Spam Reminder

Ricordo al mio gentile e fedele pubblico che la settimana passata sono stato al Tokyo Game Show. Mentre leggete queste righe, invece, sono in aereo. Probabilmente sopra alla Siberia. Sempre a proposito di ricordare, segnalo per l’ennesima volta che nella colonna di destra trovate i link ai miei articoli su Nextgame (sotto Ultimizzime si trovano i pezzi scritti dal TGS), che se mi seguite su Facebook è inutile che guardiate nella colonna di destra, dato che non c’è nulla, e che fra le “cose” dal TGS c’è il blog di viaggio, con una decina di post miei e un po’ degli altri, fra cui quelli sempre meravigliosi dell’azzurro Apreda. Fate clic, che mi danno il pane. Arigato gozaimashta!

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Caciara

Comunicazione di servizio (mio), la cui reale essenza capiranno in quattro, ma che faccio così, tanto per partecipare alla rissa virtuale in corso fra blog e forum vari, e faccio qui perché boh, bah, beh, non è che possa mettermi a inseguire la gente per rispondere su mille forum, forum sui quali fra l’altro questa cosa l’ho già detta e ribadita a suo tempo. Cosa? Che io non e ripeto non e ribadisco per l’ennesima volta non me ne sono andato da Sprea perché col passaggio a Sprea fosse cambiato qualcosa nel mio lavoro, nel modo in cui si facevano le cose o che so io. Magari sarebbe cambiato col tempo se fossi rimasto: da quel che mi dicono è probabile, ma non lo posso sapere e soprattutto non è questo il punto. E, aggiungo, non me ne sono andato per una forma di disgusto e di protesta nei confronti di cose accadute ad altri, che comunque, ovviamente, mi generavano dispiacere, ci mancherebbe. L’unico sensibile peggioramento nella mia condizione di lavoro col passaggio a Sprea fu il trasloco degli uffici a Cernusco, ma il mio successivo datore di lavoro stava a Cinisello, quindi non è che la situazione migliorasse particolarmente in questo senso.

Me ne sono andato perché ho ricevuto un’offerta interessante. L’offerta interessante l’ho ricevuta perché la cercavo. Da mesi. La cercavo perché avevo i coglioni pieni del mio lavoro, di certi aspetti del mio lavoro, di certe dinamiche, di certi stracazzi miei che non starò a sviscerare qui, dell’apparente impossibilità di cambiare la situazione e anche un po’ del fatto che mi ero rotto le scatole di fare sempre le stesse cose, sempre sulla stessa rivista, sempre con le stesse persone (o in assenza delle stesse). E perché volevo mettermi alla prova e fare qualcos’altro, qualcosa di diverso, pur nello stesso settore. E non parlo neanche, hahahaha, di far carriera, che ciao, temo sia qualcosa che mi è precluso a livello desossiribonucleico, ma solo di fare qualcosa di diverso. Dopo sette anni mi sembra lecito, mi sembra il minimo.

E per una serie di altri motivi che avevo scritto ma ho cancellato perché non mi sembra il caso, ma che ci sono e rimangono.

Sì, è vero, faccio parte delle enne (tante) persone che se ne sono andate da Sprea, ma la mia presenza in quel gruppo temo sia incidentale. Vedermi buttato nel mucchio, così, in determinati contesti e all’interno di determinate discussioni, mi fa sinceramente sentire un po’ strumentalizzato. Si cita un fatto, ed è un fatto vero, ma lo si fa per alimentare un argomentazione ben precisa, e allora mi spiace: io non c’entro un cazzo. Se tutti quegli altri enne se ne sono andati perché cacciati o perché disgustati dall’evoluzione dell’azienda, ne prendo atto e mi spiace per loro. Ma, per la puttana, non è il mio caso. Avevo i cazzi miei. Ed erano cazzi miei in voga da ben prima dell’arrivo del babau. Grazie per la cortese attenzione.

