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Money Monster

I pregi e difetti di Money Monster stanno tutti nella sua sostanziale mediocrità, intesa proprio come lo stare nel mezzo, senza eccellere in nulla e senza fare nulla di tremendamente sbagliato. È un thriller realizzato con mestiere e discreta padronanza, che intrattiene per tutta la sua durata senza particolari lungaggini e porta a casa il risultato minimo in maniera dignitosa. Ma è anche la solita storia d’ostaggi vista tante volte, che non inventa nulla e fa invece più o meno tutto quel che è lecito attendersi. È l’ennesimo film che affronta la crisi economica cercando di proporre un suo punto di vista, e nel farlo trova anche qualche idea intrigante, esprime qualche concetto azzeccato, ma li mette in scena in maniera goffa e sembra convinto di essere molto più intelligente e ficcante di quanto effettivamente non sia. Si lascia guardare, ma si lascia anche dimenticare.

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Ave, Cesare!

Ave, Cesare segna il ritorno dei fratelli Coen alla commedia flippatissima, completamente fuori di cozza, surreale, sopra le righe, fondamentalmente scema. E, per quanto ci siano lampi improvvisi di quell’approccio anche in A Serious Man A proposito di Davis, era da Burn After Reading, quindi da quasi un decennio, che non la buttavano così brutalmente sul ridere. È anche un film che, per la sua stessa natura tutta bizzarra e che si fa gli affari suoi, è forse destinato a dividere tanto quanto un po’ tutto quello che i due fratelli hanno diretto dopo il trionfo di Non è un paese per vecchi, perché, non è che ci si possa girare attorno, un’opera con questa personalità così assurda la puoi apprezzare solo se per qualche strano motivo ti ci trovi fortemente in sintonia, mentre chi la odia ti accuserà di essere un fan acritico. Insomma, è la solita storia.

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Locarno/Venezia a Milano 2008

Quindici film in sette giorni. Son finiti i tempi in cui alla rassegna di Venezia mi sparavo quaranta film. Non ho più la possibilità di farlo, e sinceramente mi sa che in ogni caso non ce la farei. Oppure sì, vai a sapere. Di buono c’è che l’obbligatoria censura preventiva fa il suo sporco lavoro: non ho certo guardato solo roba esaltante, ma mai una volta mi sono messo a dormire o sono scappato a film in corso. Hai detto niente! Mi brucia un po’ l’aver visto solo uno dei film in concorso a Venezia, ma d’altra parte era il vincitore e fra gli altri presenti alla rassegna milanese proprio poco mi ispirava. E poi lo dicono tutti che il meglio sta nelle altre sezioni, no? Comunque, questo è.

Locarno – Sezione Piazza Grande
Choke (USA)
di Clark Gregg
con Sam Rockwell, Anjelica Huston, Kelly Macdonald

Ancora Palahniuk, ancora elogio dell’anarchico e pseudo-satira della vuota società moderna, però con un film che, insomma, è vuotarello pure lui. Choke è un’ora e mezza divertente, con qualche battuta azzeccata, qualche sottotitolo tradotto completamente a caso, un paio di momenti toccanti e furbetti. C’è dentro una manciata di ottimi attori, con Rockwell e la Huston che svettano, e si sente una certa difficoltà a colpire allo stomaco, sia quando vorrebbe graffiare, sia quando vorrebbe commuovere. Va via placido e non è certo scritto male, ma insomma, forse gli manca un regista.

Locarno – Sezione Cineasti del presente
La forteresse (Italia/Sri Lanka/Germania)
di Fernand Melgar
Pardo d’oro per la sezione Cineasti del presente

Un documentario nudo e crudo sulla vita delle migliaia d’immigrati che vivono nel limbo, in attesa di sapere se l’accogliente Svizzera vorrà o meno accettare le loro richieste d’asilo politico. Affascinante e interessante per quel che mostra, smuove lo stomaco nel raccontare le storie di questi ragazzi piovuti nel cantone da un po’ tutto il mondo. Dura tanto e stanca abbastanza, ma merita.

