Spammino

Questa settimana non si sono pubblicati podcast, dato che ero in trasferta e la logistica non lo permetteva. Mi concedo quindi, una volta tanto, il lusso di segnalare la pagina su IGN in cui vengono raccolti tutti i contenuti legati alla Game Developers Conference 2013, ché è stata pubblicata diversa roba penso interessante e ce n’è una bella valanga in arrivo nel futuro più o meno prossimo. Segnalo, inoltre, la pagina con i video, dato che alcuni sono davvero fuori di cozza.

Mentre leggete questo post, dovrei essere appena atterrato a Monaco, completamente sbalestrato, pronto per il pranzo di Pasqua. O per svenire in un letto di disperazione.

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E si torna

Scrivo queste righe venerdì mattina, ora di Sanfrancesco, in preda all’ufficializzazione dell’essermi abituato al fuso orario del luogo. Peccato che sia arrivato qui quasi una settimana fa, mi sia “abituato” ieri e domattina alle quattro si riparte per l’Europa. Poi, certo, aver dormito pochissimo per tutti questi giorni non ha aiutato, ma, ehi, un tempo non andava così. Sta di fatto che, dopo tre giorni da morte incipiente – su cui probabilmente ha pesato anche il mal di gola rispedito poi al mittente con sapide dosi di pasticche recuperate da Walgreen – ora mi sembra di essere in Europa: riposato, tranquillo, carico sia se ho dormito a sufficienza (ieri), sia se ho dormito poco (stanotte). E domattina alle otto mi parte l’aereo. Sigh. Non c’è niente da fare, già la barriera dei trent’anni mi aveva segato le gambe, ma quella dei trentacinque mi ha definitivamente ucciso sul piano, come dire, del sonno. Non sono più agile come una volta, sul dormire poco e/o male. Ma insomma, capita, chissenefrega. Comunque, oggi ultima giornata di GDC.

– Intervallo –

Ed è improvvisamente l’una di notte. Ho appena finito di trascrivere e caricare su IGN l’intervista al sempre adorabile Dave Gilbert di Wadjet Eye Games. Ora mi faccio un pisolino, poi in piedi, verso l’aeroporto, nella speranza di riuscire a rispettare i miei programmi. Dove i miei programmi sono “dormo dal decollo all’atterraggio su entrambi i voli”. Voglio crederci. Comunque, oggi è stata l’ultima giornata di fiera, ed è stata onestamente meno pesante delle altre, come quantità di appuntamenti e/o cose da fare, anche se probabilmente sono stato molto di più in piedi. Fatto sta che alle tre di pomeriggio ero a pezzi. E infatti, una volta abbandonato il Moscone Center, fare una passeggiata per distrarmi un po’ e spendere qualche soldo in negozi, fra la maglietta degli Eagles e il regalino per chi mi aspetta a casa, m’ha messo a dura prova. Prima, però, c’era stato quel classico momento malinconico da fiera finita. Quella tristezza moscia dell’allontanarmi per l’ultima volta dalle sale in cui ho guardato e ascoltato i vari interventi, con l’edificio che si svuota, lo stand già smantellato, il negozio del merchandise e dei libri assalito perché sta per chiudere e ci sono gli sconti. Quella tristezza un po’ bizzarra del “sto cadendo a pezzi e voglio tornare a casa, però mi spiace che questa cosa bella sia di nuovo finita e adesso niente per un anno”. Mette malinconia. Beh, amen. Meglio provarla che non provarla, questa malinconia. Un’altra GDC è andata, ed è sempre un gran bell’andare. 
Stasera siamo andati a mangiarci il ramen in un bel ristorantino a Japan Town. E devo dire che s’è mangiato bene, anche se il Takumi a Monaco è un’altra faccenda.

Polverine

Quando ero ragazzino, avevo l’amico del quartiere che poi crescendo ho perso di vista. Ce l’avevamo tutti, no? Io, poi, col fatto che non telefono mai e non mi faccio sentire, ne ho parecchi, di amici che ho perso di vista. Comunque, questo amichetto, che non leggeva fumetti e non conosceva supereroi, una volta, vide a casa mia qualcosa – forse una carta del GdR ufficiale Marvel – di legato a questo tizio che si chiamava Wolverine e cominciò a chiamarlo Polverine. La cosa ci fece molto ridere. Da bambini si ride molto per delle stronzate incredibili. In effetti anche da adulti, cambia solo la tipologia di stronzate.

