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007: Spectre

Spectre (GB, 2015)
di Sam Mendes
con Daniel Craig, Christoph Waltz, Léa Seydoux

Spectre è l’inevitabile, prevedibile e non necessariamente gradita conseguenza del passo che era stato compiuto con Skyfall. È il tuffo definitivo, mani e piedi, nel Bond più macchiettistico e tradizionalmente camp, quello che già nel primo episodio diretto da Sam Mendes aveva iniziato ad esprimersi solo per one liner, usare gadget bizzarri, sistemarsi cravatta e polsini a ogni cazzotto tirato e combattere antagonisti dall’estetica variopinta. Qui, il personaggio che quasi dieci anni fa se ne fregava di come gli preparavano il cocktail chiude il cerchio sparando fiamme dalla macchina e affrontando la Spectre di un Blofeld che ogni volta che lo cattura lo infila in un trappolone più arzigogolato. Come e anche più che in Skyfall, tutto ruota attorno a un bizzarro conflitto fra la rilettura ruvida, umana e passionale operata dai primi due film e questa evoluzione in corsa, che stride e sembra quasi voler infilare a forza il Bond di Daniel Craig in un’epica retrò che non gli appartiene. È chiaro che apprezzare o meno il tentativo è anche una questione di percezione personale, così come è chiaro che si trattava di un processo forse inevitabile, ma chi come me si è reinnamorato di Bond proprio grazie a quella rilettura operata da Martin Campbell, beh, difficilmente non può uscirne perlomeno un po’ spiazzato.

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Casino Royale


Casino Royale (USA, 2006)
di Martin Campbell
con Daniel Craig, Mads Mikkelsen, Eva Green, Judi Dench

Quattro anni dopo La morte può attendere, James Bond torna in pista, con un nuovo attore a vestirne i panni e un forte tentativo di ritorno alle origini. Casino Royale racconta le vicende del primissimo romanzo di Ian Fleming, in una sorta di Bond Begins che aggiorna le origini del personaggio ai tempi moderni, smorzandone i tormentoni e adattandone gli stereotipi al fantastico mondo del post 11 settembre. Il risultato è, finalmente, un James Bond guardabile. Roba che non si vedeva da un po’ troppo tempo.

Considerando che Martin Campbell ha diretto l’ultimo 007 di mio gradimento e che ero quantomeno intrigato dalla scelta di Daniel Craig come nuovo Bond, mi sono presentato in sala con tutta la fiducia possibile e, devo dirlo, non sono rimasto deluso. Casino Royale racconta la nascita del personaggio e lo fa con un senso del ritmo, un gusto e un divertimento che davvero erano sconosciuti agli ultimi episodi. E Craig è un fantastico Bond, rozzo, rude e di grande presenza scenica. Non ho letto un singolo romanzo di Fleming, ma non faccio altro che sentir parlare di grande aderenza al testo originale (pur con tanti “se” e “ma”). Non che sia necessario, ma insomma, fa anche piacere.

Operazione perfettamente riuscita, quindi? Più o meno. Certo, nonostante le iniziali proteste dei fan, alla fine Craig ha convinto tutti, anche se resta da vedere quanto vorranno portare avanti questo Bond scaricatore di porto e quanto lui sarà in grado di adattarsi nel momento in cui decideranno di ritirar fuori lo 007 super lusso. E si potrebbe anche mettere in discussione l’atto finale del film, che sembra francamente un po’ attaccato con lo sputo, messo lì in maniera impacciata e faticosa. Ma rimane comunque un gran bel film d’azione e intrigo, appassionante e tutto sommato anche abbastanza atipico, perché non è che si veda tutti i giorni, un duello finale affrontato al tavolo da gioco.