Locarno/Venezia a Milano 2009

Fastidio, pessimismo e fastidio per una programmazione che infila buona parte dei film che mi interessano nella giornata in cui devo partire per Tokyo. Per il resto, diciannove film in otto giorni, per un insospettabile ritorno a ritmi di un certo livello, con la cifra tonda mancata solo per un attimo di sconforto sabato pomeriggio. E anche qualche bel film interessante, seppur in totale assenza di colpi di fulmine. Poteva andare peggio, via.

Locarno – Concorso
Akadimia Platonos (Grecia, Germania)
di Filippos Tsitos
con Antonis Kafetzopoulos, Anastas Kozdine, Titika Saringouli, Giorgos Souxes, Konstantinos Koronaios, Panayiotis Stamatakis, Maria Zorba
Pardo per la migliore interpretazione maschile

Simpatica commediola pesantuccia nei tempi della narrazione e che ha il limite di essere un po’ già vista mille volte in mille altre forme. Si racconta di tolleranza, accettazione, integrazione, cattivo vicinato e lo si fa parlando di Grecia, greci e albanesi. Moderatamente divertente, bravi gli attori, dice però davvero poco di nuovo e oltretutto lo fa senza neanche potersi nascondere dietro chissà quale splendore stilistico o sceneggiatura scoppiettante.

She, a Chinese (GB, Germania, Francia)
di Xiaolu Guo
con Huang Le, Wei Yi Bo, Geoffrey Hutchings, Chris ryman
Pardo d’oro

Il bello di guardare nel primo giorno di rassegna un film da festival, con quell’estetica da film da festival, quella gestione dei tempi da film da festival e quel tono moscio da film da festival è che sei ancora ben disposto, riposato, pronto a tutto. E riesci ad apprezzare – senza sbadigliare – questo racconto di gioventù dagli occhi a mandorla, che non ti risparmia un argomento che sia uno di quelli che ti aspetti nei film da festival (corteggiamenti, stupri, sesso, romance, morte, gravidanza, immigrazione, disoccupazione, solitudine, povertà, vecchiaia), ma lo fa con un’adorabile dose di autoironia e un taglio verace che davvero funziona. Anche se magari pensa d’essere un po’ più lirico di quanto possa permettersi.

Locarno – Sezione Piazza Grande
(500) Days Of Summer – (500) Giorni insieme (USA)
di Clark Gregg
con Joseph Gordon-Levitt, Zooey Deschanel

Una commedia deliziosa, che si porta un po’ addosso quel puzzetto da Sundance e quei soliti personaggi di contorno per forza simpatici, divertenti e fondamentalmente cretini, ma scrolla via il fastidio a colpi di romantica intelligenza. Parte bene, con una dichiarazione d’intenti che ti fa scoppiare a ridere e ti mette subito di buonumore, e prosegue gironzolando fra il cinismo, il buonismo, il malinconico realismo e una scansione temporale scombinata che fa tanto originale e fuori dagli schemi. (500) Days Of Summer non è una storia d’amore, è una storia di rincoglionimento ormonale, raccontata attraverso gli occhi di un maschio che vede solo quello che vuole vedere, mostrando come cambino le cose quando il velo del camminare sopra le nuvole ti viene strappato via dagli occhi. Descrive quanto possano essere adorabilmente, insopportabilmente, involontariamente, fastidiosamente stronze le donne e quanto riescano ad essere incredibilmente, assolutamente, devastantemente fessacchiotti di creta nelle loro mani gli uomini. E se vi sembra un po’ di parte, maschilista, o che so io, ho due parole per voi: “Sofia Coppola”.

Venezia – Concorso
Accident (HK)
di Soi Cheang
con Louis Koo, Richie Jen, Feng Tsui Fan, Michelle Ye

Un killer prezzolato che si crede Wile E. Coyote organizza omicidi sotto forma di articolate trappole, che riesce a far passare per incidenti. Qualcosa va storto e sembra proprio che Ralph il lupo si sia messo contro la banda di Wile. Ma non è tutto come sembra e il delirio d’onnipotenza si trasformerà presto nel classico iper-melodramma dagli occhi a mandorla. Produce Johnnie To, ma i suoi spettacolari virtuosismi sono lontani anni luce. Interessante, un po’ contorto, al solito molto bello da vedere.

