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Ben-Hur

Lo sapete, vero, qual è il problema di tutti ‘sti remake moderni mediocri? È che non hanno senso! Ma non perché non abbia senso rifare un vecchio film: quella, di suo, non è un’operazione necessariamente sbagliata e ci ha regalato alcuni capolavori che conoscete benissimo e non starò a menzionare, oltre a qualche filmetto piuttosto riuscito. Non hanno senso perché giocano al ribasso. Prendono film che hanno fatto la storia (anche) grazie a cast eccellenti, ad attori dal carisma fuori misura, a registi dalla personalità infinita, e li mettono in mano a mestieranti senz’arte né parte, li affidano ad attori di poco conto, li condannano alla mediocrità. E poi, sì, certo, nei rari casi in cui prendono registi teoricamente promettenti, li seppelliscono tagliando loro le gambe a livello creativo. È soprattutto questo che fa incazzare, specie poi se pensi a quei due o tre capolavori di remake a cui accennavo prima e che no, non ho intenzione di menzionare.

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Gone Baby Gone

Gone Baby Gone (USA, 2007)
di Ben Affleck
con Casey Affleck, Michelle Monaghan, Ed Harris, Morgan Freeman

Cosa fai, se sei l’attore chiamato Ben Affleck, quindici anni fa hai vinto l’Oscar per una sceneggiatura, hai trascorso oltre un decennio a farti perculare per le tue doti d’attore, ma ti sei appena tolto lo sfizio di vincere la Coppa Volpi per una tua interpretazione? Semplice, ti scrivi e ti dirigi un film della madonna, facendolo interpretare da quel grandissimo (lui per davvero) attore che è tuo fratello. E mentre noi rinunciamo a capire la logica dietro a tutto questo, speriamo ardentemente che Ben ci resti, dietro alla macchina da presa, e tiri fuori altri film della madonna.

Perché Gone Baby Gone è proprio questo: un film della madonna. Un noir spento, smorto, che mostra il brutto umano di un’America provinciale sfatta e sfiatata. Un tuffo nel torbido e nel marcio, nella disperata impotenza di fronte alla crudeltà e alla tristezza umana. Un film difficile e crudele, forse anche per questo proiettato col contagocce in un’Italia sempre meno interessata (perlomeno negli occhi dei distributori) a un cinema fuori dalle righe.

Gone Baby Gone racconta dei detective scalcagnati Patrick e Angie, protagonisti in una serie di romanzi di Dennis Lehane (quello di Mystic River). Lei è la splendida Michelle Monhagan, lui è il bravissimo, biascicante, meraviglioso Casey Affleck. Investigatori privati volenterosi e sognatori, che cercano di dare una mano nel risolvere un caso di rapimento di bambini. Provano a portare del bene in un mondo fallato e irreparabile, che li prende in giro e si trastulla con loro, facendoli malamente finire gambe all’aria e faccia nella merda.

Affleck, il fratello (mica tanto) scemo, quello dietro alla macchina da presa, circonda i suoi due improbabili eroi di personaggi sfumati e intriganti, racconta di un mondo in cui non vorremmo mai vivere, ma che incidentalmente è proprio il nostro. Lo racconta con fare stanco e straniante, appiccicandosi al bieco realismo dei suoi protagonisti, scegliendo una via credibile e anti-drammatica. E proprio per la sua scarsa voglia di abbandonarsi al manierismo sferra devastanti pugni nello stomaco.

Affonda le unghie nella natura umana e ne tira fuori situazioni tremende, ingestibili, dalle quali non è possibile uscire a testa alta. Non c’è un modo giusto per cavarsela, c’è solo la difficoltà di avere a che fare con decisioni più grandi di noi e di pagarne le conseguenze. E alla fine si rimane lì, con quell’assurdo groppo in gola, con il cervello pieno di domande e lo stomaco a pezzi. Abbandonati sul divano, in uno squallido salottino, da soli con l’angoscia.

Il cavaliere oscuro

The Dark Knight (USA, 2008)
di Christopher Nolan
con Christian Bale, Heath Ledger, Aaron Eckhart, Maggie Gyllenhaal, Eric Roberts, Michael Caine, Gary Oldman, Morgan Freeman

Cacchio, quasi me ne dimenticavo. Ad agosto sono andato a vedere Il cavaliere oscuro, fra l’altro direttamente in lingua originale, come mi ero ripromesso di fare. Ed è stato gran bello, perché finalmente mi son tolto lo sfizio di guardare forse l’unico filmazzo che ho realmente aspettato tanto negli ultimi anni. Ovviamente non è stato bello come si poteva sperare, perché quando monti delle aspettative di quel genere, quando passi poi una settimana o due a leggerne meraviglie praticamente ovunque, beh, solo guardare dritto negli occhi Dio, forse, potrebbe non deluderti.

