Tumblerpep

Ok, mi sono fatto pure il tumblr. Ormai sono troppo duepuntozero, figata. Sta qui. Fra l’altro ci ho infilato un piccolo aggiornamento al post sulle review session dell’altro giorno. Filate tutti a leggerlo!

Accetto suggerimenti per renderlo non dico bello, ma perlomeno guardabile.

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Lost Gears of Jazz

La foto qua sopra non c’entra nulla con l’argomento del post, l’ho messa giusto per non avere il thumbnail vuoto in homepage.

Trailer pubblicato un paio di giorni fa. In Lost Planet 2 ci saranno Marcus Fenix e Dominic Santiago di Gears of War (e di Gears of War 2, ovvio). Non è certo la prima volta che si vede una roba del genere, ma in questo gioco è forse più significativa che in altri. Lost Planet era un tentativo – parzialmente riuscito – di realizzare un gioco di un genere strettamente occidentale, ma filtrato attraverso una visione giapponese fino al midollo. Lost Planet 2, pur mantenendo sotto molti punti di vista il suo taglio nipponico, sembra spingere molto di più sul fronte dell’occidentalizzazione. Quale modo migliore per sancire la cosa, che ospitare i protagonisti del gioco occidentale che più di tutti ha caratterizzato e definito il genere negli ultimi anni? E poi mi diverte l’idea che negli uffici di Epic ci sia una forma di rispetto, stima ed esaltamento da fan di Capcom. Anche se in realtà è solo una questione di soldi.

Questa roba è bellissima ed è un ottimo segnale di quanto potenziale nasconda Rock Band Network. Un pezzo di musica jazz su Rock Band, innanzitutto, è qualcosa di totalmente nuovo e che allarga – finalmente – i confini al di fuori del rock-pop che sta dominando i giochi musicali recenti. Fra l’altro, trattandosi di genere musicale fortemente improntato alla masturbazione, il risultato è una traccia complicata e appassionante da suonare con tutti gli strumenti. Sì, anche il basso. Con la batteria, riporto dalla descrizione del video, si affrontano “Tricky time signature changes, including sections of 5/4, 7/4, 6/8, and a few measures of 4/4 will keep you on your toes”. Certo, utilizzare la chitarrina di plastica per suonare il pianoforte è un compromesso abbastanza fastidioso – ma richiesto dagli utenti, eh! – però lo spettacolo sta nell’utilizzo del sax tramite il microfono. Se hai un vero sassofono a casa, lo usi col microfono e te la suoni tutto contento. Altrimenti ti arrangi facendo i versi come un cretino. Spettacolo.

A pranzo sono andato a provare il nuovo panino di McDonald’s. Se non sopravvivo, sappiate che vi voglio bene. A tutti.

Per una nuova cultura del cibo italiano

Dunque, ho mangiato il McItaly, il nuovo panino di McDonald’s tutto bello sovvenzionato dal governo, pubblicizzato dagli organi di stampa, perculato dagli stranieri e pieno di buonissimi pezzi d’Italia. Mi sembra coerente con tutti gli altri panini che si sono inventati quelli di McDonald’s Italia negli ultimi anni: fa schifo.

Ha sempre quello stesso sapore, quella specie di rancido retrogusto, quella consistenza gommosa che accomuna tutti i panini di McDonald’s. La crema di carciofi è come se non ci fosse. Per quel che si capisce al gusto, potrebbe serenamente essere una spalmata di pasta abrasiva. La fetta di Asiago è tale e quale alla fetta di formaggio (che era, parmigiano?) di qualche panino fa: sa di marcio. Il pane è quello dal taglio quadrato, sullo stile di quello che usavano per il 280. Quello che prova a convincerti di essere “normale” e invece fa ancora più ridere. Lati positivi: la foglia di insalata non è amara.

Insomma, fa schifo.

Bisogna dire che a me, in generale, McDonald’s non piace. Sì, un due o tre panini che mi soddisfano ce li hanno, ma proprio complessivamente, nel regno del cibo veloce di merda, preferisco Burger King. Roba tipo Johnny Rockets non la conto, quello è proprio un altro sport. Ah: avevano finito le patatine alternative, mi hanno dato quelle regolari. Che da McDonald’s fanno vomitare.