Il cattivo tenente: Ultima chiamata New Orleans (USA)
di Werner Herzog
con Nicolas Cage, Eva Mendes, Jennifer Coolidge, Val Kilmer

Può il cattivo tenente di Abel Ferrara diventare com James Bond ed essere riutilizzato mille volte per raccontare storie sempre diverse? Forse, sì, boh, chi lo sa? Di sicuro Werner Herzog lo fa abbastanza bene, con un poliziesco lurido e marcio, che mostra un personaggio impossibile da odiare fino in fondo ma che ci si sente un po’ colpevoli ad amare. Alti e bassi, momenti di delirio, minestrone di giallo, romantica storia d’amore, denuncia sociale, scorre via placido per due ore e strappa qualche risata. Bravo Cage, come sempre quando si mette in mano a un regista.

Lebanon (Israele)
di Samuel Maoz
con Yoav Donat, Itay Tiran, Oshri Cohen, Michael Moshonov
Leone d’oro per il miglior film

Il primo giorno di guerra in Libano raccontato da dentro un carro armato. Tolti l’avvio e la chiusura, il regista racconta la sua esperienza in guerra mostrando solo quel che vedevano lui e i suoi tre compagni rinchiusi lì dentro. L’esterno si osserva attraverso il mirino del carro, che scimmiotta gli FPS gironzolando fra possibili bersagli e tragedie da osservare di nascosto, e il portellone che ogni tanto viene aperto lasciando entrare cadaveri, prigionieri, compagni di battaglia. Un’idea interessante e a tratti molto efficace viene sfruttata per mettere in scena tutto il campionario di stereotipi immancabili in ogni film di denuncia sulla guerra che si rispetti. Va anche bene, per carità, ma magari anche no.

Life During Wartime (USA)
di Todd Solondz
con Ciarán Hinds, Shirley Henderson, Allison Janney, Charlotte Rampling
Osella per la migliore sceneggiatura

Todd Solondz, magari non al suo meglio, ma comunque Todd Solondz, quello che ci piace a noi. Quello che racconta esseri umani dell’America di oggi, quelli un po’ più strani e bassi, quelli che sotto la facciata nascondono un po’ di perversione, un pizzico di razzismo, una punta di squallore. Sentimenti, desideri, paure, dubbi, scritti da una penna in stato di grazia, raccontati con momenti di lirismo un po’ pacchiano, perfetto per le creature un po’ pacchiane che del resto sono. Forse la cosa migliore della rassegna, anche se probabilmente non il grandissimo film che speravo ardentemente fosse.

Soul Kitchen (Germania)
di Fatih Akin
con Adam Bousdoukos, Moritz Bleibtreu, Birol Uenel, Anna Bederke
Premio speciale della giuria

Il film più divertente della rassegna, l’unico che non solo prova a far sorridere, ma ci riesce anche, sempre, dall’inizio alla fine, con gran gusto, pur non dicendo in effetti nulla di particolarmente nuovo o mettendo in mostra chissà quale comicità innovativa. Una storia ordinara, ben scritta e raccontata come si deve. Di questi tempi è già un gran risultato.

Donne senza uomini (Germania, Austria, Francia)
di Shirin Neshat
con Pegah Ferydoni, Orsi Tóth, Arita Sharzad, Shabnam Tolouie
Leone d’argento per la miglior regia

Essere donna ieri, vivere il prodigio del tuo ciclo mensile ostentando sicumera. Essere donna ieri, aspirare al ruolo che la storia ti deve: quello di simpatica, paciosa, imprevedibile nocchiero di un prelievo proiettato verso il mare del duemila al grido di “Cazzo, subito”. Essere donna ieri, non più cagafigli, bensì dolce e caparbia cagatrice dei tuoi figli. Come Loretta Goggi nella Freccia Nera, o in Maledetta Primavera mente autonoma. Donna, roccaforte quando il flusso è più copioso, sbarazzina quando è il caso o marangona di un clitoride mai domo, al grido di “Hah ggh aaaa ssiiii”. Una prostituta in crisi, la sfiorita moglie di un militare in carriera, una ribelle alla ricerca di soddisfazione politica, una timidina e puritana innamorata. Attorno a loro, un Iran scosso dagli eventi che portano alla caduta dello scià. Il Leone d’argento va immagino allo splendore delle bellissime immagini, che fin dal primo minuto abbagliano senza pietà, e alla capacità di mescolare il contesto politico, l’indagine sulla condizione femminile e il deliro d’autore. Simbolismi, metafore, cartoline intasate di fiori dai colori esplosivi, sguardi intensi, qualche momento che davvero ti fa rabbrividire, un po’ di confusione narrativa e troppa voglia di rimirarsi allo specchio.

