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Fear the Walking Dead – Stagione 2

La seconda stagione di Fear The Walking Dead era, teoricamente, quella in cui la serie avrebbe dovuto prendere il largo e decollare definitivamente all’insegna di una sua identità, che le permettesse di non limitarsi allo status di fotocopia della serie principale. Ora, al di là delle BATTUTONE legate al prendere il largo per una serie che trascorre una certa fetta di episodi mostrandoci i suoi protagonisti su uno yacht, diciamo che il risultato è stato raggiunto solo in parte. Da un lato, senza dubbio, l’ambientazione marittima prima, messicana poi, ha dato alle vicende un taglio abbastanza diverso da quelle di Rick Grimes e compagni, in aggiunta alla scelta di concentrare il racconto sulla storia di una vera famiglia, per quanto disfunzionale, che paga già dalla prima stagione. Dall’altro, in queste quindici puntate si ritrovano bene o male temi, pregi, difetti e scelte strutturali tipiche di The Walking Dead.  Non è necessariamente un bene o un male, ma certo in questo l’effetto fotocopia un po’ emerge.

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Fear the Walking Dead – Stagione 1

Fear the Walking Dead – Season 1 (2015)
creato da Robert Kirkman e Dave Erickson
con Kim Dickens, Cliff Curtis, Frank Dillane, Alycia Debnam-Carey, Elizabeth Rodriguez, Mercedes Mason, Lorenzo James Henrie, Rubén Blades

Tirar fuori uno spin-off sensato e in grado di sopravvivere partendo da una serie di grande successo è impresa dalle parti del terno al lotto. Wikipedia ci insegna che ci hanno provato molto più spesso di quanto magari uno s’immagini, mentre la storia ci fa sapere che in pochi sono riusciti nell’impresa. Per ogni Frasier che fa jackpot e ogni Angel che comunque se la cava, ci sono decine di Joey fallimentari e How I Met Your Dad che non sono andati nemmeno oltre l’episodio pilota. Poi, certo, se il progetto nasce da una costola della serie televisiva più seguita degli ultimi anni, incanalandosi in un filone, quello dei morti viventi, che non sembra proprio voler morire (ehm), probabilmente parti comunque con delle buone prospettive. E infatti, Fear the Walking Dead, nel corso delle sue sei puntate, non ha raggiunto le vette d’ascolti attuali della serie da cui è nato, ma è andato decisamente bene, più della prima stagione di The Walking Dead, ed è stato rinnovato per una seconda annata da quindici episodi. Non ci si lamenta, insomma.

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Sunshine

Sunshine (2007, UK/USA)
di Danny Boyle
con Cillian Murphy, Chris Evans, Michelle Yeoh, Cliff Curtis, Hiroyuki Sanada

Se tre indizi fanno una prova, possiamo serenamente dire che Danny Boyle dovrebbe smetterla di lavorare con Alex Garland. Dopo The Beach e 28 giorni dopo, Sunshine è il terzo film in cui il regista britannico riesce nell’impresa di proporre un approccio interessante, intelligente e fuori dagli schemi al film di genere, per poi sputtanare più o meno tutto. Nelle fasi risolutive quando va bene, nell’intera seconda metà quando va male.

Sunshine racconta di un equipaggio di astronauti in missione per la salvezza della razza umana. Il sole si sta spegnendo e c’è bisogno di ravvivarlo facendo brillare al suo interno la bomba atomica definitiva. Non essendo disponibile Bruce Willis, per portare a termine l’impresa già fallita da una precedente spedizione si sceglie di mandare nello spazio Cillian Murphy (e una serie di altri scienziati e piloti).

Per buona parte del film il taglio del racconto è assolutamente realistico, con grande attenzione alle psicologie dei personaggi e alla situazione estrema che vivono. Ritmi lenti e compassati, atmosfere lugubri, opprimenti, voglia di far vivere allo spettatore l’angoscia di stare affrontando non solo una missione da cui si potrebbe non tornare e dalla quale già qualcuno non è tornato, ma anche le sensazioni tremende di un viaggio monotono, interminabile, asfissiante, della lontananza dagli affetti, della responsabilità di avere l’intera razza umana sulle proprie spalle.

Fra i protagonisti non ci sono grandi eroi spacconi e donnicciole coinvolte in storie d’amore strappalacrime. I momenti di crisi non generano scene d’azione e si limitano invece a spingere sul pedale dell’intenso dramma. Addirittura fra gli attori non appaiono né Steve Buscemi né Peter Stormare! Sunshine è, insomma, un gran bel film, che ha poco a che vedere col genere “catastrofico” e si rivela davvero fuori dagli schemi non per il semplice gusto di esserlo, ma con un senso e delle valide ragioni. Solido nella scrittura, intenso nelle emozioni che genera, seducente nelle suggestive immagini che Boyle mostra. Purtroppo, però, a un certo punto la magia finisce.