Venezia – Concorso
The Wrestler (USA)
di Darren Aronofsky
con Mickey Rourke, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood
Leone d’oro

Oh, The Fountain non l’ho visto e non so se faccia cacare come dicono, ma questo, nella sua essenziale, pulita, quasi perfetta semplicità, è davvero un gran bel film. Non racconta nulla che non si sia mai detto, nel mostrare questo stanco lottatore giunto al capolinea umano, professionale, temporale, che prova a rialzarsi in tutti i modi ma viene rischiaffato al tappeto e schienato per un’ultima volta. Si è già visto nel “genere” sportivo, si è già visto nelle storie di (auto)distruzione che sembrano essere tanto care ad Aronofsky. Epperò è proprio il genere di roba che, se me la racconti in una bella maniera, solitamente tende a diventare un gran film e a regalare prove d’attore eccezionali. E infatti, guarda un po’, Mickey Rourke è strepitoso che vien voglia di abbracciarlo, e il film è una bomba, cruda, impietosa, sanguinaria, realistica e commovente. Sfugge al patetismo e alla maniera, schiva le colonne sonore a effetto e si ferma subito prima di spingere il pedale sul finalaccio strappalacrime. Irretisce con una narrazione ferma, solida, profonda e personaggi semplici e ben scritti. Funziona, alla grande, e non c’è nient’altro da dire.

Venezia – Fuori concorso
Burn After Reading (USA)
di Ethan e Joel Coen
con Frances McDormand, George Clooney, John Malkovich, Brad Pitt, Tilda Swinton

Quando fanno i cazzari i Cohen mi lasciano spesso abbastanza indifferente, al di là del solito Lebowski che comunque, pur apprezzandolo, non riesco proprio a mettere sul mitologico piedistallo dove lo piazzano tutti. E invece stavolta per qualche motivo mi han preso. Burn After Reading è una specie di presa per il culo totale e radicale del film d’intrigo e spionaggio, che ne ricalca meravigliosamente bene la grammatica nei toni, nelle musiche, nelle trovate di regia (a tratti sembra di vedere una roba girata da Tony Scott). Solo che, a popolare il film, Joel ed Ethan ci mettono una serie di sfigatelli comuni d’antologia, gente alle prese con roba mille volte più grande di loro e che per una volta non ci capisce davvero niente. Assurdo e stupidissimo, poco più che un giochetto divertente, forse un filo troppo lungo, ma strepitoso nei suoi momenti migliori, tipo tutti quelli in cui appare Brad Pitt. Avercene.

Encarnação Do Demonio (Brasile)
di José Mojica Marins
con José Mojica Marins

Scalpi lacerati, tette traforate, schiene fatte a pezzi, occhi cavati, peni masticati, cavità varie esplorate da bestie assortite, sgozzamenti e ammazzamenti, torture e carne trita sceltissima. Questo, in sostanza, l’intreccio di un film che – riporto perché non ne so nulla – è il grande ritorno di un maestro del genere dopo vent’anni a riposo. Una specie di seguito che, al di là degli ettolitri di morte dispensata per la gioia degli appassionati, ha comunque un suo senso gustoso nell’utilizzo degli spezzoni d’annata come flashback, nel mescolare colore e bianchennero con quei fantasmi dei ricordi, nel consapevole, sbracato e divertente tuffo in un trash piacevolissimo, con un protagonista che recita talmente sopra le righe da strappar più di un sorriso. Nonostante quel che si vede faccia abbastanza schifo, certo.

Puccini e la fanciulla (Italia)
di Paolo Benvenuti
con Federica Chezzi, Riccardo Moretti
Premio “Poveri ma belli”

La storia della cameriera di Puccini che si suicida perché non riesce a vivere col dolore di essere accusata ingiustamente d’essersi trombata il Puccini stesso (che invece, a quanto pare, tutte si trombava tranne che lei). Il punto del film sta nell’esser tutto costruito attorno a suoni e musiche, pensato e ritmato sulle partiture di Puccini e raccontato quasi senza parole, ma solo tramite suoni, melodie, immagini. L’idea è interessante, ma il risultato è francamente un po’ barboso e forse un po’ meno bello di quanto se la creda.

