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John Wick – Capitolo 2

Il primo John Wick era una bomba di film che per qualche motivo al cinema mi era piaciuto, ma con moderato disappunto su alcuni aspetti, ma oggi a ripensarci mi piglio a schiaffi, soprattutto alla luce del fatto che quando me lo sono rivisto in aereo durante il viaggio verso la GDC l’ho adorato, mi sono gasato a livello di bava alla bocca e volevo alzarmi e mettermi a fare “pum pum” con le dita saltando tra le file e i carrellini del pranzo. Magari è anche una questione di aspettative e di riguardarlo a mente serena anni dopo, vai a sapere. Al di là del mio rapporto conflittuale con il film, comunque, John Wick è una roba a cui è corretto e necessario voler bene per un motivo specifico: è diventato un successo di culto, ha scatenato la fotta in un sacco di gente per cui “film d’azione” = “film d’azione occidentale” e ha fatto capire a tanti quanto possa essere bello vedere dell’azione girata in maniera chiara, ampia, comprensibile, con piani sequenza e attori/stuntman che si sbattono a fare cose senza l’ausilio del montaggio frenetico e magari anche con litri di sangue lanciati in ogni direzione. Pare poco, ma intanto la coppia di registi, oltre a proseguire il lavoro da seconde unità/stunt (tipo su Captain America: Civil War) si è scissa, con Chad Stahelski che ha diretto il secondo John Wick e pare che ora debba occuparsi di Highlander e David Leitch che ha fatto tirar ceffoni in piano sequenza a Charlize Theron in Atomica Bionda e ha ora per le mani Deadpool 2. Insomma, l’azione girata in maniera cristiana potrebbe essere in procinto di uscire dal circoletto di amici e fare la voce grossa anche quando sullo schermo non c’è necessariamente gente che sa fare tripli calci volanti. Non sarebbe bellissimo? Sarebbe bellissimo, o quantomeno sarebbe più bello rispetto a una situazione in cui la principale stella dell’action mondiale è un sessantenne che magari sarebbe anche in grado di fare cose, ma non lo sappiamo perché tanto è tutto montaggio e macchina da presa traballante. OK, ho finito con lo sproloquio, ci vediamo dopo il trailer della bionda che mena e spara.

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Romanzo criminale

Romanzo Criminale (Italia/Francia/UK, 2005)
di Michele Placido
con Pierfrancesco Favino, Kim Rossi Stuart, Claudio Santamaria, Stefano Accorsi, Anna Mouglalis, Riccardo Scamarcio, Gianmarco Tognazzi

La famigerata banda della Magliana (dal nome del quartiere di cui sono originari buona parte dei membri) nasce verso la fine degli anni Settanta e opera per tutto il decennio successivo. Nel corso della sua attività, viene caratterizzata da forti legami con altre organizzazioni criminali, esponenti politici, e varie branche del governo. Legami che li portano ad essere coinvolti con avvenimenti come l’omicidio di Aldo Moro, la strage alla stazione di Bologna, l’attentato a Papa Giovanni Paolo II. Sulla storia di questa banda si è basato prima Giancarlo De Cataldo per il suo Romanzo Criminale e poi Michele Placido per il suo adattamento cinematografico.

Il Romanzo Criminale di Placido è un’operazione importante, positiva, perché simbolo di uno sforzo produttivo non molto comune nel cinema italiano moderno. Un film di genere, realizzato con grandi mezzi e grandi nomi, mettendo assieme un cast che racchiuda tutte le “stelline” del nostro cinema attuale e girando un film realmente popolare nella concezione e nello spirito. Il problema è che si tratta anche di un film mediocre.

Mediocre nella regia di un Placido che, volontariamente o meno, si aggiunge alla schiera dei fratelli scemi di Martin Scorsese (gruppone del quale fa parte anche lo Scorsese recente, ci mancherebbe). A metà fra il gretto cinismo di Quei bravi ragazzi e l’intensità di Casinò, Romanzo Criminale non va proprio da nessuna parte. Mira chiaramente a coinvolgere e commuovere, ma non ci riesce, non smuove le budella, non colpisce il bersaglio e anzi va fuori giri proprio quando tenta di spingere sul pedale del melodramma, per esempio con quella impacciata apertura e chiusura sulla banda di ragazzini.