Venezia – Fuori concorso
Chengdu, I Love You (Cina)
di Fruit Chan, Cui Jian
con Tan Weiei, Huang Xuan, Guo Tao, Wu Anya

Mi piacerebbe poter dire che questo film è talmente idiota da fare il giro e diventare intelligente, ma in verità lo è al punto che pur facendo il giro rimane idiota.

The Informant! (USA)
di Steven Soderbergh
con Matt Damon, Scott Bakula, Joel McHale, Melanie Lynskey

Il Soderbergh scemo ma elegante, bravo ma inconcludente. Quello degli Ocean, insomma. C’è chi lo adora, a me diverte abbastanza, senza farmi innamorare e, anzi, venendomi un po’ a noia sulla distanza, specie quando si arrotola in un finale che tira per le lunghe qualcosa che sarebbe dovuto finire un po’ prima. Sempre più bravo Matt Damon, che riesce a infilare con innocente ed efficacissima semplicità un velo di tristezza fra le pieghe di un film indeciso tra la commedia stupidina e il minestrone agrodolce.

Venezia – Fuori concorso – Mezzanotte
Valhalla Rising (Danimarca, GB)
di Nicolas Winding Refn
con Mads Mikkelsen, Alexander Morton, Stewart Porter, Maarten Stevenson

Il cattivo di Casino Royale ha perso un occhio, è incatenato a un palo e ammazza la gente a cazzotti mentre altra gente scommette sull’esito dei combattimenti. Ambientato ai tempi in cui i danesi si vestivano di stracci e armature, adoravano divinità multiple con la barba, se ne andavano in giro armati di spada e – a quanto pare – parlavano inglese, Valhalla Rising racconta di gente che cammina, si mena, cammina, si mena, viene uccisa da altra gente, si mena, si ammazza a colpi d’accetta sulla fronte, cammina un altro po’ e poi incontra l’altra gente, che è colorata di rosso. Non ho capito molto più di questo, forse anche perché – nonostante le mazzate e i soli novanta minuti di durata – il film è di una noia devastante e io mi sono appisolato nella mezz’ora centrale. Lungaggini, viaggi lisergici senza senso e budella da tutte le parti.

Yona Yona Penguin (Giappone)
di Rintaro
con le voci di Ei Morisako, Hikaru Ohta, Lena Tanaka, Yuji Tanake

Fra pinguini, folletti, gatti ballerini e bambine giapponesi che urlano (trapanando il cranio degli spettatori grazie al volume esagerato del maledetto cinema Ariosto), Rintaro racconta una favoletta per bambini ordinaria negli sviluppi e affascinante nell’immaginario che dipinge. Alcuni momenti sono davvero molto belli, altri sono probabilmente troppo mirati a gente nata non prima di questo decennio. Non ho capito dove finissero le scelte stilistiche – alcune davvero azzeccate – e dove iniziasse l’animazione realizzata con mezzi limitati, ma forse è un problema mio. In sala c’era una mamma con due bambini, portati a guardare un film d’animazione giapponese in lingua originale, sottotitolato in italiano. I due bambini non hanno fiatato, dall’inizio alla fine, e mostravano di gradire molto (uno di loro, sulla davvero commovente scena del volo, indicava lo schermo col dito). Forse c’è speranza, per questa giovine Italia.