Eccomunque, uno va un attimo a San Francisco e gli escono il trailer di The Wolverine (- L’immortale). E boh, sembra poter essere simpatico: ci sono i giapponesi, si menano, è cupo, magari anche sanguinario, per quanto alcune cose mi sembrino un po’ di plastica. Ma boh, onestamente non sono in grado di esprimere un giudizio, troppa la stanchezza e troppi pure gli scatti nella visione tramite connessione arrancante da albergo. Devo comunque dire di essermi un po’ ripreso: oggi (giovedì) non mi sono sentito stanco fino a sera. Considerando che venivo una giornata (mercoledì) in cui ho caracollato come uno zombi per le strade di San Francisco, alimentandomi a botte di pasticche per la gola e ibuprofene, mi sembra un buon passo avanti. Dai, che per il giorno della partenza mi sarò definitivamente abituato al fuso orario.

Sono diventato troppo vecchio per queste stronzate. Evidentemente, dopo la botta di improvviso invecchiamento sul valico dei trent’anni, ho impattato sul muro successivo, quello dei trentacinque. Ultimamente sono una carcassa. Ma magari è solo che ho bisogno di una vacanza.

Oggi Jack va a caccia di giganti

Oggi esce in Italia Il cacciatore di giganti, noto altrove come Jack the Giant Slayer. Io l’ho visto dieci giorni fa, o giù di lì, e mi ha divertito parecchio, soprattutto nell’atto conclusivo, ma per un motivo o per l’altro ancora non ne ho scritto. E quindi ci accontentiamo di questo breve post, in attesa che io ritorni in un luogo civilizzato, dorma un numero decoroso di ore e riesca quindi finalmente a scriverne. Mh?

Oggi ho incontrato uno che si fa chiamare SWERY. Tipo davvero simpatico e alla mano. Un po’ bizzarro, magari. Ma neanche troppo. Oggi ho anche ricevuto in regalo una PlayStation Vita. Così, tanto per. E ho ascoltato robe interessanti su Dishonored. E ho combattuto mal di gola e mal di testa. E non ho più l’età, voglio tornare a casa, voglio la mamma!

The Walking Dead 03X15: "L’inganno"

The Walking Dead 03X15: “This Sorrowful Life” (USA, 2013)

con le mani in pasta di Glen Mazzara e Robert Kirkman 
episodio diretto da Greg Nicotero

con Michael Rooker, Danai Gurira, Norman Reedus, Andrew Lincoln

Allora, visto che sono stato gentilmente sollecitato su Facebook, vediamo di scrivere due cose sull’ultimo episodio di The Walking Dead, che poi sarebbe il penultimo. Che dire, a occhio, anche dando uno sguardo a quel che preannunciano per l’episodio conclusivo, si è trattato dell’ultima puntata nel ciclo “dedichiamoci a questo o quell’argomento specifico prima di lasciare spazio al gran bordello finale”. In questo caso ci si è concentrati sulla figura di Merle, sul suo ruolo all’interno del gruppo e sul completare la definizione del personaggio eseguita piano piano nel corso di questa terza stagione. A me, devo dire, l’episodio è piaciuto. Non roba da gridare al miracolo, ma efficace in quel che voleva essere, anche se magari un po’ prevedibile.