Salta fuori il cattivo, aumentano i morti, ci sono un paio di inseguimenti al buio e in sostanza si rovina quasi del tutto la bella atmosfera del film. Nonostante tutto – penso per esempio alla bella scena in cui Mace incontra il suo destino – Sunshine riesce comunque a mantenere una sua dignità fino in fondo. Ma lo fa purtroppo lottando contro la solita perdita di controllo del Boyle, che sembra quasi voler chiudere con la sua rilettura (inevitabilmente stronza) di 2001 odissea nello spazio.

Die Hard – Vivere o morire

Live Free or Die Hard (USA, 2007)
di Len Wiseman
con Bruce Willis, Justin Long, Timothy Olyphant, Maggie Q, Cliff Curtis, Mary Elizabeth Winstead

Quando, venti giorni fa, sono andato a vedere questo nuovo Die Hard, sono uscito dal cinema convinto di volerlo commentare sul blog con una specie di parodia, una presa per i fondelli sullo stile di quanto fatto con Episodio III. Di elementi da perculare ce ne sarebbero del resto non pochi: penso per esempio all’inascoltabile doppiaggio, al fatto che uno dei terroristi è identico a Roberto Donadoni e a tante altre cose che, già mentre guardavo il film, mi immaginavo parodiate. Però, ringraziando lo scazzo, sono appunto passati venti giorni e sinceramente non penso ne valga poi tanto la pena.

C’è comunque da dire che questo Die Hard 4.0 mi ha stupito, innanzitutto perché su Len Wiseman, dopo essere rimasto scottato dal soporifero Underworld, non avrei puntato un soldo. E poi, diciamocelo, la semplice solidità del primo Die Hard è ineguagliabile, anche per il posto mitologico che quel film occupa nell’immaginario collettivo e che gli proietta addosso meriti se vogliamo pure superiori al dovuto. Tant’è che i pur decorosi precedenti sequel vengono – forse ingiustamente – considerati inferiori, anche di ampie spanne.

Ed è pure tenendo in mente questo che considero decisamente riuscito il tentativo di Wiseman, autore di un action movie solido, efficace, divertente. Certo, più che in un regista obiettivamente anonimo e non confrontabile con un vecchio marpione come John McTiernan, i meriti del film stanno soprattutto in Lui. Bruce, uno che a cinquant’anni suonati tiene la scena come quando ne aveva trenta, anche se magari con un filo di atletismo in meno e un pizzico di granitica fisicità in più. Invade lo schermo col suo faccione e la sua presenza, domina il film e lascia gli spiccioli ai suoi compagni di sventura.

Gli sceneggiatori lo sanno e gli costruiscono tutto attorno, ricamando una lunga serie di scene in cui permettergli di sfottere i suoi avversari a suon di battutone e strizzare l’occhio “autocitandosi” senza tregua. Oltre a lui, comunque, sono efficaci un po’ tutti i personaggi, a partire da un Timothy Olyphant che non ha il carisma elegante di Alan Rickman e Jeremy Irons, ma svolge bene il suo ruolo di impreparata vittima del sarcasmo di McClane. E poi ci sono una spalla giovane e simpatica, una figlia che si rivela personaggio azzeccato ed efficace contraltare alle battute del padre e una terrorista dagli occhi a mandorla insopportabile come il ruolo richiede.

Ma oltre all’azione spettacolare, devastante, completamente fuori dal comune e dal credibile, Len Wiseman si concede perfino di sbattere dentro al film qualche vago accenno di contenuto. Una lieve riflessione sullo scomparso eroismo, una fugace e magari anche involontaria simbolica genialata in quel trucchetto della Casa Bianca brasata al suolo, un banale ma sempre efficace contrasto fra il vecchio e romantico protagonista di celluloide e la nuova era digitale, nella quale il nostro eroe si trova inizialmente spaesato e impreparato, ma che alla fine sconfigge dall’interno, come e peggio di un virus informatico.

Insomma, i veri problemi di questo quarto Die Hard, al di là delle solite forzature di sceneggiatura che, purtroppo, sono ormai congenite nel genere “puttanatona hollywoodiana”, vengono da fuori. Per esempio nel fatto che – prima volta nella serie – si è voluto schivare il rating R e, come suggerisce simpaticamente il sempre ottimo Roger Ebert, sembra di guardare la versione del film censurata per la proiezione in aereo. E poi c’è il doppiaggio.

C’è la scelta di voci una più sbagliata dell’altra, tutte distanti dall’originale come peggio non si potrebbe. C’è la figlia, che siccome è la figlia, deve avere la vocina, mica il vocione da scaricatore di porto della Winstead (che peraltro ben si adatta alla linguaccia del personaggio). C’è Kevin Smith che parla come lo stereotipo che interpreta, e ovviamente non può che avere quella voce. C’è John McClaine costantemente fuori giri, sopra le righe, che sbraita sempre, nonostante il Bruce in originale abbia sempre un tono calmo, duro, freddo. E ci sono una serie di volgari e tristi battute, inventate, infilate a caso, perfino in punti nei quali i personaggi dovrebbero starsene zitti, nate da non so cosa, anche se mi viene da pensare che si tratti di presunzione. Io al cinema a queste condizioni non so se ci voglio ancora andare.