Venezia – Sezione Orizzonti
Pa-ra-da (Italia/Francia/Romania)
di Marco Pontecorvo
con Jalil Lespert

Lui è tanto bravo e buono e avanti e fuori dagli schemi e chi lo segue gli vuole tanto bene ed è tanto reso migliore da lui che è troppo un grande ma le istituzioni gli danno contro e gli creano problemi però comunque vada alla fine lui ha fatto del bene. Good Morning Vietnam, L’attimo fuggente, Patch Adams, insomma, quelle cose lì, i film con Robin Williams tratti da una storia vera (in questo caso quella di un pagliaccio francese che va a lavorare coi servizi sociali in Romania per tirar via dalle strade i bambini che si drogano, si prostituiscono, vivono nelle fogne, parcheggiano in doppia fila, non pagano le tasse e rubano la pensione alle vecchiette fuori dall’ufficio postale). Ecco, rispetto al Williams medio, qui c’è un gusto un po’ più europeo, una certa voglia di essere crudi e terra terra, di toccare le corde giuste senza scivolare troppo nel patetismo. Pontecorvo ci riesce abbastanza bene, anche se più si avvicina la fine e più lo si intravede, quel patetismo. E a me il patetismo dà un po’ fastidio, anche se ammetto che gli occhi lucidi mi son venuti.

Venezia – Giornate degli autori
Machan (Italia/Sri Lanka/Germania)
di Uberto Pasolini
con Dharmapriya Dias, Gihan De Chickera, Dharshan Dharmaraj, Namal Jayasinghe
Un paio di premi delle sezioni collaterali che non mi ricordo

Una cosetta banale banale, ma placida e divertente. Parte raccontando delle condizioni di chi vive in Sri Lanka, della voglia di fuggire, delle difficoltà nel riuscirci. Ti butta lì qualche pezzetto di denuncia un po’ a caso, in pieno stile commedia brit pop operaia che piace tanto alle masse e alle massaie. Scivola poi nel film sportivo piacione e non dimentica d’impegnarsi a toccare tutte le corde giuste, senza andare a solleticare quelle sbagliate. Innocuo, ma divertente e pure un pochino emozionante, anche in quel suo modo scemotto di prendere in giro (ma anche no) gli stereotipi del genere.

Nowhere Man (Belgio)
di Patrice Toye
con Frank Vercruyssen, Sara De Roo

L’ennesima storia di un uomo in piena crisi d’identità, che sceglie di fuggire dalla sua vita di tutti i giorni, dal lavoro, dalla moglie, da tutto. A Venezia tirano di brutto, ‘ste storie, ce n’è praticamente una all’anno. Questa, in particolare, viene dal Belgio, ha una bella cura per l’immagine, un gradevole senso dell’umorismo, un protagonista incredibilmente faccia da pirla e un piglio autoriale e pretenzioso che sulla distanza scartavetra un po’ i maroni.

Pescuit Sportiv (Romania)
di Adrian Sitaru
con Adrian Titieni, Ioana Flora, Maria Dinulescu

Un’ora e mezza di soggettive che raccontano un drammetto pseudofamiliare tramite gli occhi dei personaggi. Tutto il film è “visto” in prima persona, prevalentemente attraverso lo sguardo dei protagonisti, episodicamente sfruttando quello di veloci comparse. Il classico commento dopo la visione di un film del genere è: “L’idea è buona, ma andava bene per un cortometraggio”. E invece tutto sommato qui la durata non si soffre, perché i personaggi, i dialoghi, i comportamenti sono scritti davvero bene. Mezzo film è dato dall’idea, mezzo film dalla sceneggiatura. Entrambe sono buone, obiettivo centrato.

Pokrajina St.2 (Slovenia)
di Vinko Möderndorfer
con Marko Mandic, Barbara Cerar, Maja Martina Merljak

Una specie di thrillerino a tinte fosche, in cui uno sfigato qualunque s’imbarca in un furtarello e finisce inavvertitamente per scatenare la tremenda vendetta di un ex collaborazionista nazi. Noir sarcastico e crudele, che non risparmia risate e schizzi di sangue. Si racconta con toni placidi e meditabondi, tirando fuori dal nulla improvvise accelerate fatte di umorismo grottesco e micidiali eccessi violenti. Amaro e puzzolente, non concede un filo di speranza che sia uno. Avanti così, facciamoci del male.

