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Hong Kong colpo su colpo


Knock Off (HK/USA, 1998)
di
Tsui Hark
con
Jean-Claude Van Damme, Rob Schneider, Lela Rochon, Paul Sorvino, Carman Lee

Nello scorso decennio Jean-Claude Van Damme si è impegnato nel portare a Hollywood alcuni fra i più importanti registi del cinema d’azione di Hong Kong. Pochi anni dopo aver partecipato all’esordio americano di John Woo con Hard Target, recita da protagonista in Maximum Risk di Ringo Lam e Double Team di Tsui Hark. Il rapporto con questi ultimi due diventa incredibilmente solido, al punto che Van Damme replicherà un anno dopo con Hark e girerà addirittura altri due film con Lam.

I film dello sbarco in Occidente di questi tre registi hanno un forte punto in comune: pur mantenendo tutti in maniera molto forte l’impronta dell’autore, sono in tutto e per tutto prodotti occidentali. Hong Kong colpo su colpo, secondo frutto della coppia Van Damme/Hark, invece, è una pellicola estremamente “hongkonghiana”. E non solo per l’ambientazione, una Hong Kong di fine millennio, prossima alla liberazione dal dominio britannico.

C’è molto Oriente nel cast di attori, nei toni a metà fra il melodrammatico e il farsesco, nell’estetica a basso budget e nelle coreografie delle scene d’azione. Tsui Hark mette ancora una volta in scena il suo gusto per l’interno degli oggetti, spinge la macchina da presa nelle canne delle pistole e dentro i macchinari, rendendo anche la semplice pressione di un bottone un evento roboante.

Soprattutto sul piano estetico, però, la pellicola mostra tutti gli anni che si porta sulle spalle e riesce a mantenere una certa dignità solo grazie al suo non prendersi praticamente mai sul serio. Resta comunque un film minore, anche se può valere la pena di recuperarlo per gustarsi le ottime sequenze d’azione, dinamiche e ricche di fantasia nonostante le movenze imbolsite di Van Damme, ben lontano dalle evoluzioni di un Jackie Chan o un Jet Li.

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Quei bravi ragazzi


Goodfellas (USA, 1990)
di Martin Scorsese
con Ray Liotta, Robert De Niro, Joe Pesci, Lorraine Bracco, Paul Sorvino

A Henry Hill non interessa la vita comune. Lui vuole fare il gangster, vuole il brivido, le donne, i soldi, il divertimento. A questo sogno dedica tutta la sua vita, una vita che Martin Scorsese dipinge con la miglior mano, sciorinando strepitosi piani sequenza e scandendo trent’anni d’America a colpi di splendide canzoni d’epoca. Goodfellas non racconta uomini d’onore, ma personaggi squallidi e detestabili, criminali che sognano di essere grandi e non potranno mai esserlo, che si sfogano sui piccoli e distruggono tutto ciò che hanno attorno. E quando ogni cosa, inevitabilmente, finisce per andare a rotoli, l’unica soluzione possibile prevede un coltello piantato fra le scapole. E allora Henry molla tutto, abbandona amici e nemici, diventa finalmente un uomo normale. Un essere medio e triste. Una figura poco affascinante, la cui vita non ci interessa più. E cala il sipario.

“Tratto da una storia vera”, basato sul libro Wiseguy, di Nicholas Pileggi, Goodfellas è semplicemente un capolavoro, che affronta con taglio realistico e per nulla agiografico il tema della mafia. Manca, forse, un po’ di passione, ma del resto è veramente difficile empatizzare coi protagonisti e farsi davvero coinvolgere dalle vicende. Come si fa a parteggiare per una simile manica di figli di puttana?