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Doom

Doom (id Software, 1993/2006)
sviluppato da id Software – John Carmack, John Romero

Riprendere in mano Doom e rigiocarlo tutto, dall’inizio alla fine, in pieno 2007, è un’esperienza istruttiva e affascinante. Non è solo una questione di nostalgia per tempi andati e che non saranno più, non c’è solo la solita indulgenza nei confronti di un classico, in grado di influenzare fin nel DNA, nel bene e nel male, il mondo dei videogiochi venuti dopo di lui. Si tratta proprio del piacere di avere a che fare con una roba ancora oggi tremendamente divertente e appassionante. Un ammasso di pixel capaci per brevi tratti di creare atmosfera tanto quanto le odierne maree di poligoni. Ma soprattutto un drammatico specchio dei tempi, che ricorda, casomai ce ne fosse bisogno, quanto il genere degli sparatutto (o fps, o quel che vi pare) sia cambiato nel giro di un decennio.

Doom è videogioco nel senso più puro e pieno del termine. Non cerca di fare cinema, non si infogna nella narrazione, pensa solo a fornire materiale per giocare, in abbondanza, e a infarcirlo di un’atmosfera sordida, cupa, opprimente, malata e disgustosa, seppur filtrata da una certa dose d’ironia. E in questo, poco da dire, funziona bene ancora oggi, nonostante l’aspetto grafico smorzi inevitabilmente un po’ del coinvolgimento. Epperò, pixelloni a parte, si resta comunque di fronte all’ennesimo esempio di quanto un misero bitmap senta sempre meno il peso degli anni rispetto a una figura poligonale.

Le bestiacce di Doom, soprattutto a un primo approccio, quasi non si possono guardare, per il modo impacciato, legnoso, piatto e monodimensionale con cui vanno in giro. Eppure, sarà per l’inconfondibile stile del design, sarà per la colonna sonora studiata ad arte, sarà quel che sarà, ma hanno ancora un carisma e un fascino a dir poco rari. E per di più popolano livelli fatti e pensati con l’unico e solo scopo di offrire una sfida, appassionante e stimolante.

Le mappe di Doom riducono le ambientazioni di qualsiasi fps moderno, anche il più apparentemente “libero”, al rango di semplici corridoi, piatti e dritti, strade senza uscita verso una destinazione immutabile. Nel capolavoro (e diciamolo, su!) di id Software l’uscita da un livello bisogna invece sudarsela per davvero, riempiendo di piombo e plasma i nemici, certo, ma anche scrutando ogni metro quadro alla ricerca di bonus, munizioni e interruttori, esplorando gli anfratti per scovare quella maledetta ultima chiave. Ci si diverte a giocare, semplicemente, una cosa che oggi, quantomeno, si fa in maniera molto diversa. Non necessariamente migliore o peggiore, solo diversa.

E, impossibile negarlo, quel divertimento è rimasto immutato ancora oggi. Certo, bisogna trovarlo sepolto sotto una coltre di vecchiume grafico che probabilmente solo la nostalgia può spingere a superare. Sicuramente, si affronta la necessità di superare delle sfide reali, senza essere condotti per mano fra un filmato e l’altro. Ma ne vale la pena, per la piacevolezza dell’esperienza in sé e per l’importanza del “documento storico”. Roba da nerd sfigati e vecchi dentro, insomma.

Ah, la versione Live Arcade è convertita molto bene, sebbene in deathmatch online si giochi un po’ di merda. Ma d’altra parte, siamo seri, il punto è rigiocarselo da soli, o al massimo in cooperativa, vagando come disperati fra corridoi infestati di mostri e sobbalzando a ogni minimo rumore. Non negatevelo.

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Doom


Doom (USA/Repubblica Ceca, 2005)
di Andrzej Bartkowiak
con The Rock, Karl Urban, Rosamund Pike

Doom è un ottimo esempio di “budda budda movie”. Una colossale fesseria, certo, ma confezionata con del mestiere, senza scivolare nello sgrammaticato dilettantismo di un Uwe Boll o concedersi più di tanto al “videoclipparismo”. Doom si limita solo ad essere estremamente banale e prevedibile, oltre che a mettere in scena un buon numero di ammiccamenti per il conoscitore del videogioco.

Il film di Bartkowiak, in sostanza, fa il suo dovere. Racconta di personaggi piatti il giusto e che hanno il solo compito di essere carne da macello. Li prende, li arma, li piazza in corridoi angusti e li mette di fronte a una serie di creature demoniache da (cui farsi) massacrare. Fa, insomma, tutto ciò che è lecito attendersi dal film basato sullo sparatutto per antonomasia e oltretutto lo fa appoggiandosi sulle spalle di The Rock, che si conferma ancora una volta come ottimo Arnold Schwarzenegger del nuovo millennio.

Ogni singolo elemento di Doom, dai personaggi, ai dialoghi, alle svolte del plot, è tagliato con l’accetta. Ma i tagli sono precisi, non mancano mai il bersaglio. Nessun dialogo memorabile, ma anche nessuna battuta da far cadere le palle. Nessuna sequenza d’azione particolarmente degna di nota, ma anche nessun netto tonfo. Delude forse un po’ il design dei mostri, per lo più poco ispirato, ma di sicuro centrano il bersaglio almeno un paio di idee (per esempio le nano-porte).

Insomma, stiamo parlando di una scemenza media, che non eccelle e non sorprende, ma alla fin fine scorre via tranquilla. Certo, va presa con lo spirito giusto, ma con quale altro spirito si può trovare il coraggio di mettersi a guardare un film del genere? E certo, buona parte del gusto sta nel conoscere le citazioni e i meccanismi di gioco con cui gli sceneggiatori si sono divertiti. Ma tutto questo, alla fin fine, permette a chi sa di cosa si sta parlando di divertirsi con il BFG, il mostro pseudo-canino e le mille altre citazioni, compresa la sequenza FPS.

Sì, perché c’è anche quella, ed è l’unico momento davvero genuino del film. Han trovato perfino il modo di darle una giustificazione narrativa, e l’hanno piazzata lì, verso la fine: cinque minuti abbondanti di soggettiva, splendida, perfetta, che riproduce incredibilmente bene il feeling di un vero sparatutto in prima persona, e viene perfino accompagnata dal tema musicale del primo Doom. E il cerchio fatto di citazioni e gomitate sul fianco dello spettatore si chiude poi con un bel deathmatch e con Trent Reznor tutto impegnato a urlare “Don’t you fucking know what you are?” sui titoli di coda.

Insomma, Resident Evil aveva forse alle spalle qualche idea (anche di cinema) in più, ma Doom riesce comunque nel – facile, va detto – compito di guardare dall’alto verso il basso qualsiasi altra pellicola tratta da un videogioco. In attesa del promettente Silent Hill.