Gilbert+Schafer=Bene

Ron Gilbert ha pubblicato sul suo blog queste due immagini, che ritraggono due dei personaggi “giocanti” del nuovo gioco su cui sta lavorando per Double Fine. Immagini accompagnate da un breve testo in cui spiega di stare appunto lavorando su questo fantomatico gioco con la gentaglia di Double Fine e di essere particolarmente gasato. Si tratta – dice – di un’idea che ha avuto in testa per un sacchissimo di tempo, tipo da prima ancora di realizzare Maniac Mansion e (ovviamente) Monkey Island. E si tratta di un gioco “that needed to be made”. Non può aggiungere altro, ma presto lo farà.

Ora, ammetto di essere un po’ gasato pure io, seppur con quella placida flemma da uomo che non vuole mai far vedere di essere trascinato dall’hype. Insomma, stiamo parlando di Ron Gilbert che torna a lavorare con Tim Schafer (notizia uscita a dire il vero qualche tempo fa e accolta col giusto grado di tripudio universale). Leggere quei due nomi assieme regala per forza un brividino. Come si fa a non essere perlomeno un po’ tanto curiosi, o anche solo a non farsi prendere dall’amarcord? A pensare al tempo trascorso spaccandomi la testa su Maniac Mansion e Zak McKracken per Amiga? A mia madre che mi porta a casa il primo Monkey Island e io che lo gioco sdraiato a letto, con la febbre e il cavo dell’alimentazione che si scollega e mi costringe a rifare enne volte la scena del bacio sul pontile? A quando ho provato a far rimanere Guybrush per dieci minuti sott’acqua per scoprire se avrebbe mollato il colpo? A io e Ciaccolini che recuperiamo Monkey Island 2, ci fiondiamo a casa sua a giocarlo e ci ammazziamo dal ridere sulla scena del cimitero? All’introduzione di Day of the Tentacle con Hoagie che fa il surf nella macchina del tempo? A tutti quei momenti passati appiccicato ai giochi Lucas in quei begli anni che sono andati perduti come lacrime nella pioggia e non torneranno mai più? Pavlov scorre potente in me.

Chiaramente le mandrie di vecchietti già bramano una nuova avventura grafica, ma in verità a me non interessa molto il genere di gioco che ne verrà fuori. Quel che mi interessa è il pensiero di quei due che lavorano assieme in un contesto, quello della nuova Double Fine, che nel giro di poco tempo ha partorito cosette interessanti come Stacking, Costume Quest e Trenched. Insomma, bene, molto bene. Adesso devono solo salvare Dave Grossman da quel brutto posto che è diventata Telltale e poi unirsi per la vittoria del bene in un trionfo di amore e comicità.

Mi sto sforzando di continuare a scrivere qua dentro e questo mi sembrava un buono spunto, ma in questi giorni sto facendo proprio fatica. Il problema è che sono spossato da un lungo articolo che sto scrivendo per quell’altro sito là e che, se tutto va bene, dovrebbe essere pubblicato venerdì. Forza e coraggio.

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The Walking Dead 02X07: "Muore la speranza"



The Walking Dead 02X07: “Pretty Much Dead Already” (USA, 2011)
creato da Frank Darabont e Robert Kirkman
episodio diretto da Michelle MacLaren
con Andrew Lincoln, Jon Bernthal, Scott Wilson, Sarah Wayne Callies, Norman Reedus, Jeffrey DeMunn

SPOILER, che non ho voglia di girarci attorno.

Un po’ me l’aspettavo, un po’ ci speravo, ma francamente non ci contavo, e invece l’hanno proprio fatta, la ganzata di farcela ritrovare nel granaio. Ed è un bel momento, forse un po’ tirato per le lunghe – evidentemente tutto quello che riguarda quella maledetta deve essere tirato per le lunghe da contratto – ma che ha il suo impatto. E che allo stesso tempo fa incazzare, perché poi si torna sempre lì: se fosse stata un personaggio, e non un guscio vuoto da sventolarci sotto il naso per sette episodi, quanto sarebbe stato più bello e forte questo finale? Insomma, capiamoci, questa non la vediamo da sei puntate e nella prima stagione era come se non ci fosse: quando è uscita, per un attimo mi sono chiesto se fosse lei, se fosse la figlia di Hershel, chi cacchio fosse. Poi è partita la musica e ho capito. Però, eh. In ogni caso, anche così com’è, il suo impatto la scena ce l’ha, vuoi per come è costruita bene la puntata, vuoi perché quell’Hershel che vede il mondo e tutte le sue convinzioni crollargli piano piano addosso, con quella faccia lì, mi è piaciuto proprio, vuoi perché alla fin fine The Walking Dead si conferma una serie che mantiene lo spirito del fumetto nel tirare colpi bassi e non farsi problemi ad ammazzare, sventrare, colpire duro.

Al di là di quello, poi, si conferma anche una serie costantemente preoccupata di costruire, accumulare, aggiungere dosi su dosi di materiale per far evolvere i rapporti fra i personaggi fino all’esplosione, che prima o poi arriva. E di cose interessanti, in un episodio che ti lascia lì appeso come pochi, specie pensando che ora bisognerà aspettare febbraio, ce ne sono parecchie. Dall’evoluzione di Shane, che certo non è orchestrata in punta di fioretto, ma è senza dubbio ben gestita, all’idea di vedere come si risolverà adesso la permanenza alla fattoria. Il problema, magari, è che si passa troppo tempo a costruire e poco a risolvere, ma certo è che le cose, quando vengono fuori, soddisfano. Insomma, alla fin fine continuo a gradire, nonostante i problemi di queste prime sette puntate, e ho soprattutto una gran curiosità di vedere come si evolveranno le cose. Fra l’altro l’ottavo episodio, se l’Internet non mente, si intitola “Nebraska”. Il che fa presumere una ripresa del vagabondaggio. Solo che nel fumetto, in Nebraska, non ci passano proprio, dato che sia la Wiltshire Estate (saltata a piè pari, ma vai a sapere, magari la recuperano) sia la prigione stanno in Georgia. Insomma, che stanno a combinare?