Stella (Francia)
di Sylvie Verheyde
con Léora Barbara
Un altro paio di premi minori a caso (ma quanti ce ne sono?)

Un bel filmetto su una bimba alle soglie dell’adolescenza, che nel finire degli anni Settanta vive il duro impatto sociale e culturale con un ambiente scolastico a lei ignoto (viene da una famigliaccia un po’ del cazzo e finisce a studiare in una scuola da figli di papà – quindi, se vogliamo, un po’ del cazzo pure quella). Divertente, intenso, con una colonna sonora assurda (Umberto Tozzi rulez) e una serie di interpreti bravissimi, a partire dalla bimba protagonista.

Venezia – Settimana della critica
L’apprenti (Francia)
di Samuel Collardey
con Paul Barbier, Mathieu Bulle
Premio Settimana Internazionale della Critica

Un giovane studente d’agraria che non va molto bene a scuola e vive maluccio il rapporto coi genitori si dedica alla sua passione facendo da apprendista presso l’azienda agricola di un signore di mezz’età, che finirà per fargli da pseudopadre. Tutto prevedibile e già visto mille volte, con quell’aria da film francese da festival che fa un po’ cadere le palle. L’aspetto documentaristico però non è male e la scena del maiale sgozzato fa passare la voglia di prosciutto.

Pranzo di ferragosto (Italia)
di Gianni Di Gregorio
con Gianni Di Gregorio, Valeria De Franciscis, Marina Cacciotti, Maria Calì
Premio Luigi De Laurentiis per la miglior opera prima

Un gran bel film, costruito su una semplice trovata che dilaga per un’ora e mezza raccontando tutto e niente con pochi mezzi e tanta voglia. Di Gregorio, regista e protagonista, è un uomo di mezz’età costretto in casa per star dietro alla madre anziana, curarla, accudirla. Una vita da mezzo recluso, che non lavora e non fa molto altro che il casalingo. Impossibilitato a pagare i conti, cede alla proposta del padrone di casa, che gli rifila madre e zia da accudire a ferragosto in cambio di qualche spesa azzerata. Da questo e un paio di altri episodi vien fuori una commedia deliziosa, tutta giocata sulla demenzialità spontanea che nasce dai comportamenti, dagli atteggiamenti, dallo spirito delle donne anziane. Divertentissimo e percorso da un lieve retrogusto malinconico che non fa mai male.

$E11.OU7! (Malesia)
di Yeo Joonhan
con Jerrica Lai, Peter Davis
Premio “Altre visioni”

Un adorabile commedia-musical che prende in giro tutto e tutti, fa satira e demenziale autoironia, strizza d’occhio allo spettatore e lo coinvolge in un delirante e surreale gioco basato sui meccanismi stessi della narrazione. Le canzoni sono bellissime, coinvolgenti e perfettamente cucite addosso al tessuto narrativo, sempre che si possa parlare di tessuto narrativo per un film che gioca così tanto sul limite dell’assurdo e del nonsense. Si ride di gusto, si allibisce davanti a trovate spiazzanti e lampi di genio, ci si spiace un po’ per qualche lungaggine che viene comunque perdonata senza problemi. I tre momenti di poesia in avvio sono da dichiarazione d’amore istantanea al regista, ma fra reality show sulla morte, intense dissertazioni musicali sul valore del denaro, esorcismi assortiti e quel dirompente momento karaoke ce n’è proprio per tutti i gusti. Modo migliore per chiudere la rassegna non c’era, e infatti ho pisciato i due film che avrei voluto vedere dopo e me ne sono andato a casa con un sorrisone stampato in faccia.