Venezia – Settimana internazionale della critica
Good Morning Aman (Italia)
di Claudio Noce
con Valerio Mastandrea, Said Sabrie, Anita Caprioli

O forse non ce n’è, di speranza, per questa giovine Italia. Che un bravo attore come Mastandrea e una bella (e brava, via) gnocca come la Caprioli debbano perdere tempo dietro a queste porcherie mi dà veramente fastidio. Un pasticcio sconclusionato, che cerca di darsi un tono gggiovane senza però rinunciare alla pochezza visiva del cinema italiano da denuncia. A me il risultato appare abbastanza ridicolo, ma magari è perché comincio a non essere più abbastanza gggiovane. Di sicuro, nel raccontare l’amicizia fra il somalo Aman e un ex pugile alla deriva, ‘sto Claudio Noce fa una gran fatica a dire qualcosa. Qualsiasi cosa.

Kakraki – Come gli scampi (Russia)
di Ilya Demichev
con Mikhail Efremov, Olga Sunn, Sergey Koltakov, Natalia Vdovina

Gogol riletto al giorno d’oggi, con ironia, romanticismo e senso tragico, in una commedia agrodolce sugli anni che avanzano e la fuga dalla noia quotidiana, con uno sguardo tagliente sulle contraddizioni della società russa contemporanea. Qualche lungaggine, tante risate, un filo di amarezza, in un esordio che non sorprende ma convince.

Listicky (Repubblica Ceca)
di Mira Fornay
con Réka Derzsi, Rita Banczi, Aaron Monaghan, Jonathan Byrne

Il classico film da festival che racconta di una tizia insopportabile, che si comporta in maniera insopportabile, rovina la vita a tutti quelli che le stanno attorno e tratta di merda una sorella altrettanto insopportabile ma che è buona e brava e sta per sposarsi e cerca di aiutarla. Ma alla fine – occhio – anche nei cuori più insospettabili si nasconde del marcio. More than meets the eye!

Venezia – Giornate degli autori
Celda 211 (Spagna, Francia)
di Daniel Monzón
con Luis Tosar, Alberto Ammann, Antonio Resines, Marta Etura

Una guardia carceraria al primo giorno di lavoro (anzi, il giorno prima) si ritrova nel bel mezzo di una rivolta e, per cavarsela, si finge galeotto. Ci saranno spiacevoli conseguenze. Ottima sceneggiatura e bravi attori per un film teso, appassionante, che rischia di sbracare con un paio di colpi di scena forse troppo sopra le righe ma regge benissimo fino in fondo. Produzione e realizzazione spagnola per un film che si racconta all’americana, ma mantenendo una sua fortissima identità e senza diventare patetico e malriuscito scimmiottamento. In Italia, invece, si gira Good Morning Aman.

Di me che cosa ne sai (Italia)
di Valerio Jalongo
Un documentario che racconta lo stato attuale del cinema italiano e prova a spiegare come i fasti produttivi e qualitativi di un tempo abbiano potuto ridursi a questo. Mentre scorrono i titoli di coda – ma in effetti anche prima – spunta nella capoccia quel classico desiderio d’emigrare che qualsiasi documentario sull’Italia riesce a tirarti fuori, se ci si mette.

Honeymoons (Serbia, Albania)
di Goran Paskaljevic
con Lazar Ristovski, Petar Bozovic, Mira Banjac, Nebojsa Milovanovic

Racconti di vita dell’est, di amori difficili e desideri per un futuro migliore. Una coppia di albanesi vuole trasferirsi in Italia per sposarsi e rifarsi una vita. Una coppia di Serbi appena sposati si prepara a un viaggio in Ungheria, dove lui deve affrontare un’audizione per l’orchestra filarmonica. La prima parte di film mostra con taglio amaramente ironico usanze, contraddizioni e fastidi della tradizione locale, raccontando la deliziosa assurdità dei matrimoni e la difficoltà dei rapporti fra giovani e famiglia. Poi iniziano i due viaggi e le cose si fanno ben più complicate, con una svolta drammatica che mostra quanto possa essere difficile il varco di una frontiera per persone che nulla di male han fatto ma pagano, anche a distanza, le colpe dei propri padri. Qualche lungaggine di troppo nella prima parte, ma anche la capacità di anestetizzarti e spiazzarti poi con la svolta improvvisa. Discutibile forse la caratterizzazione un po’ semplicistica dei personaggi che i protagonisti incontrano una volta varcato il confine. Ma in fondo neanche troppo, via. Bello? Interessante e comprensibilmente figlio di una rabbia e un fastidio che hanno il loro bel fondamento. Certo, La polveriera me lo ricordo ben altra roba.