Londra a doppia mandata

È la seconda volta nel giro di neanche un anno che organizzo un weekend a Londra e mi organizzano un viaggio a Londra il giorno prima. Era già successo a giugno, si è ripetuto la scorsa settimana: partenza mercoledì mattina e rientro giovedì pomeriggio per l’evento legato a MAG, partenza venerdì sera e rientro domenica sera perché avevo voglia. Son cose belle e divertenti. Seguono pensieri sparsi un po’ a caso su quel che ho fatto in questi (quasi) cinque giorni a Londra.

Mercoledì sera sono stato a mangiare al Matsuri High Holborn. In realtà non sono sicuro il ristorante fosse questo, ma mi pare proprio di sì. Ci hanno piazzati a un tavolo a ferro di cavallo, con in mezzo la piastra teppan-yaki e il cuoco che preparava carne, pesce e verdure facendo il fenomeno con gli strumenti, lanciando oggetti e pezzi di cibo per aria, dando spettacolo. Cibo buono, ma non eccezionale. Quantità sazianti, ma non strabordanti. Prezzi un po’ altini, ma tanto non pagavo io.

Sabato a pranzo, invece, sono stato per la prima volta da Wagamama, che è questa catena abbastanza famosa in cui si mangia nippocibo un po’ contaminato e sostanzialmente della categoria “cotto”. Mi sono sparato un menu composto più o meno dalla roba che mangiavo a settembre al ristorantino di zuppaglia vicino all’albergo a Tokyo: Wagamama Ramen, ravioli Gyoza e boccia di riso. Tutto molto buono, prezzo onesto.

Sabato sera sono stato portato da Papero e Ganglio al Sakura, ristorante giapponese vicino a Oxford Circus. Menu molto vario, c’è davvero di tutto, sushi discreto. Ma insomma, niente di eccezionale. È molto più buono quello del Tomoyoshi Endo qua sotto, per dire. Ne ho mangiato un po’ giusto l’altro ieri, e c’era dello sgombro da restarci secchi.

Domenica s’è fatto un giro dalle parti di Notting Hill. Una zona che, francamente, non mi piace molto. Però ho visitato due posti molto simpatici. Uno si chiama Hummingbird Bakery, ed è una pasticceria “american style”, in cui preparano cupcake di tutti i tipi e torte che ti stroncano le coronarie solo a guardarle. Io mi sono mangiato un’enorme fetta di Red Velvet Cake che penso digerirò fra una settimana. Sempre lì in zona, ho fatto una profumata visita al The Spice Shop, un negozio specializzato e dedicato in toto a spezie e condimenti. Una cosetta piccola e strabordante, in cui ovunque ti giri trovi qualcosa di affascinante. Le spezie comprate le ho infilate nello zaino: durante tutto il volo di ritorno, ogni volta che aprivo lo zaino usciva una zaffata d’aroma speziato. Inebriante.

Sabato pomeriggio sono andato da Waterstone. C’era il 3X2. Ho speso talmente tanti soldi che mi hanno fatto la tessera fedeltà. “Ma vivi a Londra?” “No, ma ci vengo spesso per lavoro” “Bella!”

Giovedì mattina mi hanno portato a Camden Town. Non ci ero mai stato prima e ho scoperto un posto a modo suo affascinante, anche se non c’era davvero nessuno e i negozi erano abbondantemente chiusi fino alle undici. Però, insomma, poco importa: tanto ci sono tornato sabato pomeriggio. Ah, per chi è ignorante come me: Camden Town è una specie di quartierino in cui ci sono otto miliardi di negozi, baretti e ristorantini. C’è più o meno di tutto. E ci sono le insegne assurde e colorate, le bancarelle, il tizio che vende centomila tipi diversi di ciambelle, gli interni in legno con le statue dei cavalli, le cose strane e Cyberdog. Che è un negozio, uhm, un negozio… uhm… una roba. Vale un giro, senza dubbio.

Mega City, invece, è una fumetteria che sta a Camden Town. Non è fornitissima, e soprattutto ha quasi solo roba recente, però ci ho trovato il nuovo volume di praticamente qualsiasi serie io segua in lingua originale e ho speso una fortuna. Shame on you, Umberto!

The Economist, Edge, Retrogamer, GamesTM, Internazionale, Empire. Sono le riviste che compro ogni volta che mi capita di fare un viaggio in aereo, specie se passo da Londra e/o dintorni. Prima o poi mi deciderò ad abbonarmi. Se qualcuno vuole regalarmi gli abbonamenti, io gli voglio molto bene. Ah, sono anche le uniche riviste “cartacee” che leggo, assieme a Duellanti.