Un saluto carico di affetto a chi decide i titoli italiani degli episodi e pensa sia il caso di usarli per descrivere il finale degli episodi stessi. Poi non è detto che uno unisca i puntini, eh, e del resto io l’ho fatto quando ho letto il titolo italiano dopo averlo visto, l’episodio. Però, eh.

The Good Wife – Stagione 1



The Good Wife – Season 1 (2009/2010)
creato da Robert King e Michelle King
con Julianna Margulies, Josh Charles, Matt Czuchry, Archie Panjabi, Chris Noth, Christine Baranski, Alan Cumming

Non esistono parole per descrivere quanto mi fa pietà il modo di usare le musiche di questo telefilm. Non c’è proprio modo, e quindi evito. Ma  è più in generale un certo qual tono, l’insistenza sul finale ganzo che taglia appena prima della battuta che tutti vogliamo sentire, la presenza dell’insopportabile detective donna di spessore, che quando fa la faccia da arrapata al bancone del bar sembra il ragionier Fantozzi di fronte alla signorina Silvani… insomma, la roba di cui avevo parlato qui. Tutte cose che erano tremendamente forti nel terribile episodio pilota e che mi avevano fatto passare completamente la voglia. Poi, però, spinto da forze oscure, ho voluto dare fiducia. E ho fatto bene.

Tanto per cominciare, The Good Wife è una serie che su diverse cose procede palesemente a tentoni, imparando per strada. Del resto la fiducia è aumentata in corsa, col passaggio dagli inizialmente tredici previsti a ben ventidue episodi, e le nuove forze inserite a quel punto nel team creativo hanno chiaramente portato il loro, centrando un sacco di correzioni che erano doverose ma non per questo scontate. Tanti degli elementi più stantii, infatti, si perdono mano a mano, lasciando spazio a una scrittura più armoniosa e meno incentrata – o comunque in maniera meno evidente – sui tormentoni e sulla ripetizione ciclica. Poi aumenta lo spazio dato a personaggi in precedenza un po’ trascurati, e in generale cresce il senso di coesione del racconto, andando a formare un’unica storia che procede passo a passo, incastrando tutti i suoi pezzetti.

Gli stessi “casi” della settimana, che non mancano mai, diventano via via sempre più interessanti, sia per quel che propongono, sia per come spesso si intrecciano con le vicende umane dei protagonisti, talvolta facendo da metafora, talvolta proprio riguardandoli direttamente. Un po’ come accade nei migliori momenti di Nip/Tuck, per capirci. E se da un lato, a conti fatti, non è che io abbia necessariamente qualcosa contro il caso della settimana (in fondo quanti telefilm ho seguito col mostro della settimana, il paziente della settimana, l’alieno della settimana?), sicuramente fa piacere che questi vengano utilizzati con una certa grazia. Aggiungiamo che The Good Wife è proprio scritto bene, al di là di qualche caduta, ha personaggi interessanti, al di là della maledetta detective, e sviluppa le sue due o tre cosette migliori in maniera credibile e convincente. Insomma, la frittata è fatta, sono dentro, voglio andare avanti, arrivo addirittura a consigliarlo.

Certo, il fatto che ogni singolo giudice debba per forza essere un po’ pazzerello, simpaticamente adorabile, con le sue piccole follie (o, al limite, corrotto), fa un po’ ridere. Ma vai a sapere, magari è veramente così. E, certo, la detective deve morire fra atroci sofferenze, ma la possiamo sopportare. Però lo spunto di partenza è intrigante, gli attori sono per lo più bravi, gli sviluppi sono ben strutturati e i casi della settimana sono spesso molto più affascinanti di quanto avrei detto e di quanto l’episodio pilota mi avesse fatto temere (certo, ce ne sono anche un paio all’insegna del fortissimo MACCOSA). E poi c’è Alan Cumming. Insomma, bene così. Anche e soprattutto tenendo conto che si tratta di una prima stagione palesemente messa assieme con lo scotch e senza aver troppo chiaro dove si sarebbe andati a finire. Per dirne una, dopo il raddoppio di durata, gli episodi dovevano essere ventidue, e infatti la stagione si conclude palesemente col ventiduesimo. Solo che poi ne hanno aggiunto un ventitreesimo. E non è un episodio, è un insopportabile “prossimamente” di quaranta minuti che si preoccupa solo di far annusare quel che verrà l’anno dopo. Ecco, la speranza è che l’anno dopo certe cadute di tono se le siano risparmiate. Perché il materiale per una gran bella serie, comunque, c’è tutto.

Sia comunque messo agli atti che sono andato avanti a guardarlo perché mi era stato fatto credere che avrei visto la detective prendersi delle centre in faccia e non è successo neanche una volta.

