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Ben-Hur

Lo sapete, vero, qual è il problema di tutti ‘sti remake moderni mediocri? È che non hanno senso! Ma non perché non abbia senso rifare un vecchio film: quella, di suo, non è un’operazione necessariamente sbagliata e ci ha regalato alcuni capolavori che conoscete benissimo e non starò a menzionare, oltre a qualche filmetto piuttosto riuscito. Non hanno senso perché giocano al ribasso. Prendono film che hanno fatto la storia (anche) grazie a cast eccellenti, ad attori dal carisma fuori misura, a registi dalla personalità infinita, e li mettono in mano a mestieranti senz’arte né parte, li affidano ad attori di poco conto, li condannano alla mediocrità. E poi, sì, certo, nei rari casi in cui prendono registi teoricamente promettenti, li seppelliscono tagliando loro le gambe a livello creativo. È soprattutto questo che fa incazzare, specie poi se pensi a quei due o tre capolavori di remake a cui accennavo prima e che no, non ho intenzione di menzionare.

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Slevin – Patto Criminale


Lucky Number Slevin (USA, 2006)
di Paul McGuigan
con Josh Hartnett, Lucy Liu, Morgan Freeman, Ben Kingsley, Bruce Willis, Stanley Tucci

Slevin è un film che gioca con lo spettatore, si diverte a farlo e certo non se ne vergogna. Prende amichevolmente in giro l’abitudine del “twist” narrativo che ribalta la prospettiva e lo fa in maniera del tutto aperta. Troppo fuori dall’ordinario le premesse, troppo allucinate e simboliche le splendide scenografie, troppo favoleggianti e ironici i toni con cui sono presentati i personaggi, per non capire fin dall’inizio che “c’è qualcosa sotto”.

Se preso per il verso giusto, però, l’ultimo film di Paul McGuigan funziona, grazie a dei divertenti dialoghi tarantiniani e alle solite notevoli performance di tutto il cast. Ma bisogna essere disposti a giocare col regista, accettare le bottarelle di gomito e le strizzate d’occhio, sorvolare su certe forzature e su un’aria da esercizio di stile fine a se stesso che permea buona parte del film.

Quando poi arriva il momento del citato twist, però, a sorprendere non è tanto il prevedibile sviluppo dell’intreccio, quanto piuttosto la piega tremendamente noir che prende il tutto. Un tipo di narrazione già intrapreso nei minuti iniziali, ma poi abbandonato in favore di un’atmosfera sognante e sarcastica, talmente sopra le righe da risultare quasi fiabesca. E invece negli ultimi minuti si torna alla realtà, alla disperazione e al cinismo, seppur tagliato da uno sferzante raggio di luce.