Ho visto Avatar all’Imax. L’Imax, per chi non lo sapesse, è un cinema dallo schermo particolare. È molto grosso, senza dubbio. Ma non è necessariamente spropositato. Voglio dire, lo schermo dell’Imax di Londra è largo 26 metri, quindi meno rispetto ai 30 metri della sala Energia all’Arcadia di Melzo. Però è alto 20 metri, quindi più dei 16,50 della sala Energia all’Arcadia di Melzo. Ma ovviamente è diverso anche il rapporto fra altezza e larghezza, di pari passo col formato. E il punto è proprio quello, il formato: un film girato in formato Imax va in alto, molto in alto. In più, all’Imax, c’è questo modo strano in cui sono disposti i seggiolini: dovunque tu ti sieda, sei parecchio vicino allo schermo, più che in altri cinema. Però, a esperienza mia, dovunque tu ti sieda non sei mai troppo vicino allo schermo. Il campo visivo è tranquillo.

All’Imax di Londra, tanti anni fa, ci ho visto Matrix Reloaded. Che era però proiettato nel suo formato regolare e non sfruttava quindi tutto lo schermo. Bello, eh, specie per il discorso sulla vicinanza, ma non necessariamente tanto meglio della sala Energia all’Arcadia di Melzo. L’anno scorso ho visto Watchmen all’Imax di Montreal, pure quello non in formato specifico. L’estate scorsa ho visto quella schifezza di Transformers: La vendetta del caduto all’Imax di Londra. Una porcheria che però, come già Il cavaliere oscuro in precedenza, aveva una manciata di scene girate in formato Imax. E quindi, in quelle scene, lo schermo veniva completamente riempito. E ti ritrovavi davanti Optimus Prime a grandezza naturale. E faceva decisamente il suo effetto. Nonostante il film di merda. E nonostante questa situazione delirante in cui il montaggio fra parti in formato Imax e parti in formato “regolare” produceva a tratti un continuo cambio nelle dimensioni dell’immagine. Roba da mal di testa.

Avatar è tutto in formato Imax, e pure in tre dimensioni. Ora, un film proiettato tutto in quel formato, bisogna dirlo, fa una gran cazzo di scena. Insomma, sei lì appiccicato a dei puffi alti come Optimus Prime. Hai detto niente. Va però precisato che l’immagine non occupava tutto lo schermo, ma era leggermente sottodimensionata, probabilmente per evitare che le ringhiere nella parte bassa della sala andassero a sovrapporvisi. In più c’è il 3D. Che all’Imax, va detto, utilizza gli occhialini usa e getta (anche se non te li fanno gettare) più squallidi che abbia mai visto. Sono molto grossi, probabilmente per far sì che possano “contenere” tutto lo schermo, e sono molto brutti. Funzionano? Sì, e bene. Ma non sono un intenditore e non saprei “recensirli”, anche se do per scontato che ci sia una certa perdita rispetto alla resa che si può ottenere con gli occhialetti lussuosi e muniti di ricevitore che ti fanno indossare all’Arcadia di Melzo.

Ne è valsa la pena? Sì. Intanto perché, oh, ho comunque passato un bel weekend a Londra. Poi perché ho potuto guardare Avatar in lingua originale senza passare dal via. Poi perché lo schermo Imax, riempito per bene, casomai non l’avessi detto, fa una gran cazzo di figura. E poi perché il 3D, ripeto, funzionava. Chi ha visto Avatar in sala Energia all’Arcadia di Melzo si è perso molto rispetto a me? Certo: l’ha visto doppiato in italiano. Chi ha visto Avatar in 2D si è perso molto rispetto a chi l’ha visto in 3D? Beh, secondo me sì, perché comunque l’effetto “uah, figata!” è parte dell’esperienza. Però il film l’ho trovato molto valido a prescindere dagli occhialetti, di cui ti scordi dopo mezz’ora, quindi tutto sommato va bene lo stesso. Però, oh, eccheccazzo, su, un po’ di duepuntozero.

La foto in apertura ha molteplici significati. Per scoprirli tutti, cliccatevi sopra e analizzate quanto scritto sul foglio bianco. La carta di credito è la peggiore invenzione nella storia dell’umanità. È un’arma di distruzione di massa. Cazzo, sono stato via di casa neanche una settimana e ho speso una fortuna. Maledetti, maledetti tutti.