Placido svolge il suo buon lavoro da onesto mestierante, ma non riesce a dare al film una propria identità, scivola fra un registo e l’altro, inciampa maldestramente nel tentativo di fondere romanzo e realtà, fatica a tenere in mano il racconto e non perde il controllo della situazione solo grazie alla bravura di alcuni attori. Alcuni, ma non tutti, comunque, perché se Favino e Rossi Stuart sono davvero ottimi, Accorsi – pur fisicamente adatto al ruolo – è come al solito inascoltabile. E con lui il doppiaggio della Mouglalis, fuori posto come di rado accade.

Nel guardare Romanzo Criminale, poi, il pensiero vola spontaneo verso La meglio gioventù, opera infinitamente più riuscita nel tentativo di amalgamare vicende fittizie e fatti di cronaca, ma altrettanto frustrata dalla dipartita in corsa del personaggio (e attore) più carismatico. Lì scatta lo spartiacque e inizia il crollo. La differenza è che comunque il film di Giordana è televisione dal forte respiro cinematografico, mentre quello di Placido è cinema tremendamente televisivo.

Cannes 2007

Edizione in formato estremamente ridotto per gli Addams, complici il fatto che potevamo frequentare solo gli spettacoli serali, l’improvvida scelta di andare all’Heineken Jammin’ Festival e lo scazzo che mi ha portato a pisciare gli spettacoli pomeridiani anche di domenica. Comunque, questi sono gli otto film che ho visto:

Concorso
4 mesi, 3 settimane e 2 giorni (4 luni, 3 saptamani si 2 zile) (Romania)
di Cristian Mungiu
con Laura Vasiliu, Anamaria Marinca, Vlad Ivanov, Alexandru Potoceanu
Palma d’oro

4 mesi, 3 settimane e 2 giorni è il primo episodio del progetto Ricordi dell’età dell’oro, che mira a raccontare il comunismo in Romania tramite le (più o meno) leggende urbane e le persone comuni che le vivevano da protagonisti. In questo caso si parla di aborto clandestino, e lo si fa con un taglio estremamente verace, terra terra, tutto puntato alla visione in prima persona della protagonista (la compagna di stanza di una ragazza che si sottopone ad aborto). Mungiu segue il personaggio “selezionato” e ci racconta una storia cruda, crudele, angosciante, dal suo solo punto di vista. Lo spettatore si trova così a seguirla nella sua triste e insopportabile giornata, vivendo con lei l’angoscia di non sapere cosa succede alla sua amica. Il film è ben raccontato, soprattutto grazie a dialoghi molto credibili nella loro sciatta banalità, ma – esattamente come il cinema dei Dardenne a cui molti l’han paragonato – non è proprio il mio genere. Detto questo, vado forse un po’ controcorrente, ma dico che preferisco di gran lunga questo a L’enfant (Palma d’oro a Cannes 2005).

Un Certain Régard
Il viaggio del palloncino rosso (Le voyage du ballon rouge) (Francia/Taiwan)
di Hou Hsiao Haien
con Juliette Binoche, Simon Iteanu, Fang Song

Ok, lo ammetto, ho capito come buttava nel giro di dieci minuti, ho appoggiato la testa sulla spalla della Rumi e mi sono addormentato. Quando ho riaperto gli occhi era passata quasi un’ora, eppure nel film doveva ancora succedere qualcosa. Non ci posso fare niente, a me non interessa guardare due ore di gente che si fa i cazzi suoi, in casa, senza che accada non dico qualcosa di interessante, ma anche solo qualcosa. E Juliette Binoche non sta invecchiando bene. Eppure ‘sto film su imdb ha già una media bella alta (certo, su nemmeno venti votanti). Bah…

Quinzaine des Réalisateurs
Smiley Face (USA)
di Gregg Araki
con Anna Faris, Danny Masterson, Adam Brody

Tre anni dopo lo splendido Mysterious Skin, Gregg Araki torna alla ribalta con un filmetto divertente, una scemenzuola che racconta la giornata di una ragazza fatta, strafatta e fattissima e le mille disavventure che le possono capitare se, per sbaglio, finisce per essere mostruosamente più fatta del solito. La mano di Araki c’è, nell’uso dei colori, nella capacità di mettere assieme immagini evocative anche mentre racconta una fesseria del genere, ma il film è davvero poco più che un divertissement. Esilarante per una buona mezzora, alla lunga mostra un po’ la corda, anche se fino all’ultimo secondo riesce a tirare fuori qualche trovata davvero gustosa. E, mi dicono, sotto certi aspetti è davvero realistico.

