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Mission: Impossible – Fallout

Nella chiacchiera online immediatamente successiva all’uscita internazionale di Mission: Impossible – Fallout, mi è capitata una discussione su quanto avesse rotto le palle la spinta di marketing relativa a Tom Cruise che esegue i propri stunt e si spacca le ossa saltando dai tetti. Veramente non si può parlare di questo film senza parlare di questa cosa? Ed è comprensibile: il marketing, alla lunga, spacca sempre le palle. Ma il problema è che, nonostante il nuovo, clamoroso, film di Christopher McQuarrie e Tom Cruise (necessario considerarli autori assieme, considerando quanto anche il secondo mette sul piatto dal punto di vista creativo) abbia parecchi altri meriti, l’approccio fisico e sconsiderato all’azione è inevitabilmente un suo punto fermo. E lo è anche perché non fine a se stesso, anzi, sfruttato col preciso fine di offrire qualcosa che si può trovare solo qui e valorizzato da un regista dal tocco e dallo sguardo strepitosi, capace di costruire immagini splendide e scene incredibili anche – ma non solo – attorno allo spunto innegabilmente spettacolare offerto dal poter utilizzare una stella di quel calibro nelle situazioni più spericolate.

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Boston: Caccia all’uomo

Dietro Boston: Caccia all’uomo, meraviglioso titolo italiano modello Chuck Norris di Patriots Day, si nasconde il terzo film di Peter Berg (dopo Lone SurvivorDeepwater) inserito nel filone “Basato su storia vera molto recente, che altri considererebbero troppo recente ma Peter Berg no, perché Peter Berg ha la scorza dura come la sella di un cosacco e va dritto per la sua strada”. Oppure è il quarto, se vogliamo infilarci pure Friday Night Lights, che però risale ormai a tredici anni fa. O magari è il quinto, se vogliamo considerare pure Battleship (ba dum tss!). Il metodo, bene o male, è sempre quello. Si prende l’avvenimento (recente), magari basandosi su un libro o un articolo che ne abbia già parlato nella maniera giusta. Poi si trova una chiave di lettura forte, che ruoti attorno al sentimento e, se reso possibile dagli eventi, all’eroismo delle persone coinvolte. Infine, come sempre fa il cinema, si lavora mescolando fedeltà ai fatti con svolte romanzate, personaggi basati su figure esistenti con creazioni composte da più persone mescolate assieme. E si tira fuori un film teso, appassionante, ben diretto, possibilmente con almeno una sparatoria, un po’ di roba che esplode o quantomeno della gente che corre. Ebbene, Boston: Caccia all’uomo ci mostra un Peter Berg che al terzo tentativo consecutivo piazza finalmente il centro pieno, senza sbagliare una virgola. Oddio, volendola trovare, la virgola, si potrebbe dire che il trailer (perlomeno quello italiano, che mi sono sorbito l’altro giorno quando sono andato a rivedermi Fast & Furious 8) non gli fa un gran favore: vende il film a gente che rischia di rimanerne delusa e non lo vende a gente che magari potrebbe apprezzarlo. D’altra parte, è il trailer perfetto per il titolo che gli abbiamo messo in Italia e in ogni caso quelle sono scelte del reparto marketing, che ci dobbiamo fare? Ma insomma, sto divagando.

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Pixels

Pixels (USA, 2015)
di Chris Columbus

con Adam Sandler, Kevin James, Josh Gad, Michelle Monaghan, Peter Dinklage, Q*bert

Pixels nasce nel 2010 come simpatico cortometraggio da tre minuti in cui si vede una banda di videogiochi uscire da un vecchio televisore e invadere New York, distruggendola a botte di pixelloni. Internet lo premia e la carriera del suo autore Patrick Jean decolla. Ma soprattutto, Hollywood si mette di mezzo, con la Happy Madison Production di Adam Sandler che ne acquista i diritti. Viene quindi messo in produzione un film, che giunge questa settimana nelle sale italiane e che vede lo stesso Sandler come protagonista, accompagnato dal fido Kevin James e da una serie di altre facce più o meno note. A scrivere, l’altrettanto fido Tim Herlihy. Alla regia, il veterano delle bambinate Chris Columbus. Il risultato è quello che chiunque conosca i vari nomi coinvolti poteva attendersi.