Buried – Sepolto



Buried (Spagna/USA/Francia, 2010)
di Rodrigo Cortés
con Ryan Reynolds

La chiave per godersi Buried sta tutta nella capacità di berselo fino in fondo. Non si tratta necessariamente di una scelta, più o meno conscia, di un pregio o di un limite, ma alla fin fine la faccenda sta tutta lì. Se te lo bevi, lasci perdere le sovrastrutture e ti limiti a farti accalappiare dal suo “racconto”, è un’esperienza vibrante, che non ti molla un secondo dall’angosciante avvio all’eccellente finale. Certo, ti fermi comunque magari un attimo a bearti di quelle due o tre trovate di regia e ogni tanto non puoi fare a meno di notare lo sguardo vacuo di Ryan Reynolds, ma è comunque solo ed esclusivamente un piacere. Oppure ti fermi prima, rimani bloccato fuori dallo spettacolino e ti ritrovi solo a soppesare questa specie di tesi di laurea sperimentale. E magari le trovi tutti i difettucci e le minuzie e le svolte improbabili che vuoi. E poi alla fine era meglio la Sposa di Tarantino. Per carità.

Però rimane il fatto che si sta parlando di un film che ti chiude davvero per un’ora e mezza in una bara assieme a Ryan Reynolds, senza mai mai mai concedersi uno sguardo fuori. Neanche mezzo. Certo, si deve appoggiare all’espediente del telefono cellulare, perché altrimenti come cacchio fai, ma tutto funziona a meraviglia, la tensione è altissima, Ryan Reynolds è convincente nonostante lo sguardo vacuo e alla fine sei lì che ansimi con lui sperando che magari forse dai ce la facciamo. E che altro gli vuoi chiedere, a un film che ti chiude per un’ora e mezza in una bara con Ryan Reynolds?

Che poi dev’essere un’esperienza allucinante, stare un’ora e mezza in una bara con Ryan Reynolds. Ah, nel Blu-ray c’è anche, fra i contenuti extra, il film d’esordio di Cortés, tale The Contestant. Sono curioso, così come sono curioso di vedere il suo prossimo Red Lights, vista anche la gente coinvolta.

The Walking Dead 02X06: "Segreti"



The Walking Dead 02X06: “Secrets” (USA, 2011) 
creato da Frank Darabont e Robert Kirkman 
episodio diretto da Guy Ferland
con Andrew Lincoln, Jon Bernthal, Sarah Wayne Callies, Norman Reedus


Ci aspettavamo tutti con forza che in questo episodio scoppiasse finalmente il bordello e così non è stato, anche se si presume accada nel prossimo. Anzi, dai, totocliffhanger di metà stagione! Chiudiamo la faccenda Hershel con il granaio che vomita fuori il suo contenuto? Se ne vanno tutti dalla fattoria? Se ne vanno secondo gli stessi termini del fumetto (al netto delle faccende Otis e Shane, s’intende)? Rimane tutto mozzato lì e ancora da risolvere? Pucchiacche? Vai a sapere. Ciò che non so, ma di cui mi sento abbastanza convinto, è che fra una settimana non rivedremo Merle e men che meno la bambina dispersa. A meno che non facciano la ganzata di farcela ritrovare nel granaio, ma dubito ne abbiano voglia e/o coraggio.

Ad ogni modo, tutto sommato, di cose ne sono accadute. Ed è stato un bell’episodio, perché incentrato sull’evoluzione di personaggi e caratteri, oltre che sul far venire al dunque determinate questioni. C’è stato pure il momento zombi, per carità, con una scena in farmacia che, diciamocelo, è stata un’ottima scena da film di morti passeggianti: prevedibilissima, si capiva lontano un miglio, ma ben costruita. Tolta quella, tutto un gran chiacchierare, ma con momenti parecchio riusciti, un Glenn sempre adorabile, un Dale che mi piace tanto e soprattutto un bel lavoro sulla scena conclusiva: niente urla, interruzioni buttate lì a far sensazione, verità non dette o spettacolino, ma un affrontare le cose in maniera – occhio – perfino quasi credibile. Si potevano fare le stesse cose in tanti modi molto meno eleganti e viene quasi da dire che si percepisce la sensibilità femminile di chi l’episodio l’ha scritto.

Al di là di questo, una puntata interessante anche nell’ottica dell’adattamento e del modo esplosivo in cui la faccenda Shane sta spingendo a rielaborare tutta una serie di cose e a porre basi sempre più interessanti per ciò che verrà. Il rapporto fra Andrea e Dale, per esempio, la gestione della gravidanza di Lori e in generale di tutto il triangolo, che sono proprio curioso di vedere che strada prenderà. E poi anche l’evoluzione di Carl, che inizia a venire fuori. Shane sta mettendo sempre più radici, insinuandosi nello sviluppo di tantissimi aspetti e diventando qualcosa di ben più interessante. E insomma, guarda, dopo tanto “mah, moh, meh”, finalmente un episodio che mi convince per davvero, pur senza esaltarmi. Dai che magari l’interruzione di metà stagione arriva su una nota alta.

Fra l’altro, sempre nell’ottica dell’adattamento, quando han parlato di andare a cercare la bimba nella zona residenziale, pensavo si stesse preparando il terreno per Wilshire. Che in teoria doveva essere prima, e magari sarà dopo e tutto sommato vedrei bene per il ritorno della bimbetta dispersa che ci ha rotto i maroni. Magari sarà nella seconda metà della seconda stagione. O magari non sarà e l’hanno solo omaggiata qui. O magari vai a sapere. Ammetto forte curiosità.

