Doctor Strange

Doctor Strange è la nuova storia d’origini dei Marvel Studios. È un film che racconta bene o male le solite cose, mantenendosi omogeneo in termini di direzione stilistica con il taglio fin troppo noto di questa serie di film, conservando il canonico mix di avventura, dramma, umorismo (seppur con meno battutine del solito) e cattivi promettenti ma sottosfruttati, andando a chiudersi sulla classica battaglia gigantesca con in palio il destino del mondo. Allo stesso tempo, però, è forse il film Marvel Studios dall’identità più particolare. È una specie di Iron Man in cui il protagonista arrogante ed egoista finisce per cambiare davvero e compiere un reale viaggio interiore. È un film Marvel che abbandona quella specie di “realismo” legato alla tecnologia e la butta totalmente per aria a botte di incantesimi e misticismo. Ha delle scene d’azione surreali, bizzarre, ingegnose, bellissime. Ed è, nonostante quell’uniformità stilistica di fondo, il film Marvel Studios (e, forse, la grossa produzione hollywoodiana recente) con la carica visiva più bizzarra, surreale, ricercata e sperimentale. Insomma, è una bomba e, se lo chiedete a me, è il miglior blockbuster dell’anno (certo, non è che quest’anno ci voglia molto, per esserlo).

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Un anno da serial killer

Ultimamente mia figlia ha iniziato a trascinarsi in giro per casa. Non gattona, si è adagiata sul minimo indispensabile per ottenere quello che le serve (dev’essere una questione di DNA): rimane sdraiata con la panza per terra, tira delle fortissime manate sul pavimento e poi si trascina in avanti, dando giusto una spintarella col piede sinistro, mentre il destro rimane alzato. Il tutto, fra l’altro, viene eseguito stile remata in barca, con l’alternanza di manate a destra e a sinistra per mantenere la direzione e delle varianti per decidere dove spingere. Oh, magari è tutto normalissimo, non ne ho idea, e fra l’altro negli ultimi giorni sembra stare provando la tecnica della spinta centrale con sollevamento, più vicina alla gattonata classica, quindi magari adesso cambia stile. Ma lo stile attuale mi piace. Mi fa molto ridere. E la trovo adorabile. Non che ci sia da stupirsi, essendo mia figlia, but still.

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Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali

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Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali è il film che risponde alla grande domanda che ci siamo sempre posti (?): “Come sarebbe un film sugli X-Men diretto da Tim Burton?” Poi, certo, Burton, nelle interviste, sostiene che durante la lavorazione i mutanti Marvel non gli siano mai passati per la testa e poi, per spiegarne il motivo, descrive i personaggi dei suoi film con parole che si adatterebbero alla perfezione, ehm, ai mutanti Marvel. Insomma, l’idea di giovani dotati di abilità e/o deformità assurde che rendono per loro difficile, se non impossibile, condurre una vita normale e che si ritrovano tutti insieme appassionatamente in una scuola gestita da una figura adulta, anch’essa dotata di poteri particolari. Anzi, peculiari. E alcune di queste persone dotate sbroccano, diventano cattive e mettono in pericolo tanto i loro simili, quanto gli esseri umani normali che capitano per la loro strada. Insomma, ci siamo capiti.

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BrainDead – Alieni a Washington

Cosa fai, subito dopo aver chiuso una fra le serie da network migliori e più acclamate del decennio, un “courtroom drama” politicheggiante che, pur fra alti e bassi, si è distinto per impatto drammatico, capacità di gestire romanticismo e commedia con grande equilibrio, grandissime interpretazioni, costante e sempre puntuale intrecciarsi con la realtà sociale, politica e culturale dei giorni nostri e un finale descrivibile, più o meno, come una scarpata sui denti? Facile, tiri fuori una miniserie di satira politica, che prende per il culo le elezioni statunitensi raccontando di formiche aliene che provano a invadere il pianeta mangiandosi il cervello degli abitanti di Washington D.C. e controllandone i corpi. Una scelta ovvia, lineare e che tutti si aspettavano. Bene così.

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Jack Reacher: Punto di non ritorno

Quattro anni fa, il primo Jack Reacher non lasciò esattamente tutti estasiati o preda dell’amore e sicuramente aveva i suoi limiti, ma sembrò comunque poter porre le basi per un’altra bella serie di film in cui Tom Cruise avrebbe avuto modo di lanciarsi in stunt improbabili per gli anni che si porta, nella malcelata speranza di non arrivare vivo alla pensione. Se lo chiedete a me, non funzionava fino in fondo, anche per colpa di un Cruise forse non adattissimo al ruolo, pur al di là delle differenze fisiche rispetto al personaggio originale, ma era un film per molti versi delizioso, con tre o quattro scene stupende e soprattutto una personalità fortissima, quel tono da thriller di una volta come non ne fanno più. E il seguito, invece, come lo inquadriamo?