Tokyo Game Sciò

Eccoci, ci voleva, l’overdose. Quest’anno, mi sparo tutte e quattro le fiere. L’avevo detto e, nonostante un pizzico di suspence sul fotofinish, lo faccio. Fra l’altro mi rendo conto di non aver scritto nulla sull’esperienza a Colonia e, soprattutto, sulla vacanza a Berlino. Beh, pace, s’aggiunge alle mille altre cose su cui non ho scritto nulla, sigh. A tal proposito, comunque, noto che dopo aver sfiorato nuovi abissi di sconforto fra luglio e agosto (con il secondo andato a tanto così da una deprimente quota zero post), a settembre il blog ha ripreso vita, grazie anche alla frenesia podcast. E fra l’altro si vocifera che se ne debba aggiungere un terzo, di podcast. Tripudio e delirio!

Comunque, sto divagando: oggi parto per Tokyo. Parto carico di sogni e speranze, ma soprattutto di fastidio, perché quegli infami che organizzano la rassegna di Locarno und Venezia mi hanno infilato cinque dei film che m’attiravano di più proprio oggi. Gli venisse un accidente! Ma in effetti non è che parta molto carico di sogni e speranze, ché alla quarta fiera in sei mesi un po’ la saturazione t’arriva. Però qualche cosa di stimolante all’orizzonte lo vedo e in ogni caso, ué, si parla comunque di andare a Tokyo. Sì, ok, ci sono già stato in vacanza. E sicuramente la visiterò molto poco, vista la logistica del tutto. Però, oh, male male male che vada mangio roba spettacolare a prezzi da barbone per una settimana. E fra l’altro i prezzi da barbone me li rimborsano anche. Sputaci!

Al solito, non so come e quanto potrò aggiornare il blog durante la permanenza in nippolandia. Ho quasi pronto il post su Locarno/Venezia, quindi quello dovrebbe arrivare, ma vai a sapere. Se poi ci tenete particolarmente a leggermi, come al solito c’è il blog di viaggio di Nextgame, oltre agli articoli che scriverò. Per il resto vediamo un po’.

Tonarinotottorottottoro (zumpappà)

Domani esce Totoro al cinema.

Domani esce Totoro al cinema!

Domani esce TOTORO al cinema!!!

DOMANI ESCE TOTORO AL CINEMA!!!

OddiooddioOddioooooodddioddio domani esce Totoro al cinemaaaaaAAAAAaaAAaAAaAAAAAAAaAAAAAAAAAAAAA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Domani vado al cinema.

Cinema, cinema, andiamo al cinema.

Totoro.

Esce.

TOTORO

TO TO RO

Piango.

Outcast – Episodio 0

È con una scarsissima dose di malcelato orgoglio che presento al mio gentile pubblico Outcast, un podcast da, su, per, riguardo i videogiochi (e a tratti pure altro). Viene realizzato in tandem da me, Zave e Fotone: i primi due pedalano, il terzo li insegue di corsa. Non è neanche il primo episodio e infatti si chiama Episodio 0. Come forse si può intuire dal titolo, è una prova, un tentativo, fatto con tutto l’impegno possibile, nelle peggiori condizioni possibili, e in ogni caso comunque un “vediamo che ne viene fuori”.

Dalla decisione di farlo alla realizzazione sono passati più o meno dieci giorni. Dieci giorni in cui ci si è coordinati a malapena e si è fatto tutto andando a tentoni, basandoci su un tasso di esperienza estremamente vicino allo zero, scaricando dodicimila programmi per la registrazione e il montaggio, sopravvivendo a crash di sistema continui, mezze sbronze, incapacità palese di avere a che fare con quell’oggetto strano che si chiama PC.