Back To The Future – Episode 1: It’s About Time

Back To The Future – Episode 1: It’s About Time (Telltale Games, 2010)
sviluppato da Telltale Games – Michael Stemmle, Andy Hartzell, Jonathan Straw
La stima incondizionata di cui Telltale Games gode e/o ha goduto, l’ho detto più volte (per esempio chiacchierando di cosa potranno mai combinare con The Walking Dead), non l’ho mai condivisa troppo, non perlomeno con quello stesso entusiasmo generalizzato. La mia esperienza coi loro giochi rimane limitata, bisogna dirlo, però da un lato sono un vecchietto spaccamaroni e dall’altro la prima stagione di Sam & Max, pur discreta, non mi ha fatto scatenare in salti di gioia. E, soprattutto, non mi ha ancora fatto venire voglia per davvero di giocare la seconda, o una qualsiasi loro altra serie. Insomma, un grosso grosso meh, che per inciso mi sembra stia prepotentemente cominciando a farsi strada anche nell’opinione pubblica della gente che videogioca. Alla buon ora.
Il loro Back to the Future non avevo molta voglia di provarlo, un po’ appunto per la scarsa fiducia, un po’ per questa nuova ganza idea di farti comprare tutta la stagione sulla – per l’appunto – fiducia, un po’ perché, sì, ho amato la trilogia di Zemeckis e ne conservo un bellissimo ricordo, ma sono fan sfegatato fino a un certo punto. Poi, però, Telltale ha avuto questa bella idea di offrire il primo episodio in download gratuito, per accalappiare qualche nuovo giocatore. E io ho avuto questa cattiva idea di scaricarlo e provarlo. E mi ha fatto schifo. Sulle prime sembrava anche potermi convincere. In fondo ascoltare quella musica, rivedere quei personaggi, riportare alla memoria certe cose ha il suo bel perché. Il problema è che poi, andando avanti, ci si rende conto che non c’è altro e che devi davvero essere il fan sfegatato alla ricerca solo di quello, per non rendertene conto.
E io ci ho pure provato, a farmelo piacere, a entrare nella mentalità “giusta”, a coglierne lo spirito goliardico, ma ogni volta che sembrava essere sul punto di convincermi ecco che spuntava fuori un altro suo aspetto impresentabile. Scritto all’insegna del minimo indispensabile, senza la minima carica d’inventiva, solo con un proporre e riproporre questo o quell’elemento di nostalgia. Piatto, noioso, per nulla divertente nelle gag e nei dialoghi. Mediocre nella realizzazione tecnica e – colpa ben più grave – nel girare attorno ai suoi limiti, con una gestione delle inquadrature contraddittoria sul piano degli spostamenti del personaggio e un puerile tentativo di infilare cutscene spettacolari in un contesto esteticamente inguardabile (e dalla regia terribile). Assolutamente moscio nella struttura di gioco, con enigmi mostruosamente piatti, un sacco di andare in giro a vuoto per allungare il brodo e, soprattutto, pochissime sorprese. Che si tratti di un gioco sostanzialmente semplice e abbordabile mi va benissimo, visto il target e visto che tanto ormai non ho più la testa per gli enigmi spaccacranio. Che l’unica situazione vagamente intrigante arrivi nel finale, con quel simpatico dover interpretare dialoghi origliati per risolvere il problema, mi va un po’ meno bene. Specie se poi mi riesci a rovinare anche quella tirandola troppo per le lunghe. Il risultato è che, nonostante la mia cronica voglia di completare i giochi che inizio e la mia altrettanto cronica tendenza a buttare soldi nel cesso, oh, non l’ho comprato, il resto della serie.
E allora dai, guardiamoci negli occhi, gettiamo alle ortiche il buonismo figlio della stima e dell’affetto che tutti – me compreso, a conti fatti, incomprensibilmente, almeno un po’ – nutriamo per Telltale Games e ammettiamolo, diciamocelo, che questa roba è una porcheria bella e buona. Dai, non è poi così difficile. 


Perché tutto ciò l’ho scritto un anno dopo l’uscita, nonché alcuni mesi dopo che l’ho giocato? Innanzitutto perché, anche in ritardo, mi sembrava giusto comunicare al mondo che questa roba secondo me fa schifo, sai mai che salvi qualcuno dall’esperienza. Eppoi perché proprio in questi giorni, preso da una botta di masochismo, ho scaricato e installato il nuovo Jurassic Park di Telltale. Ci hanno mandato più codici del necessario per quell’altro sito là, quindi perché no? Devo ancora metterci mano, e per onestà intellettuale devo anche dire che quando l’ho provato alla GDC non mi aveva disgustato, ma ho come l’impressione che ne riparleremo quando avrò finito di vomitare.

Outcaddì

Giusto ieri è accaduto che ho pubblicato Outcast Magazine #12, nuova uscita del podcast di videogiochi più simpatico, baffuto e borderline che c’è. In questo episodio si parla di Sideway: New York, PixelJunk SideScroller, Skyrim, Uncharted 3, Braid, Ico & Shadow of the Colossus HD e seghe mentali assortite. C’è pure un simpatico regalo in palio per i nostri ascoltatori, pensa te! Sta tutto a questo indirizzo qui.

Di solito, appena finiamo di registrare, ci sembra di aver prodotto una roba indegna. Poi assemblo l’episodio ed è molto meglio di come sembrava “in diretta”. Questa volta “in diretta” sembrava figo, quindi, in linea teorica, una volta montato fa cacare (oppure è ancora più figo del solito). Boh.