Review session, my love

La scorsa settimana, Sony ha organizzato un evento fantastico, multiforme e multicolore, nel cui contesto ha raggranellato 128 (centoventotto) persone in quel di Londra, per farci provare MAG, tutti assieme, in un fulgido boato di allegria. Dato che 128 giornalisti, presi magari da 128 riviste/editori diversi, non li trovi proprio sotto i sassi, s’è allargato il confino: assieme a noi della specializzata che ce la tiriamo tanto, c’erano blogger assortiti e pure un po’ di inquietanti rappresentanti della generalista. Nelle simpatiche intenzioni di Sony, doveva trattarsi di una review session.

Divaghiamo per spiegare cosa sia una review session: le review session (se lo scrivo ancora una volta vi autorizzo a tagliarmi il mignolo del piede sinistro) sono delle situazioni in cui si prendono i giornalisti e si dice loro: “Hai [X] ore per recensire il gioco. Te ne stai in questa stanza e lo fai. Te lo giochi un po’ come ti pare, eh, no problem”. Tipicamente, una review session (ahia!) è una situazione in cui – pur di vedere tutto il gioco dall’inizio alla fine – parti bello sparato a livello di difficoltà minimo e vai lanciato come un missile. Magari usi pure qualche cheat, se te lo danno. Poi, se c’è tempo, provi qualche pezzetto alzando il livello di difficoltà. Il multiplayer? Dai, su, fate i bravi. Ogni tanto si riesce anche a giocarlo, se le cose sono organizzate per bene, ma insomma, mica c’è sempre tempo. Al limite scrivi “questa recensione è basata sul single player, al multiplayer ci pensiamo quando abbiamo tempo”.

Le review session (ahia!) possono essere organizzate in modi diversi. C’è chi prende e ti trascina all’altro capo del mondo, per due o tre giorni, mettendoti sotto chiave e trattandoti a pane e acqua. C’è chi ti manda in giornata nella meravigliosa Londra, andata e ritorno. C’è chi ti dice: “Oh, abbiamo il gioco da provare qua nei nostri uffici di Gazzano Padoano Lambruschese al Cernuschello, vieni pure quando vuoi e per quanti giorni vuoi”. Questi ultimi, diciamocelo, son quelli un po’ più sensati. Anche se, insomma, la situazione non è comunque ideale.

Ma quali sono, i giochini del pleistescion che vengono recensiti in questo modo meraviglioso? Beh, gli esempi sono innumerevoli e multiformi. Vado a memoria, abbiate pietà. Ricordo, per esempio, che tanto tanto tempo fa mi capitò di trattare in questa barbara maniera il primo The Sims e Nox. Cioè, hai capito? The Sims recensito in un pomeriggio. Il primo, fra l’altro, quello che si approcciava senza ancora aver capito di che si trattasse. Ero un inesperto e spiantato freelancer agli inizi, avevo da campà. Lo so, non ho scuse. A mia discolpa posso dire che mai mai mai mai più in vita mia mi sono prestato a barbarie simili.

Altro? Un classico dei tempi moderni: Grand Theft Auto: San Andreas. Eh, sì, il gioco delle millemila ore passate in bicicletta e facendo palestra, Rockstar te lo faceva recensire in una opprimente giornata in quel di New York. Giusto perché è importante approfondire. Poi, vediamo, mi si corregga se sbaglio, ma credo sia andata in questo modo per Halo, Halo 2, Halo 3, ODST, Gears of War e Gears of War 2. E sì, lo so che non c’era bisogno di elencarli tutti, ma così ci ho messo i link ai miei post in cui parlo di alcuni fra quei giochi. Davvero, ci sono, basta passarci sopra col puntatore del mouse e ve ne accorgerete.

Di esempio molto recente potrei citare Call Of Duty: Modern Warfare 2. Di esempio meno recente potrei citare quel The Orange Box e la sua review session (ahia!), da cui qualcuno – non faccio nomi – uscì talmente rincoglionito da inventarsi che il gioco era doppiato in italiano e mettersi pure a commentare la qualità del doppiaggio. E no, non era doppiato in italiano. Esempi ce ne sono sicuramente millemila altri (Oblivion, se non ricordo male), ma insomma, ci siamo capiti.