SPOILER

SPOILER


SE NON HAI GUARDATO L’EPISODIO, SMETTI DI LEGGERE


SPOILER


SPOILER

SPOILER

E OK, niente sacrificio per salvare il fratello, non perlomeno in maniera diretta, ma in ogni caso Merle ci ha lasciati in stile Ken il guerriero, con il percorso finale da redenzione del peccatore. E alla fine ne è venuto fuori un episodio gradevole. Merle ne esce come un personaggio più rotondo e, se da un lato anche lui rispetta la legge del “oddio, parla troppo, è condannato”, dall’altro devo dire che la sua caratterizzazione mi è piaciuta, non eccessiva in un senso o nell’altro e bene o male coerente con il suo passato nel modo in cui va a sacrificarsi. Tutto sommato, una bella uscita di scena, scritta bene (la ricerca della droga, gli scambi col fratello, l’intuire – centrando in pieno – che Rick non andrà fino in fondo, i botta e risposta con Michonne) e con un paio di bei momenti d’azione, in cui fra l’altro vediamo un Governatore sempre più animalesco e sanguinario. Per non parlare di quel bel finale, che mette davvero bene in scena la reazione disperata di Daryl. Mi chiedo se e come si incrinerà il rapporto fra lui e Rick: in fondo, quel che succede qui è frutto dell’ennesima decisione discutibile dello sceriffo.
E intanto c’è stato spazio anche per altre cose, fra le scene sempre più romantiche che coinvolgono Glenn e Maggie (e che ripropongono molto bene quel che i due rappresentano nel fumetto) e la conclusione del parallelo fra Governatore e Rick, con quest’ultimo che chiude quanto aperto in finale di seconda stagione e si lancia in uno dei suoi fastidiosi monologhi. Monologo che, fra l’altro, a voler ben vedere, sembra la versione distorta e “positivizzata” di quello famoso che sparava fuori nei fumetti proprio durante la saga della prigione. Ad ogni modo, adesso ci aspetta il finale di stagione, nel quale, si è già visto, vedremo in azione un lanciarazzi, o qualcosa del genere. Certo è che, fra Andrea sulla sedia, la guerra da far scoppiare e altro ancora, senza contare quel Tyreese ancora tutto da sviluppare e quel certo personaggio che si è preso una fucilata da Merle (o ho visto male?), comincio a temere che ci molleranno appesi con un cliffhanger non da poco. Boh.
Post un po’ sconclusionato, mi rendo conto, ma abbiate pazienza, sono jetlaggato, sto lavorando come un matto, è quasi l’una di notte, domattina mi devo svegliare presto, ho mal di gola e non sto dormendo bene. Pietà. Toh, se si apre una discussione nei commenti, come spesso capita, prometto che partecipo. 😀

Califogname

Ogni anno che passa, San Francisco mi sembra più in difficoltà, con più senza tetto per le strade, più gente sofferente in giro. Magari è solo un’impressione, e del resto non pretendo certo di avere il polso del luogo andandoci una o due volte l’anno, ma, che ci posso fare, l’impressione è un po’ quella. Certo, bisogna anche fare la tara con l’assurda divisione netta in “zone”, in base alla quale, letteralmente a pochi metri di distanza, convivono l’albergo di lusso pieno di gente che fa la bella vita e la zona di poveracci in cui t’infili solo se stai cercando del crack, o direttamente la morte. Fa un po’ strano. Fa un po’ strano anche arrivare in albergo col tassista che ci dice che è una zona brutta e la sera è meglio se non beviamo e on usciamo. Fa ancora più strano poi scoprire che nella camera in cui dovremo dormire in tre per una settimana ci stai stretto da solo. E infatti domenica abbiamo cambiato albergo, dopo aver per altro animatamente discusso della situazione con almeno cinque diversi impiegati del posto. Due isolati più in là, sembra un altra città.

Dopo il trasloco, comunque, ci siamo goduti l’unica giornata di “libertà” facendo i soliti giri da shopping + mostrare questa e quella cosa a chi di noi non c’era mai stato. E, boh, è inutile, starmene in piedi sulla cable car, a osservare le strade di San Francisco che si aprono davanti ai miei occhi, mi emoziona sempre un sacco. Questo posto mi piace proprio tanto. E in più ospita la mia fiera preferita, pensa te! Ore di cazzeggio, shopping, osservazione di leoni marini e degustazione di clam chowder dopo, siamo tornati in zona albergo a lavoricchiare e poltrire. In tarda serata ci siamo anche guardati l’episodio nuovo di The Walking Dead mi sono anche guardato l’episodio nuovo di The Walking Dead, mentre gli altri si sono addormentati dopo dieci minuti, causa stanchezza esagerata. Ma fra l’altro, quanto fa pietà guardare le serie televisive in televisione, con tutta la pubblicità che fanno qua? Mah, che tristezza, mai più.