Cosa mi è piaciuto de Il cavaliere oscuro? Mi è piaciuto Aaron Eckhart, che è un attore della madonna e anche qui fa spavento, nonostante la presenza di quell’altro. Mi è piaciuto quell’altro, che no, non ho trovato “facile”, ingombrante, esagerato, o che so io. No, l’ho trovato perfetto, un Joker meraviglioso, cattivo, sadico, pazzo, in quello che fa, in quello che dice, ma anche in ogni fibra della sua interpretazione, nei piccoli gesti, nel muscoletto che vibra quando meno te l’aspetti.

Mi è piaciuto, da nerd quale sono, che si sia proseguito il discorso aperto con Batman Begins, continuando a rispettare la mitologia del personaggio in tanti dettagli più o meno grandi. E che si sia deciso di sottolineare anche il concetto di serialità con l’apparizione dello Spaventapasseri, che ovviamente non ha alcun peso nell’economia del film, se non appunto quello di ricordare che, oh, stiamo facendo la serie a fumetti (sì, ok, serve anche per ribadire che i cattivoni sono un po’ generati dallo stesso Batman, ma non è che fosse proprio necessario pagare ancora Cillian Murphy, per farlo).

Mi è piaciuto vedere un filmone, che ci crede, che mira alto, e magari fa anche un brutto tonfo nei momenti in cui cade, però ci prova per davvero, a fare il bel filmone, invece che la cacatina adolescenziale. Toni seri, adulti, profondità dei personaggi, stile elegante e trascinante. La rapina che apre il film è uno spettacolo, ogni singolo momento con il Joker sullo schermo fa spavento, ma in generale è proprio notevole come Nolan riesca a tenere alta la tensione senza un attimo di tregua, dall’inizio fino quasi alla fine. “Quasi”, chiaro, perché c’è il problema che a un certo punto il film finisce… e poi va avanti ancora per mezz’ora. Dopo quella meravigliosa scena dell’ospedale, la tensione crolla e ci mette un po’ a riprendersi. E, diciamocelo, non ce la fa mica del tutto, perché con tutto quell’insopportabile tecnoblabla di Batman si fa fatica a credere di stare guardando lo stesso film, nonostante jokerino bello continui a mettercela tutta per farsi adorare.

E in ogni caso, nonostante i difetti, che ci sono, ma su cui non mi accanisco perché sarebbe anche passato troppo tempo, rimane un bel filmone, di sicuro fra le punte massime in quell’assurdo “genere” che sono i film di supereroi. Però sarebbe meglio se la gente ritrovasse il contatto con la realtà. La gente secondo cui Il cavaliere oscuro è il quarto film della storia, quelli che ci vedono una roba degna di Padrini e Scarface vari. Oh, ragazzi, non è che se fai un film “serio” in cui ci sono i mafiosi automaticamente hai fatto Il padrino. Altrimenti pure quella robetta di American Gangster sarebbe Il padrino. Capisco che si rimanga di sasso nell’andare a vedere Batman e ritrovarsi davanti un film serio, eh, però non funziona così.

Infine, tocca dirlo, non mi è piaciuto che in questo film ci fosse Batman, perché davvero non c’entrava nulla. Non so, in Batman Begins sembrava meno fuori posto, anzi, ci stava proprio bene, forse perché si passava mezzo film a spiegarne ragioni e intenti. Ma qui, caspita, ogni volta che saltava fuori il cretino con le orecchie da pipistrello e col mantello, beh, sembrava esattamente quello: un cretino con le orecchie da pipistrello e col mantello. Magari è un problema mio, e del resto non si capisce perché il pipistrellone mi sia parso fuori posto e il giullare no, ma così è. Massima espressione della cosa, fuori da ogni dubbio, il finalino con lui che corre nel buio, verso la luce, mentre Gordon sputa fuori sentenze imbarazzanti. Se dal terzo Batman di Nolan decidono di togliere Batman, mi sa che sarà una figata. Magari anche il quarto film della storia, vai a sapere.

Wanted

Wanted (USA, 2008)
di Timur Bekmambetov
con James McAvoy, Angelina Jolie, Morgan Freeman, Terence Stamp, Thomas Kretschmann

Dopo aver diretto tre robe che, a giudicare dai voti di IMDB, sarebbe forse il caso di chiamare robette, Timur Bekmambetov è salito alla ribalta girando l’adattamento cinematografico del libro I guardiani della notte, primo di una serie del quale è già in preproduzione il terzo episodio. Si dice che Bekmambetov abbia rilanciato alla grande il cinema popolare russo, mostrando che da quelle parti non arrivano solo barbosi film da festival, ma anche megaproduzioni di genere lussuose e curate.