È tutto ciò la norma? No, la norma è che ti mandino il gioco, sia esso in versione debug o definitiva, e te lo giochi un po’ come ti pare, per fare la recensione. Certo, poi magari te lo mandano una settimana prima dell’uscita, segnalandoti che il giorno dopo scade l’NDA e tutti potranno pubblicare l’articolo (quindi, insomma, eh, se non vuoi farti fregare dalla concorrenza e vuoi essere tempestivo, devi uscire quel giorno pure te). Dicendoti pure: “Oh, mi raccomando, giocalo bene e approfonditamente”. Capito, no? Hai un giorno di tempo, ma giocatelo bene e approfonditamente. Al che, uno che magari deve pure fare la videorecensione – e non è il mio caso – immagino pensi più che altro ad approfondire un dito al culo di chi gli ha scritto quel messaggio di amorevole simpatia.

Che poi, diciamocelo, è tutta una questione di fiducia. Come accade che i giochi da recensire siano pronti uno o due mesi prima dell’uscita, perché bisogna mandarli alle riviste da edicola, perché i tempi di pubblicazione sono quelli, ma per la gente che lavora sull’Internet non siano pronti fino a una settimana prima? Nomaguardatiassicuroproprioilgiocoancoranonesiste. Eccerto. Presumo, suppongo, immagino accada perché acca’ nisuno è fesso e se ti mando il gioco un mese prima a te che fai il blog sul web poi mi ti fai sfuggire le foto in anticipo e mi metti l’elenco degli achievement e finisce che mi spezzi l’embargo e mi recensisci il gioco due settimane prima. Insomma, siccome ci sono quattro furbe teste di cazzo nel globo che spezzano gli accordi e fanno quello che vogliono (stronzi che non siete altro, vi appendo tutti al muro), al solito, le conseguenze le pagano tutti gli altri.

Ok, mi ricompongo, andiamo avanti.

Qui di seguito avevo scritto tutta una slasagnata sui voti, le opinioni, il qualunquismo, la pubblicità, le pressioni e blablaba, ma la verità è che non c’entra nulla, quindi magari facciamo un’altra volta. Parliamo invece di MAG. La review session (ahia!) ha coinvolto 256 persone, fra Europa e Stati Uniti. Lunedì sera è scaduto l’NDA per pubblicare le recensioni. Recensioni basate su due ore di gioco, spalmate in un intero pomeriggio, provando il gioco un po’ a caso, senza organizzazione, senza poter usare davvero la comunicazione vocale, con le due partite finali che laggavano manco fossimo nel 1997. Ieri, su Metacritic c’era la skin pubblicitaria di MAG. E non c’era un voto. Perché non c’erano abbastanza recensioni. Solo tre (Destructoid, TheSixthAxis e Meristation). Basate sul nulla. E a me fa piacere che nessun altro abbia voluto basare una recensione sul nulla. Mi fa piacere che Soletta, in risposta alla mia mail in cui chiedevo che fare, abbia scritto: “Per me il problema non sussiste. Se non si può fare la recensione, non si fa”. Del resto, lui, quando va in Microsoft a provare Halo tutto il giorno a livello di difficoltà Scimunito, poi ci scrive un hands on, mica una recensione.

Oggi su Metacritic il voto c’è, perché le recensioni stanno cominciando a spuntare, ma perlomeno, oh, puoi dare a quest’altra gente quel minimo di fiducia e pensare che abbiano passato almeno un paio di giorni a giocare MAG senza tregua. Che, insomma, continua a sembrarmi poco, ma vai a sapere, io di ‘sti effepiesse non ci capisco nulla. Noto comunque con piacere che nessun sito italiano, perlomeno di quelli su cui poso gli occhi regolarmente, ha ancora pubblicato una recensione di MAG. Lampi di gioia scorrono nell’etere, mentre qualcuno parla di “Epic Fail” e “Soldi buttati ar cesso”.

Ah, ovvio: se si fosse trattato di un Call Of Duty: MAG e se in questi stessi giorni non fosse stato il momento di recensire un certo Mass Effect 2, immagino che ci sarebbero state molte più recensioni, sulla pagina di Metacritic, già lunedì sera. Ma insomma, oh, eh, uh.

Chiudiamo con una twitterata dell’altro giorno a firma Jeff Gerstmann. Ve lo ricordate? È quello che è stato cacciato da Gamespot perché aveva trattato male Kane & Lynch.
jeffgerstmann: Getting started with MAG tonight. Day-one patch sounds significant enough to make early reviews seem weird: http://bit.ly/5rbpep

Madonna quanto ho scritto. Almeno è interessante? Ah, io su MAG ho scritto un hands on. È molto brutto e sta qui. Qua, invece, c’è una tumblerata in cui ho aggiunto una considerazione su questo stesso argomento (le recensioni, non MAG).