Comunque, la GDC è cominciata, la stiamo coprendo su IGN, pur con qualche imprevisto. E qui giunge l’ennesimo momento in cui dico che da domani, probabilmente, gli aggiornamenti del blog si fermeranno. Ma questa volta ci credo davvero.

Per l’ennesima volta sono andato a vedere una partita NBA pallosa. Ma prima o poi ne beccherò una divertente, ne sono sicuro.

In viaggio verso la Califogna

Un tempo, per me, la GDC neanche esisteva. O quasi. Oddio, sì, in effetti, c’è sicuramente stato un tempo in cui per me neanche esisteva, ma quel che volevo dire è che c’è stato un tempo in cui sapevo della sua esistenza, facevo bene o male il lavoro che faccio adesso, ma non era neanche lontanamente concepibile l’ipotesi di andarci. Poi, un giorno, Solettone mi ci ha portato e vabbé, ciao. Ho già ringraziato live, durante un commovente momento da morte per digestione pizze (al plurale) a una Gamescom di qualche anno fa, quindi chiudiamola qui. Fatto sta che nel 2009 e nel 2010 ci siamo andati assieme, per quel sito là. E mi è abbastanza esploso il cervello. Nel 2011 ci sono andato con Fotone, sempre per quel sito là, facendo esplodere il suo cervello, fra l’altro proprio nell’anno amarcord dei cinquantamila post mortem classici. Sempre nel 2011, ho detto “oh, ma facciamoci anche ‘sta GDC Europe, no?” L’anno scorso, quando stavamo rinnovando l’Outcast, io e Fotone ci siamo addirittura autofinanziati il viaggio, perché non esisteva, non ce la potevo fare, a saltarla. Poi GDC Europe, già con il pensiero a IGN, e infine eccoci qua. È iniziato il primo anno delle fiere da seguire anche con scritto IGN sul cartellino, e chiaramente comincia dalla GDC. Oggi dovrebbe uscire un articolo, per l’appunto su IGN, nel quale ne parlo.

In questo post che state leggendo, invece, ci metto due cagate che ho scritto in aereo, fra Toronto e San Francisco, per passare il tempo e per tirar fuori un post da pubblicare oggi. Tipo, di che posso parlare? Beh, per esempio del fatto che mi ha divertito molto ritrovarmi, sull’aereo fra Monaco e Toronto, seduto di fianco a una ragazzina tedesca, che viaggiava anch’essa da sola, barely legal. No, in effetti, ho il timore che fosse proprio not legal. Portava l’apparecchio, per Dio! Ha guardato l’ultimo Twilightsullo schermino di fronte a lei, per Dio! Si è messa a leggere una rivista che sembrava una specie di Cioè bavarese, per Dio! E ovviamente era la classica ninfetta bionda (bavarese) carinissima e in procinto di sbocciare in un figone fuori misura. Ma sto divagando. Il punto è che mi faceva tenerezza, spaventata sul decollo, sulle turbolenze, sull’atterraggio, perché era la prima volta che volava in vita sua (Final Destination: Miami). Ho provato a chiacchierarci, ma parlava inglese poco meglio di come io parlo tedesco, quindi niente, mi sono limitato a farla ridere facendo un po’ lo scemo mentre decollavamo e poi mi sono fatto gli affari miei* per tutto il viaggio, tranne quando l’ho aiutata a compilare il modulo per la dogana. Sembrava simpatica, credo. Chissà se ha pensato che fossi un ciccione sposato frustrato un po’ creepy e pedofilo. Io preferisco pensare che più che altro sono stato colpito da improvviso desiderio di paternità, dai. (Per) Dio santo!