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Gone Baby Gone

Gone Baby Gone (USA, 2007)
di Ben Affleck
con Casey Affleck, Michelle Monaghan, Ed Harris, Morgan Freeman

Cosa fai, se sei l’attore chiamato Ben Affleck, quindici anni fa hai vinto l’Oscar per una sceneggiatura, hai trascorso oltre un decennio a farti perculare per le tue doti d’attore, ma ti sei appena tolto lo sfizio di vincere la Coppa Volpi per una tua interpretazione? Semplice, ti scrivi e ti dirigi un film della madonna, facendolo interpretare da quel grandissimo (lui per davvero) attore che è tuo fratello. E mentre noi rinunciamo a capire la logica dietro a tutto questo, speriamo ardentemente che Ben ci resti, dietro alla macchina da presa, e tiri fuori altri film della madonna.

Perché Gone Baby Gone è proprio questo: un film della madonna. Un noir spento, smorto, che mostra il brutto umano di un’America provinciale sfatta e sfiatata. Un tuffo nel torbido e nel marcio, nella disperata impotenza di fronte alla crudeltà e alla tristezza umana. Un film difficile e crudele, forse anche per questo proiettato col contagocce in un’Italia sempre meno interessata (perlomeno negli occhi dei distributori) a un cinema fuori dalle righe.

Gone Baby Gone racconta dei detective scalcagnati Patrick e Angie, protagonisti in una serie di romanzi di Dennis Lehane (quello di Mystic River). Lei è la splendida Michelle Monhagan, lui è il bravissimo, biascicante, meraviglioso Casey Affleck. Investigatori privati volenterosi e sognatori, che cercano di dare una mano nel risolvere un caso di rapimento di bambini. Provano a portare del bene in un mondo fallato e irreparabile, che li prende in giro e si trastulla con loro, facendoli malamente finire gambe all’aria e faccia nella merda.

Affleck, il fratello (mica tanto) scemo, quello dietro alla macchina da presa, circonda i suoi due improbabili eroi di personaggi sfumati e intriganti, racconta di un mondo in cui non vorremmo mai vivere, ma che incidentalmente è proprio il nostro. Lo racconta con fare stanco e straniante, appiccicandosi al bieco realismo dei suoi protagonisti, scegliendo una via credibile e anti-drammatica. E proprio per la sua scarsa voglia di abbandonarsi al manierismo sferra devastanti pugni nello stomaco.

Affonda le unghie nella natura umana e ne tira fuori situazioni tremende, ingestibili, dalle quali non è possibile uscire a testa alta. Non c’è un modo giusto per cavarsela, c’è solo la difficoltà di avere a che fare con decisioni più grandi di noi e di pagarne le conseguenze. E alla fine si rimane lì, con quell’assurdo groppo in gola, con il cervello pieno di domande e lo stomaco a pezzi. Abbandonati sul divano, in uno squallido salottino, da soli con l’angoscia.

Kiss Kiss Bang Bang

Kiss Kiss Bang Bang (USA, 2005)
di Shane Black
con Robert Downey Jr., Val Kilmer, Michelle Monaghan

A cavallo fra anni Ottanta e Novanta, Shane Black si è fatto un nome firmando le sceneggiature dei primi due Arma Letale, di Last Action Hero e del bellissimo L’ultimo boyscout. Il poliziesco autoironico, i cui personaggi si esprimono solo a colpi di battute sarcastiche e frasi leggendarie, nel quale ci deve sempre essere una coppia di protagonisti/antagonisti che si perculano, e che gravita vorticosamente attorno ad atmosfere da film noir. Non l’ha inventato lui, e del resto 48 ore è di cinque anni precedente alla prima avventura di Martin Riggs, ma certo questa specie di sottogenere porta chiaro addosso il suo nome.