Avatar

Avatar (USA, 2009)
di James Cameron
con Sam Worthington, Zoe Saldana, Sigourney Weaver, Stephen Lang

Di Avatar mi hanno ipnotizzato le orecchie. Il modo in cui si muovevano, avanti e indietro, e raccontavano le emozioni dei puffi giganti. Gli occhi, le bocche, le code, certo. La naturalezza dei movimenti e del comportamento, l’espressività, la capacità di comunicare un forte realismo emotivo, a prescindere poi dal fatto che ‘sti puffi giganti non dessero sempre l’idea del fotorealismo. Ma è nel complesso, che i puffi giganti funzionano, e lo fanno anche, o magari soprattutto, per i dettagli, per il peletto sulla lingua, per le orecchiette che scodinzolano. E perché sono scritti. E perché c’è un regista.

Mentre altri mettono in fila solo scene d’azione una dietro l’altra e mi annoiano a morte, Cameron racconta. Racconta personaggi, racconta mondi, racconta esperienze. Lo fa nella sua maniera straclassica, stranormale, straprevedibile, ma lo fa mettendoci lo stomaco. È uno stomaco regolare, lineare, il suo. Il cibo entra da sopra, si fa la sua bella centrifuga da un paio d’ore e poi esce da sotto, coi botti. Ma son botti che hanno un senso, una coerenza narrativa, un trasporto emotivo forte e irresistibile, perché esplodono in faccia a personaggi che ti hanno fatto interessare e affezionare, non a marionette di cui non potrebbe fregartene meno.

Io non lo capisco troppo, chi si lamenta perché – certo – ha amato l’affresco visivo – per carità – si è divertito – figurati, s’è pure emozionato – però, oh, si aspettava chissà cosa. Chissà cosa che? Su quali basi? Ma l’avete visto Titanic? Son quasi trent’anni che Cameron racconta storie semplicine sempliciò e fa innamorare generazioni di spettatori raccontandole bene come pochi altri. Certo, ogni tanto ci ha provato, a fare qualcosa di diverso, ma insomma, l’ha sempre detto pure lui che gli interessa far roba divertente. Che ti vuoi aspettare, di più?

Un filmone d’avventura che ti stupisce con il gusto della scoperta? Ce l’hai. Un mondo splendido, pensato e ragionato, scolpito nell’immaginario? Ce l’hai. La capacità di emozionare raccontando quattro cazzate? Ce l’hai. Un cattivo che buca lo schermo e fa il suo pur essendo, di fondo, tremendamente monocorde? Ce l’hai. Innovazione tecnologica? Ce l’hai. Capacità di raccontare e dire senza dover per forza spiegare didascalicamente tutto, perché ti bastano due movimenti di macchina e tre battute? Ce l’hai. Padronanza del mezzo cinematografico che ‘sti giovani d’oggi si sognano la notte svegliandosi tutti sudati? Ce l’hai. Oh, se ce l’hai. Un 3D che ti si scodella addosso per una ventina di minuti e poi praticamente nemmeno te ne accorgi più perché, nonostante qualche rametto e tre foglie, Cameron non ha bisogno di spararti roba in faccia ogni dieci secondi? Ce l’hai. Tanti momenti di cinema splendidamente riusciti, con quell’esplosione furiosa di gioia per un paraplegico che finalmente ritrova le sue gambe o la scena in cui si procura un uccello più grosso? Ce l’hai.

E sì, Avatar è narrativamente semplicino, stereotipato (o archetipico, come vi pare), prevedibile. E sì, gli umani cattivi capitanati dal militare Terminator da operetta super stronzo sono oltre il cartoon. Però mi colpisce quel che dice un bell’articolo di George Monbiot sul Guardian (ho letto la versione tradotta di Internazionale, l’originale sta a questo indirizzo qui ed è pure meglio, coi link alle fonti). Avatar racconta di quanto siano figli di puttana, egoisti, terrificanti, squallidi approfittatori interessati solo al loro tornaconto personale gli esseri umani. Lo dice in maniera semplice e diretta. Lo ricorda a tutti, senza rinunciare per questo ad essere il filmone d’avventura spettacolare e semplice di James Cameron.