Io annuisco e mi fido, ma di tutto questo non ho visto niente. Una volta ho registrato I guardiani della notte su Sky, ma poi mi sono accorto di aver registrato un film in russo senza sottotitoli e, insomma, la roba in ostrogoto senza sottotitoli andava bene per un adolescente che voleva vedersi i film di Miyazaki che nessuno ancora doppiava, non per un trentenne che vuole guardare i vampiri che si menano. Comunque ho comprato il libro, magari prima o poi lo leggo.

In ogni caso, dopo aver rilanciato alla grande ‘sto cinema popolare russo, Bekmambetov ha fatto quello che tutti i registi di film di genere in lingue strane prima o poi fanno: è andato a lavorare a Hollywood. Ora, cosa succede se prendi un regista tamarro russo e gli metti in mano tanti dollari, una sceneggiatura ispirata a un minchiatone di Mark Millar e la versione anoressica pre-gravidanza di Angelina Jolie? Succede che viene fuori un film estremamente tamarro.

Wanted, il fumetto, è una robetta interessante, il classico fumetto-film d’azione à la Mark Millar, in cui la maggior parte del gusto sta nell’idea iniziale, nel ritmo indiavolato e nella valanga di volgarità, insulti e trovate “politicamente scorrette”. Wanted, il film, rispetto alla fonte nega un po’ di cose, a partire dall’idea del mondo in cui i supereroi sono stati spazzati via per arrivare a praticamente tutto il coacervo di volgarità e schifezze che tempestava la miniserie di Millar.

Al che uno potrebbe anche chiedersi cosa rimanga, se a Wanted gli togli lo spunto di partenza (che generava gag fantastiche come quella sugli “attori”) e la provocativa volgarità. La risposta è che rimane un filmaccio d’azione di quelli ignoranti e tumultuosi, dal gran ritmo e con qualche bella trovata, che mostra come tutto sommato, sotto le tamarrate, del talento ci sia.

Insomma, dei momenti che rimangono appiccicati alla retina ci sono, via, dalla scritta tasti & denti alla strepitosa sequenza in treno, e in generale c’è un bel ritmo, una regia delle scene d’azione non banale e tutto sommato una certa voglia di stupire con qualche morte non necessariamente telefonata e un finale abbastanza amaro.

E poi il protagonista è chiaramente Ken il guerriero, solo con le pistole. Voglio dire, guardate il momento in cui parte all’assalto del forte. Quando va dritto muovendo le braccia e sparando da tutte le parti, con i branchi di persone che gli muoiono ai lati. Quella scena è identica a quei momenti in cui Ken il guerriero andava dritto muovendo le braccia a caso e la gente esplodeva ai lati. È lui.

Slevin – Patto Criminale


Lucky Number Slevin (USA, 2006)
di Paul McGuigan
con Josh Hartnett, Lucy Liu, Morgan Freeman, Ben Kingsley, Bruce Willis, Stanley Tucci

Slevin è un film che gioca con lo spettatore, si diverte a farlo e certo non se ne vergogna. Prende amichevolmente in giro l’abitudine del “twist” narrativo che ribalta la prospettiva e lo fa in maniera del tutto aperta. Troppo fuori dall’ordinario le premesse, troppo allucinate e simboliche le splendide scenografie, troppo favoleggianti e ironici i toni con cui sono presentati i personaggi, per non capire fin dall’inizio che “c’è qualcosa sotto”.

Se preso per il verso giusto, però, l’ultimo film di Paul McGuigan funziona, grazie a dei divertenti dialoghi tarantiniani e alle solite notevoli performance di tutto il cast. Ma bisogna essere disposti a giocare col regista, accettare le bottarelle di gomito e le strizzate d’occhio, sorvolare su certe forzature e su un’aria da esercizio di stile fine a se stesso che permea buona parte del film.

Quando poi arriva il momento del citato twist, però, a sorprendere non è tanto il prevedibile sviluppo dell’intreccio, quanto piuttosto la piega tremendamente noir che prende il tutto. Un tipo di narrazione già intrapreso nei minuti iniziali, ma poi abbandonato in favore di un’atmosfera sognante e sarcastica, talmente sopra le righe da risultare quasi fiabesca. E invece negli ultimi minuti si torna alla realtà, alla disperazione e al cinismo, seppur tagliato da uno sferzante raggio di luce.