Concorso
Lo scafandro e il papillon (Le scaphandre et le papillon) (Francia/USA)
di Julian Schnabel
con Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner
Premio per la miglior regia

Sette anni dopo l’interessante Prima che sia notte (Venezia 2000), Schnabel ritorna con una bella prova di regia, davvero giustamente premiata. Lo scafandro e il papillon racconta della malattia di Jean-Dominique Bauby, editor di successo della rivista francese Elle, che a quarantacinque anni subisce gli effetti di un improvviso e devastante attacco, capace di punirlo con una paralisi quasi totale. Da quel giorno in poi, Bauby potrà muovere solo l’occhio sinistro, che imparerà a usare per comunicare col mondo e, addirittura, scrivere un libro che racconti la sua esperienza (e da cui è tratto il film). Schnabel racconta una discreta fetta di storia in prima persona, mostrandoci gli eventi tramite lo sguardo del protagonista, con un risultato straniante, certo imperfetto per i limiti del mezzo, ma incredibilmente efficace. E anche nel momento in cui decide di abbandonare l’esercizio di stile, confeziona un film notevole per asciuttezza, coinvolgimento, capacità di colpire dritto al bersaglio senza scivolare nel patetismo.

Concorso
We Own the Night (USA)
di James Gray
con Joaquin Phoenix, Mark Wahlberg, Eva Mendes, Robert Duvall

James Gray “nasce” registicamente nel 1994 con Little Odessa, un film sulla mafia russa che non ho mai visto, ma che ricordo molto celebrato. Passano sei anni e dirige The Yards, con Mark Wahlberg e Joaquin Phoenix, anche quello mai visto dal sottoscritto. Passano altri sei anni (facciamo sette) e dirige un film sulla mafia russa con Mark Wahlberg e Joaquin Phoenix. Un regista versatile, attivissimo e pieno di idee, insomma. Comunque, We Own the Night sembra un film scritto dal fratello scemo di Martin Scorsese (un po’ come gli ultimi di Martin Scorsese) e diretto dal cugino stordito di Martin Scorsese (e questo, via, non si può proprio dire neanche degli ultimi, di Martin Scorsese). Un’epica (ma dove?), commovente (ma quando?), emozionante (certo, come no) e avvincente (ma per favore) storia di mafia, polizia, infiltrati, tradimenti, controtradimenti, amori, droga, amicizie, famiglia. Una regia a tratti imbarazzante e a tratti, per esempio con l’inseguimento in macchina, inspiegabilmente splendida. E nient’altro, al di là di Joaquin Phoenix che infila la mano nelle mutande di Eva Mendes.

Concorso
Persépolis (Francia)
di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud
con le voci di Chiara Mastroianni, Catherine Deneuve, Danielle Darrieux, Simon Abkarian
Premio della giuria

Tratto dallo splendido e omonimo fumetto, Persépolis racconta in prima persona la vita dell’autrice Marjane Satrapi, divisa fra Francia e Iran, desideri e speranze da adolescente qualunque e difficile realtà della vita in un paese in guerra, affetto per la propria famiglia e ricerca dell’amore. Un racconto delizioso, ironico, graffiante, molto fantasioso e allo stesso tempo tremendamente ancorato alla realtà. L’edizione animata è fedelissima al fumetto per tratto, atmosfere e spirito, pur concedendo ovviamente qualcosa sul piano narrativo nel passaggio dalle centinaia di pagine alla novantina di minuti.

Un Certain Régard
Mio fratello è figlio unico (Italia)
di Daniele Luchetti
con Elio Germano, Riccardo Scamarcio, Diane Fleri

Di Luchetti in passato ho visto solo La scuola e, dopo una dozzina d’anni, devo dire che ne conservo ancora un buon ricordo. Così come penso conserverò un buon ricordo di questo ennesimo racconto di formazione, che esplora la vita di un ragazzo tirato dentro il caos ideologico, politico, sociale degli anni sessanta e settanta. Il rapporto col fratello attivista di sinistra e con la famiglia tutta, la scoperta dell’amore, l’indecisione ideologica e tutti i soliti argomenti trattati da questo genere di film. Nulla di nuovo e, soprattutto, nulla di particolarmente coraggioso, senza particolari idee o prese di posizione. Ma un film piacevole, divertente, che scorre via e merita la visione anche solo per le belle prove di Angela Finocchiaro e di uno strepitoso Elio Germano (che, diciamocelo, caga in testa al pur efficace Scamarcio).