Noi siamo quelli che cinquecento anni fa hanno spazzato via dal suolo americano qualcosa come cento milioni di persone, distruggendo completamente popoli e civiltà. Siamo quelli che quando serve schiavizzano, torturano, imprigionano in campi di concentramento e poi dimenticano, contestualizzano, beatificano. È completamente assurdo il personaggio del colonnello Quaritch? Sì. È particolarmente più assurdo di un un George Washington che ordina di distruggere case e terre degli irochesi, di un Thomas Jefferson che ordina di far proseguire la guerra fino a che tutte le tribù non saranno sterminate o cacciate oltre il Mississipi, di un Theodore Roosevelt che definisce il massacro di Sand Creek “a righteous and beneficial a deed as ever took place on the frontier”?

Cameron ci racconta di un futuro in cui finalmente, dopo essere stato calpestato, piegato e quasi spezzato, il selvaggio di turno riesce a tirarci in faccia le sassate che ci meritiamo. E ci rispedisce indietro, con la coda fra le gambe, verso un pianeta Terra (che presumibilmente abbiamo) ridotto ai minimi termini, non più in grado di tollerare la nostra sopravvivenza. Probabilmente condannati all’autodistruzione. Mentre i puffi giganti vivranno per sempre felici, contenti e in totale armonia USB 2.0 col loro pianeta. A me mi piace.

Michael Bay, messo di fronte a James Cameron, può fare solo e soltanto una cosa: staccargli dei gran soffoconi. Su tutta la linea. Anche se c’è in effetti un aspetto sul quale il primo è decisamente superiore al secondo: realizzare film di merda. Ciao e grazie.

Segreti di famiglia

Tetro (USA, 2009)
di Francis Ford Coppola
con Vincent Gallo, Maribel Verdú, Alden Ehrenreich

Mentre guardavo Segreti di famiglia, pensavo a Bastardi senza gloria. Due film che, pur avendo poco a che vedere l’uno con l’altro, hanno generato in me la stessa sensazione. La sensazione di stare osservando il lavoro di un regista che sa quel che fa e quel che deve fare con la macchina da presa. Che può anche dirigere una puttanata cosmica, ma lo fa in una maniera che comunque mi stampa un sorriso in faccia. I movimenti di macchina, il montaggio, la pura composizione dell’immagine, di cosa mettere qui, lì e là in fondo. Roba che fatta così bene, in questo modo fuori dalla grazia di Dio, non trovo quasi da nessun’altra parte.

Insomma, Coppola non se li inventa più, gli Apocalypse Now, però di sicuro non s’è scordato come fare il suo lavoro. In Segreti di famiglia ogni singola immagine è una bellissima fotografia, messa assieme come meglio non si potrebbe fare, dipinta in quello splendido bianco e nero digitale, che davvero ti mozza il fiato. Solo che non è una fotografia, perché gli ometti si muovono, gli animali zompettano, l’inquadratura si sposta. E come si sposta, mamma mia.

Poi c’è anche un racconto, che è il dramma famigliare di due fratelli ritrovati, del loro ripristinato contatto umano, dei segreti nascosti nel loro passato e tutti legati al tumultuoso rapporto con un padre impossibile. C’è molto di autobiografico, pare, ma nulla di realmente accaduto. “Nothing in it happened, but it’s all true”, dice Coppola, e noi ci fidiamo, perché Segreti di famiglia si racconta con una visceralità e un’intensità che te lo fanno diventare molto, molto sincero, nonostante quella patina d’esercizio di stile che lo ricopre renda il tutto un po’ asettico.

Il problema, se problema dev’essere, è proprio quello. La teatralità eccessiva, sbrodolata, ammorbante, che esplode senza più pudore nell’atto conclusivo e finisce per straniare completamente lo spettatore (o, perlomeno, questo spettatore qui che sta scrivendo). Il racconto svanisce un po’, e rimane solo una splendida messa in scena, che comunque t’ipnotizza e t’affascina, ma un pochino d’amaro in bocca, pure, te lo lascia. Ma ti lascia anche rinnovata fiducia in un autore che credevi perso. Hai detto niente.

Il film l’ho visto in lingua originale con sottotitoli in italiano al cinema Arcobaleno di Milano, nel contesto del sempre amabile ciclo Sound & Motion Pictures. Importanza di guardare questo film in lingua originale? Non saprei, dipende anche un po’ da come han gestito nel doppiaggio il continuo alternarsi di inglese e spagnolo. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Berlin – Black Rebel Motorcycle Club. Masticavo formiche.

La settimana a fumetti di giopep – 20/01/2010

Prima Settimana a fumetti del 2010, quella con nippospadaccini, belle gnocche, poeti dall’oltretomba e famiglie disfunzionali.