I mercenari


The Expendables (USA, 2010)
di Sylvester Stallone
con Sylvester Stallone, Jason Statham, Dolph Lundgren, Jet Li, Eric Roberts, Randy Couture, Steve Austin, Gary Daniels, Terry Crews, Mickey Rourke, Bruce Willis, Arnold Schwarzenegger
C’è stato un momento in cui per qualche motivo un po’ di gente si è convinta che The Expendables sarebbe stato l’equivalente cinematografico (action) di prendere un NBA 2K a caso e organizzare un All-Star Game con Jordan, Bird, Magic, Russel, Doctor J, Shaq, Pelé, Maradona, Lendl, McEnroe, Alberto Tomba, Senna, Robocop, Er Monnezza e Mazinga Z. Nessuno l’aveva promesso e noi sapevamo che non sarebbe stato così. Sapevamo che Schwarzenegger e Bruce Willis avrebbero solo fatto una breve apparizione (fra l’altro “uncredited”, giusto per sorprendere quei due che non si erano accorti della loro presenza). Sapevamo che Stallone aveva raccattato solo chi gli dava retta e di Van Damme, Steven Seagal e Chuck Norris non se ne parlava. Sapevamo che non puoi avere dodici protagonisti e che per questo la maggior parte dei “nomi” avrebbero fatto poco più che le comparse, ognuna con la sua scenetta. Eppure c’era un po’ di brutta gente che faceva finta di niente, faceva spallucce e credeva alla favole. E che poi ci è rimasta male. Per fortuna ci sono anche persone in grado di avere aspettative sensate e di prendere le cose come vengono. 
Anche perché, parliamoci chiaro, quel rimanerci male lì è un rimanerci male che non rende giustizia a quello che comunque The Expendables è. Non la madre di tutti gli All-Star Game, certo, ma comunque un All-Star Game mediamente riuscito, con i campionissimi del momento, qualche superstar a fine carriera che ancora tiene botta, quello che ormai non ce la fa più ma l’hanno votato e quindi bisogna invitarlo, quel paio che si sono inventati un infortunio per non partecipare e quei due o tre che non c’entrano nulla ma per qualche motivo ci sono lo stesso. Ed esattamente come un All-Star Game, a conti fatti, The Expendables funziona: nessuno difende, alcuni stanno lì per far presenza e si mettono comodi in disparte, altri si vogliono divertire, più o meno tutti hanno il loro momento di gloria, qua e là ci scappa la giocata spettacolare che non potresti vedere da nessun’altra parte e poi, verso la fine, già che ci siamo, si prova a giocare davvero e a mettere in piedi una partita sensata, con del significato, in cui si lotta per vincere.
Ecco, quella roba lì, che bene o male ci guardiamo tutti gli anni, perché in fondo è piacevole star dietro al carrozzone, perché ci sono i momenti di stanca ma, cacchio, quelle due o tre giocate ti danno una scarica che levati e perché il bordello finale è uno spettacolo. Fra l’altro, siamo seri, guardiamoci nelle palle degli occhi: scorrete la pagina verso l’alto e date un’occhiata al manifesto e alla lista degli interpreti. Fatto? Ecco. Ok, non è quello che volevate ma, cacchio, non è comunque una roba di un certo spessore? Non è comunque un cross-over bello pesante che volevamo tanto vedere? Certo, sarebbe stato meglio avere lo stesso film vent’anni fa, però non è che ci si possa sempre lamentare di tutto, cazzo. Ed è altrettanto certo che se sei uno a cui piace solo la buona pallacanestro, il rispetto per il gioco, la partita tutta fotta e sudore dall’inizio alla fine, non ti potrai mai divertire davanti a questa roba. Anche se essere comunque davanti a ventiquattro di quei tizi che saltano in quel modo è una cosa insensata, specie se ti capita dal vivo, al palazzetto, con la gente che si esalta assieme a te nel guardarli (e, similmente, The Expendables è il tipico film che offre il meglio dal vivo, nel cinema pieno di buzzurri come te, che si esaltano, urlano e ti danno il cinque lanciando in giro bottiglie di birra).
E non è giusto, non rendergli giustizia, al povero Sly, che ha scritto un abbozzo di storia su un tovagliolo del suo pub preferito, ha messo assieme tutti quelli che trovava e ha tirato fuori un film che è tutto amore e passione per la carnazza becera dell’action movie di secondo piano anni Ottanta. Che ti piazza lì all’improvviso, senza alcun senso, una sequenza bellissima come quella dell’aereo. Che quando mette in chiesa i tre più grandi di tutti tira fuori un momento semplicemente meraviglioso. Che mette comunque in fila il siparietto giusto per ogni partecipante. Che regala una scena d’azione finale lunga, violenta, spettacolare, ritmata, rimbombombombombombombante in cui la gente si picchia fortissimo, Steve Austin picchia fortissimo Stallone, Jet Li e Jason Statham picchiano fortissimo Gary Daniels, Terry Crews lancia fortissimo i missili con le mani, Steve Austin si picchia fortissimo con Randy Couture e tutto esplode fortissimo.
E alla fine dipende tutto da come ti ci poni davanti, certo. Io mi ci pongo che mi sono divertito nonostante i tanti ovvi limiti, che per ogni cosa che non va (alla fin fine i cattivi non sanno farsi odiare, certo non come, che so, quello di 13 Assassini) ce ne sono due che vanno (vogliamo parlare di Dolph Lundgren o del solito monologo di Mickey Rourke che ogni volta è lo stesso e ogni volta ci commuove nel nostro DNA di uomini e ci fa reinnamorare di lui?), che magari nessuno ha lo spazio che ci piacerebbe avesse ma tutti hanno un lampo di quel che sanno fare meglio, che comunque è esattamente il film che mi aspettavo fosse. Magari non quello che speravo fosse, ma certamente quel che mi aspettavo. In più – occhio – è un film importante. Lo è non per la storia del cinema e magari neanche per questo decennio che inizia, ma certamente lo è per tutte le persone che lo hanno apprezzato e, diciamocelo, anche per quelle che volevano disperatamente apprezzarlo ma non ci sono riuscite. E che devono esserne liete.
Perché?
Perché dopo che Stallone si è messo a fare questa roba, ha cominciato a muoversi tutto quanto e sembra che adesso non si possano più fare film d’azione senza metterci dentro un tot di “nomi” a caso, tanto per. Hanno fatto un Fast & Furious V mettendo assieme l’All-Star di tutta la serie e infilandoci dentro The Rock che si picchia fortissimo con Vin Diesel. Stanno facendo secondo lo stesso criterio un quarto Universal Soldier con tutta la gente che ha popolato i primi tre e Scott Adkins come bonus. E Stallone, per The Expendables II (inevitabile, visto il successo del primo, con buona pace di tutti i Curzii Maltesi di questo mondo), si è messo da parte affidando la regia a Simon “ho esordito con un film divertente e poi non ci ho più capito nulla per vent’anni” West, con una scelta perfettamente in linea con il suo voler dare una mano a gente senza più carriera o dignità. Segue elenco che, oh, a me qualche scossa la regala.
Jason Statham, Bruce Willis, Sylvester Stallone, Liam Hemsworth (avremmo tutti voluto il fratello, ma si capiscono le ragioni), Arnold Schwarzenegger, Jean-Claude Van Damme, Jet Li, Chuck Norris, Dolph Lundgren, Scott Adkins, Terry Crews, Randy Couture.
Inoltre. Pare che Willis e Schwarzy avranno un pelo più di spazio, anche se di contro Chuck Norris apparirà probabilmente per due minuti circa. Van Damme sarà un cattivo che si chiama Jean Vilain e ci sarà una scena in cui si picchia fortissimo con Stallone. Steve Austin potrebbe tornare interpretando suo fratello gemello. Stallone sta cercando di tirare dentro chiunque altro gli passi per la testa e si è parlato con insistenza di Donnie Yen (non si è capito se per sostituire Jet Li o per picchiarlo fortissimo, io spero ci siano entrambi, ma temo nessuno dei due). Mickey Rourke non ci sarà perché è impegnato a girare un altro film con un mucchio di attori messi insieme a cazzo di cane e per questo lo perdoniamo, anche considerando che pare la sua uccisione a tradimento sia lo spunto di partenza, quindi magari stavolta ci scappa un cattivo da odiare per davvero. E Stallone ha dichiarato che questa volta l’amore sarà tutto rivolto con violenza verso i film di arti marziali. 
I rest my case.
Ne ho scritto adesso perché l’ho visto adesso, in Blu-ray, e me ne dispiaccio. Però il seguito andrò a vederlo in un cinema pieno di tedeschi ubriachi e mi divertirò quindi più di voi. Ah, visto in originale, The Expendables è un’esperienza lisergica. Ci sono solo attori “foreign” che non sanno parlare bene in ammerigano, attori che sanno parlare bene in ammerigano ma sbiascicano apposta, attori britannici e Sylvester Stallone. Non si capisce un cazzo.

