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Justified – Stagione 6

Come fai a realizzare la sesta stagione di Justified, una fra le serie più belle degli ultimi anni, arrivando dopo quattro annate più o meno della madonna e una quinta che al contrario era di uno sgonfio allucinante? Come fai a chiudere tutto nella maniera migliore, tirando fuori tredici episodi che risolvano ogni faccenda come si deve, trattino nella maniera giusta i personaggi che contano davvero, si prendano il lusso di salutare chiunque vada salutato, mettere tutto quel che va messo, non rinunciare a nulla, tirar di gomito, strizzare l’occhio, divertire, caricare la tensione, far salire la commozione e, insomma, salutare come si deve l’uomo col cappello?

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Die Hard – Vivere o morire

Live Free or Die Hard (USA, 2007)
di Len Wiseman
con Bruce Willis, Justin Long, Timothy Olyphant, Maggie Q, Cliff Curtis, Mary Elizabeth Winstead

Quando, venti giorni fa, sono andato a vedere questo nuovo Die Hard, sono uscito dal cinema convinto di volerlo commentare sul blog con una specie di parodia, una presa per i fondelli sullo stile di quanto fatto con Episodio III. Di elementi da perculare ce ne sarebbero del resto non pochi: penso per esempio all’inascoltabile doppiaggio, al fatto che uno dei terroristi è identico a Roberto Donadoni e a tante altre cose che, già mentre guardavo il film, mi immaginavo parodiate. Però, ringraziando lo scazzo, sono appunto passati venti giorni e sinceramente non penso ne valga poi tanto la pena.

C’è comunque da dire che questo Die Hard 4.0 mi ha stupito, innanzitutto perché su Len Wiseman, dopo essere rimasto scottato dal soporifero Underworld, non avrei puntato un soldo. E poi, diciamocelo, la semplice solidità del primo Die Hard è ineguagliabile, anche per il posto mitologico che quel film occupa nell’immaginario collettivo e che gli proietta addosso meriti se vogliamo pure superiori al dovuto. Tant’è che i pur decorosi precedenti sequel vengono – forse ingiustamente – considerati inferiori, anche di ampie spanne.

Ed è pure tenendo in mente questo che considero decisamente riuscito il tentativo di Wiseman, autore di un action movie solido, efficace, divertente. Certo, più che in un regista obiettivamente anonimo e non confrontabile con un vecchio marpione come John McTiernan, i meriti del film stanno soprattutto in Lui. Bruce, uno che a cinquant’anni suonati tiene la scena come quando ne aveva trenta, anche se magari con un filo di atletismo in meno e un pizzico di granitica fisicità in più. Invade lo schermo col suo faccione e la sua presenza, domina il film e lascia gli spiccioli ai suoi compagni di sventura.

Gli sceneggiatori lo sanno e gli costruiscono tutto attorno, ricamando una lunga serie di scene in cui permettergli di sfottere i suoi avversari a suon di battutone e strizzare l’occhio “autocitandosi” senza tregua. Oltre a lui, comunque, sono efficaci un po’ tutti i personaggi, a partire da un Timothy Olyphant che non ha il carisma elegante di Alan Rickman e Jeremy Irons, ma svolge bene il suo ruolo di impreparata vittima del sarcasmo di McClane. E poi ci sono una spalla giovane e simpatica, una figlia che si rivela personaggio azzeccato ed efficace contraltare alle battute del padre e una terrorista dagli occhi a mandorla insopportabile come il ruolo richiede.

Ma oltre all’azione spettacolare, devastante, completamente fuori dal comune e dal credibile, Len Wiseman si concede perfino di sbattere dentro al film qualche vago accenno di contenuto. Una lieve riflessione sullo scomparso eroismo, una fugace e magari anche involontaria simbolica genialata in quel trucchetto della Casa Bianca brasata al suolo, un banale ma sempre efficace contrasto fra il vecchio e romantico protagonista di celluloide e la nuova era digitale, nella quale il nostro eroe si trova inizialmente spaesato e impreparato, ma che alla fine sconfigge dall’interno, come e peggio di un virus informatico.