Bonelli
Lilith #3: Il fronte di pietra ***
Ho appena realizzato una cosa: questa maxiserie è composta da diciotto numeri, che stanno uscendo a cadenza semestrale. In sostanza, ci vorranno nove anni per leggerla tutta. No, dico, nove anni. Poi ci si lamenta di come vengono pubblicati i manga. Comunque, Il fronte di pietra prosegue nella tradizione dei fumetti realizzati da Enoch per Bonelli: buoni, validi, interessanti, con un bel lavoro sulla creazione di un mondo credibile, al solito estremamente ben disegnati e meno political-social-spaccapalle di quanto – ne sono sicuro – Enoch vorrebbe. Però, ecco, ho l’impressione che manchi un po’ di mordente, di identità, di potenza narrativa. Senza contare che quando leggo Enoch mi sembra sempre di leggere ogni volta la stessa storia, gli stessi piccoli stereotipi, gli stessi personaggi, le stesse trovate. Ma d’altra parte, una volta ogni sei mesi, che male potrà mai farmi?

Manga
Vagabond #45 ****
Tutti i manga di lunga durata, anche quelli più belli e intensi, hanno quel momento in cui sembrano dire “ok, ci siamo quasi, lo so io e lo sai tu, ma devo fartela pesare” e vanno avanti senza pietà a prepararti per un finale di quelli emozionanti e travolgenti. Quando i manga belli e intensi lo sono per davvero, il finale si rivela spettacolare. Quando i manga sono splendidi, anche questa fase attendista è talmente ben realizzata da non spaccare le palle. È così per Vagabond? Abbastanza. Di sicuro, a un certo punto vorrò rileggermelo tutto in fila.

Altro
Bottomless Belly Button *****
Bottomless Belly Button racconta di due anziani parenti prossimi al divorzio, che prima di metterci una pietra sopra vogliono godersi un’ultima riunione di famiglia, assieme ai tre figli (e relative appendici). O, meglio, racconta le persone che interpretano questa storia, spargendo pochi giorni di vita in oltre settecento pagine di splendido, emozionante, sperimentale, disgustoso, appassionante, erotico, intenso, esilarante fumetto. Dash Shaw è un meraviglioso narratore, che realizza bellissimi disegni brutti per mostrare bruttissima gente bella. Da leggere, assolutamente.

Pasolini ****
Un’intervista immaginaria condotta da Davide Toffolo che racconta se stesso alle prese con un sosia di Pasolini, o forse il suo spettro, mentre lo insegue fra i luoghi della sua vita, dandogli occasione di raccontarsi attraverso parole e scritti recuperati tramite un certosino lavoro di documentazione. Pasolini non racconta Pasolini per filo e per segno, non ne svela segreti nascosti, non mostra tutta la sua vita da un punto A a un punto B. Apre una finestra, offre uno scorcio su un uomo fondamentale della nostra storia recente. Un ottimo modo per ricordarselo, o magari scoprirlo per la prima volta.

Bottomless Belly Button me l’ha consigliato Miriam (link). Comprate (link) i suoi disegni (link) e rendetela una bambina felice e ricca. Ciao e grazie. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Porcelain – Moby. Sgranocchiavo torcetti.

BrütalCast

Outcast episodio trepuntocinque: una scoreggia da venti minuti o poco più. Sta qui.

Doveva essere una scemenzuola fatta tanto per fare e gestita con calma, abbiam dovuto organizzare tre sessioni di registrazione diverse causa fato avverso. In pratica, due settimane di sbattimenti per ventidue minuti di podcast. E ancora non ho capito se mi piace quel che è venuto fuori. Comunque il prossimo episodio, quello “serio”, è previsto per fine mese. Credo.

Pentacolo

Quinto episodio del Tentacolo Viola, in apertura di un 2010 carico d’amore per tutti. Ospite in studio: la torazina. Si parla di varie cose. Io mi ritaglio uno spazio per insultare Ray Muzyka (chiamandolo Greg, fra l’altro), raccontare Darksiders e Blue Toad Murder Files, dir due cose su Ben X e Pasolini (il fumetto). Lo trovate nel sito ufficiale, che potete raggiungere cliccando sulla parola “link”: link.

È lunedì, ma sono stranamente attivo. La settimana si preannuncia campale, inaugurarla ascoltando gli Editors forse non rappresenta il modo migliore per farsi forza. Pazienza.