One Day



One Day (USA, 2011)
di Lone Scherfig
con Anne Hathaway e Jim Sturgess


Di una cosa a Lone Scherfig bisogna dare atto, ed è che sa come si dirigono gli attori. Poi, per carità, avere a che fare con materiale umano del calibro di Carey Mulligan e Peter Sarsgaard (An Education l’ho visto, non ne ho mai scritto e mi sa che rimarrà sempre nel gruppone delle bozze mai completate) aiuta, ma il merito alla regista danese è difficile toglierlo. Così come non le puoi togliere il fatto di saper dirigere con garbo, eleganza, gusto, solidità, rara capacità di non scivolare mai nel patetico un film come One Day, sempre lì lì sull’orlo del cascarci, vuoi per il suo barcamenarsi fra il melodrammone e la commedia romantica, vuoi perché di fondo una storia del genere quante volte l’abbiamo vista? Io, per esempio, l’ho vista poco meno di due anni fa, in un film italiano.

Eppure il bello di One Day sta nell’eleganza con cui riesce a raccontare di questo tira e molla lungo vent’anni, nella capacità di scivolare sopra allo stereotipo e alla macchietta dandogli un senso, nel gusto con cui anche il momento più prevedibile, tipo quella rincorsa lungo le vie di Parigi, assume un senso grazie alla chiusura successiva, nella bravura nel rendere la struttura narrativa a episodi armoniosa e non posticcia, dando al film un ritmo tutto particolare e gustosissimo. E, certo, puoi andare a picchiettare di qua e di là cercando questa e quella cosa che non ti convincono o sottolineando un paio di scelte furbette, ma è l’insieme a rendere One Day cosi gradevole. E poi è scritto bene, ha dialoghi asciutti e divertenti, riesce a dare un bel senso di credibilità all’evoluzione dei caratteri, ha l’intelligenza di sorvolare su mille cose che altri registi ti sbatterebbero in faccia ed è, meglio ribadirlo, interpretato benissimo da attori proprio bravi. Certo, è quel che racconta e nulla più, ma tutto sommato, da una storiella d’amore con Anne Hathaway e Jim Sturgess, uno può aspettarsi ben di peggio che un bel film appassionante, divertente, romantico, emozionante, mai stucchevole, mai pasticciato, mai fastidioso. No?

Comunque, lo dico: An Education mi è piaciuto molto ma, insomma, non lo so, non ci ho visto questo miracolo e non mi è parso così meglio di questo. Ecco. Ah, in lingua originale ci si possono gustare gli attori inglesi, gli attori americani che fanno l’accento inglese e Anne Hathaway che tenta di fare l’accento inglese. Vedete un po’ voi.