Dopo l’uscita nei cinema di Spy, per Black si apre un decennio di sostanziale oblio, al termine del quale il nostro eroe prova a tornare alla ribalta scrivendo e dirigendo questo Kiss Kiss Bang Bang. Summa di tutto il suo operato, l’esordio da regista di Shane Black mette in scena un Robert Downey Jr. classico eroe noir, uomo (non troppo) comune alle prese con vicende più losche e più grandi di lui, nelle quali finisce coinvolto per amore di una portatrice sana di clamoroso sorriso.

Omicidi, tradimenti, incesti e traffici sporchi fanno da sfondo a un carosello di dialoghi fulminanti, divertentissimi, intraducibili e – probabilmente – mal tradotti nell’adattamento italiano, che rappresentano l’unico reale motivo d’esistere di questo film. Un divertente esercizio di scrittura, che dura giusto il tempo di arrivare in fondo e non lascia tracce del suo passaggio, se non qualche dubbio sul fin troppo contorto intreccio. Ma son comunque un centinaio di minuti estremamente piacevoli, carichi di risate, graziati da un Val Kilmer e un Robert Downey Jr. esilaranti e convincenti. Non ci si può lamentare.

Mission: Impossible III


Mission: Impossible III (USA, 2006)
di J. J. Abrams
con Tom Cruise, Ving Rhames, Philip Seymour Hoffman, Michelle Monaghan, Billy Crudup, Jonathan Rhys Meyers, Maggie Q, Laurence Fishburne

I primi due Mission: Impossible cinematografici erano pellicole fortemente caratterizzate, nel bene e nel male, dall’impronta dei rispettivi autori. Nel 1996 si è visto il Mission: Impossible di Brian De Palma, nel 2000 si è visto il Mission: Impossible di John Woo ed entrambi i film avevano una firma tanto evidente e ingombrante da sfiorare a tratti il manierismo. Con questo terzo episodio, al contrario, abbiamo un vero e proprio “film di Mission: Impossible“.

Essendo sostanzialmente a digiuno di Lost e Alias, non sono in grado di riconoscere una magari evidente marca stilistica o degli eventuali vezzi ricorrenti di J. J. Abrams. Senza dubbio la sorta di pre-cliffhanger con cui si apre il film ricorda il modo quasi criminale con cui si chiudono regolarmente le stagioni dei serial televisivi americani, ma nel complesso l’impressione è che in questo caso il regista esordiente abbia scelto di fare un passo indietro e mettersi al servizio del “marchio”.

Da un punto di vista narrativo M:I III riprende i temi già esplorati dal secondo episodio e li espande ulteriormente. Il protagonista Ethan Hunt viene quindi sempre più caratterizzato come grande eroe romantico e il lavoro di squadra delle spie gioca un ruolo da protagonista per buona parte del film. Nel gruppo di quattro elementi capitanato da Hunt, insomma, ogni membro è un ingranaggio fondamentale per la riuscita delle missioni. Questo elemento tanto caratterizzante del serial televisivo era appena accennato nel primo film e si manifestava solo in parte nel secondo, mentre qui domina quasi tutta la pellicola, per la gioia di chi seguiva in TV le avventure di Jim Phelps.

In definitiva, però, Mission: Impossible III convince grazie al ritmo serrato, alla qualità della messa in scena, al mestiere con cui tutto è ben assemblato. L’intreccio si sviluppa furiosamente, non sconvolge con colpi di scena fuori dall’ordinario, ma neanche si fa cogliere da estrema prevedibilità. Non ci sono idee innovative o spunti geniali, ma c’è un cattivo estremamente efficace nel suo non farsi prendere da gigionerie farsesche e c’è un eroe cavalleresco con cui è fin troppo facile empatizzare. C’è, insomma, un gran film d’azione, come tutto sommato se ne vedono pochini. E, a dirla tutta, c’è perfino una bella idea, nel modo in cui viene raccontato l’assalto al palazzo di Shanghai. Serve davvero altro?