A Toronto ho poi scoperto che c’è un accordo con gli USA che permette ai canadesi di avere in aeroporto l’immigrazione statunitense (sul serio!), così si salta il turno a quella canadese, se sei solo di passaggio in direzione stelle e strisce, e ti sottoponi direttamente a quella che conta. Fra l’altro è tutto ganzo e automatizzato, altro che attese in piedi in code stile Gardaland. Ci sono tre fasi, sancite da numeroni grossi sul muro. Prima fai leggere la carta d’imbarco alla macchinetta automatica. Poi ti siedi davanti a dei monitor: su quello più a destra, vieni aggiornato dello status dei bagagli, in attesa che i tuoi vengano trasferiti sul tuo prossimo aereo e che il tuo nominativo (abbreviato) appaia su uno degli altri monitor. A quel punto ti alzi e vai a parlare col classico tizio dell’immigrazione, però facendo meno coda del solito e avendo aspettato da seduto. Ganzo! Non ho però capito se il tipo con cui poi ho parlato aveva le palle girate perché il gatto gli ha pisciato sui pantaloni buoni o se effettivamente è normale che ti parlino per monosillabi e non ti facciano mezza domanda. Di solito scatta l’interrogatorio!

Comunque, nell’ora e mezza abbondante di attesa all’aeroporto di Toronto mi sono sparato il primo pasto a base di hamburger (cheeseburger) e patatine. Per entrare subito nel ritmo partita. Faccio schifo. Sto diventando un ciccione. Devo darmi una regolata. All’aeroporto di Toronto c’è il wi-fi gratis. Illimitato. Bel vivere. Sui voli Air Canada hai la presa USB per ricaricare lo smartphone e la presa di corrente per ricaricare quel che vuoi. OK, basta, sto andando avanti a caso, chiudiamola qui.

*I fatti miei:
– finire di leggere Peter & Max: A Fables Novel;
– leggere BioShock Infinite: Mind in Revolt;
– leggere After Friday Night Lights;
– scrivere il pezzo per IGN sulla GDC che credo venga pubblicato oggi;
– (tra)scrivere le interviste fatte a Quantic Dream che penso verranno pubblicate in questi giorni;
– leggere Sul pianeta perduto, che, insomma, mah, bei disegni, ma quanto piacciono gli spiegoni ad Antonio Serra?

Dopo aver scritto questo post, mi sono guardato Tetris: From Russia With Love, ho scritto un pezzo al riguardo per Outcast e ho scritto pure un pezzo su Mind in Revolt, sempre per Outcast. Ma quanto cacchio ho scritto, durante questo viaggio? Non trascorrere le giornate rispondendo a mail, tamponando bubboni e inseguendo gente aiuta la produttività. Adesso mi guardo 24, però.

Zombi mosci

Questa settimana s’è pubblicato solo un podcast, quello canonico, vale a dire il nuovo The Walking Podcast. Si parla della quattordicesima, oltre che non proprio bellissima, puntata della terza stagione di The Walking Dead. Sta tutto a questo indirizzo qui, e non c’è molto da aggiungere. Ché sono a lavorare. A San Francisco. No, non è vero, nel weekend si cazzeggia e si fa shopping. Ma insomma, eh. Avremo diritto anche noi a un po’ di svago, ogni tanto!

La prossima settimana niente podcast, perché davvero non c’è modo di registrarne. Questo, fra l’altro, significa che se voglio continuare a pubblicare un post al giorno, beh, domenica dovrò inventarmi qualcosa. Ma facciamo un passo alla volta, ché qua sarà già un problema pubblicare qualcosa domani.

Ripartenza

E si riparte per la GDC, nota anche come la fiera che rappresenta la principale l’unica motivazione per cui continuo a fare questo lavoro. O qualcosa del genere. Per il terzo anno di fila, mi tocca andarci con Fotone. Questa volta, però, ci portiamo dietro pure la mascotte Paolo, Paolo Giacci, Composer, Paolo Giacci. Come dicevo l’altro giorno, è probabile che tutto ciò comporti un’interruzione, o quantomeno un crollo verticale, negli aggiornamenti del blog, dato che di solito, nelle settimane da fiera, ogni sforzo è dedicato al partorire più contenuti possibile per il sito che dà il pane. E che non è questo blog, purtroppo. Oh, poi magari, durante le tante ore di viaggio in aereo, mi coglie il raptus, scrivo cinque o sei post e abbiamo la settimana assicurata. Vedremo. Ad ogni modo, tante buone cose a tutti.