Ed è per tutta questa serie di motivi che il risultato è rozzo, pieno di stronzate, con tanti difetti. Per esempio ci sono problemi sui livelli audio, il montaggio è dilettantesco, in tutta la prima metà la mia voce è accompagnata da un fruscio insostenibile (nella seconda parte le cose migliorano, ma neanche poi tanto), ho cancellato per sbaglio una delle poche parti in cui Fotone riesce a fare un discorso di senso compiuto e nonostante i buoni propositi siamo andati spaventosamente lunghi. E fra l’altro – a meno di colpi di coda dell’ultima ora – ancora non è disponibile su iTunes, dato che non ho avuto tempo di farmi lo sbattimento. Insomma, abbiate pietà.

Vorremmo andare avanti, perlomeno con cadenza mensile, e vorremmo anche risolvere i problemi. Ci proveremo ardentemente e tutto sommato sono convinto che ci riusciremo. Soprattutto, nel momento in cui dovesse davvero diventare una roba fissa a cadenza mensile, almeno i casini tecnici più evidenti e fastidiosi andranno affrontati ed eliminati. Il primo episodio “ufficiale”, comunque, potrebbe arrivare da qualche parte a ottobre.

Direi che non c’è altro da aggiungere, se non segnalare il delirante sito ufficiale del podcast e far presente che l’idea è di avere ogni volta un quarto losco figuro come ospite. In questa prima puntata si tratta del Desangre. Chi lo conosce lo evita, chi non lo conosce perde contro di lui a Street Fighter IV. Se Outcast vi piace, fatemelo sapere, che insomma, le motivazioni servono. Se Outcast non vi piace, fatemelo sapere, che insomma, le motivazioni servono. Se Outcast non vi interessa, fatemelo sapere, che insomma, le motivazioni servono. Se volete essere ospiti di Outcast, fatemelo sapere, che le idee da queste parti finiscono in fretta. Se non avete capito niente di quello che ho scritto fino a qui, beh, oh, beh.

Il Tentacolo Viola – Episodio 01

I due tizi con cui ho fatto da ospire su Ringcast Extra 4 mi hanno tirato dentro un nuovo podcast, intitolato Il Tentacolo Viola, del cui cast fisso dovrei far parte. Dico “dovrei”, perché non mi è ancora chiaro con che tipo di frequenza sarà registrato e/o pubblicato e, insomma, coi miei giri per il mondo, vai a sapere. Comunque nel primo episodio ci sono. Scrivo questa cosa senza averlo ancora ascoltato, non ho idea di come possa essere, ma di sicuro sarà meglio di un’altra cosa di cui parliamo domani. Buonanotte.

Videocracy – Basta apparire

Videocracy (Danimarca, Italia e un po’ di altri posti, 2009)
di Erik Gandini

Guardo Videocracy e mi sento un po’ uno straniero, una di quelle persone per cui questo documentario probabilmente è pensato. Non perché mi ritenga un essere superiore rispetto all’operaio che vuole diventare Ricky Martin o alla ragazza che vuole fare la soubrette, in fondo sul guadagno facile non ci sputerei proprio sopra e ogni tanto un euro di superenalotto l’ho anche speso. No no, mi sento un po’ straniero perché io di ‘sti programmi televisivi con le mamme che vogliono accoppiare i figli sfigati, di ‘sti concorsi per le veline nei centri commerciali, non so veramente nulla. Perché Lele Mora è un nome che ho sentito qualche volta, ma pensavo fosse uno stilista. Perché Corona… no, in effetti Corona lo so chi è. La sua parabola messianica è almeno in minima parte giunta anche a me che da ormai oltre dieci anni accendo la TV solo per usare altri aggeggi che ci attacco.

Dopo un po’ la sensazione passa, e mi faccio affascinare da questo ritratto dell’Italia e degli italiani che guardano la TV, più che della TV italiana e di chi la realizza. E allora comincio a chiedermi se il problema sia il fatto che questo piscio viene prodotto, o la semplice esistenza di milioni di persone che se lo bevono con gusto. O perlomeno mi chiedo dove stia il confine fra le due cose e come si faccia a spostarlo nella direzione opposta rispetto a quella verso cui sembra muoversi senza tregua da un po’ troppi anni.

