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Baby Driver – Il genio della fuga

E dopo Valerian ieri, anche oggi sono qui a scrivere di un progetto a lungo sognato, immaginato tanti anni fa e portato finalmente sul grande schermo da un Edgar Wright alla sua prima esperienza completamente “solitaria” da sceneggiatore e regista. Baby Driver è un film d’azione e inseguimenti (per lo più in auto, uno a piedi), che reinterpreta questo filone sotto forma di musical, sposando azione e ritmo in maniera fortissima e costruendo quasi ogni singola sequenza come se fosse un balletto. Il protagonista, Baby, ha trascorso buona parte della sua vita con gli auricolari sparati nelle orecchie per ammortizzare un problema all’udito (ma, occhio, legge le labbra), se ne va in giro con l’iPod vecchio un po’ stile Peter Quill perché glie l’ha regalato la mamma ed esprime forte disagio nelle interazioni sociali. Ha però questa cosa di essere una cintura nera del volante che si ritrova a fare l’autista da rapina e quindi la sua è una storia a base di colpi, azione, inevitabile bella cameriera del diner e un po’ tutto quel che ci si aspetta da un film che omaggia e riverisce i classici cercando di aggiornarli ai tempi nostri.

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Ant-Man

Ant-Man (USA, 2015)
di Peyton Reed
con Paul Rudd, Michael Douglas, Evangeline Lilly, Corey Stoll, Michael Peña

Ant-Man è arrivato nei cinema con addosso la rogna derivata dall’essere un po’ antipatico, sfigatello, certo non portatore sano di grandi aspettative. Era il progetto figlio dell’amore di Edgar Wright, quello che i Marvel Studios avevano tenuto fermo per quasi un decennio (privandosi per altro della possibilità di utilizzare altrove un personaggio importante delle loro storie a fumetti), perché ci tenevano a permettergli di realizzarlo e che nonostante questo, arrivati al dunque, era andato in vacca, con Wright e il suo amichetto Joe Cornish che mollavano la produzione per differenze creative e Paul Rudd e Adam McKay subentrati a rielaborarne la sceneggiatura. Ed era anche il film in cui gli stessi Studios non sembravano credere fino in fondo, fra il budget relativamente ridotto e l’assenza di un seguito nel piano quinquennale di dominazione del mondo annunciato tempo fa. Certo, è vero anche che annunciare un secondo episodio senza aver visto i risultati del primo sarebbe stato un po’ fuori dalle solite pratiche dei Marvel Studios, figuriamoci per un progetto apparentemente storto e basato su un personaggio che, per quanto importante nell’universo fumettistico, obiettivamente “là fuori” conoscevano in pochi. E poi, via, l’uomo formica, fa ridere, su. E quindi? Disastro? Eh, no.

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Shaun of the Dead


Shaun of the Dead (GB, 2004)
di Edgar Wright
con Simon Pegg, Nick Frost, Kate Ashfield

Shaun of the Dead (no, non ce la faccio a usare quel brutto brutto brutto titolo italiano) è un raro caso di riuscitissima parodia in grado di essere allo stesso tempo divertente presa in giro di un genere e ottima rappresentante dello stesso. Racconta di Ed e Shaun, due squallidi perdenti, vittime della loro strafottente nullafacenza e della loro ignorante puerilità. Vivacchiano, si sbronzano, trattano male chi sta loro attorno e si beano della loro misera esistenza. E si ritrovano nel bel mezzo di un invasione di morti viventi.

Chiaramente affrontano la questione alla loro maniera e generano un’incredibile alternarsi di momenti comici e passaggi dal reale gusto horror. Ed è proprio in questo che, nonostante la svolta iperdrammatica del finale possa apparire un po’ forzata, il film di Edgar Wright dà il suo meglio. Nel non tradire il genere di riferimento, seguendone le regole, sfruttandone gli stereotipi e raccontandone l’inevitabile crescendo di panico. Non c’è speranza, non ci sarà mai, perché sono troppi, sono dappertutto e sono inarrestabili. Piano piano tutto scivola verso il caos, verso banchetti su corpi straziati e persone pronte ad uccidersi a vicenda per sopravvivere.

Nel frattempo, però, si prende per il culo il coinquilino insopportabile, ci si rifugia in un pub (perché se gli americani scappano nel centro commerciale, i britannici non possono che scappare in un pub), si tentano strategie assurde e inqualificabili per farla franca e si prova a sopravvivere ammazzando di risate lo spettatore. Il bello di Shaun of the Dead è che è un film serio con dei protagonisti da sit-com. Credibili pur nella loro assurdità, tremendamente divertenti nei rapporti fra di loro, ancor più tragicamente inadeguati alla sopravvivenza dei classici protagonisti da film horror quando le cose si fanno serie.

Ben scritto, recitato e sorprendentemente ben diretto, imperdibile per qualsiasi appassionato, immagino piacevole e divertente anche per chiunque altro. E, ne sono certo, preziosissima fonte d’ispirazione per gli sviluppatori di Dead Rising. Insomma, per più di un motivo, Shaun of the Dead (L’alba – sigh – dei morti dementi) è un film da amare, senza riserve.