meglio.

Juno

Juno (USA, 2007)
di Jason Reitman
con Ellen Page, Michael Cera, Jennifer Garner, Jason Bateman, J.K. Simmons

Io a Jason Reitman ci voglio bene. Ci voglio bene perché insomma, al figlio di suo padre come faccio a non volerci bene? Che ok, Ivan ha diretto un discreto quantitativo di colossali stronzate, ma è anche il regista di Ghostbusters, mica cazzi. E già solo per questo la simpatia sale. Poi penso a quella cosetta bella di Thank You For Smoking, e, beh, allora magari il Jason la stima se la merita davvero. Poi vado a vedere Juno e comincio a chiedermi come faccia costui ad esercitare un tale ascendente su di me.

Che voglio dire, Juno è il prototipo del film che dovrebbe schifarmi e infastidirmi. Tutto carino e tenerino, con quei genitorini tanto bravi e adorabili, quella protagonista da prendere a schiaffi, quell’estetica un po’ Sundance e fighetto-modaiola, quel modo di essere tanto intelligente, graffiante e divertente, ma diverso e ricercato. E allora come caspita ha fatto a piacermi tanto?

Forse perché il Jason è uno che si sceglie sceneggiature leggere ma tutto sommato anche intelligenti, capaci di cogliere nel segno senza mai risultare pedanti e, anzi, giocando su piccoli dettagli, trovate azzeccatissime, brandelli di poesia spicciola (quasi) mai stucchevole. E in più è anche uno che sa quello che fa con la macchina da presa, che costruisce inquadrature curate e di gusto, che riesce a farmi piacere la trovata stupidina e tanto scema, riesce a farmela diventare simpatica per davvero.

O magari è perché la ventenne Ellen Page si conferma davvero brava che non ci si crede. Già m’aveva stupito in Hard Candy, ma qui va pure oltre e mi fa venire una gran voglia di rivedere Juno nella lingua sua. Senza contare che il Jason sembra riuscire a far diventare credibile qualsiasi pezzo di attricetta, dalle smorfiette di Katie Holmes alle orecchie di Jennifer Garner.

Poi, capiamoci, non mi pare di aver visto quel capolavoro di rottura per cui sembra che lo si voglia far passare, ma incredibilmente questo non basta a farmelo diventare una merda. Sarà anche una questione di aspettative, del fatto che l’avevo preso in simpatia da tempo, ma la verità, semplice e tragica, è che una volta tanto un film che sembra delizioso a tutti tranne che a quelli che dicono che è la solita merdata furbetta e leziosetta e fintoalternativa di plastica, oh, cazzo, l’ho trovato delizioso per davvero pure io.

Una favoletta semplice semplice, dove tutti sono quelli che sembrano e in cui non ci sono personalità sfumate e affascinanti. No, è tutto prevedibilmente e tristemente semplice, banale, quasi vero. Ci sono battute azzeccatissime, gag divertenti e che ti danno di gomito, caratterizzazioni che in fondo non sono poi assurde come sembrano e, anzi, paiono tanto più credibili di molte altre, pur in questo racconto tanto folle e sopra le righe. Insomma, che bello bello bello.

Oh, comunque, casomai qualcuno si stesse preoccupando, ricordo a tutti che Amelie mi fa cacare (però che bella colonna sonora!), Me and You and Everyone We Know si limita a non farmi innervosire, I ♥ Huckabees mi ha infastidito a randa, Elizabethtown mi fa venire lo scorbuto e Little Miss Sunshine non è che mi sia piaciuto poi tanto.

Insomma, è solo che Juno, il film, mi sta simpatico. Juno, lei, mi sta un po’ sulle palle, in tutta sincerità. Anche se si scopa i nerd, che è un tratto caratteriale che mi sento di apprezzare con una buona dose di sincerità. Però Juno, il film, mi piace assai. Hai detto niente.

Ti odio, ti lascio, ti…


The Break-Up (USA, 2006)
di Peyton Reed
con Jennifer Aniston, Vince Vaughn, Jon Favreau, Joey Lauren Adams, Jason Bateman, Judy Davis

Questo film rappresenta una colossale occasione sprecata sull’altare dell’indecisione, del voler maldestramente tenere il piede in due scarpe. L’idea sembra essere quella di voler raccontare in maniera realistica, credibile e, inevitabilmente, triste il momento della rottura di una coppia. E se, vuoi per certi dialoghi azzeccati, vuoi per la bravura dei due attori, i momenti in cui la pellicola vi si dedica sono decisamente riusciti, quasi tutto il resto appare fuori luogo e davvero troppo sopra le righe.

Forse c’era il timore di negarsi un pubblico, quello delle commediole spensierate, che del resto il marketing italiano ha provato ad accalappiare con un titolo decisamente sbagliato e lontano dal didascalico, ma azzeccato The Break-Up. Sta di fatto che personaggi come quello interpretato da Judy Davis e situazioni come quelle create dalla famiglia della protagonista fanno davvero cadere le braccia, sono completamente “staccati” dal resto del film e, diciamolo, non fanno neanche ridere.

Ne esce fuori un film schizofrenico, che quando funziona lo fa molto bene, per esempio nei tristi momenti in cui gli amici vengono coinvolti nei litigi di coppia, ma quando esce dal seminato fa venir voglia di fuggire dalla sala. Il finale deliziosamente amaro, la bella interpretazione di Vincent D’Onofrio e qualche momento davvero riuscito meritano forse la visione, ma lasciano ancor di più l’amaro in bocca per ciò che sarebbe potuto essere.