Xbox, dieci anni e un giorno dopo

Il cassone nero tanto perculato e insultato per forma, peso, dimensioni, marchio, luci, colori, suoni, lettera, testamento, perché Microsoft era cattiva e non ci capiva niente, perché di qua e di là e di su e di giù, a modo suo, occupa uno spazietto importante nella mia storia di videogiocatore e nel mio cuoricino. Anche se magari citarlo fra le proprie macchine preferite non ha la stessa aria da salotto buono che ti dà affermare “PC Engine” e “Dreamcast”, o quella da grande intenditore contro la massa volgave che ti avvolge se parli di GameCube o, ancora più elite, Nintendo 64. Come spesso mi capita, non l’ho comprato al lancio, perché sossoldi e alla fin fine raramente ne vale la pena (anche se va pure detto che un Halo al lancio mica ce l’hanno avuto tutti. È comparabile ai Mario dei lanci Nintendo di una volta? Sì, dai, soprattutto in relazione al target). Ci ho messo invece mano più tardi, quando ho beccato un’offerta lusso per il bundle con Panzer Dragoon Orta e Project Gotham Racing. Da Mondadori Informatica, se non sbaglio. Fra l’altro, dei due, il primo non l’ho mai giocato (eh, lo so) e il secondo l’ho invece giocato fino alla morte, ovvero fino a quel punto in cui era chiaro che avevo raggiunto i miei limiti, ben lontani da medaglie di platino e simili. Ed è anche il gioco con cui, più di qualunque altro, mi sono divertito a smanettare con l’opzione per farti le tue colonne sonore sfruttando la musica sull’hard disk. All’epoca era davvero uno sbattimento, adesso sarebbe tutto più comodo e non me ne frega più niente. Pensa te.

Dall’esatto istante dell’acquisto, Xbox è diventata per me la console di riferimento per quando volevo rilassarmi, giocare, cazzeggiare nel tempo libero. Perché su PlayStation 2 ci mettevo quotidianamente le mani in ufficio, otto ore al giorno, per lavoro, e inevitabilmente per me quello finiva per essere: lavoro. Certo, ho giocato tante cose PS2 anche a casa, perché volevo e non dovevo, ma alla fin fine sempre l’Xbox mi ritrovavo ad accendere (in tutto questo il GameCube è stato dalle mie parti pesantemente ostracizzato, messo da parte, acquistato e giocato in ritardo, causa reazione allergica alla brutta gente della stanza a fianco che se gli criticavi una virgola di qualsiasi gioco del cubetto era più o meno come se gli stessi stuprando la madre, la fidanzata e la gatta in contemporanea).

Xbox era per me un po’ l’erede del Dreamcast. Perché aveva quell’aria da console destinata a non farcela contro PS2 dal punto di vista commerciale, e quindi apprezzabile per il sempre amato amore per l’underdog (anche se considerare Microsoft underdog è un po’ delirante, ma alla fine è bello così). Perché Sega, almeno per un certo periodo, si era messa a spostare tutte le sue belle serie lì sopra, con perfino quell’attimo di illusione che Shenmue potesse trovare un senso e un seguito. Perché – cosa dal mio punto di vista fondamentale – le serie sportive inaugurate da Sega su Dreamcast avevano proseguito su tutti i formati, ma solo sullo scatolo Microsoft rendevano al meglio, per qualità tecnica e funzionalità online. E sì, lo so che sotto altri punti di vista il paragone è forzato, ma poco importa.

Xbox è stata anche la macchina che mi ha fatto (tornare a) giocare online e volendo, pure nel suo essere avanti agli altri sul fronte online la si poteva considerare figlia del Dreamcast. Prima di Xbox, per me, c’erano stati dei momenti, Quake III Arena, Unreal Tournament, Worms 2, Pegball e quel cacchio di gioco stile Pictionary di cui mi sfugge il nome, con tutto il divertimento dei tornei di it.fan.studio-vit. Ma con Xbox, Xbox Live e le cuffiette è cominciata tutta un’altra faccenda. C’è stato un periodo in cui, ogni volta che usciva un gioco sportivo per me interessante, trascorrevo sostanzialmente un mese (almeno) a non fare niente altro che giocarlo online, tirando orari senza senso. Top Spin, PES (nonostante fosse l’unico gioco per il quale rimpiangevo il DualShock), i vari sportivi Sega con ovviamente in testa NBA 2K. E poi Amped 2, unico gioco di snowboard, assieme al primo 1080° e a Steep Slope Sliders, con cui mi sia davvero divertito giocandolo fino allo sfinimento totale… e quanto era figa la modalità online! Già solo per questo e per tutto il divertimento che ne è venuto fuori, Xbox nel mio cuore avrebbe vinto con violenza.

Anche perché la novità dell’headset, del fatto che tutti avevano l’headset e si chiacchierava con tutti quelli con cui giocavi online, era uno spettacolo. PES non si prestava, troppo da partitella veloce e non mi spaccare i maroni, ma quante chiacchierate spettacolari con gente da tutto il mondo mi sono fatto durante le lunghe partite con gli NBA 2K e gli NFL 2K, ah! Ricordo ancora con affetto quella partita a NFL 2Kqualcosa chiacchierando con un gallese subito prima di una Italia Galles di qualificazione a un qualche europeo o mondiale di calcio. O anche quel ragazzino siciliano che avevo schiantato incontrandolo in una partita a caso e che poi voleva sempre giocare contro di me. E la grande idea di XSN, purtroppo appiccicata a una manciata di giochi sportivi Microsoft fra i quali se ne salvavano davvero solo un paio, ma che per esempio su Top Spin fu un gran divertimento. E poi i tornei con la gente di XT e l’avvio del sodalizio online con Holly, che, sì, è esploso davvero giocando tutta la roba in cooperativa su Xbox 360, ma è cominciato in quel periodo lì, probabilmente con il multiplayer di Splinter Cell Pandora Tomorrow: quanto era un’idea spettacolare? Fra l’altro, di tutte le robe uscite con scritto Splinter Cell in copertina, quel multiplayer lì è l’unica che abbia mai giocato per davvero.