Va anche detto che quest’anno la settimana di preparazione alla GDC è stata un inferno tale che quasi mi passa la voglia. Quasi. Vediamo.

Justified – Stagione 3

Justified – Season 3 (USA, 2012)
sviluppato da Graham Yost
con Timothy Olyphant, Walton Goggins, Neal McDonough, Natalie Zea, Jere Burns, Joelle Carter, Mykelti Williamson, Jeremy Davies

Allora. Capiamoci. Se va avanti di questo passo, io alla quarta stagione di Justified non sopravvivo. Magari esagero, magari è che, per qualche motivo, quel cowboy con la sua faccetta da schiaffi perennemente imbronciata, la sua autoironia, il modo in cui riesce a infilare con disinvoltura citazioni pop nei propri dialoghi senza risultare mai forzato o fuori luogo, la capacità di essere contemporaneamente badassissimo e sfigatissimo, il suo cappello, la rabbia fortissima che riesce ad esprimere con uno sguardo, il modo in cui ogni anno trova il modo di farsi riempire di cazzotti da qualcuno mentre sta provando a fare il duro, la sua versione impacciata, infortunata, insicura di inizio stagione, il rapporto con le sue donne, la cazzonaggine, eppoi la bellezza di chi gli sta attorno, il meraviglioso Boyd, i personaggi di contorno sempre più efficaci e convincenti, la scrittura ormai ingranatissima che fa propagare il racconto fra i tredici episodi della stagione senza perdere mai un colpo, in un crescendo continuo e trascinante, e OK, mi sono incartato. Dicevo: tutta questa roba qua sopra, e pure altra, messa assieme, magari un po’ la sopravvaluto perché è tremendamente nelle mie corde. Ma il fatto è che la prima stagione mi era piaciuta molto, pur con qualche riserva, la seconda stagione mi era sembrata wow, dalle parti del pazzesca, e questa terza. Beh, oh, questa terza, eh, i primi tre episodi, da soli, si mangiano le prime due annate messe assieme come se fossero ali di pollo panate e fritte. Mamma mia. Mamma mia.

Io quando mi sono reso conto che la quarta stagione non è ancora completa e pronta sul mio scaffale.

La terza stagione di Justified è, mi sembra di averlo accennato, un interminabile crescendo, che per tredici episodi aggiunge, aggiunge, aggiunge, accumula e poi aggiunge, buttando nella mischia belle evoluzioni per ogni singolo personaggio fisso del cast, inserendo un paio di new entry semplicemente meravigliose come Quarles e Limehouse, facendole entrambe evolvere in maniera deliziosa, dando un senso fortissimo all’arco narrativo di entrambe, tratteggiando una crescita notevole per Duffy, perfetta soprattutto perché lo sfrutta come lente tramite cui definire personaggi e situazioni che lo circondano, raccontando una storia sempre più complessa, in cui trame, sottotrame, tripli e quadrupli giochi si ammassano e ammucchiano eppure tutto funziona senza un minimo inciampo, riuscendo ancora una volta a tirare un paio di pugni nello stomaco, bilanciando alla perfezione quel meraviglioso equilibrio costante fra commedia, dramma, malinconia, puro esaltamento per le azioni di Raylan, e poi quel finale con quell’ultima botta in testa che davvero ti lascia l’acido sulla bocca dello stomaco, e poi e OK, mi sono incartato di nuovo.

E niente, vabbé.

Niente, non ce la faccio, non sono in grado di scrivere un post razionale sulla terza stagione di Justified. Posso solo mettere in fila cose a caso. Posso buttare lì che magari, nella parte centrale, il crescendo si ferma un attimino, ma del resto, riuscire a tenerlo teso in quel modo dall’inizio alla fine sarebbe stato disumano. Posso limitarmi a dire wow. Di nuovo. E mamma mia. E basta, guarda. Davvero. Basta.

Chi guarda Justified doppiato ha un girone speciale dell’inferno a lui riservato.