Insomma, i veri problemi di questo quarto Die Hard, al di là delle solite forzature di sceneggiatura che, purtroppo, sono ormai congenite nel genere “puttanatona hollywoodiana”, vengono da fuori. Per esempio nel fatto che – prima volta nella serie – si è voluto schivare il rating R e, come suggerisce simpaticamente il sempre ottimo Roger Ebert, sembra di guardare la versione del film censurata per la proiezione in aereo. E poi c’è il doppiaggio.

C’è la scelta di voci una più sbagliata dell’altra, tutte distanti dall’originale come peggio non si potrebbe. C’è la figlia, che siccome è la figlia, deve avere la vocina, mica il vocione da scaricatore di porto della Winstead (che peraltro ben si adatta alla linguaccia del personaggio). C’è Kevin Smith che parla come lo stereotipo che interpreta, e ovviamente non può che avere quella voce. C’è John McClaine costantemente fuori giri, sopra le righe, che sbraita sempre, nonostante il Bruce in originale abbia sempre un tono calmo, duro, freddo. E ci sono una serie di volgari e tristi battute, inventate, infilate a caso, perfino in punti nei quali i personaggi dovrebbero starsene zitti, nate da non so cosa, anche se mi viene da pensare che si tratti di presunzione. Io al cinema a queste condizioni non so se ci voglio ancora andare.

La ragazza della porta accanto


The Girl Next Door (USA, 2004)
di Luke Greenfield
con Emile Hirsch, Elisha Cuthbert, Timothy Olyphant, Chris Marquette, Paul Dano

Il sogno erotico dell’adolescente medio si concretizza nella vita di Matthew Kidman quando si ritrova come vicina di casa una ragazza bella, affascinante, simpatica e che di lavoro fa l’attrice porno. Da qui nasce una lunga serie di risate, con tutte le classiche gag e incomprensioni dovute allo scontro fra mondi differenti (l’ambiente “furbo” del cinema porno e quello “innocente” della brava famiglia borghese americana). Gli amici nerd, il produttore sgamato, i problemi a scuola, i buoni sentimenti. Una commedia romantica simpatica e piacevole, con trovate divertentissime e qualche bella idea. Il classico filmetto di cui si può tranquillamente fare a meno, ma che visto su Sky un sabato pomeriggio finisce per essere solo ottimo.

L’acchiappasogni


Dreamcatcher (USA, 2003)
di
Lawrence Kasdan
con
Thomas Jane, Jason Lee, Damian Lewis, Timothy Olyphant, Morgan Freeman, Tom Sizemore

Non ho letto il libro da cui è stato tratto il film e non so se la cosa possa valere quindi anche per l’originale, ma L’acchiappasogni mi è sembrato un po’ un enorme bigino di Stephen King: c’è la sua classica ironia, ci sono i suoi momenti angoscianti tipici (su tutti la sequenza del water e dello stuzzicadenti), c’è il parallelismo bimbi/adulti, per di più ambientato nella Derry di IT, c’è la classica e inevitabile lotta contro il male…

Il film in generale, poi, è quanto di più kinghiano si sia visto al cinema di recente, soprattutto nel suo saper mescolare molto bene tanti registri diversi, passando continuamente dall’uno all’altro in scioltezza, grazie alla sapienza di Kasdan, che gestisce tutto molto bene e sputa fuori a tratti momenti di ottimo cinema (il già citato stuzzicadenti, ma anche il magazzino mentale e la fuga degli animali, per esempio). Ed è proprio questo continuo ribaltone di stili che mi ha fatto diventare il film subito simpatico: c’è ironia, horror, fantascienza, satira, splatter… c’è il proseguimento di un trend recente nel genere horror, con film che (almeno a tratti) tornano a far paura e a mostrare sangue e budella in tutto il loro splendore, c’è la voglia di stupire e divertire, senza porsi limiti di “credibilità” e c’è infine un sottile strato agrodolce che percorre la pellicola dall’inizio alla fine e la rende un’adorabile, piccola perla.