Poi penso che in fondo, al di là del mostrarmi robe che magari immaginavo ma perlomeno ho smesso di guardare da tanto tempo, non è che ‘sto Erik Gandini mi stia dicendo molto che non venga quotidianamente raccontato meglio e più approfonditamente su Internet da Travaglio e (ormai) tanti altri. Oddio, poi un ripasso non fa mai male, e vedere le cose messe in fila una dietro l’altra rappresenta sempre un’esperienza un po’ agghiacciante.

Ma la rivelazione vera ce l’ho quando comincio a guardarmi attorno, in sala. A sinistra, un gruppo di signore un po’ avanti con gli anni, che prima del film mi han rotto le palle in maniera sgarbata dando per scontato che io – ragazzetto, ue, ai miei tempi non erano così – mi sono seduto in uno dei loro posti. Non sia mai che abbian sbagliato loro a leggere, eh, no, partiamo dall’assunto che io son giovane e stronzo e mi devi trattare come la cacca del tuo cane calpestata per sbaglio. Stupisce che queste passino tutta la proiezione a far battute sagaci e indicare col ditino personaggi famosi declamandone nome e cognome? No, non stupisce.

A destra, due tizi che portan sulla gobba qualcosa in più di trent’anni, ma li portano molto ma molto peggio di come io manifesti i miei trentunoancoraperduesettimane. Parlano, parlano, parlano, a voce alta, commentano, aprono buste, chiudono buste, scherzano, ridono, si guardano attorno con spocchia e se gli fai presente a bassa voce che magari potrebbero far più piano loro non ti sentono. Non è che ti ignorino, è che proprio manco ti sentono. Poi insisti, e quelli ti accontentano, con un po’ di sufficienza, per due minutini. Epperò, quando il film finisce, hanno il momento d’orgoglio: “Un po’ alla maicolmur, sisi, maicolmur, quello stile un po’ lì, un po’ così.”

Mentre riprendo a seguire il film un po’ infastidito, qualcuno (non ricordo chi, abbiate pazienza) sentenzia che in Italia parlare a bassa voce non serve a nulla. Che non ti ascoltano, proprio. Devi urlare, strepitare, dar fastidio, farti sentire con la forza, altrimenti non conti, non sei nessuno, ti toccherà passare tutta la vita appiccicato al tornio, mentre le ragazze ti ignorano e tu sogni una carriera d’altro tipo. Già, ecco, per l’appunto. Studio un attimo le signore e i tizi con la coda dell’occhio. No, non mi pare si siano sentiti chiamati in causa. Bah, pazienza, torniamo al film, ché c’è Corona che sventola l’uccello mentre si fa la doccia.

The International

The International (USA, 2009)
di Tom Tykwer
con Clive Owen, Naomi Watts, Armin Mueller-Stahl

Se c’è un singolo motivo valido per guardare The International è la bella sparatoria ambientata nella spirale del Guggenheim. Unico momento del film in cui Tykwer mette in mostra un po’ della sua cura per l’immagine. Unico momento del film in cui emerge un minimo di tensione e viene messo a frutto l’aver costruito un eroe tutt’altro che onnipotente e invulnerabile. Unico momento del film in cui ci si risveglia dal torpore accumulato ascoltando spiegazioni su spiegazioni e osservando il tramare nell’ombra di uomini potenti e molto cattivi (ah, però hanno una famiglia e trattano con amore i figli, quindi in fondo non sono macchiette).

Non è che The International sia brutto o mal fatto, anzi, è messo assieme con gran mestiere e competenza e si gioca neanche troppo male la carta del thriller a sfondo sociale. Solo che manca di mordente, punta un po’ tutto sul fascino di gironzolare per il mondo e mettere assieme gente che parla con accenti da ogni possibile latitudine e, in sostanza, ti lascia addosso quella mediocre sensazione di “Ok, ma che me ne frega?”. Fosse almeno girato da Dio, eh, ce lo faremmo bastare, ma se gli levi quella sparatoria non rimane proprio nulla, a parte il sempre ottimo Clive Owen, una Naomi Watts che è come se non ci fosse e, ehm, Luca Giorgio Barbareschi.