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Stranger Things 3

È cosa abbastanza nota che Stranger Things sia nato come progetto “contenuto” e si sia deciso in corsa di cambiare alcuni aspetti chiave, un po’ per accompagnare la scelta di proseguire e un po’ per andare dietro a quel che funzionava. Eleven non poteva morire come da piano iniziale, perché senza Eleven non esiste Stranger Things, e Steve non poteva morire come da piano iniziale, perché il potenziale del personaggio s’era imbizzarrito e troppo ci si poteva fare. Incidentalmente o forse no, da lì sono nati alcuni fra i colpi da maestro della serie, a cominciare proprio dall’evoluzione di Steve, fra le cose migliori di seconda e terza stagione senza se e senza ma. E dall’essere andati avanti nasce inevitabilmente anche quello che è il tema principale del terzo anno, il modo in cui la vita cambia e ti cambia, la resistenza alle mutazioni – fisiche, spirituali, esistenziali, carnali, naturali, forzate – l’andare avanti sempre e comunque, perché altro non si può fare.

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Stranger Things 2

L’aspetto forse più interessante di Stranger Things 2, almeno per come la vedo io, sta nel fatto che ha offerto ai Duffer l’occasione di raccontare quel che nei film a cui si sono ispirati non abbiamo mai visto, per ovvi motivi. Cosa accade, dopo? Dopo il finale, dopo l’epilogo che chiude i fili narrativi, dopo che si è conclusa l’avventura, si è risolto l’evento traumatico, si è tornati alla vita di tutti i giorni, ma prima che esploda la nuova avventura raccontata nel secondo film, come si vive? Lo vediamo qui, soprattutto nelle prime puntate, che dilatano i tempi introduttivi del classico seguito proprio dando spazio al ritorno alla normalità, più riuscito per alcuni invece che per altri. E la risposta, per quegli alcuni, è che non si vive benissimo, e non solo perché l’avventura non si è del tutto conclusa e ci sono ancora (più) strane creature che gironzolano fra questo mondo e quell’altro. Il tratto più affascinante, per quanto certo limitato nell’approfondimento, di come vengono caratterizzati i protagonisti in questo secondo anno della serie  Netflix sta, se vogliamo, nello stress post traumatico che ti ritrovi addosso dopo essere sopravvissuto a un demogorgone del sottosopra.

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Shut In

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Shut In è basato su una sceneggiatura dell’esordiente Christina Hodson, che se ne stava bella placida nella famigerata Black List hollywoodiana dal 2012. La sceneggiatura, non la Hodson. Il film racconta di una psicologa specializzata in giovincelli che, a seguito di un incidente stradale, si ritrova improvvisamente vedova e con figliastro paralizzato a carico. In più, per maggiore praticità, vive in una casetta semi-isolata nel bosco che, in caso di nevicate forti, finisce quasi tagliata fuori dal resto del mondo. Vogliamo aggiungerci che, a seguito di un altro paio di eventi abbastanza equivoci, inizia a dormire malissimo, viene perseguitata da sogni ambigui e, agevolata dai rumori angoscianti che ogni abitazione di quel tipo emette, teme di avere un fantasma in casa? Aggiungiamocelo e otteniamo, bene o male, quello che Shut In propone e promette.

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