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Pippe mentali sui trailer di Rogue One

Dunque, l’altro giorno è uscito il nuovo trailer di Rogue One – A Star Wars Story e internet s’è tutta bagnata. L’ho guardato e ho provato a bagnarmi pure io, ma qualcosa me l’ha impedito, con una sorta di effetto pannolone che non riuscivo a inquadrare. Come mai mi convinceva meno dei precedenti, che pure non mi avevano fatto correre in strada a rovesciare le macchine ma mi avevano intrigato, colpito, affascinato? Vai a sapere. Poi, mentre avevo nelle orecchie The Watch, il podcast di Andy Greenwald e Chris Ryan, mi sono ritrovato ad ascoltare due sconosciuti che davano voce ai dubbi incartati nel mio cuore. Ecco cosa non mi tornava! Ecco cosa non mi convinceva! Cosa? Eh, adesso ci arrivo. Prima, però, finisco il raccontino, ché mi piace divagare e infilo un pratico link: ieri ho espresso i dubbi su cui avevo finalmente puntato il dito nel gruppo di discussione di Outcast su Facebook, se ne è chiacchierato brevemente e mi è venuta voglia di mettere tutto per iscritto e in fila qua dentro. E quindi ora lo faccio. Raccontino finito.

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Fear the Walking Dead – Stagione 2

La seconda stagione di Fear The Walking Dead era, teoricamente, quella in cui la serie avrebbe dovuto prendere il largo e decollare definitivamente all’insegna di una sua identità, che le permettesse di non limitarsi allo status di fotocopia della serie principale. Ora, al di là delle BATTUTONE legate al prendere il largo per una serie che trascorre una certa fetta di episodi mostrandoci i suoi protagonisti su uno yacht, diciamo che il risultato è stato raggiunto solo in parte. Da un lato, senza dubbio, l’ambientazione marittima prima, messicana poi, ha dato alle vicende un taglio abbastanza diverso da quelle di Rick Grimes e compagni, in aggiunta alla scelta di concentrare il racconto sulla storia di una vera famiglia, per quanto disfunzionale, che paga già dalla prima stagione. Dall’altro, in queste quindici puntate si ritrovano bene o male temi, pregi, difetti e scelte strutturali tipiche di The Walking Dead.  Non è necessariamente un bene o un male, ma certo in questo l’effetto fotocopia un po’ emerge.

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Captain Fantastic

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Captain Fantastic racconta una di quelle storie da film indipendente americano, fatte di gente bizzarra e fuori dagli schemi ma tanto adorabile, ormai cliché da Sundance Festival ai limiti dell’insopportabile. Riesce però a staccarsi abbastanza dalla norma nel taglio che decide di dare alla cosa, perché schiva i ghirigori visivi, non la butta quasi mai in farsa (anche se i momenti comici sono fra i più riusciti), non diventa mai patetico (anche se i momenti intensi non mancano) e soprattutto cerca di mantenersi credibile, realistico e asciutto nel mettere in scena i suoi protagonisti. Sottolinea anche quel che non funziona dell’approccio alla vita scelto da Ben, padre di famiglia che decide di far crescere i propri figli lontano da tutto e da tutti e cerca di non caratterizzare come macchiette stupide, malvagie o sbagliate tutti coloro che a questa scelta si oppongono, nonostante la prima impressione possa spingere in quella direzione. Insomma, prova ad essere un bel film, invece che solo una ruffianata.

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Blood Father

Mel Gibson è sempre stato un grandissimo, uno con una faccia meravigliosa, un fascino magnetico, una capacità di bucare lo schermo e una forza attoriale magari un po’ monodimensionale, ma sopra a praticamente chiunque altro nella sua specialità. Che è quella degli occhi da squilibrato. A un certo punto, dopo aver recitato per quasi vent’anni in fior di bombe, film dal successo clamoroso, svariati ruoli a dir poco iconici, si stava trasformando in Mel Gibson di mezz’età e, se possibile, era forse ancora più fico. Voglio dire, quanto è meraviglioso il Mel Gibson di Payback? E quanto era adorabile in Signs (film che a me piace, ve lo dico a scanso di equivoci)? Poi, certo, in quegli anni ci ha anche regalato What Women Want, ma insomma, guardiamo il bicchiere mezzo pieno.

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Deepwater – Inferno sull’oceano

La Deepwater Horizon era una piattaforma petrolifera dinamica, semi-sommersa e [aggiungere termini tecnici a piacere] che veniva utilizzata per esplorare potenziali giacimenti di petrolio e prepararli all’estrazione. O qualcosa del genere. Nel 2010, grazie a un sapiente mix di scarsa manutenzione, decisioni discutibili arrivate dall’alto (British Petroleum) e, magari, anche un po’ di sfiga, si è scatenato un disastro esplosivo, che ha provocato la totale distruzione della piattaforma, 11 morti e 17 feriti fra le 126 persone a bordo e un conseguente abnorme riversamento di petrolio nel Golfo del Messico, per uno fra i disastri ambientali peggiori della storia. Per un certo periodo di tempo, il film ispirato a queste vicende avrebbe dovuto dirigerlo J.C. Chandor (Margin Call, All is Lost, 1981 – Indagine a New York), che però ha poi mollato per “divergenze creative” e ha lasciato il progetto nelle mani di Peter Berg (Friday Night Lights, Hancock, Battleship, Lone Survivor).

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