Concorso
Paranoid Park (Francia/USA)
di Gus Van Sant
con Gabe Nevins, Daniel Liu, Taylor Momsen
Premio speciale per il 60° anniversario a Gus Van Sant

Gus Van Sant, c’è poco da fare, non è proprio nelle mie corde. E la cosa è tanto più evidente se penso che l’unico suo film (dei pochi che ho visto, va detto) ad avermi davvero soddisfatto è Good Will Hunting, quello probabilmente meno “suo” e più marchettaro. Comunque, con Paranoid Park siamo anni luce sopra a quella roba insopportabile di Last Days, vista sempre a Cannes due anni fa. Perlomeno c’è un personaggio con un minimo accenno di spessore, c’è una vicenda vagamente interessante, ci sono delle trovate di regia che sembrano avere senso. Epperò c’è anche la solita, insopportabile, sensazione che se ne potesse tirar fuori un mediometraggio, invece di un’ora e mezza che pesa come quattro. E poi, c’era davvero bisogno di menarsela con l’ennesimo film dalla scansione temporale scombinata, per raccontare di questo ragazzino sminchiato e sminchiatello, primattore in una tragedia da bassa periferia americana? No, perché cosa sia realmente accaduto lo si capisce dopo cinque minuti, e a quel punto il racconto incasinato serve solo a rompere i coglioni.

Tre metri sopra il cielo


Tre metri sopra il cielo (Italia, 2004)
di
Luca Lucini
con Riccardo Scamarcio, Katy Louise Sanders, Maria Chiara Augenti, Mauro Meconi

Il mondo è bello perché è vario. Google mi racconta che le bimbe innamorate di questo film vedono nel personaggio interpretato da Scamarcio una sorta di eroe dannato. Io ci vedo un povero stronzo, che va in giro a rubacchiare, pestare la gente e impartire lezioni di vita, schivando qualsiasi punizione e tornando a casa, dove il babbo e il fratello staccano assegni e alla fin fine gli dan pure ragione, se ammazza di botte quello che gli si tromba la mamma zoccola.

Step, che bel nomignolo, si innamora a prima vista di una bella figliola e passa quasi tutto il film a spupazzarsela, senza peraltro scambiarci mai più di due parole. Del resto, considerando la personalità sotto vuoto spinto della sua dolce metà, non stupisce che voglia limitarsi al minimo indispensabile. Altrimenti rischia di scoprire che si è messo assieme a una bambola gonfiabile, mentre la sceneggiatura da drammone adolescenziale prevede che sia il suo criminale stile di vita, a mettere in crisi il rapporto di coppia.

Una colonna sonora che alterna bei momenti a chicche italiche da mani nei capelli (Sere nere, mica cazzi) e un DJ – purtroppo vero – che sciorina perle di saggezza pronte per essere trascritte nei diari di sognanti ninfette fanno tutto il possibile per rendere Tre metri sopra il cielo totalmente insopportabile. E dove non arrivano loro, ci si mette una sceneggiatura che divide i personaggi in grupponi di macchiette monocorde: da una parte gli stronzi (adolescenti o adulti, cambia poco), dall’altra i simpatici ragazzi, in mezzo gli adulti accettabili, che sono un po’ coglioni, ma in fondo son bravi.

Eppure, sarà che le aspettative si piazzavano abbondantemente sotto lo zero, ho comunque trovato un film capace di raccontarsi con leggerezza, di mettere in scena personaggi capaci di parlare senza il bisogno di fare la morale o di esibirsi in mucciniani “VAFFANCULO CAZZO PUTTANA TROIA MERDA PERCHÉ DEVI CAPIRE MI DEVI ASCOLTARE ASCOLTAMI CAZZO VAFFANCULO PUTTANA TROIA MERDA PERCHÉ CAZZO VAFFANCULO CAZZO PUTTANA TROIA“. Una fiabetta piacevole, del tutto innocua, quasi ben confezionata, con un bravo attore protagonista e addirittura qualche passaggio divertente. S’è visto di peggio, tutto sommato.