Archivi tag: Dustin Hoffman

I ♥ Huckabees


I ♥ Huckabees (USA, 2004)
di David O.Russell
con Jason Schwartzman, Jude Law, Mark Wahlberg, Dustin Hoffman, Lily Tomlin, Naomi Watts, Isabelle Huppert

Albert Markovski è un personaggio un po’ strano, tanto interessante, molto poetico, un po’ tenero e un po’ patetico. Attivista in difesa della natura, vive un rapporto conflittuale con Brad Stand, ambizioso, arrivista, affascinante uomo d’affari con il quale ha commesso l’errore di mettersi a lavorare. Entrambi finiscono nelle mani di Bernard e Vivian Jaffe, una coppia di detective esistenziali, che si comportano in maniera tanto buffa e divertente, ma sotto sotto anche profonda e intelligente. E poi succedono un po’ di cose a caso, che coinvolgono un altro po’ di personaggi a caso.

Difficile raccontare l’intreccio di I ♥ Huckabees, forse impossibile, di sicuro inutile. Inutile, perché inutile è tale intreccio nell’economia di un film che è più che altro esercizio di stile vuoto e fine a se stesso. Attori che si parlano addosso sciorinando teoremi deliranti e filosofeggiando sul senso della vita. Insopportabili giochetti di regia e fotografia, buffe visioni sperimentali e trovate senza senso, poesia spicciola e colonna sonora di tendenza. Momenti comici a tratti anche molto riusciti e una performance, almeno una, di gran livello, quella di Mark Wahlberg, che dovunque lo metti è sempre spettacolare e puoi star certo che ti nobiliterà il film. Ma praticamente nient’altro, in due ore scarse sotto vuoto spinto, mosce, prive di emozioni e di guizzi. Il nulla, ogni tanto divertente, ma a tratti pure un po’ fastidioso.

Annunci

Vero come la finzione


Stranger Than Fiction (USA, 2006)
di Marc Forster
con Will Ferrell, Maggie Gyllenhaal, Dustin Hoffman, Emma Thompson, Queen Latifah

Harold Crick è un uomo triste e solitario, che vive una mediocre esistenza da agente delle tasse, fissato coi numeri, adagiato sulle sue monotone abitudini. Una mattina, mentre si lava i denti, sente una voce di donna nella sua testa. Una voce che non parla con lui, ma parla di lui. La sua voce narrante, che racconta della sua vita, dei suoi incontri, dei suoi sentimenti. E della sua imminente morte. La voce è quella di Kay Eiffel, una famosa scrittrice che sta cercando di ultimare il suo nuovo romanzo e che non sa di stare decidendo, con la sua macchina da scrivere, della vita di un uomo.

Da queste intriganti premesse, Marc Forster trae una deliziosa commedia agrodolce, romantica e sognante, graziata da attori meravigliosi e da un Will Ferrell che – udite udite – tiene la scena anche meglio di quando fa lo scemo urlando tutto il tempo. La sceneggiatura, firmata da un pressoché esordiente di nome Zach Helm, parte da un’idea divertente e affascinante che, oltre a raccontare una bella storia, propone temi di peso. Forse non vi affonda i denti più di tanto, ma offre comunque l’occasione di riflettere sul libero arbitrio e sul senso di responsabilità.

Ma soprattutto Stranger than Fiction (traduzione letterale, proprio) è un bel film. Curato nei dettagli, nelle piccole cose, nelle belle scenografie e nelle invenzioni visive, originali ed efficaci, mai ostentate o invadenti. È un film fatto di dialoghi e caratteri, di bravi interpreti e di belle atmosfere. Pacato e adorabile, dolce, magico e commovente. Ce ne fossero!

Tutti gli uomini del presidente

All the President’s Men (USA, 1976)
di Alan J. Pakula
con Robert Redford, Dustin Hoffman, Jason Robards, Jack Warden, Martin Balsam, Hal Holbrook

Visto trent’anni dopo, pare talmente ovvio da essere banale, Tutti gli uomini del presidente perde gran parte della carica emotiva legata a ciò che racconta, anche se in tempi di intercettazioni telefoniche e stallieri mafiosi non è che sembri proprio meno attuale di allora. Sta di fatto che, francamente, le vicende nixoniane mi appaiono un po’ troppo fuori dal tempo per risultarmi coinvolgenti. Ben più interessante, e del resto fondamentale nel tessuto narrativo del film, è invece l’indagine sui metodi investigativi e sui meccanismi in base ai quali funziona un certo tipo di giornalismo.

Pakula non spettacolarizza e non romanza, perlomeno non in maniera aperta, ma si limita a mostrare con taglio quasi documentaristico il lavoro di Bob Woodward e Carl Bernstein. Non racconta due uomini, non approfondisce le loro storie personali, pensa piuttosto a descriverne il lavoro in maniera accurata, sottolineandone la ripetitività e puntando il dito sulla tenacia e sul coraggio che a volte richiede.

Il risultato è un film che vive grazie alle sue performance. Lo splendido cast di attori, tutti perfettamente azzeccati, il gran lavoro del regista nel costruire inquadrature ricche di simbolismi, il montaggio ad arte, tutto contribuisce nel dare un ritmo sostenuto a un materiale narrativo che, a conti fatti, di ritmo proprio non ne ha. E ne esce un gran film, coinvolgente e stimolante, oltre che incredibilmente asciutto nella sua totale assenza di manierismo.

A margine, inevitabile riflettere sul fatto che oggi, con la legge sulla tutela della privacy sempre pronta per essere estratta di fronte a qualsiasi domanda inopportuna, dev’essere ancora più una rottura di coglioni condurre inchieste del genere. Sempre che ancora qualcuno lo faccia.