Eccerto, poi c’è stato anche Halo, il gioco a cui si deve l’esplosione degli FPS in ambito console, anche se non sono del tutto sicuro che sia un merito fino in fondo, e che è stato il primo di una serie di giochi affrontati in cooperativa con la Rumi, e che per questo si merita tutto l’affetto del mondo. E ci sono stati sicuramente tanti altri giochi usciti solo lì sopra, o che lì sopra erano meglio, per i quali è bello ricordarsi del cassone in nero con la croce verde. Ma la verità è che la mia Xbox è soprattutto quella lì, quella della simpatia per il progetto e per la sua burinaggine, quella della convinzione espressa all’epoca, in tempi non sospetti, che Xbox avrebbe straperso ma sarebbe stata un primo passo fondamentale per successi di là da venire, quella del periodo in cui davvero ho giocato online come mai prima e come, tutto sommato, mai dopo. Perché ormai non ho più tempo, forza e voglia di giocare online con regolarità e perché ormai pure le sessioni in cooperativa con Holly si fanno rarefatte, da quando fa l’uomo di casa e non ha tempo per le persone che veramente contano nella vita. Ciao Holly.

A voler ben vedere, comunque, ripensandoci, ci sono un altro paio di cose che mi piace ricordare di Xbox. Per esempio il pad ciccione, che io in realtà trovavo piuttosto comodo (causa mani grosse, suppongo), oltre che ulteriore indice di eredità dal Dreamcast. L’idea del cavo del pad che si staccava se tiravi forte, in modo da non portarsi dietro la console e sfondare il pavimento, trasformatasi in tragedia nel momento in cui io ho tirato fortissimo bestemmiando (do per scontato che stavo giocando a qualche roba sportiva online) e il cavo si è staccato, ma nello staccarsi si è pure rotto, ruotando il pezzetto di plastica contenuto nel jack. E allora poi il primo impatto con il glorioso servizio clienti Microsoft:
“Mi si è rotto il pad… “
“Sereno, te ne mandiamo un altro”
“Ma non lo volete indietro, quello rotto?”
“No”
“… mi si è rotto il mouse!”

E poi la scomparsa di giopep e la comparsa di VIT giopep. Perché all’epoca non esisteva Xbox Live Silver e se smettevi di pagare, semplicemente, dopo un tot di tempo ti bloccavano l’account. E io a un certo punto smisi di pagare, visto che avevo un po’ smesso di giocare. E quando poi mi ritrovai fra le mani Xbox 360 e tentai di recuperare il mio vecchio account, non si poteva. Ormai era bloccato.
“Ma come bloccato? L’avete cancellato? Quindi posso crearne uno uguale!”
“No, sta lì, bloccato, irrecuperabile.”
“No, dai, sbloccatemelo, per Dio, voglio darvi dei soldi, prendeteveli.”
“No.”
“…”

E il polpastrello del pollice destro incancrenito dalle partite a Top Spin. Aveva le sagome dei tasti incise nella carne.

Vittoria. Con violenza.

La roba che ho giocato su Xbox, e che alla fine non è mica tanta e soprattutto è tanto sport:
Amped 2
Black
Buffy The Vampire Slayer
Halo
Halo 2
Midtown Madness 3
NBA 2K3
NBA 2K4
NBA 2K5
NCAA College Football 2K3
NFL 2K3
NFL 2K4
NFL 2K5
NHL 2K3
NHL 2K5
Pro Evolution Soccer 4
Pro Evolution Soccer 5
Project Gotham Racing
Second Sight che era bello bello bello e sto barando perché l’ho giocato su PS2 e recensito su PSM ma la mia copia personale recuperata per due euro a un qualche GameStop è per Xbox
Star Wars Knights of the Old Republic
The Suffering che era divertente divertente divertente e sto barando perché l’ho giocato su PS2 e recensito su PSM ma la mia copia personale recuperata per due euro a un qualche GameStop è per Xbox
TimeSplitters 2
Top Spin
World Series Baseball 2K3

La roba che mi sarebbe piaciuto giocare su Xbox ma non è capitato e vai a sapere magari prima o poi lo faccio tanto se sto ancora giocando a Fallout 2 che problema c’è:
Jade Empire
Jet Set Radio Future
Oddworld Munch’s Oddyssee
Oddworld Stranger’s Wrath
Panzer Dragoon Orta
Star Wars Knights of the Old Republic II
The Warriors
ToeJam & Earl III

La roba che mi sarebbe piaciuto giocare su Xbox perché all’epoca non avevo un PC degno ma poi l’ho vista girare su Xbox e ho detto “no, grazie”:
Deus Ex: Invisible War
Doom 3
The Elder Scrolls: Morrowind

E poi c’è sicuramente tanta altra roba che avrei giocato volentieri, non ho giocato, non possiedo e così a muzzo non mi viene in mente. In compenso ci sono altri tre o quattro giochi che stanno qua sullo scaffale e sono ragionevolmente convinto non abbiano alcuna possibilità di essere giocati dal sottoscritto. Mai.