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American Horror Story: Hotel

Il problema principale di American Horror Story, per come la vedo io, è in una fra le sue caratteristiche migliori, vale a dire la natura da serie antologica. Il fatto di raccontare ogni anno storie diverse, mentre allo stesso tempo si gioca con i ritorni e la ciclicità, determina gran parte del suo fascino e del suo divertimento, ma va anche a sottolineare in maniera brutale quanto, mano a mano, la formula abbia iniziato a diventare stanca e, forse, eccessivamente riciclata nella sua struttura. Mi pare di capire che con l’ultima Roanoke si sia provato a cambiare un po’ le carte in tavola, ma io seguo la faccenda con estrema calma e quindi sto ancora a chiacchierare della stagione precedente. Una stagione che mi ha abbastanza divertito, che ha come al solito due o tre episodi fenomenali (su tutti, ancora una volta, spicca quello di Halloween) e in cui molti degli attori hanno dato spettacolo. Ma anche una stagione in cui, appunto, la formula ha ormai il sapore dello stantio, il tema di turno (il vampirismo) è trattato in maniera non poi così interessante e abbiamo perso Jessicona Lange in favore di una Lady Gaga che, boh, non è un disastro, ma il Golden Globe se non bestemmio guarda.

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United 93

United 93 (USA/Francia/UK, 2006)
di Paul Greengrass
con Christian Clemenson, Trish Gates, Polly Adams, Cheyenne Jackson, Khalid Abdalla, Lewis Alsamari, Omar Berdouni, Jamie Harding

A quasi cinque anni di distanza, Hollywood sdogana definitivamente l’Undici Settembre 2001, fino ad oggi accennato, sfiorato, omaggiato, ma mai raccontato nel dettaglio. E se per l’apologia moralista e retorica sulle (dis)avventure di chi è eroicamente morto nel crollo del World Trade Center dovremo attendere il Festival di Venezia (Oliver Stone, facci sognare), intanto ci gustiamo “L’aereo che ha mancato il bersaglio – Una storia vera”.

Ma è vera per davvero? Non lo so, ma del resto non credo sia particolarmente importante, nel giudicare un film che, comunque, rifugge nella maniera più assoluta la possibilità che l’aereo sia stato abbattuto dall’aviazione americana. Sono stati i passeggeri a ribellarsi, nella speranza di potersi salvare il culo in qualche modo, ma anche nel desiderio di non finire vittime di un attentato suicida.

Questo sostiene e racconta Paul Greengrass, con uno stile che non concede nulla allo spettacolo e alla facile commozione. Il costante utilizzo della camera a spalla trova qui una sua precisa dimensione, forse molto più che nel precedente The Bourne Supremacy, e rende quanto mai vivi e realistici gli eventi narrati. Ma il gesto dei passeggeri del volo UA93 ruba la scena solo nell’atto finale.

Per oltre metà del film, infatti, Greengrass si preoccupa di porre le basi per quello che sarà il culmine della vicenda. E racconta gli avvenimenti vagando per i corridoi delle torri di controllo, mettendo al centro dell’azione computer e monitor, ponendosi e ponendo lo spettatore sullo stesso piano di una persona qualunque, sia essa un addetto al radar o un passeggero dell’aereo.

E così United 93 non osserva la tragedia del World Trade Center in primo piano, ma la segue su un monitor. Sorveglia un aereo che non risponde alle chiamate e poi scompare nel cielo di Manhattan. Ascolta la diceria secondo cui un velivolo non precisato sarebbe finito contro una delle Due Torri. Vede al telegiornale il fumo che esce dal palazzo. Rapisce e stordisce con quella splendida immagine dei controllori poco fuori Manhattan che vedono il secondo aereo arrivare dall’alto e finire dritto contro la seconda torre.

Non racconta le storie e le vite dei passeggeri. Non crea personaggi a cui far affezionare lo spettatore o improbabili eroi per cui tifare. Non svela retroscena intriganti su come pare si sia svolta la vicenda. Sa esattamente quello che avremmo saputo noi, se fossimo stati passeggeri di quell’aereo.

E improvvisamente ci si ritrova trascinati di peso in quella giornata assurda, in cui un film hollywoodiano prese vita. Ed è talmente folle che poi, quando i passeggeri del volo 93 provano a salvarsi la pelle, per un attimo diventa ovvio: da qualche parte, fra di loro, c’è sicuramente Steven Seagal, pronto a salvare tutti. E invece non c’è.