Ocean’s Twelve


Ocean’s Twelve (USA, 2004)
di Steven Soderbergh
con George Clooney, Brad Pitt, Catherine Zeta-Jones, Matt Damon, Andy Garcia, Vincent Cassel, Julia Roberts, Casey Affleck, Scott Caan, Eliott Gould, Don Cheadle, Bernie Mac, Carl Reiner. Shaobo Qin

Terry Benedict ha rintracciato Danny Ocean e i suoi compari e ora rivuole indietro i soldi che gli hanno rubato. Con gli interessi. Per un totale di circa duecento milioni di dollari. I nostri simpatici, eleganti e spiritosissimi eroi si ritrovano così a organizzare una serie di colpi impossibili, incrociando le armi con un’agente dell’Europol e un super ladro professionista francese. Ocean’s Twelve è, tanto quanto il primo episodio, una “scusa” utilizzata da Soderbergh e dal suo gruppetto di amici per divertirsi assieme cazzeggiando e giocherellando col cinema di genere.

Ancora una volta è tutto un gioco di battutine, inside joke, metareferenzialità e prese in giro. Di nuovo ogni attore recita nel ruolo di se stesso (a parte Andy Garcia, l’unico convinto di dover interpretare un personaggio), e addirittura, stavolta, questa specie di realismo al contrario fa da pretesto per una delle gag più riuscite. Uno sterile spettacolo di regia ricercata, scenografie lucide e leccate, costumi eleganti e musiche d’alto lignaggio. Ti dà di gomito e ammicca, cerca la tua complicità e sorride malizioso. Se stai al gioco, probabilmente, il divertimento è assicurato. Altrimenti, per quanto vuote, son comunque un paio d’ore piacevoli, ritmate e tremendamente ben confezionate.

Syriana


Syriana (USA, 2005)
di
Stephen Gaghan
con
George Clooney, Matt Damon, Jeffrey Wright, Alexander Siddig, Christopher Plummer, Chris Cooper, Amanda Peet

Ennesima produzione della famigerata cricca cui fa capo il duo Clooney/Soderbergh, Syriana è un film politico e di denuncia, per certi versi simile a The Constant Gardener, visto all’ultimo Festival di Venezia. Rispetto alla pellicola di Meirelles, però, quella di Stephen Gaghan sceglie un approccio meno macchiettistico e patinato, con uno stile visivo e delle scelte di narrazione maggiormente ancorate alla realtà. Non ci sono buoni e cattivi, ma solo una lunga serie di macchie grigie, che si agitano su uno sfondo rosso sangue.

Gaghan porta avanti un racconto estremamente stratificato, con almeno tre storie parallele e tante piccole ulteriori linee narrative che vanno a intrecciarsi. In comune, oltre al tema, c’è la moralità dubbia dei personaggi. Anche i ruoli interpretati da George Clooney e Matt Damon, che sulla carta dovrebbero essere i personaggi positivi cui affezionarsi, finiscono offuscati dalle loro scelte di vita.

Questa neutralità, questo non voler cedere ai classici compromessi del cinema popolare, rende senza dubbio Syriana un film atipico e riuscito nei suoi intenti di denuncia. A perderne, forse, è il potenziale drammatico, enorme per quelli che sono gli eventi e i temi, ma allo stesso tempo estremamente debole per l’impossibilità di trovare un punto d’immedesimazione e per la complessità del racconto.

La narrazione è estremamente lenta, rarefatta e le tante storie si intersecano in maniera frammentaria, rendendo fra l’altro non facile seguirne il filo conduttore. L’ottima sceneggiatura e la regia essenziale svolgono però un lavoro eccellente e alla fine il quadro completo risulta chiaro e di semplice interpretazione. Notevoli anche tutti gli attori, dall’affascinante Amanda Peet all’intenso Matt Damon, dal simpatico dottor Bashir a un Clooney mai così dimesso e per nulla gigione, capace perfino di limitare a una sola apparizione iniziale il suo solito tic “testa basculante inclinata di lato”.

In tutto questo, però, manca come detto quasi completamente il coinvolgimento emotivo, il melodramma, il “cinema” vero e proprio. Sorge quindi spontaneo il dubbio: pur con tutti i suoi meriti in ottica divulgativa, è Syriana buon cinema? Sarebbe stato giusto concedere qualcosa sul piano narrativo per ottenere un film magari meno incisivo ma dal maggiore impatto drammatico?